Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento”, percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.

(Woody Allen, Matchpoint)

La prima storia che mi è venuta in mente quando ho pensato a questa rubrica è forse quella che, nell’immaginario collettivo della mia generazione, è il simbolo di quanto il fattore C nello sport sia essenziale. È difficile ammettere quanto la Dea bendata sia una forza cosi influente sulle nostre vite e sugli eventi che ci circondano, perché per sua natura l’uomo tende a classificare le cose in maniera razionale cestinando gli “shock terms”, quei fattori casuali che potrebbero, in un modo o nell’altro, ribaltare il risultato.

L’Underdog di oggi è Steven Bradbury, lo short tracker australiano che, contro ogni pronostico della vigilia, ha vinto l’oro olimpico alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City del 2002.

(Il podio iridato di short track alle Olimpiadi Invernali di Salt Lake City, 2002. Steven Bradbury è al centro con la medaglia d’oro)

Magari il nome non vi dirà niente, ma per rendervi conto della portata dell’impresa, potremmo paragonare la vittoria dell’australiano alle probabilità di vittoria di un’utilitaria a Montecarlo, in un Gran Premio di Formula 1. Ha letteralmente dell’incredibile. L’evento di per sé è straordinario, e io non sono qui per parlarvi della gara, di cui lascio il video, con annesso un’epocale racconto in chiave ironica della Gialappa’s Band.

La storia di Steven Bradbury parte da lontano, lontanissimo. Letteralmente bisogna andare dall’altra parte del mondo.

Steven John Bradbury nasce a Sydney, Australia nell’ottobre del 1973. Sydney, climaticamente, non è esattamente il posto migliore per praticare sport invernali. Perché Steve abbia deciso di iniziare a fare short track- la specialità per cui è diventato famoso – non ci è dato saperlo, ma questa è stata la scelta che gli ha cambiato la vita.  

Lo short track è uno sport relativamente vecchio, è l’equivalente invernale del ciclismo su pista, i pattinatori circumnavigano una pista lunga circa 100 metri che non è divisa in corsie. La disciplina, che solo dall’edizione di Albertville del 1992 è sport olimpico, è per questo tra le più spettacolari ma soprattutto tra le più pericolose. Steve, nonostante l’atipicità della sua scelta, si dimostra uno short tracker niente male, infatti a 18 anni è già nella storia come parte del quartetto vincente della coppa del mondo di short tracking, si tratta della prima medaglia iridata della nazionale australiana in uno sport invernale.

Ai giochi Olimpici del 1992 la nazionale australiana si presenta come nazione da battere, ma nelle semifinali uno staffettista perde il testimone: questo li condanna al quarto posto, insufficiente per raggiungere la finale. Primo colpo di sfortuna.

Ai giochi di Lillehammer del 1994, il nostro underdog ci riprova e finalmente è nel quartetto che vince la prima storica medaglia dell’Australia ai giochi olimpici invernali, un bronzo!

(La squadra Olimpica australiana di short track nel 1994, Bradbury è il secondo a destra in piedi)

La notizia, per quanto magnifica, raggiunge gli australiani che allo short track danno l’importanza dell’intervallo tra il surf e la doccia per la rientrata in acqua e quindi l’impresa canadese della squadra australiana passa un po’ in sordina. Non è sfortuna, ma la riconoscenza latita. Ma il vero plot twist di questa trama arriva qualche mese più tardi, quando, durante una tappa della coppa del mondo a Montreal, Mirko Vuillermin, talento valdostano, gli trancia l’arteria femorale.

Se recisa, l’arteria femorale può provocare la morte per dissanguamento nell’arco di 3/ 4 minuti. In 2, Steve perde 4 litri di sangue.

Sente la fine vicina. Ma se la cava con 111 (!) punti di sutura e 18 mesi di riabilitazione. Secondo, enorme colpo di sfortuna.

Nonostante tutto, torna a pattinare, con un misto di forza d’animo e incoscienza proprio di chi ama il suo sport.

Nel 2000 durante un allenamento, per evitare un compagno che stava scivolando, sbatte la testa contro le barriere e si rompe 2 vertebre. I medici gli impiantano 4 viti e gli dicono che probabilmente la sua carriera è finita. E’ il terzo colpo di sfortuna, di fronte a questo però lui è determinato. Vuole la medaglia individuale.

Si allena 2 anni.

A Salt Lake City, Utah, in piena terra dei mormoni, però lo attendono i migliori interpreti della specialità. Il resto è storia. La gara finisce come avete avuto modo di vedere, e non è un caso se adesso gli australiani hanno coniato l’espressione “do a Bradbury” per indicare un risultato sconvolgentemente al di fuori delle aspettative.

È sconvolto anche lui, e infatti non sa se esultare o meno. Perciò fa la cosa più naturale possibile, alza il braccio, in segno di vittoria. Mi piace pensare che tutto quello che ha passato, i momenti difficili, anche solo per un istante, se li sia lasciati alle spalle, come gli avversari, che tutto ciò che possono fare è guardarlo dal basso tagliere il traguardo.

Steve si ritirerà immediatamente dopo l’oro, e intraprenderà, con scarsi risultati, una carriera automobilistica. Ora Steve va in giro a raccontare la sua splendida storia, e dicono sia anche un discreto mattatore alle feste a cui partecipa. Chiunque probabilmente fa quindi un errore enorme, quando si ferma a giudicare Steven Bradbury nel minuto e 29 secondi più fortunati della sua vita. Integrate il tutto mettendoci dentro il decennio di sofferenze e situazioni storte che lo hanno portato a quel momento. È forse quello che gli ha permesso di rimanere in piedi quando gli altri sono caduti.

Grazie Steve, quindi, per averci insegnato che la fortuna esiste.

Ma anche che siamo uomini, e dobbiamo lavorare ogni giorno per crearcela.

Vincenzo Matarrese

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!