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Cosa si nasconde dietro il “è scientificamente dimostrato”

Correva l’anno 2009 ed io ero solo una matricola iscritta alla Facoltà di Psicologia. Provenendo da studi classici, mi avvicinavo per la prima volta a materie di ordine psicologico e sociale, nonché metodologico. Fu proprio nel primo semestre universitario della mia vita che venni a conoscenza della regolamentazione etica piuttosto recente in materia di ricerca psicologica, una scienza nuova, da poco nata e quindi tutta da sperimentare.

Nei semestri e negli anni che si sono susseguiti, continuando la mia formazione, ho incontrato vari psicologi e i loro esperimenti. Oggi sono qui per parlarti del primo di una serie di esperimenti psicologici che, anche se poco – o assolutamente – non etici, hanno cambiato lo stato dell’arte. Quegli esperimenti, insomma, che ci hanno permesso di fare enormi passi avanti nella comprensione del funzionamento umano, anche se oggi non sarebbe assolutamente legale metterli in atto.

N°1: Zimbardo e la prigione nell’Università.

Il più cruento della serie, ed anche, a mio parere, il più appassionante, è quello messo in atto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo, nell’Università di Stanford, in California… o forse dovremmo dire carcere.

“Potrebbe meravigliarvi scoprire il modo in cui abbiamo testato questi quesiti. Le due settimane da noi programmate per la psicologia nella vita carceraria hanno dovuto interrompersi dopo solo sei giorni per ciò che stava succedendo agli studenti universitari che partecipavano. In soli pochi giorni, le nostre guardie divennero sadiche ed i nostri prigionieri iniziarono a mostrare segni di stress e depressione. Per favore, leggete la storia di ciò che è successo e traete da voi le conclusioni a proposito della natura dell’essere umano.”

Professor Philip Zimbardo

Quali sono le conseguenze psicologiche associate al fatto di essere un prigioniero o una guardia?
E’ proprio da questa semplice domanda che Zimbardo e la sua equipe hanno iniziato a strutturare il loro progetto, tanto grandioso quanto assurdo.

Il primo step

è stato pubblicare un annuncio su un giornale dichiarando di cercare volontari per uno studio sugli effetti della vita in prigione… normale, no?!
Tutti i candidati furono quindi intervistati per accertarsi che non vi fossero presenti persone con problemi psicologici, malattie, precedenti penali e abuso di sostanze. Il campione raggiunto fu composto da 24 studenti universitari, pagati 15 dollari al giorno: erano ragazzi assolutamente normali. E questo è un dettaglio che non devi dimenticare. Vennero divisi in due gruppi casuali: guardie e prigionieri.

Il carcere

Ovviamente, la prigione doveva essere quanto più verosimile possibile. Alla sua costruzione, quindi, partecipò un gruppo di esperti composto da guardie carcerarie ed ex detenuti, compreso un uomo che aveva scontato una pena lunga 17 anni.
La prigione fu costruita nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford. Chi di noi non ha mai visitato il carcere costruito nella propria facoltà?!

Senza entrare nei dettagli, tutto fu creato in modo da essere assolutamente realistico: porte fatte di sbarre e numeri di cella, la stanza per l’isolamento, citofoni nelle celle con tanto di microfoni spia per controllare i discorsi dei detenuti. Non c’erano finestre né orologi. Come spazio aperto solo un piccolo cortile e per accedere ai bagni bisognava essere accompagnati bendati. Tutto era perfetto, mancavano solo

I prigionieri

Stanford

Una domenica mattina  in piena estate, a Palo Alto ci furono 12 arresti. Con tanto di sirene spiegate la polizia prelevò gli accusati dalle loro case e, ammanettatili, li portò in Centrale. Successivamente, bendati e in un leggero stato di shock, furono accompagnati presso il “Carcere della Contea di Stanford“. Tutto era assolutamente verosimile: l’accoglienza dal Direttore, la comunicazione della gravità del reato… erano ufficialmente Prigionieri. Nulla faceva in modo che sembrasse un gioco, tutto era studiato nei minimi dettagli. Tutto era vero.

Tutti i prigionieri furono spogliati e disinfettati con una sostanza contro germi e pidocchi: una pratica finalizzata sia all’umiliazione, sia all’evitamento della diffusione di malattie, esattamente come succede in una vera prigione nel Texas.

L’uniforme, su cui era stampato un numero identificativo, doveva essere indossata senza biancheria: questo venne fatto per accelerare il senso di umiliazione. Fu messa loro anche una catena al piede, a ricordargli quanto fosse opprimente quel posto. Potevano chiamarsi solo col numero identificativo, per accentuare la sensazione di essere anonimi.

I prigionieri erano comunque stati informati che nell’espletamento del loro ruolo avrebbero subito una moderata violazione della privacy, avrebbero mangiato in quantità ridotta e avrebbero subito qualche torto: tutti avevano dato il loro consenso.

E le guardie?

Non ricevettero nessun addestramento, ma erano libere di compiere tutte le azioni utili a far rispettare la legge e a farsi rispettare dai prigionieri. Crearono, così, le loro regole.

Stanford

Tutte indossavano un’uniforme ed erano muniti di fischietto e manganello. Dettaglio importante: gli occhiali da sole. Tutte le guardie indossavano degli occhiali a specchio. Indovina perché?! Esatto: le lenti specchiate impedivano ai prigionieri di vedere i loro occhi o leggere le emozioni. Ciò contribuisce nel rendere più anonimi, o meglio, depersonalizzati.

Pronti, partenza… via!

Alle due e mezza del primo giorno i prigionieri vennero svegliati da forti fischi, per la prima conta. La conta veniva ripetuta più volte per ogni turno e spesso di notte e aveva lo scopo di dare alle guardie l’opportunità di esercitare il potere sui prigionieri. Inizialmente fu difficile sia per tutti entrare completamente nel ruolo: risultavano disorientati e le guardie non erano sicure di che metodi usare per imporre la loro autorità. Oltre alle conte i prigionieri erano sottoposti a delle flessioni: una punizione fisica molto utilizzata.

Stanford Stanford

Curiosità: le flessioni vennero chieste spontaneamente dalle guardie. Gli sperimentatori, che grazie alle videocamere installate osservavano la vita in quella prigione, inizialmente pensarono si trattasse di una punizione blanda, “una cosa da ragazzi”, salvo poi scoprire che le flessioni venivano usate dai nazisti come punizione nei campi di concentramento. Una casualità?

Secondo giorno…

Tutta la prigione si svegliò con una rivolta. Nessuno degli sperimentatori era pronto ad un avvenimento simile. I prigionieri si barricarono nelle stanze e iniziarono a prendersi gioco delle guardie, scatenando la loro ira. Le guardie del turno della mattina si arrabbiarono con quelle della notte, accusandoli di essere stati troppo buoni. Quindi, dovendo gestire da soli la rivolta, chiamarono i rinforzi con insistenza. Dopo una breve riunione decisero di rispondere in modo molto forte: spruzzarono il contenuto di un estintore (diossido di carbonio) nelle celle. Poi vi entrarono, spogliarono i prigionieri, portarono le brande nei corridoi, misero in isolamento i capi della rivolta e iniziarono ad inoltrare minacce ed insulti ai prigionieri.

A quel punto iniziarono ad utilizzare strategie psicologiche per far fronte a tutto il gruppo: crearono dei privilegi. Ai tre prigionieri meno coinvolti nella rivolta furono ridate le divise, e poterono lavarsi e mangiare (cosa che gli altri non potevano al momento fare). In questo modo riuscirono a spezzare la solidarietà tra loro. Le guardie continuavo a spostare i buoni dalla cella privilegiata alle celle dei cattivi e viceversa. Nel giro di poche ore crebbe tra i detenuti l’idea che fossero spie: tutti divennero nemici.

Curiosità: gli sperimentatori vennero a sapere che questa è una tecnica che le vere guardie spesso utilizzano per spezzare le alleanze, mettendo, ad esempio, neri contro bianchi. In questo modo l’aggressività dei prigionieri viene rivolta verso altri prigionieri e non più verso le guardie.

Improvvisamente non si trattava più di un esperimento, di una simulazione. Le guardie consideravano i prigionieri dei veri prigionieri e per questo divennero più aggressive. Anche andare in bagno iniziò a costituire un privilegio.

Dopo solo 36 ore…

… venne rilasciato il primo prigioniero. Dopo solo 36 ore un prigioniero iniziava a manifestare pensiero disorganizzato, disturbi emotivi acuti, accessi d’ira e pianto incontrollato. Era convinto di non poter più uscire da lì, come se fosse un vero prigioniero.

La fuga di massa

Iniziò a diffondersi la voce che il prigioniero rilasciato stesse cercando un modo per permettere ai suoi ex-compagni di fuggire in massa dalla prigione. Questo elemento della storia è molto importante perché ci mostra quanto anche i ricercatori si fossero calati nel personaggio: non erano più interessati a capire le dinamiche comportamentali dei volontari, dovevano difendere la loro prigione da un possibile attacco. Solo molto tempo dopo Zimbardo stesso si rese conto di quanto l’influenza di quella simulazione fu forte, tanto da coinvolgere pure lui che ne era l’ideatore!

Un prigioniero “impazzito”

Il numero 819 stava mostrando gli stessi sintomi di squilibrio del prigioniero liberato. Questa volta la situazione venne gestita meglio da Zimbardo, che lo liberò dalla catena e lo portò in una stanza a riposare. Fin quando dalla prigione un coro di voci iniziò a farsi sentire: “il numero 819 è cattivo”. Il prigioniero iniziò a piangere in modo incontrollabile. Era convinto di essere 819 e doveva tornare indietro. A quel punto, Zimbardo gli disse

«Ascolta, tu non sei il numero 819. Tu sei [nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo, non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione. E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio come te. Andiamo»

Fu come svegliarsi da un incubo. Una volta svegliato, acconsentì ad andare via.

Cosa diavolo stava succedendo?

Gli sperimentatori si resero presto conto che i prigionieri obbedivano per un semplice motivo: avevano la percezione di essere incapaci ad opporsi. Avevano completamente modificato la loro percezione della realtà: non erano più partecipanti di un esperimento, ma reclusi in una prigione psicologica. Zimbardo e l’equipe si chiesero, invece, come le guardie avessero imparato a comportarsi in quel modo, come fosse possibile che persone intelligenti e normali, mentalmente sane, diventassero così cattive e sadiche.

I prigionieri iniziarono a mostrare stati di scompenso: alcuni ebbero delle crisi emotive molto forti, uno sviluppò un’eruzione cutanea, su tutto il corpo, di origine psicosomatica… Non erano più “sani”, non erano più “normali”. Iniziavano ad assomigliare a pazienti di un ospedale psichiatrico.

Quando fu coinvolto un avvocato, ed anch’egli si calò così tanto nel personaggio da parlare ai prigionieri di questioni legali, nonostante sapesse che il tutto fosse un esperimento, fu chiaro a tutti che bisognava fermarsi. L’esperimento doveva essere interrotto.

Le riprese notturne avevano rivelato un intensificarsi degli abusi sui prigionieri nei momenti in cui le guardie credevano che l’esperimento e le telecamere fossero spente. Tali abusi erano sempre più cruenti e spesso a carattere pornografico.

Al sesto giorno, il 20 agosto 1971, fu concluso un esperimento che sarebbe dovuto durare due settimane. L’ormai famosa Christina Maslach, all’epoca solo una dottoranda, fu l’unica persona che, avendo visto poche immagini di quello successo, ne contestò l’eticità.

Cosa abbiamo imparato?

Che le carceri hanno il potere di de-umanizzare le persone, di farle sentire impotenti, di farle sentire degli oggetti. Ma non solo. Abbiamo imparato che il contesto in cui ci troviamo immersi e in cui viviamo è capace di influenzare potentemente il nostro comportamento, il nostro senso di autonomia, la nostra identità.

Indubbiamente questo esperimento non ha nulla di etico: è stata messa in serio pericolo la vita mentale e fisica dei volontari e gli stessi sperimentatori ne sono stati negativamente influenzati. Però ci ha aperto gli occhi: siamo veramente autonomi nello scegliere i nostri comportamenti?

«Cominciai a rendermi conto che stavo perdendo la mia identità, che la persona che chiamavo Clay, la persona che mi condusse in questo posto, la persona che si offrì volontaria per entrare in questo carcere – perché per me era un carcere e lo è ancora – era lontana da me, così lontana che alla fine non aveva più nulla a che fare con me, io ero il 416. Ero il mio numero. Non lo considero un esperimento o una simulazione ma una prigione gestita da psicologi invece che dallo stato»


Zimbardo, P. G. (2007). The Lucifer Effect: Understanding how good people turn evil. New York: Random House.

Zimbardo, P. G. (2004). A situationist perspective on the psychology of evil: Understanding how good people are transformed into perpetrators (pp. 21-50). In A. G. Miller (Ed.), The social psychology of good and evil. New York: Guilford Press.

Zimbardo, P. G., Maslach, C., & Haney, C. (2000). Reflections on the Stanford Prison Experiment: Genesis, transformations, consequences. In T. Blass (Ed.), Obedience to authority: Current Perspectives on the Milgram paradigm (pp. 193-237). Mahwah, NJ: Erlbaum.

Zimbardo, P. G. (1971). The power and pathology of imprisonment. Congressional Record. (Serial No. 15, October 25, 1971). Hearings before Subcommittee No. 3, of the Committee on the Judiciary, House of Representatives, 92nd Congress, First Session on Corrections, Part II, Prisons, Prison Reform and Prisoners’ Rights: California.Washington, DC: U.S. Government Printing Office.

Author: Dott.ssa Francesca Caporale

Di formazione primariamente classica, mi presento oggi come Dott.ssa in Psicologia Clinica.
Attualmente tirocinante Psicologa in ambito oncologico, coltivo da sempre la mia passione per i libri.
Mi definiscono anacronistica, ed è così che mi piace essere.

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