Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Rileggere “Uno, nessuno e centomila” in una notte a Bologna

Non ho ancora lucido ricordo di come m’accinsi un paio di giorni fa a riallacciare le personali inquietudini letterarie alla ‘nuova’ lettura di Uno nessuno e centomila, dopo averne avuto a che fare per la prima volta ormai circa sette anni addietro. E qualcuno sarà sicuramente pronto a chiedersi cosa possa collegare oggi il celebre personaggio di Vitangelo Moscarda all’attuale realtà italiana, oltre alla delicata alba di Bologna che si irradia di lucentezza in contemporanea al solenne finale di un romanzo che racconta il significato della vita ed ancor più le eternamente incomprese ed incomprensibili relazioni umane.

Nonostante non godessi di tantissime risposte sulla presunta logicità di tale contorto parallelo, l’idea fu quella di proseguire nella rivisitazione del romanzo, senza lasciarsi vincere dalla agevole strada dell’incompletezza. Quella che porta a rileggere un’opera a noi cara, ma solo qualcosa di quell’opera, poiché viene il tempo (prima o poi) di tornare alla realtà e a quella eterna battaglia che vede l’essere umano contrapporsi costantemente e tenacemente ai meccanismi del tempo e alla imposizione della modernità rispetto al precedente secolo.

C’è però una idea di evasione nell’opera pirandelliana ed ancor più nel protagonista, quel Moscarda in parte sentimentalmente insidiato prima e cancellato poi dal ‘rivale’ Gengè, che certo sarebbe in grado di richiamare un nuovo inno alla speranza rispetto alle avversità del corso degli eventi. Rispetto alla nostra posizione sociale, al contesto lavorativo ed al rapporto tra l’io e l’altro. Un rapporto spesso beffardo, da Pirandello efficacemente descritto nel senso di una incomunicabilità che si materializza lucidamente attraverso la constatazione dell’impossibilità di far corrispondere al vero una realtà oggettiva e di conseguenza inconfutabile.

Tutto comincia da una idea che quasi richiama un assurdo assunto non poi così assurdo. Quanto conta per l’essere l’aspetto esteriore, e correlativamente ad esso, l’idea che gli altri hanno di noi? L’esperienza del Moscarda, banchiere, usuraio a metà, marito infelice, mantenuto, ed amante successivamente consapevole, oltre che prototipo “forestiero di vita”, mostra come i meccanismi della follia possano innestarsi anche su convinzioni estetiche rigettate dalle visioni altrui. Meccanismi diabolici eppur presenti e fortemente reali, nonostante la realtà non possa essere circoscritta ad un oggettivismo a sua volta inesistente.

Eppure, sarà proprio la moglie Dida a dare inizio alla sfida esistenziale del Moscarda: una sfida che si fa prima corpo e poi (nuova) anima, al netto della perdita dell’uno a vantaggio del nessuno, in una rapida ma combattuta partita a scacchi nella quale i centomila cercheranno (invano) di professare l’inconfutabilità del proprio soggettivismo, con la pretesa che ciascuna di quelle verità non possa essere posta in discussione per la benché minima ragione. Qui entrano in gioco le debolezze ma anche le forze del personaggio pirandelliano, colpito dalla osservazione futile di una moglie che lo immagina come un Gengé sì pieno di difetti, ma perfetto per ella stessa e per la sua realtà, nonostante quel naso che pende a destra. Un naso irregolare e pertanto inaccettabile alla vista del Moscarda proprio perché mai notato dalla sua personale visione.

Comincerà anche da qui una profonda scissione sentimentale tra Vitangelo Moscarda ed il Gengè di Dida, vale a dire tra la realtà dello stesso Moscarda e la versione alternata ed alternativa di egli stesso, fornita dalla verità altrui. Dell’interlocutrice madre, della donna che ha deciso di sposare, prima di uno sprofondo esistenziale in grado di culminare con la rinascita dell’uno. Una rinascita continua ed a cui non può essere affibbiata alcunché, che sia un numero o un fatto o un nome. Una rinascita premiata dalla dissoluzione dell’io, e dunque dell’uno, con la proclamazione dell’unico elemento in grado di mettere d’accordo i centomila: il ripudio ed il rigetto universale del meccanismo della follia e della figura dell’insano mentale. Una follia che per la folla è semplice male, malattia da combattere e debellare con ogni mezzo, compreso l’internamento dell’usuraio non usurario, del marito non marito, della pecora nera ma figliol prodigo, del fedele ma adultero, eppur temibile alla luce degli interessi altrui in gioco.

Da Dida a Quartorzo e Firbo, ovvero gli amministratori intenti ad occuparsi degli affari bancari della famiglia, sino persino allo stesso Marco di Dio (insignito di una abitazione a gentile concessione del Moscarda nonostante la contrarietà degli amministratori), comincerà una sfrenata corsa alla ricerca di un oggettivismo che non esiste, ma che pur si aggrappa alla decisione in comunità di portare a termine personalistici interessi, come ben emerge dall’alleanza tra la moglie e gli amministratori, intenti a non perdere ricchezze precedentemente accumulate anche da presunte illiceità, come quella dell’usura.

Ormai emarginato dalle centomila versioni fornite dai ‘nemici’, non resterà che assistere alla futura resa del Moscarda , addolcita dalla liaison con Annarosa, venticinquenne amica della moglie, che cercherà di aiutarlo attraverso le confidenze ricavate dal desiderio altrui di cancellare il Moscarda stesso. Una relazione inedita ed inusuale, densa di un giallo corroborato da rivoltelle e riflessioni sul ruolo dei giudici e della giustizia, rispetto al confine tra innocenti e colpevoli.

La terminale ma non definitiva dissoluzione dell’io, determinata dall’anomalia del non poter vedersi vedere, frutto dell’impossibilità di conoscersi ed autodefinirsi, culmina nel totale abbandono verso tutto ciò che è cosa, fatto, nome o numero. Perché «la vita non conclude e non sa di nomi». E potremmo dunque essere alberi, come vento, o foglie o libro. Vagabondi, conoscitori del tutto ma al tempo stesso del nulla. Incapaci di afferrare noi stessi e di dare forma ad una visione realistica ed oggettiva, tendente alla collisione con la visione degli altri.

Il tragico labirinto ritmico della riflessione di Vitangelo Moscarda coincide con la follia ma anche con un desiderio di morte che poi in fondo desiderio non è, poiché si può morire ed al tempo stesso rinascere. Purché non ci si identifichi stabilmente in qualcosa, o in qualcuno che resti inconsapevolmente innamorato di una forma ma non di una sostanza. Di un’illusione e di una proiezione spesso non coincidente e pertanto avara di riferimenti realistici. A patto che una realtà esista davvero, considerate quelle centomila gemelle che rischiano di apparire come il nulla e pertanto come nessuno, in un gioco perverso e suicida cui non resta che reagire con un radicale estraniamento per mezzo di una magistrale alienazione umoristica. Restando «vivi ed interi» sì. Ma non più in sé, «ed in ogni cosa fuori». Non resta dunque che morire e rinascere, perché si può morire molto spesso ed anche appunto risalire. Come l’alba a Bologna, quando il mondo è pieno di promesse.

L’ideale distanza d’età per una relazione duratura

L’ideale distanza d’età per una relazione duratura

Di Sarah Young. Indipendent (11/05/2017). Traduzione e sintesi di Serena La Spada.

Si dice che l’amore è cieco, ma delle ricerche sostengono che la differenza d’età possa determinare la durata della vostra relazione.

“Il cuore vuole ciò che vuole” e “l’età è solo un numero” sono cliché ben noti, che non possono aiutare chi ha perso la testa per voi.

Tuttavia, nel 2017 il concetto di uscire con qualcuno nettamente più vecchio, o più giovane di voi, crea ancora un po’ di polverone.

Ne è l’esempio, l’immotivato scalpore relativo a Emmanuel Macron, 39 anni – il neo eletto presidente francese – e sua moglie, Brigitte Trogneux, 64 anni.

Con una differenza d’età di 25 anni, Macron, si è espresso recentemente sull’ossessione internazionale sulla diversa età tra lui e la sua compagna.

“Se fossi stato io ad avere 20 anni più di mia moglie, nessuno avrebbe pensato per un singolo secondo che non potesse essere lecito stare insieme” ha detto a Le Parisien.

“È perché è lei ad essere 20 anni più grande di me, che molta gente dice che questa relazione non può essere sostenuta, che non può essere possibile.”

Mentre ci sono sempre eccezioni alla regola, una ricerca ha dimostrato che relazioni con alcune differenze d’età hanno una maggiore possibilità di finire male.

Secondo uno studio dell’Emory University in Atlanta, maggiore è la differenza d’età, maggiore è la possibilità di rottura.

Dopo aver esaminato 3.000 persone, è stato scoperto che coppie con 5 anni di differenza hanno una probabilità di lasciarsi del 18% maggiore rispetto a coppie della stessa età.

È interessante notare che la cifra aumenta al 39% per coppie con una differenza d’età di 10  anni, e di uno shoccante 95% per quelle con una differenza di 20 anni.

Quindi, quanto deve essere grande il divario d’età?

Contrariamente alle credenze popolari, i ricercatori credono che la differenza d’età ideale tra i coniugi, sia di un solo anno. Essi avranno una possibilità di separazione molto più bassa, solo del 3%.

“Può semplicemente essere che i tipi di coppie con queste caratteristiche, siano coppie che in media hanno più probabilità di divorzio per altre ragioni” dice Hugo Mialon, uno dei ricercatori che sono dietro lo studio condotto.

Articolo originale qui.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

L’illegittima resa

L’illegittima resa

Il pasticcio legislativo sulla legittima difesa mette in risalto la classica tiritera di un agire politico presuntuoso ed opportunista, di fatto esclusivamente legato alla ricerca di un perenne (poiché deficitario) consenso elettorale. La prova, o meglio, l’ennesima che vada ad avvalorare l’apertura di questo scritto, è presentata da un Ddl che rovescia totalmente la funzione del legislatore in materia di politica criminale.

Lo ha sottolineato nella giornata di ieri l’ANM (Associazione nazionale magistrati, nda), secondo cui emerge di fatto l’inutilità del testo, accompagnata da un pastrocchio che coinvolge anche il contraddittorio significato della congiunzione ‘ovvero’. Ed i magistrati non hanno infatti esitato a bollare la decisione della politica come «intervento non necessario ed anche un po’ confuso».

La tesi del presidente Eugenio Albamonte si rende ancora più interessante nel momento in cui tende a toccare il significato e le responsabilità del legislatore, che «non dovrebbe assecondare gli umori della società perché la giurisprudenza dimostra, anche soltanto guardando gli ultimi casi, che c’è un atteggiamento di estremo favore dei giudici verso chi invoca la legittima difesa». Legittima difesa peraltro già presente all’interno dell’art.52 del codice penale:

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Ma vi è di più: detto dell’atteggiamento favorevole dei giudici rispetto all’invocazione della legittima difesa nei vari casi affrontati, bisogna ricordare l’intervento legato alla L.59/2006, che ha ampliato e chiarito la fattispecie con l’aggiunta di un secondo e di un terzo comma, e la ‘nascita’ della cd. legittima difesa domiciliare:

«Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

  1. La propria o altrui incolumità;
  2. I beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

A seguito di tutto ciò, e dunque di una legge già presente e che ben tutela le ragioni di chi si difende se vi è proporzionalità tra difesa e offesa, traspare inequivocabilmente la sostanziale inutilità dell’intervento legislativo, a prescindere dal pasticcio creatosi dalla pessima qualità compositiva della norma. E’ evidente che se il tentativo fosse quello di ampliare le maglie della legittima difesa, altrettanto inutile sarebbe la limitazione prospettata in determinate parti della giornata. Con il rischio indubbio di mobilitare il criminale di turno verso una diversa alternativa legata al proprio agire e ad i propri criminosi intenti.

La confusione generata dal Ddl è peraltro ben spiegata in particolar modo dal Corsera’, che ricostruisce l’analisi della norma rispetto alle ambiguità interpretative generate dall’utilizzo “doppio” del termine ‘ovvero’:

«(Il significato..) in termini giuridici ne ha una soltanto ed è quella disgiuntiva: serve a separare parole o concetti che sono alternativi tra loro».

La congiunzione può avere, rispetto ad un  linguaggio giuridico che come ben si conosce è piuttosto tecnico e specifico, un doppio significato: quello di ‘oppure o altrimenti’, contrapposto all’alternativo ‘ossia’, inteso come cioè, e pertanto come forma di esplicazione assolutamente opposta al primo concetto indicato. Il primo nodo è dunque questo e potrebbe portare ad una riscrittura del testo, nel passaggio tra Camera e Senato. E’ quanto si è prospettato nella giornata politica di ieri, con le opposizioni sul piede di guerra e la maggioranza tesa al ricompattarsi con cautela e cognizione di causa (o meglio di ricerca del voto).

Resta tuttavia il quesito madre: per quale motivo riscrivere una legge già presente e che interviene sulla problematica, oltretutto ulteriormente rivisitata circa dieci anni addietro? Il punto di vista dei magistrati, con riferimento «all’assecondare gli umori della società» ben coglie le necessità della politica di sfrenata rincorsa al consenso rispetto ad un tema, quello della sicurezza, che è valore universale e tutt’altro che ideologico.

Nell’era post-ideologica, risulta particolarmente curioso l’improvviso richiamo alle ideologie e a quell’antitesi destra-sinistra che tutti dimenticano ma che puntualmente si mostra ben lesta a rientrare nella polemica politica in vista di personalistici quanto riprovevoli scopi. Questo accade con le opposizioni, a cominciare dal solito M5S sino alla destra lepenista firmata Meloni-Salvini, intenta a rivendicare a più riprese la paternità del tema, per giungere infine al comodo centrismo del renzismo 2.0. Quello che guarda ormai al centro perché «la sinistra può vincere le primarie ma non le elezioni».Insomma, un film politico di seconda fascia visto e rivisto, vittima di un interminabile ed inconsistente remake. Come se poi la “sinistra” vivesse in un mondo fatto di estraneità al valore e all’importanza della parola sicurezza.

Il problema non è pertanto di merito ma di metodo. Ed il metodo politico fallisce nel momento in cui «asseconda gli umori della società» e dimentica i profili casistici e statistici delle questioni sulle quali risulti opportuno o meno legiferare. Da questa logica deduzione, spesso purtroppo ignorata dalla rimembrata caccia al consenso, la politica è chiamata a ripartire per riscoprire i suoi reali valori. E si badi, trattasi di un tema qualificante poiché in grado di decretare decisioni qualificanti circa le opportunità di sicurezza del cittadino. Opportunità che non possono essere tristemente circoscritte all’utilizzo di un’arma o a risoluzioni fai-da-te, che nulla aggiungono al ruolo dello Stato rispetto alla tutela del proprio cittadino. La politica dovrebbe essere questo: terreno di discussione e di risoluzione rispetto alle problematiche, smettendo di adoperarsi in aggiramenti che rischiano di compromettere anziché tutelare l’integrità dei cittadini.

Frontiere: uno strumento politico?

Frontiere: uno strumento politico?

“Un bicchiere serve per bere. Ma può servire ache da portamatite, da fermacarte, per catturare una mosca, per tirarlo in testa a un seccatore, oppure per romperlo e tagliarsi le vene. Ogni oggetto ha una funzione primaria e numerose funzioni accessorie. Gli oggetti politici non fanno eccezione”

Si apre così il saggio “Frontiere” di Manlio Graziano, professore di geopolitica. Per rendere semplice e alla portata di tutti il concetto di Frontiera. Questo oggetto politico ha carattere pluridimensionale e multifunzionale perché il senso e l’impronta politica, sociale e morale cambia nel tempo.

Secondo Wikipedia “il confine internazionale più antico al mondo è quello fra Italia e Svizzera nel tratto di competenza del Canton Ticino e delle province di Como, Varese e Verbania: tracciato 500 anni fa dal trattato di Friburgo nel 1516, non fu da allora mai più spostato neanche transitoriamente.”

Proprio, quindi, nel ruolo politico e geopolitico che la frontiera manifesta se stessa al massimo grado la sua polivalenza, che sia essa un muro, una dogana, un fossato o un tagliente filo spinato. La sua importanza nell’attualità è indecifrabile: se fino a pochi anni fa la tendenza generale era il suo depauperamento e assorbimento in insiemi regionali più grandi, oggi la tendenza pare invertita.

Tuttavia anche se la frontiera è tornata ad essere un argomento d’attualità, non solo in Europa e nel mondo occidentale, non significa che questa corrisponda a ciò che il mondo oggi avrebbe bisogno. Storicamente nella forma più attuale possiamo studiarne la loro nascita con il Congresso di Vestfalia e il principio di sovranità, quando da semplici linee disegnate sugli atlanti diventarono l’aspirazione profonda dello Stato-nazione di quei popoli che, all’apice della loro gloria, le scolpivano nelle loro costituzioni proclamandole sacre e inviolabili nel principio di cuius regio eius religio (diritto del principe di imporre la propria religione e la propria autorità ai suoi sudditi senza inteferenze di altri Stati).

Nella Costituzione italiana all’articolo 5 possiamo leggere:La Repubblica [italiana], una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].

Considerare quindi le frontiere da un punto di vista dinamico può significare che esse siano più uno strumento che un fine. Come ogni attrezzo politico il loro significato muta nel tempo anche opposto. a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Il crollo del Muro di Berlino dal 1989 ad oggi è diventato il simbolo di un entusiasmo unanime per l’inizio della fine di tutti i muri e barriere che separano gli individui. Il simbolo di quel crollo inaugurò la stagione della liberalizzazione dei mercati, l’espansione delle aree di libero scambio e la nascita di una nuova unione politicae monetaria che portò a credere che molte altre barriere sarebbero scomparse.

La stessa sensazione non si ebbe quando Saddam Hussein abbattè quel “muro”, disegnato dalla Gran Bretagna, che divideva l’Iraq dal Kuwait, una coalizione di 39 paesi a guida statunitense si scagliò contro. Oggi indigna una parte del mondo anche l’ipocrisia russa che annette la Crimea e allo stesso tempo disegna confini nel Caucaso e nei Balcani, o anche Israele che si espande raddoppiando la lunghezza della linea di armistizio del 1949.

Dalla crisi economica del 2008, con la fobia del terrorismo ma soprattutto col notevole l’esodo di migranti e profughi sono aumentate le campagne per il ristabilimento della sovranità nazionale. Questo ha portato a credere che la frontiera, da luogo astratto, sia diventata una necessità di tipo fisico dove la sovranità “deve” (secondo la retorica dei sovranisti) tornare ad essere visibile, invertendo la tendenza “post-muro di berlino”.

Queste campagne sono diventate decisive in contesti elettorali. Basti pensare al referendum britannico della Brexit sull’uscita dall’Unione Europea o anche nell’elezione di Donald Trump (in merito alla barriera sul confine messicano o sulle tesi isolazioniste).

Ma se oggi le frontiere sono l’ostacolo dei popoli, il futuro è un mondo senza frontiere? La risposta a questo quesito potrebbe essere pescata dal passato. John Lennon, quasi in contrapposizione al concetto di nazione e nazionalità inserì nel testo di Imagine “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do”. Prima di lui il filosofo francese Montesquieu nel 1748 inaugurava il pensiero cosmopolita moderno scrivendo: “sono necessariamente uomo, e francese solo per caso”. Il suo pensiero attiribuisce all’uomo la cittadinanza del mondo, ritenendo irrilevanti le differenze tra le nazioni.

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