Svezia: semplicità e bellezza

Svezia: semplicità e bellezza

Dici Svezia e dici Ikea. Pensi a Filippa Lagerback  e in sottofondo ti  pare di ascoltare ” Mamma mia” degli Abba. Icone di un paese che ha fatto della sua semplicità un punto di forza: boschi, laghi azzurri, barche a vela e casette rosse dal bordo bianco.

Ma la Svezia non è una cartolina. È realtà. Ed è proprio lì a poche ore di volo dall’Italia. Anche qui a Malmo, la città più a sud della Svezia, la natura non si presenta timida ma ,al contrario, prepotente ed intensa, vera protagonista del grande Nord.

svezia

Padrona dei suoi spazi, non chiede permesso. No. Lei è così, libera di esprimersi in tutta la sua grandezza. Città di pescatori,  vibra di emozioni ad ogni angolo circondata da un turismo particolare, fatto da molti svedesi e pochi turisti. Fantastico.

Pontili che fanno l’amore con il mare, casette aguzze una accanto all’altra quasi legate da un patto indissolubile, quello di conservare un’identità troppo cara al Paese. Un mare reale che funge da metafora di una vita pacata e silenziosa ma anche acqua inquieta che cova forza e rivoluzione.

Qui, non troverete Cattedrali, borghi e palazzi lussuosi. L’unico è il grattacielo, costruito da Calatrava, il Turning Torso il più alto edificio di tutta la Svezia con i suoi  centonovanta metri di altezza, seguito dal suggestivo Castello di Malmo. Nel centro cittadino troviamo varie opere che promuovono la NON violenza, situate nei pressi della bellissima biblioteca di Malmo, preceduta da diversi canali che attraversano la città. Gli svedesi hanno fatto della loro terra un tempio da rispettare.

L’eleganza della natura e la compostezza della gente, fanno di questo paese un universo quasi parallelo, che non ti aspetti. Che non lo immagini neanche, se non vai lì ad osservarlo. Una realtà dal sapore assoluto che nella sua totale normalità non dà nulla per scontato, nulla rimane nell’anonimato. In un mondo dominato dall’astratto, dal vuoto, dal finto, un viaggio nel Nord Europa regala quello che hai sempre cercato. Palpabile concretezza e autenticità. Ti riporta a te stesso e al centro del tuo viaggio. Sei parte integrante di una terra che ti fa respirare a pieni polmoni la bellezza.

La città vanta anche di un vero e proprio paradiso culinario: salmone freschissimo, gamberi, aragoste e aringhe cucinate in tutti i modi possibili. La Svezia ti pulisce il cuore e la mente. Ti permette di giocare in un infinito dialogo tra te e il gelido vento del Nord. Godi di questo, senza fretta ma senza sosta, consapevole che prima o poi tutto questo finisce. E ti riprometti di tornare, ma questa volta il tempo durerà di più di uno schiocco di dita.

È una promessa che le fai, è una promessa che fai a te stessa. Perché sotto un cielo così non si può far altro che danzare. Ascolti il battito accelerato. È l’anima della Svezia che incontra la tua. E allora, “you are the dancing queen, young and sweet….oh yeah!”.

Certo che gli Abba, ci avevano visto giusto.

Di Martina Picciallo

Un giorno a Istanbul

Un giorno a Istanbul

I luoghi,le persone,la lingua. I sapori,gli usi e i costumi. I colori, il Sultano e il suo mondo, le meraviglie del Bosforo. E’ indescrivibile quanto la città sia avvolta dalle mille tonalità. Dall’azzurro al rosso porpora. Ecco Istanbul. Un luogo con una storia molto lunga e per questo motivo è una città piena di cultura. Il segno di questa si vede per le strade,sugli edifici, ma soprattutto nelle moschee. Affascinanti e davvero numerose. Ognuna ha i suoi minareti da cui, cinque volte al giorno, c’è il richiamo alla preghiera: il Muezzin ovvero la persona che, con un canto,richiama i fedeli in ogni dove. All’interno delle moschee è vietato indossare le scarpe, a causa del fatto che i pavimenti sono ricoperti di tappeti e durante la preghiera è vietato scattare foto. Le donne,inoltre,devono coprirsi il capo nascondendo per bene i capelli con sciarpe o foulard.

Nelle moschee più grandi, l’ingresso è separato per i turisti in modo da non disturbare la preghiera dei fedeli. La Moschea Blu costituisce quello che è il luogo per eccellenza della città,luogo di raduno per le carovane di pellegrini in partenza per la Mecca. Qui, le persone  hanno la gentilezza tipica della gente di queste parti dietro la carnagione olivastra, lunghi baffi e uno sguardo intenso che parla già da solo. Ma chi attira davvero la curiosità sono quegli uomini che in qualche locale sono intenti a conversare, vestiti decisamente demodè e ogni tanto inalano dal narghilè, avvolti da fumi di tabacco aromatizzato ai frutti. Sembra un quadro questa scena. Naturale, serena e coinvolgente. Guardi e ti convinci di appartenere a questo contesto, tra sorrisi e tratti somatici, profumi di dolci al miele o di spezie.

Spostandomi verso il centro con Mustafà, il mio personale tassista a completa disposizione per tutto il tour, arrivo alla bellissima Basilica di Santa Sofia e all’immenso Palazzo del Topkapi, prima residenza imperiale del regno del Sultano Maometto II.  All’interno dell’Harem del Palazzo si respira ancora quella sensazione di intrigo e mistero. Dalla Stanza dei Tesori, la cui terrazza si affaccia sul Bosforo, è possibile godere del panorama dal lato Asiatico della città.

Resta qualcosa tuttavia che non dimenticherò mai, la sua vera bellezza: il sontuoso Bazar di Istanbul. Un enorme mercato coperto, quasi una piccola città, dove si mescolano culture e lingue. Questo dedalo presenta numerosi accessi collegati da una fitta rete di strade. Ci troviamo all’improvviso in un altro mondo governato da caos più totale: forti odori, cianfrusaglie,gioielli, tappeti, lampade magiche…forse anche il mago dai tre desideri! Un armonioso andirivieni di gente, sotto le volte ornate di disegni geometrici e floreali.

Questa è Istanbul: l’odore di spezie misto fumo, il venditore ambulante che urla per attirare l’attenzione dei passanti mentre spinge il suo carretto su cui vende di tutto: castagne, pannocchie di granoturco e simit (ciambella di pane ricoperta di semi di sesamo). Ma è anche il passaggio di una ragazza turca con la maglia altezza ombelico, viso truccato e pantaloni a vita bassa, che cammina accanto a una donna interamente coperta dall’abito lungo che segue,a distanza, il marito barbuto con il berretto aderente al capo e un Tasbeeh nella mano. Un miscuglio sociale che si fonde quasi in maniera naturale, che ti entra nel cuore e da cui non andrai mai via neanche quando sarai a migliaia di chilometri di distanza. Una città contesa armoniosamente tra Europa e Medioriente. Come essere in due posti contemporaneamente. Due mondi completamenti diversi ma in perfetto accordo tra loro.

Martina Picciallo

Liberi e Uguali. Agli altri?

Liberi e Uguali. Agli altri?

Lo scorso 3 Dicembre il travagliato processo riorganizzativo delle principali forze politiche italiane alla sinistra del PD è giunto ad un’apparente conclusione, con buona pace dei disegni ecumenici dell’ex sindaco meneghino Pisapia, liquidati (a buon diritto) per il palese anacronismo sotteso alla riproposizione di un baraccone litigioso come il centrosinistra del passato quindicennio, forzosamente unito da nient’altro se non la volontà di blandire le aspirazioni maggioritarie e bipolaristiche dell’elettorato italiano.

La medesima sorte è toccata al “percorso del Brancaccio”: il progetto politico lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari, spinti dal desiderio di coagulare intorno ad uno stabile nucleo le forze progressiste espresse dal variegato fronte del No al referendum costituzionale di cui si è da poco celebrato il primo anniversario (per modo di dire: e la rimozione dal dibattito pubblico di quell’importante consultazione, sin dal giorno ad essa immediatamente successivo, dovrebbe far riflettere sulla genuinità dell’entusiasmo che in buona fede si è pensato di poter incanalare in un movimento), si è spento nel silenzio, senza per vero essere mai riuscito a decollare.

A celebrare il funerale di queste progettualità, prendendone il posto come referente mainstream del mondo progressista italiano, è stato il movimento Liberi e Uguali, lanciato in quella fredda Domenica di inizio di un rigido inverno, destinato ad essere scaldato da una campagna elettorale che si preannuncia infuocata come anni di bipolarismo annacquato ci hanno portato a dimenticare essere possibile, da Sinistra Italiana, Possibile e Movimento Democratico e Progressista. Gli ex-SEL e le due ondate dei fuoriusciti PD, semplificando all’estremo la storia ben più nobile ed articolata delle formazioni confluite in LeU, dopo un flirt durato più di un mese a causa delle (giustificate, ad avviso di chi scrive) diffidenze di SI e Possibile, già unite da significative collaborazioni a livello parlamentare, nei confronti di Mdp, hanno finalmente deciso di coalizzarsi in vista delle elezioni politiche della primavera del 2018. Contestualmente, la neonata coalizione ha espresso come proprio candidato premier Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia ed attuale Presidente del Senato, per l’occasione uscito a sua volta da un Partito Democratico in preda ad una vera e propria emorragia causata dalla sempre più vistosa appropriazione personalistica renziana; emorragia che, ad onor del vero, fa sorgere più di un dubbio sulla buona fede di Grasso, mai espostosi più di tanto nei malumori interni al PD (certamente complice il suo ingombrante ruolo di seconda carica dello Stato) e che con una punta di malizia potrebbe essere tacciato di aver fiutato una maggiore convenienza portata dal novello vento spirante a sinistra.

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

A prescindere dalla lettura data alla mossa del Presidente del Senato, LeU pone all’elettore di sinistra una serie di interrogativi dalla soluzione non propriamente agevole. È bene chiarirlo fin da sùbito: chi scrive nutre fortissime perplessità nei confronti della scelta unitaria, non tanto in sé considerata quanto in rapporto alle sue concrete modalità attuative.

Se l’impostazione di Pisapia (e di Bersani, Prodi e D’Alema prima di lui), a vocazione maggioritaria ed artificiosa nel suo voler tenere insieme una galassia composita ed incomponibile, rappresentava il modo sbagliato di superare la storica frammentazione delle forze di sinistra (o pretesa tale, in più di un caso) l’idea di radunare attorno ad un programma condiviso, genuinamente laico, redistributivo ed antiliberista, tutte e solamente le forze in grado di rispecchiarvisi, quale il progetto ventilato negli ultimi mesi dagli esponenti di SI-Possibile-Mdp, non poteva che incontrare, sul piano teorico, il favore di quanti fossero pesantemente angosciati da uno scenario politico incapace di esprimere opinioni critiche nei confronti dello status quo se non in senso beceramente destrorso.

Sul piano teorico, si è detto: per le ragioni che si tenterà brevemente di tratteggiare, la neonata coalizione sembra atteggiarsi, sul piano pratico, a mero moltiplicatore del peso della sua anima più stantia e compromessa con l’ideologia dominante, Mdp, a tutto discapito di Sinistra Italiana e Possibile, entrambi partiti che, seppur secondo strategie diverse e non sempre condivisibili, nel passato biennio erano riusciti a ritagliarsi significativi spazi di originalità ed appetibilità elettorale nel mondo della sinistra.

IL METODO

Il Presidente del Senato Pietro Grasso

Preliminari considerazioni vanno svolte sul modus operandi prescelto dalle forze politiche in questione per dare vita al progetto condiviso.

Ad un’impressione superficiale, quale non può che essere quella che si può trarre dai primi ed incerti passi fatti dalla neonata formazione nelle sue poche settimane di vita, la nuova coalizione sembra essere viziata da un’impostazione leaderistica di stampo berlusconiano. Questa malattia della vita politica italiana nell’ultimo quarto di secolo, di cui il recente centrosinistra (probabilmente suo unico pregio!) era riuscito a dimostrarsi portatore sano, cedendo sì alle lusinghe di un’opinione pubblica addestrata ad accodarsi a figure individuali più che ad aderire ad ideali e valori, ma contemperandole col periodico ricambio dei leader presidiato dalle primarie (in realtà più uno scotto da pagare all’esasperato correntismo che lo caratterizzava, che una cosciente scelta politica) sembra non aver risparmiato LeU, apparentemente nato intorno alla personalità di Grasso, senza dare luogo all’imprescindibile opera di sintesi di istanze e visioni del mondo che dovrebbe precedere simili opzioni politiche.

Questo vizio genetico sembra confermato, da un lato, dal cedimento all’odiosa prassi di inserire il nome del candidato premier nel simbolo della coalizione, sintomatica appunto di una precedenza del leader sul contenuto favorita in tutti i modi dalla recente cultura politica deideologizzata italiana, e dalla stessa legislazione elettorale dal Porcellum in poi in cui essa si è tradotta; dall’altro, dalla fortunatamente avvertita necessità di far seguire ad uno sposalizio prematuro ed affrettato dall’angosciante approssimarsi della consultazione primaverile una serie di “Assemblee nazionali tematiche” aperte, tenutesi in questi giorni inter alia a Genova, Brescia, Roma, nel contesto delle quali elaborare, con un apprezzabile sforzo di democrazia interna (irrobustita dai contributi della società civile e di ogni interessato) le linee programmatiche sulla cui base redigere il venturo programma elettorale.

Una simile pratica rappresenta certamente una preziosa occasione per permettere un maturo interscambio fra le tre anime di LeU (sempre ammesso che agli sforzi della base sia dato corso effettivo in sede di Assemblea nazionale, che a Gennaio sarà chiamata ad approvare definitivamente il programma), ma è innegabilmente sintomatica, nel suo essere intervenuta successivamente alla nascita della formazione, del segnalato deficit identitario della stessa. Di più: la stessa scelta di gareggiare insieme prima di aver deciso il tragitto della corsa rischia di portare ad insoddisfacenti compromessi posticci fra posizioni in realtà inconciliabili, ma non adeguatamente concettualizzate ex ante, e/o a perdere pezzi importanti fra gli indisponibili ad una simile mediazione, privando di significato la stessa scelta unitaria.

IL CONTENUTO

Le vere note dolenti, però, provengono dalle finora scarse, in ragione dell’essere l’iter di elaborazione dell’identità di LeU ancora in fieri, esternazioni contenutistiche provenute dal neonato soggetto politico.

La sintesi del patriottismo costituzionale di Sinistra Italiana, del postmodernismo welfaristico e cosmopolita di Possibile e del riformismo moderato di Mdp sembra, come anticipato, tutto sbilanciato a favore di quest’ultima componente, con l’effetto di depotenziare la freschezza che aveva caratterizzato il laboratorio politico targato SI-Possibile degli ultimi tempi, lanciatosi nella difficile opera di affrancamento dalla castratura blairiana e neoliberista inflitta alla sinistra occidentale dal crollo del “socialismo reale” e dall’ubriacatura della globalizzazione del capitale degli ultimi cinque lustri. Questo sbilanciamento, di cui è emblematica la stessa scelta di Grasso come denominatore comune (non potendosi certo ritenere il Presidente del Senato, con la sua storia personale lodevole, ma obbligata dalla carriera in magistratura a non esporsi politicamente, emblema di militanza di una sinistra “radicale” – etichetta incomprensibilmente affibbiata a LeU da Matteo Renzi), si impone prepotentemente agli occhi del lettore della prolusione con cui Grasso ha lanciato il progetto davanti alla gremita platea composta di delegati di SI, Possibile e Mdp accorsi all’Atlantico Live di Roma per l’occasione.

Pur con tutti i limiti intrinseci ad un discorso poco più che programmatico, intervenuto, come segnalato, prima che si formasse un effettivo consenso sui temi elettorali, quanto detto da Grasso non sembra andare al di là di una generica e retorica professione di fede in un non meglio specificato progressismo, infarcito di valori  certamente condivisibili quali l’attenzione per il welfare e per il mondo del lavoro, ma non in grado di indicare le strade concrete per la loro realizzazione. Parole come: «Ricuciremo i lembi di questa nostra comunità, ferita dagli anni di crisi e sempre più frenata dal pensiero che “tanto siamo in Italia, le cose vanno così”. Io non posso accettare di vivere in un Paese che mette i giovani contro gli anziani, che butta via il capitale umano di migliaia di persone facendole sentire inutili, che litiga tra nord e sud, tra poveri e più poveri, che obbliga a scegliere tra lavoro e salute, che ancora non riconosce la possibilità di decidere, in scienza e coscienza, quando le cure si trasformano in sofferenza, in accanimento terapeutico.» sono certamente importanti dichiarazioni di principio che testimoniano un’attenzione tanto per i diritti civili, quanto per i diritti sociali, troppo spesso concepiti come non cumulabili o addirittura contraddittori, che non può mancare in una forza di sinistra; ma siamo sicuri che non avrebbero potuto essere esternate, senza differenze di rilievo, da un Renzi qualsiasi, tanto più dopo il presunto revirement di Bergoglio in tema di accanimento terapeutico (pretestuosamente celebrato dalla stampa progressista come una rivoluzione copernicana in realtà mai verificatasi, come fin troppo spesso accade con le parole del Pontefice) che ha, se non altro, finalmente permesso al PD di superare certe proprie storiche incertezze in campo bioetico, sottraendo però alle forze alla sua sinistra la stessa possibilità di rivendicare originalità rispetto a questi temi?

Logo Possibile e Sinistra Italiana

Il vero aspetto problematico, in ogni caso, non è tanto la natura puramente retorica del discorso di Grasso (lo si ripete per l’ennesima volta, inevitabile alla luce del processo genetico di LeU), quanto piuttosto una verifica dei campi semantici ai quali tale retorica è stata applicata; ed è tale opera che consente di rilevare come Sinistra Italiana e Possibile siano stati enormemente ridimensionati, quanto a peso politico interno, nell’opera di fusione.

È proprio Sinistra Italiana a risultare l’anima forse più pregiudicata dalle nozze con le altre forze. Il partito aveva, nell’ultimo anno, intrapreso un’intensa attività politica e culturale di severa ed olistica critica all’Unione Europea, mettendone in luce il cuore pulsante neoliberista con una battaglia, snodatasi attraverso dibattiti parlamentari, convegni e pubblicazioni, più contro la complessiva ispirazione eurounitaria che contro i suoi esiti specifici e contingenti, a favore di rivendicazioni sovraniste giustificate dall’indubbio, maggiore progressismo dei valori sociali incarnati dalle Costituzioni europee nate dall’unità antifascista nell’immediato dopoguerra rispetto allo sterile liberismo dei Trattati europei. Questa attività, pur non condivisibile negli accenti eccessivamente patriottici ed ambigua sotto il profilo delle soluzioni concrete (apparentemente più tesa a sancire la fine del progetto europeo a favore di un irrealizzabile rafforzamento dello Stato nazionale che a far penetrare princìpi solidaristici nell’architettura UE), aveva l’indiscutibile merito di colmare l’enorme vuoto di discorsi politici lasciato dalla sinistra “classica” sul problema, nel quale si insinuavano e continuano ad insinuarsi beceri populismi neonazionalisti (qui mie riflessioni più approfondite sul tema).

Ebbene, nel discorso di Grasso non vi è traccia alcuna della stimolante battaglia condotta in questi mesi dagli esponenti di SI, con Stefano Fassina in testa. L’unico passaggio nel quale il problema UE venga “affrontato” (le virgolette sono d’obbligo) è il seguente: «Siamo perfettamente consapevoli che l’Italia non potrà avere un futuro fuori dall’Unione Europea, con convinzione e senza tentennamenti.» Ferma la doverosa impostazione fondo, lo scarno periodo nulla fa se non lanciare un ammonimento alle frange più sovraniste di SI, senza, però, concettualizzare debitamente l’indubbio problema rappresentato dalle politiche europee dal 1957 ad oggi, che hanno inferto colpi mortali alle opposte politiche welfaristiche e redistributive degli Stati membri. L’apparente abbandono dell’impostazione Mélenchoniana di SI rischia di tramutarsi in un clamoroso passo falso, una rinuncia ai propri più marcati tratti di originalità tale da alienare più di una simpatia elettorale e, ancora peggio, far perdere alla Sinistra il suo l’appuntamento con la Storia – Storia che, ad oggi, va sotto il nome di globalizzazione.

Discorso analogo va fatto per i tratti qualificanti di Possibile, sin dalla sua nascita in prima linea nelle campagne per i diritti civili – quelli della comunità LGBT e la legalizzazione delle droghe leggere su tutti – e nelle battaglie di civiltà sulla questione migratoria. L’ex magistrato non affronta di petto questi temi, attestandosi ancora una volta su riferimenti retorici che nulla dicono sulle modalità con cui i problemi, segnalati come nuclei dell’azione futura di LeU, andranno affrontati («Difendere i diritti», «Una vera parità di genere» – sorvolo volutamente sulla stucchevole e pretestuosa polemica sulle “foglioline” -, «Grandi migrazioni»: quali diritti? Come raggiungere la parità? Migrazioni incoraggiate, contenute o avversate? La questione della cittadinanza?).

Assenti i contenuti, resta una pomposa retorica totalmente inidonea a distinguere la nuova formazione dal PD e, per certi versi, dallo stesso M5S, a loro volta sempre pronti a presentarsi progressisti e solidaristici ad un’opinione pubblica che sanno essere orientata in questo senso nonostante inquietanti recrudescenze reazionarie e neoconservatrici, salvo puntualmente tradirne le aspettative in sede concreta. Le stesse assemblee tematiche, quantomeno a giudicarle dai temi prescelti, sembrano a tratti conservare questa forma mentis: nessuna di esse è stata esplicitamente dedicata al nodo dell’Unione Europea, anche se è ragionevole attendersi che significativi spazi di discussione sul tema siano stati ritagliati, ad esempio, nell’assemblea genovese su “Welfare e Lavoro”, alla quale, non a caso, ha partecipato l’agguerrito Fassina. Lattitudine complessiva sembra, dunque, essere quella di Mdp, un movimento da sùbito dotatosi di una base in indubbia buona fede e desiderosa di rompere con la scoperta destrificazione del PD, ma che sinora, quantomeno al livello dirigenziale, non ha saputo connotare le proprie proposte in senso genuinamente sociale, dando a più riprese l’impressione di aver proceduto alla scissione più per questioni di calcolo elettorale che per un’effettiva rivalutazione della tradizione del socialismo e del comunismo europei, confinata al linguaggio dei comizi e non adeguatamente sistematizzata a livello ideologico.

LA SPERANZA

Quanto precede è un quadro estremamente parziale, composto più di impressioni a caldo tratte dai primi passi di un non facile percorso, influenzate emotivamente dalla delusione discendente da un’apparente prevalenza di preoccupazioni elettorali di breve periodo (non si spiegano altrimenti le ambiguità segnalate e il complessivo messaggio moderato e centrista pervenuto ad oggi) sul recupero di un’identità, prima di tutto culturale, di una sinistra smarrita che faticosamente aveva iniziato un proprio ripensamento anche nelle sede istituzionali.

Ci sono però, in esse, considerevoli margini di errore.

La campagna elettorale è appena iniziata, e il necessario riempimento contenutistico che ciò comporterà potrà smentire queste impressioni, anche alla luce delle prime avvisaglie di malumori interni che le attuali incertezze e titubanze hanno già prodotto (è recente la notizia di prime, massicce defezioni all’interno di Sinistra Italiana, che si conferma così, ancora una volta, la componente più sacrificata nel progetto di Grasso, anche nella percezione dei propri militanti) con cui si dovrà fare i conti, definendo in maniera più netta l’identità del nuovo soggetto. L’esplicita critica di moderatismo ed inautenticità rivolta a LeU da Potere al Popolo, interessantissima realtà di movimento (di recente formalizzatasi definitivamente) in grado di unire sotto un’unica bandiera una pluralità di attori ben a sinistra della lista di Grasso e potenziale bacino di raccolta per i delusi di questa, andrà fronteggiata, chiarendo esplicitamente il quadro valoriale di riferimento. Le assemblee tematiche e le linee programmatiche da esse redatte, al momento della scrittura di questo articolo purtroppo non ancora rese pubbliche, così che risulta impossibile valutarne i contenuti, avranno un indubbio effetto benefico sulla definizione del programma (chi scrive ha partecipato all’incontro “Diritti e cittadinanze”, tastando di prima mano l’entusiasmo suscitato nella base dal progetto unitario ed ottenendo ulteriore conferma dell’indubbio spessore di molti componenti delle formazioni coinvolte), che attraverso questo canale potrà beneficiare delle energie di militanti e simpatizzanti avulsi dalle miopie delle valutazioni di convenienza.

Le speranze di essere contraddetti in queste valutazioni negative, insomma, ben possono tradursi in realtà. Se i quadri di LeU sapranno raccogliere i segnali, al momento piuttosto tiepidi, provenienti dal mondo della sinistra, non a torto volgente il proprio sguardo altrove (anche in termini internazionali: alla già ricordata assemblea di presentazione di Potere al Popolo hanno partecipato, ex plurimis, rappresentanti di La France Insoumise e Podemos), nonché dalla propria stessa base, sarà possibile prevenire il processo di duplicazione del PD in atto.

Purtroppo, l’insegnamento che è possibile trarre dai primi giorni di LeU è che non basta chiamarsi vicendevolmente “compagni e compagne” per fare Sinistra. Fortunatamente.

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

Le bugie di Trump e il nostro cervello

Le bugie di Trump e il nostro cervello

[In copertina: Donald Trump in Ottumwa, Iowa – di Evan Guest – Fonte]

Tutti i Presidenti mentono. Richard Nixon disse che non era corrotto, eppure orchestrò la più sfrontata e disonesta messainscena della politica moderna statunitense. Ronald Regan disse che non era a conoscenza degli accordi Iran-Contra, ma ci sono prove del contrario. Bill Clinton affermò che non ebbe rapporti sessuali con quella donna; li ebbe, più o meno. Mentire in politica trascende ere e partiti politici. È, in un certo qual modo, una parte intrinseca della professione del politicante.

Ma Donald Trump è in una categoria differente. La grande frequenza, spontaneità e l’apparente irrilevanza delle sue bugie non ha precedenti. Nixon, Regan e Clinton stavano proteggendo le proprie reputazioni; pare, invece, che Trump menta per il puro piacere di farlo. Il 70% delle dichiarazioni di Trump, scrutinate da PolitiFact durante la campagna (elettorale del 2016 ndr.) erano completamente false, mentre solo il 4% erano vere, e l’11% parzialmente vere. Confrontando le percentuali con quelle del politico che Donald Trump ha rinominato “Corrotta”, solo il 26% delle dichiarazioni di Hillary Clinton sono state riscontrate come false.

Coloro i quali hanno seguito la carriera di Trump affermano che il suo mentire non è solo una tattica, piuttosto una abitudine radicata. Gli scrittori dei tabloid newyorkesi che scrissero di Trump come di un magnate in ascesa negli anni ’80 e ’90, ne sottolinearono la grande differenza con le altre celebrità nella frequenza, e neppure con grande senso, con la quale lui mente. Trump ha utilizzato la frase “iperbole onesta”, un termine coniato dal suo ghostwriter in riferimento all’estensiva quantità della modifica della realtà che ha utilizzato, in continuazione, per concludere affari. Trump, a quanto pare, ama il termine, che ha da subito adottato.

Il 20 Gennaio, le iperboli oneste di Trump non saranno più relegati al mondo degli affari e delle campagne elettorali. Donald Trump diventerà il presidente della più potente nazione al mondo, l’uomo in carica di rappresentare quella nazione nel globo, e, soprattutto, raccontare la storia dell’America, di nuovo, agli americani. Ha a disposizione il megafono dell’ufficio stampa della Casa Bianca, il suo popolarissimo account Twitter e una nuova armata di media di destra, la quale non solo ripeterà la sua versione della realtà ma attivamente proverà a smontare i tentativi di schernirlo con fatti verificabili. A meno che Trump si transformi completamente, gli americani vivranno in una nuova realtà, nella quale il loro leader è una fonte palesemente inaffidabile.

Cosa significa per la nazione, e per gli americani, parte ricettrice della versione della realtà in costante distorsione di Trump? È sia una questione culturale che psicologica. Per decenni, ricercatori hanno lottato con la natura della falsità: come cresce? Come agisce sul nostro cervello? Possiamo combatterla? Le risposte non sono incoraggianti per coloro preoccupati dell’impatto sulla nazione di un regno di non verità per i prossimi quattro, o otto, anni. Le bugie sono estenuanti da combattere, dannose nei loro effetti e, probabilmente il punto peggiore di tutti, quasi impossibili da correggere se i loro contenuti riecheggiano abbastanza fortemente nell’ego dell’ascoltatore, cosa che Trump chiaramente fa.

L’impari battaglia tra il cervello e le bugie

Cosa succede quando una bugia arriva al cervello? Il modello, divenuto ora standard, è stato proposto per la prima volta da psicologo Daniel Gilbert dell’università di Harvard più di 20 anni fa. Gilbert sostiene che la gente vede il mondo in due fasi. In primo luogo, anche solo brevemente, abbiamo la bugia vera: dobbiamo accettare qualcosa per capirlo. Per esempio, se qualcuno dovesse dirci, ovviamente in ipotesi, che in Virginia è avvenuta una grave frode elettorale durante le elezioni presidenziali, dobbiamo per una frazione di secondo accettare che in realtà la frode sia stato compiuta veramente. Solo in un secondo momento, è possibile accertare se l’ipotesi sia vera o falsa. Purtroppo, mentre il primo passo è una parte naturale del processo cognitivo, accade automaticamente, il secondo passo può essere facilmente interrotto. È necessario impegno: bisogna decidere attivamente di accettare o rifiutare ogni affermazione che viene recepita. In certe circostanze, la verifica semplicemente non viene compiuta. Come scrive Gilbert, le menti umane “quando si trovano di fronte a carenze di tempo, di energia o di prove convincenti, possono non verificare le informazioni che recepiscono involontariamente durante la comprensione”.

I nostri cervelli sono particolarmente inadeguati per affrontare bugie quando non vengono singolarmente ma in un flusso costante e Trump, è noto, mente continuamente, da questioni particolarmente gravi come i risultati delle elezioni fino a quelle banali come le piastrelle di Mar-a- Lago. (Secondo il suo maggiordomo, Anthony Senecal, Trump gli disse che le piastrelle in un vivaio al West Palm Beach Club erano state fatte da Walt Disney. Quando Senecal non credette alla storia,Trump ebbe una sola risposta: “A chi importa?”). Quando sopraffatti da affermazioni false o potenzialmente tali, i nostri cervelli vanno così rapidamente in sovraccaricato che smettono di verificare ogni singola affermazione. Si chiama carico cognitivo: le nostre risorse cognitive limitate sono sovraccaricate. Non importa quanto sono implausibili le affermazioni, condividine il giusto quantitativo e la gente inevitabilmente inizierà ad assorbire e credere ad una parte di esse. Alla fine, senza rendersene conto, i nostri cervelli semplicemente rinunciano a cercare di capire cosa sia vero.

Ma Trump va un passo avanti. Se ha una particolare bugia che vuole propagare, non solo un bombardamento indifferenziato, continua a ripeterla ad oltranza. Il risultato della ripetizione pura della stessa menzogna può eventualmente renderla vera nella nostra testa. È un effetto noto come verità illusoria, scoperta negli anni ’70 e recentemente dimostrata con l’aumento delle fake news. Nel suo esperimento originale, un gruppo di psicologi ha chiesto ad un gruppo di persone di classificare alcune dichiarazione come vere o false in tre diverse occasioni per un periodo di due settimane. Alcune delle affermazioni sono apparse solo una volta, mentre altre sono state ripetute. Le dichiarazioni ripetute sono state giudicate come vere molto più facilmente la seconda e terza volta che sono apparse, indipendentemente dalla loro effettiva validità. Continua a ripetere che è avvenuta una grave frode elettorale, e l’idea comincerà a penetrare nelle teste della gente. Ripeti abbastanza volte che eri contro la guerra in Iraq, e il tuo record effettivo su di esso in qualche modo scompare.

Ecco la brutta notizia per tutti quei controllori e pubblicazioni che sperano di contrastare le false pretese di Trump: la ripetizione di qualsiasi tipo, anche per confutare l’affermazione in questione, serve solo a consolidarla. Ad esempio, dichiarando: “Non è vero che ci sia stata una frode elettorale”, o cercare di confutare l’affermazione con prove, spesso ha come risultato l’opposto desiderato. In seguito, quando il cervello ricataloga le informazioni per fare mente locale, la prima parte della frase spesso si perde, lasciando solo la seconda. In uno studio del 2002, Colleen Seifert, uno psicologo dell’Università del Michigan, ha scoperto che anche le informazioni ritrattate, che riconosciamo come tali, possono continuare ad influenzare i nostri giudizi e le nostre decisioni. Ad esempio, anche dopo fu dichiarato che un incendio non fu causato da vernici e bombole di gas lasciati in un armadio, la gente ha continuato ad usare queste informazioni, ad esempio, dicendo che il fuoco era particolarmente intenso a causa dei materiali volatili presenti, anche se riconoscevano che questa informazione non era più ritenuta plausibili. Anche davanti alle contraddizioni nelle loro risposte, alcuni hanno replicato con: “In un primo momento, i cilindri e le lattine erano nell’armadio ma poi furono spostati”, creando nuove giustificazioni per spiegare la loro continua dipendenza da false informazioni. Ciò significa che quando il New York Times, o qualsiasi altra pubblicazione, pubblica un titolo come “Trump dichiara, senza prove, che – Milioni di persone hanno votato illegalmente -” rafforza la stessa dichiarazione che vorrebbe confutare.

Trump, fake news e politica: quando le bugie diventano arma

In politica, le false informazioni hanno un potere speciale. Se le fake news si basano su informazioni preesistenti, magari con argomenti di parte, il tentativo di confutazione può anche ritorcersi contro, insinuandolo ancora più saldamente nella mente di una persona. Trump ha vinto gli elettori repubblicani, così come i democratici che si sono allontanati dal loro partito, dichiarandosi contrario a “Washington”, “l’istituzione” e “politically correct”, e spaventando con affermazioni sullo Stato Islamico, gli immigrati e la criminalità. Leda Cosmides all’Università della California, Santa Barbara, ne parla nel suo lavoro con il suo collega John Tooby sull’uso di indignazione per mobilitare la gente: “La campagna è stata più di oltraggio che di politiche”, dice. E quando un politico può creare un senso di oltraggio morale, la verità cessa d’esser rilevante. Le persone si lasceranno guidare dall’emozione, sostenendo la specifica causa, trincerandosi nella loro identità di gruppo. Il nocciolo della sostanza non ha più rilevanza.

Brendan Nyhan, esperto di politica dell’Università di Dartmouth che studia false credenze e miti politici, ha scoperto che quando le false informazioni sono di natura specificamente politica e parte del nostro retaggio politico, diventa quasi impossibile correggerle. Quando la gente legge un articolo nel cui incipit è presente l’affermazione di George W. Bush che l’Iraq possa aver inviato armi alle reti terroristiche, anche se in seguito nell’articolo è specificato che l’Iraq non ha effettivamente posseduto alcuna arma di distruzione di massa al momento dell’invasione statunitense, la pretesa iniziale persiste tra Repubblicani e, anzi, è stata spesso rafforzata. Di fronte ad un assalto apparente sulla loro identità, non hanno cambiato idea per conformarsi alla verità: invece, sorprendentemente, hanno rinforzato le proprie posizione sulle informazioni non appena confutate.

Riguardo Trump, Nyhan sottolinea che le dichiarazioni legate all’etno-nazionalismo, nello specificio quella ad inizio campagna secondo la quale il Messico stesse mandando “stupratori”, va a toccare il vero nucleo della nostra umanità: “Può rendere le persone meno disposte o in grado di valutare l’affermazione empiricamente”. Se credete già che gli immigrati mettono a rischio il lavoro, chi può dire che la castità delle tue figlie non è in pericolo? Oppure come uno psicologo di Harvard University Steven Pinker ha dichiarato, una volta che Trump completa quella connessione emotiva: “Può dire quello che vuole, e la gente lo seguirà”.

Una battaglia senza difese

Quindi, cosa possiamo fare di fronte a un indiscutibile bugiardo come capo di stato? Qui, purtroppo, la notizia non è particolarmente promettente. In una pubblicazione del 2013 volta a correggere le concezioni politiche false, è stato chiesto ad un gruppo di persone in tutto il paese le loro conoscenze su diverse politiche di governo: ad esempio, quanta familiarità avevano sulla gestione dei loro registri sanitari elettronici? È stata chiesta anche la loro opinione nei confronti di queste questioni: erano a favore o contrari? In seguito, i soggetti hanno letto un articolo appositamente creato per lo studio riguardo la precedente politica: come funzionano i record di salute elettronica, quali sono gli obiettivi di utilizzo e quanto sono ampiamente utilizzati. Successivamente, ogni partecipante ha potuto leggere una correzione dell’articolo, dove si asseriva che nel testo erano presenti un diverso numero di errori relativi ai contenuti, assieme ad una spiegazione degli errori. Ma le uniche persone che in realtà hanno corretto le proprie idee ed informazioni sbagliate sono quelle la cui ideologia politica è già allineata con le informazioni corretta. Coloro i quali hanno concezioni politiche distanti dalle informazioni corrette? Hanno cambiato la propria opinione sui fatti relativamente minori, scartando le informazioni più importanti o che in ogni caso siano contro i loro preconcetti.

Ancora più spaventoso per coloro che non hanno mai sostenuto Trump è l’idea che possa influenza il loro cervello. Quando siamo in un ambiente guidato da qualcuno che si mente così spesso, succede qualcosa di spaventoso: smettiamo di rispondere al bugiardo come bugiardo. La sua menzogna diventa normalizzata. Talmente assuefatti, potremmo diventare noi stessi dei bugiardi. Trump sta creando una visione politica dove tutti quando sono sulla difensiva: tu sei con me o contro di me; se tu vinci, io sono sconfitto, e viceversa. Fiery Cushman, uno psicologo dell’Università di Harvard, ha descritto in questo modo la visione di Trump: “Le nostre intuizioni morali sono deformate dalle regole della partita”. In un ambiente a somma zero, rossi contro blu, vincitori e sconfitti e diventiamo, “disertori intuitivi”, ovvero che il nostro primo istinto non è di cooperare con gli altri ma di agire nel nostro interesse personale, che potrebbe significare diffondere le nostre bugie.

 

 


Traduzione da Politico.com – Trump’s Lies vs Your Brain di Maria Konnikova – Fonte

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

[In copertina: Ilaria Alpi durante una registrazione. Fonte: ilariaalpi.it]

8507. Sono i giorni trascorsi dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia complessa e convoluta, dove i sentori della presenza della criminalità organizzata sono stati forti fin dai primi momenti, ma mai ritenuti valenti dagli organi preposti. 23 anni ci separano ormai dalla scomparsa della giornalista del TG3 e il fotografo/cineoperatore italiani, caduti vittima di un tragico leitmotiv in zone di guerra. Fucilati a bordo di una autovettura da un commando somalo, il quale se spinto da motivi economici o braccio armato di personalità corrotte non si è riusciti a verificare ed appurare senza dubbi.

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia: prodromi storici e il caos della guerra civile

Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 furono particolarmente tormentati per la storia della Somalia. Il Corno d’Africa aveva da poco visto la conclusione della disastrosa Guerra dell’Ogaden del 1977. Il generale Siad Barre, allora presidente della Somalia, ruppe ogni indugio ed organizzò l’invasione della regione dell’Ogaden, a maggioranza somala ma sotto il dominio etiope. La dura sconfitta patita dalla Somalia si ripercosse sulla politica interna tanto che, a seguito dell’indebolimento fisico e politico del generale Barre, nella regione esplose la guerra civile, che tutt’oggi non può ritenersi conclusa.

I protagonisti della prima fase della guerra civile somala furono Ali Mahdi Mohamed, preminente figura dell’ala politica del USC (Congresso della Somalia Unita) e nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid, generale del USC e signore della guerra somalo.

Il nostro Paese si è mosso da sempre in Somalia, essendo stata una parte del fallimentare Impero Italiano. L’Italia intratteneva interessanti rapporti con il regime di Siad Barre, con il quale furono inviati aiuti di Stato ed anche poco chiari aiuti economici. Il 19 Gennaio 1986 il Fondo d’Aiuti Italiano, per ordine del suo Commissario Francesco Forte, versò nelle casse somale 400 miliardi di lire come aiuto allo sviluppo. Rilevante nella storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin fu la donazione di 6 pescherecci alla società Shifco, i quali furono al centro di un’indagine per traffico internazionale di armi e rifiuti tossici.

Il duplice omicidio

La presenza della Alpi e Hrovatin in Somalia sarebbe collegata proprio alle loro indagini sugli insoliti movimenti di questo possibile traffico illecito. Solo 4 mesi prima in Somalia, Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del SISMI, fu assassinato, evento anch’esso avvolto in una serie di fatti poco chiari e dalle motivazioni mai chiarite. Il sottoufficiale fu un informatore dell’inchiesta di Ilaria Alpi. La giornalista avrebbe collezionando una serie sempre maggiore di prove per la sua inchiesta, inclusa una intervista ad Abdullah Moussa Bogor, “sultano” di Bosaso. I primi problemi iniziarono al loro ritorno a Mogadiscio, dove non trovarono il loro autista ma Ali Abdì, che li scortò in vari alberghi della città, fino al Hotel Hamana, che fu teatro del duplice omicidio.

Reazione italiana: procedimento penale e commissione d’inchiesta

Importante impatto ebbe la vicenda nell’opinione pubblica italiana, e le indagini per accertare i fatti non tardarono. Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta chiese formalmente il rinvio a giudizio di un cittadino somalo, Omar Hashi Hassan, il 18 Luglio 1998. Hassan fu accusato di concorso in omicidio volontario aggravato, in quanto egli sarebbe stato l’autista del commando che attaccò ed uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre si trovava su suolo italiano in qualità di testimone in una indagine sulla Missione Ibis e possibili violenze attuate dalle forze italiane. Secondo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, conosciuto come Jellè, Hassan fu riconosciuto come autista e parte del commando ed anche il secondo autista della Alpi e Hrovatin, Ali Abdì, testimoniò in favore delle parole di Jellè. La difesa di Hassan chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali sostenevano che il somalo fosse a 200km dalla scena del delitto, in visita familiare.

In primo grado, il 20 Luglio 1999, Hassan fu assolto per non aver commesso i fatti, sottolineando come l’uomo fosse stato indicato come autore dalle fragili autorità somale come capro espiatorio, per ristabilire i contatti con l’Italia. Venne poi ribaltata la sentenza in appello, dove Jellè e Ali Abdì vennero considerati attendibili e la condanna per Hassan fu l’ergastolo. Ma l’impianto d’accusa si sgretolò in poco tempo, dato che Jellè fece perdere le sue tracce, mentre Ali Abdì, tornato in Somalia, fu ucciso poco dopo. La Cassazione confermò la condanna, eliminando però l’aggravante della premeditazione, e l’appello bis condannò Hassan a 26 anni di reclusione. 17 anni dopo, Jellè, fuggito in Gran Bretagna, fu reperito dagli inviati di “Chi l’ha visto” e ritrattò tutto, cancellato di fatto ogni informazione chiara della vicenda.

Fu inoltre istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, con presidente Carlo Taormina. La Commissione concluse i suoi lavori il 23 Febbraio 2006 i cui risultati furono 3 relazioni finali, una di maggioranza e due di minoranza. La versione principale, secondo la Commissione, verteva su un delitto a scopo economico: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi da un commando il cui scopo era quello di rapirli, ma la situazione sfuggì al controllo dei miliziani, che aprirono il fuoco contro i due giornalisti. Questa ipotesi fu avvalorata anche da alcuni testimonianze, secondo le quali il rapimento era sì basato sulla visione di un possibile riscatto ma anche come vendetta nei confronti di possibili trattamenti violenti da parte delle forze italiane nei confronti di banditi somali (pg 440-443). 

Il presidente della Commissione Carlo Taormina, in una debacle con lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, scriverà così dell’accaduto:

Fonte Huffington Post: Ilaria Alpi, Carlo Taormina a vent’anni dalla morte ribadisce su Twitter: “In Somalia era in vacanza”. Roberto Saviano: “Vergogna senza fine”.

Omicidi senza mandanti né fautori

[Sono molto contenta per Hassan, ndr] Tuttavia, se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa.

[…] È come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio.

[…] La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai. […]

Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran Hrovatin non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. […]

Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

Fonte: La Repubblica: “Alpi-Hrovatin, assolto e liberato Omar Hassan era l’unico condannato per gli omicidi”

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano due osservatori, due reporter, alla ricerca della verità in una regione dove il marasma della guerra civile imperversava imperterrito, in una zona ritenuta “riserva di caccia per politici e faccendieri”. Come in seguito per la morte di Giulio Regeni, così la morte dei due giornalisti italiani è stata avvolta in un alone di mistero, di segretezza, che difficilmente potrà essere ripanato del tutto: dopo 23 anni di battaglie, chi ha combattuto in prima linea per la verità o non c’è più (Giorgio, il padre di Ilaria) o non ha più forze fisiche e mentali per continuare una infinita battaglia contro un muro senza nome (Luciana, la madre di Ilaria). 8507 sono i giorni trascorsi dall’omicidio alla seconda richiesta di archiviazione, in un girone di indagini, commissioni di inchiesta, false testimonianze, nel quale le vittime sono note, ma i mandanti e il movente ignoti.

Leonardo Cristiano


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