Si celebra oggi, per il quinto anno consecutivo dalla sua istituzione, la Giornata internazionale dedicata alla felicità. Istituita nell’anno 2012 ad opera dell’Onu su approvazione di 193 paesi con le risoluzioni 65/309 e 66/281, persegue il nobile obiettivo di richiamare l’uomo ad uno dei sentimenti tanto più piacevoli quanto più ardui e complessi da inseguire giorno dopo giorno.

La felicità, come noto, è ricavabile molto spesso dalle cosiddette piccole cose, ragion per cui il mondo dovrebbe essere chiamato alla riflessione quotidiana anche grazie all’istituzione di tale giornata. «Felicità è aiutare gli altri» – ebbe modo di dire l’allora segretario generale Onu Ban Ki-Moon. Perché la felicità è un sacrosanto diritto, ma è conquista ancor più fascinosa se improntata alla solidarietà e al sostegno degli altri. Perché regalare un sorriso dovrebbe essere priorità e non sacrificio.

Deliberata all’unanimità su proposta del Regno del Buthan, si presenta come antidoto alla (in)felicità economica. Perché la felicità di uno Stato andrebbe misurata sul benessere sociale, con la vittoria del sentimento sul reddito e sull’insopportabile tendenza ad ancorare le proprie esistenze su risultati economici e più generalmente professionali.

Per questo, a suo modo, l’istituzione datata 28 giugno 2012 può essere certamente considerata giornata storica, così come la sua celebrazione annuale in data 20 marzo. E’ appena il caso di sottolineare come in rarissimi casi i Paesi del mondo possano trovarsi d’accordo senza sé e senza ma, in un’esistenza eternamente dominata da antitesi e compromessi (oltre che dal peso delle grane mondiali).

Ma chi è il Paese autore della proposta, ovvero il Regno del Buthan, e da dove nasce la propria iniziativa? Geograficamente situato in Asia, il Buthan si presenta al Mondo come piccolo stato montuoso resosi protagonista già a partire dal 1970 del riconoscimento della supremazia della felicità a svantaggio e discapito di Economia e Prodotto interno lordo. La “felicità contagiosa” del popolo asiatico ha così compiuto il suo grande passo 42 anni dopo, con l’istituzione di una giornata pronta a concentrarsi su una vera e propria campagna di sensibilizzazione indirizzata verso le strade della felicità, al fine di estenderla lungo ogni suo profilo funzionale.

Il Regno del Buthan ha dunque così sostituito il Pil con il Fil (Felicità interna lorda). Se dunque vi state chiedendo cosa dovremmo invidiare a questo popolo la risposta sarebbe appunto la ricerca della felicità. Questo perché il Fil non è semplice concetto astratto, ma fattispecie concreta e basata su cinque parametri: sviluppo umano, governance, sviluppo equilibrato ed equo, patrimonio culturale e conservazione dell’ambiente.

E noi italiani come stiamo? Male, verrebbe da dire. Ce lo indica l’ultima classifica mondiale sulla felicità (2016): l’Italia è il 50esimo Paese più felice al mondo. Secondo la Relazione, redatta dal Sustainable Development Solutions Network (organismo Onu), la nazione più felice è la Danimarca, seguita da Svizzera, Islanda e Norvegia. Nella top ten si segnala ancora una buona fetta di Europa: a completarla troviamo infatti Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia.

Il nostro 50esimo posto fa parecchio pensare, considerato non tanto il piazzamento, quanto il fatto di essere tra i 10 paesi con il maggiore calo della felicità. Ma non è tempo di abbattersi: la felicità non è utopia ma sfida quotidiana (ancor più se coincide con il lunedì). Una sfida che va perseguita con convinzione e senza sottrarsi agli ingredienti cardine.

E’ quanto “preparato” da Action for Happiness, che si avvale della collaborazione di migliaia di attivisti in ben 160 Paesi. Action for Happiness Italia indicava quattro anni fa (ovvero nella prima edizione della Giornata) le 10 principali azioni da mettere in atto per essere felici:

  1. GIVING –    FAI QUALCOSA PER GLI ALTRI
  2. RELATING – CREA RELAZIONI POSITIVE
  3. EXERCISING – PRENDITI CURA DEL TUO CORPO
  4. APPRECIATING – APPREZZA CIO’ CHE TI CIRCONDA
  5. TRYING OUT – IMPARA SEMPRE NUOVE COSE
  6. DIRECTION – PONITI OBIETTIVI A CUI MIRARE
  7. RESILIENCE – REAGISCI ALLE AVVERSITA’
  8. EMOTION – SCEGLI UN APPROCCIO POSITIVO
  9. ACCEPTANCE – ACCETTA E APPREZZA TE STESSO
  10. MEANING – DAI SIGNIFICATO ALLA TUA VITA

Se tali 10 principali azioni possono rappresentare un decalogo di tutto rispetto, ancor più interessante è il modello danese, che detiene da ormai 40 anni il primato della felicità. Lo stile della Danimarca, intitolato Hygge (parola non traducibile letteralmente) si presenta come un insieme di sfumature da adottare e contemperare: dalla atmosfera casalinga quotidiana in compagnia di amici e cari alle cene con l’utilizzo di candele sino all’immancabile approccio letterario, dalla lettura al cinema.

L’Hygge danese vince perché sa colpire i bambini ed educarli, grazie alla presenza più costante dei genitori danesi, in grado di gestire la propria vita professionale con quella coniugale/familiare anche attraverso meccanismi lavoristici ancora sconosciuti al nostro Paese.

La storia della felicità non può essere racchiusa in una così breve trattazione. Da Epicuro all’Hygge, passando per l’elitaria filosofia di Aristotele e Platone, emerge tuttavia una evoluzione concettuale dal “modello oggettivo” al “far da sé”. Un passaggio che potrebbe toccare come data chiave il 1776, undici anni prima della Costituzione americana.

E’ in quell’anno che, poste le innumerevoli teorie filosofiche sulla felicità, il Mondo assiste alla ‘costituzionalizzazione’ del principio della felicità, con la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio:

«Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti;  che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità; che allo scopo di garantire questi diritti, sono creati fra gli uomini i Governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una qualsiasi forma di Governo, tende a negare tali fini, è Diritto del Popolo modificarlo o distruggerlo, e creare un nuovo governo, che ponga le sue fondamenta su tali principi e organizzi i suoi poteri nella forma che al popolo sembri più probabile possa apportare Sicurezza e Felicità»

L’equivoco sta dunque forse non nell’assenza di felicità ma nella incapacità di esprimerla. Perché un principio resta tale solo se si decide di lasciarlo morire su una carta o su una dichiarazione scritta. Ma può ancora emergere: basterebbe forse soltanto arginare l’evoluzione della felicità stessa, smettendo di configurarla come effimera ed individuale. Un Mondo più unito dovrebbe averne consapevolezza: a patto di detenere ancora l’esigenza di migliorare il proprio status quo collettivo.

foto da: greenme.it

 

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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