Weird as fuck – The End of the Fucking World

Weird as fuck – The End of the Fucking World

Premessa: in questo articolo scriverò di The End of the Fucking World, una black comedy britannica uscita lo scorso 5 gennaio su Netflix, che per chi non abita questo pianeta è una piattaforma di distribuzione di contenuti d’intrattenimento a pagamento. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni personali basati sulla visione del prodotto e non descrizioni delle trame degli episodi, questo articolo potrebbe contenere spoiler.

Il 2018 è iniziato da meno di una settimana ma Netflix, approfittando delle festività natalizie e del conseguente aumento nel flusso di fruizione dei contenuti sulla sua piattaforma, ha rilasciato lo scorso 5 gennaio questa black comedy che può per certi versi passare inosservata, ma che ha dentro di sé tanto materiale da renderla tra le serie rivelazione dell’anno.

The End of the Fucking World non è per tutti. Il prodotto uscito fuori dall’omonimo fumetto di Charles Forsman, premiato tra i migliori del 2017, è sicuramente difficile da digerire e non troppo leggero da guardare: l’humor nerissimo, quasi esasperato che corre durante gli episodi e il continuo disagio che segue i due protagonisti compongono una fotografia amara ma mai forzata della mia, nostra generazione, sempre più priva di ideali e punti fermi, frutto di insicurezze e sbagli della generazione che l’ha preceduta.

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto sempre al meglio) di Forsman

Il primo incontro di James e Alyssa nel fumetto (tradotto non sempre al meglio) di Forsman

La serie è composta da 8 episodi da 20 minuti ciascuno, che costituiscono un’arma a doppio taglio per la serie, che si presenta scorrevolissima (praticamente un film di 2:30h) che si guarda agevolmente in binge watching in una serata libera, ma che non riesce a dare una completa costruzione alla trama e ai personaggi.

TEOTFW (sarà utilizzato l’acronimo, d’ora in poi) racconta il viaggio di una coppia di ragazzi ai margini, pesantemente segnati dal proprio passato, che legano e formano un mix pronto ad esplodere nello sviluppo della trama. Sono proprio i 2 protagonisti a rendere forte la serie grazie alle loro memorabili performances.

Abbiamo il catatonico e psicopatico James (interpretato da Alex Lawther, già visto in un incredibile episodio di Black Mirror) e la dissacrante e arrabbiata Alyssa (interpretata dalla strepitosa Jessica Barden, che probabilmente è la vera traghettatrice di questa serie).

Sono entrambi in fuga da un mondo dove rifiutano di vivere alla ricerca dell’El Dorado, rappresentato dalla casa del padre di Alyssa.

James & Alyssa

Il viaggio che li aspetta, però, è colmo di situazioni esagerate. La coppia si farà strada attraverso stupratori, molestatori, madri insicure e padri immaturi, che spingeranno chi guarda ad empatizzare la loro situazione, anche per la loro relazione che continua a maturare nel corso della breve trama.

Come nel giovane Holden di Salinger, i due ragazzi sono senza radici e probabilmente, senza futuro. La loro arroganza (specie quella di Alyssa) è uno scudo per la propria fragilità e frutto della paura del domani, come quella di rimanere soli o, peggio, aprirsi al prossimo e soffrire.

Il viaggio dei due ragazzi assume contorni spiccatamente indie (la scelta dei vestiti, delle auto completamente fuori dal contesto, a cui va aggiunto un plauso per la scelta della colonna sonora anni ’50 e per una scelta della fotografia davvero incredibile per la forza dell’impatto visivo che genera).

La costante ostentazione di una maturità, anche sessuale, in verità ancora lontana dal completo raggiungimento ci fa capire che, in fondo, James e Alyssa sono ancora dei ragazzini che giocano a fare gli adulti, non riuscendone a sopportare i problemi.

E forse sono proprio gli adulti e la loro inadeguatezza al ruolo il vero soggetto della trama, che ha spinto e spinge una generazione di giovani a navigare in un mondo fatto di ansie ed insicurezze.

Come già accennato in precedenza, la serie si guarda d’un fiato, e al termine degli otto episodi rimane un viaggio di epurazione e rifiuto, ma soprattutto una storia d’amore atipica quanto coerente con se stessa.

Il finale di serie è amaro quanto sospeso, e sinceramente dubito che possa esserci un seguito ad un cerchio che sembra inevitabilmente essersi chiuso, anche simbolicamente, con la maggiore età di James, pronto per entrare in un mondo di adulti che non accetta.

Mi rendo conto di aver esplorato un mondo cosi variegato e cosi facilmente opinabile come quello delle serie tv, ma questa serie mi ha colpito come poche, e come nessuna mi ha ispirato, ho deciso di scriverne per condividerne il mio messaggio. Rispetto a TEOTFW ho da dire che la serie rispecchia, cogliendone il messaggio di fondo, fuori dall’esasperazione caratteriale dei personaggi, quello che è il conflitto tra la generazione dei giovani, la mia, contro quella degli adulti, di cui ogni giorno paghiamo le conseguenze e di cui probabilmente trasmetteremo gli stessi a quella successiva a noi. L’immaturità, inadeguatezza e il gap generazionale sono spesso lampanti nella società odierna, spaziando in molti dei campi sensibili alla nostra quotidianità: dalla politica, all’informazione, all’intrattenimento, all’amministrazione pubblica. Naturalmente questo discorso generalista merita di essere affrontato, ma non vedo questo come il palcoscenico adatto.

Cosa mi rimarrà di TEOTFW? La mano fritta di James, la scena del ballo tra James e Alyssa, sinceramente una delle cose più romantiche dell’ultimo periodo, Frodo e i 5 minuti più esilaranti della serie, e Alyssa, che è una bellissima risposta femminile a Begbie di Trainspotting.

Per i più audaci, che sono arrivati fin qui, significa che vi ho incuriosito abbastanza.

Ecco il trailer di TEOTFW, buona visione!

 

Vincenzo Matarrese

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

L’alba di Black Mirror ed il tramonto dell’uomo

Importante premessa: in questo articolo disquisiremo di Black Mirror , principalmente della terza stagione, con alcuni rimandi ad alcuni episodi di quelle precedenti. Sebbene si tratterà per lo più di riflessioni e non descrizioni delle trame, questo articolo potrebbe contenere spoiler. 

Vi siete mai soffermati a riflettere riguardo l’esponenziale evoluzione tecnologica che ha mutato le esistenze di tutti gli esseri umani negli ultimi cinquantanni? Qual è l’obiettivo di questa tanto agognata evoluzione che sta trasformando i nostri giorni e le nostre interazioni? Porterà beneficio alle nostre vite oppure una grigia distopia si staglia all’orizzonte? Questa incertezza, derivata dalla repentina e senza precedenti spinta evolutiva, ha creato domande alle quali pare difficile rispondere in maniera netta.

Esorcizzare paure e paranoie è da sempre stato metodo valido per la rassicurazione dei nostri animi: i miti, le religioni e la letteratura. Oggi due dei grandi vettori di queste riflessioni sono film e serie TV. Un prodotto unico nel suo genere, che cerca una risposta ai timori dell’era informatica, è sicuramente Black Mirror.

La serie inglese è divenuta, fin da subito, cult tra gli appassionati di drama e tecnologia. Paradossali ed esagerati premesse tingono le trame degli episodi, e la frammentarietà delle linee narrative definisce questo prodotto più come una antologia di racconti che come una serie TV classica. Black Mirror raccoglie l’eredità di grandi classici come The Twilight Zone o Tales of the Unexpected. e con la terza stagione cerca di elevarsi anch’essa al livello di questi due classici.

La nuova stagione riaffronta temi toccati in passato, come i social media e la brutale verità dell’odio ad essi collegati, il narcisismo e l’egoismo che caratterizzano i nostri tempi. Ma apre nuovi orizzonti: il distacco dalla realtà, la guerra e la vita dopo la morte. Charles Brooker, ideatore della serie, aveva costruito le prime due stagioni su un impianto piuttosto negativista. Episodi come The National Anthem (Messaggio al Primo Ministro) o 15 Millions of Merits (15 Milioni di celebrità), nascondevano un messaggio fortemente angosciante. Una intera nazione alla mercé di un misterioso rapitore, più interessata all’ultimo spettacolo, nel quale il Primo Ministro sarà costretto ad un rapporto sessuale con una scrofa. La dignità del singolo sacrificata per la gioia comune.

La terza stagione riapre secondo questa impronta con Nosedive (Caduta Libera), nel quale l’ossessione per i social network, l’affermazione e la riprova sociale sono estremizzati in una società distopica (sebbene la distopia dovrebbe essere, secondo definizione, una società immaginaria, pare che la Cina non sia d’accordo) dove una tragica unione tra Facebook e Instagram è alla base della società. Ogni servizio, ogni bene, l’esistenza stessa è legata a questo ranking sociale. Lacie, la protagonista, è una donna tormentata dalla sua posizione sociale, alla ricerca del consenso, e quando l’occasione della vita per entrare nel cerchio magico delle celebrità bussa alla porta, farà di tutto per non farsela scappare. La dignità, in questo universo, è solo un’altra valuta, da scambiare per raggiungere il successo sociale. Un inizio di stagione che ricorda proprio quello di “The National Anthem”: come il Premier inglese, la dignità di Lacie è sacrificata per un fine disgraziatamente negativo. Una riflessione importante sui social network e sullo scabroso narcisismo legati ad essi.

Si passa, poi, a “Playtest” (Giochi pericolosi). Un azzardo, a mio avviso, narrativo. Il tema è presente e recentissimo, e strizza l’occhio alla “nascente” industria videoludica, in particolare al settore della realtà virtuale (Steam HTC Vive, Playstation VR, Oculus Rift), ma soprattutto quella aumentata (Microsoft Hololens). Cooper è un giovane giramondo, con problemi con la madre ed un passato burrascoso con il padre. Durante il suo giro del mondo, si imbatte nella SaitoGemu, il più grande produttore di prodotti videoludici del mondo. Cooper viene reclutato come tester di un nuovo visore di realtà aumentata, il quale viene impiantato direttamente nella sua colonna vertebrale, capace di creare immagini realistiche direttamente nella mente del ragazzo. La situazione sfugge velocemente di mano, con allucinazioni e terrori tra il reale e il virtuale. Quanto di quello che viviamo è realtà e quanto è virtuale? Se il virtuale è così realistico, come si può distinguere il vero dal falso?

La prima metà della serie si conclude con “Shut up and Dance” (Zitto e balla), un episodio delicato, con protagonista Internet, ricatti e i cosidetti “troll”. Personaggio principale di questa storia è Kenny, un teenager comune del Regno Unito. Un po’ introverso, gentile, gran lavoratore: un normalissimo cittadino. Eppure la sua vita cambia in poche ore, quando riceve il messaggio da un hacker, entrato nel suo computer. Questo mister X “filmerà” Kenny durante un atto di masturbazione. In preda al panico, Kenny segue le istruzioni di questo individuo, compiendo reati e raggiungendo il limite. I segreti del ragazzo sono, però, inconfessabili, talmente gravi da lasciare una domanda nello spettatore: chi è il vero “cattivo” in questa storia?

Ma sono le ultime tre puntate il vero punto di forza di questa serie. San Junipero è il titolo della quarta puntata, ed è forse uno dei momenti più toccanti della serie. La storia racconta di una cittadina, San Junipero, nella quale migliaia di persone trascorrono la vita senza alcuno stress.. Lo spettatore è lasciato all’oscuro di molti dettagli, per poi scoprirli lungo il percorso. L’amore tra Yorkie e Kelly scandisce tutto il divenire della storia, in bilico tra scelte esistenziali ed amori senza età (e pregiudizi). San Junipero è una realtà simulata dove tutti gli anziani, in procinto di morire, sono letteralmente copiati su un server. Un metodo per continuare a vivere in eterno nella serenità della festa.  Questo episodio si ispira dalle teorie della realtà simulata, o la teoria di Matrix, secondo la quale il nostro Universo sarebbe solamente una grande simulazione, e gioca con il tema del virtuale. La vera domanda che questo episodio pone riguarda proprio l’eutanasia e la vita dopo la morte: una vita virtuale ma eterna può essere una soluzione alla nostra felicità? L’amore tra due individui può battere la mortalità della nostra esistenza e trascendere all’eternità?

Per riportarci immediatamente alla cinica realtà, “Men Against Fire” (Gli uomini e il fuoco) tratta il tema della guerra e di quanto nera possa essere la mente umana se soggiogata. Il mondo si è risollevato dopo una non specificata guerra, che ha lasciato sul Pianeta una terribile mutazione. Risultato di questa mutazione sono i “Roaches” (scarafaggi), degli esseri umanoidi che distruggono ciò che incontrano ed attaccano gli umani sani. Stripe è un soldato di una nuova generazione, con un impianto Mass, che lo rende più reattivo, più informato e più forte. I militari di una non specificata forza mondiale pattugliano il globo per debellare la minaccia Roaches. Qualcosa cambia quando Stripe viene colpito da un aggeggio costruito dai Roaches che danneggia il suo impianto Mass. Una terribile realtà appare davanti agli occhi di Stripe, ora lucidi e non più annebbiati dall’impianto Mass. I Roaches non sono altro che normalissimi umani, segregati in quanto “impuri” rispetto ad una razza pura. I militari stanno massacrando tutti gli impuri nascondendo la verità e mascherando i volti dei Roaches. Un’altra visione distopica, dove screening e scremature razziali sono consentiti da una tecnologia che piega la realtà a proprio piacimento.

Episodio di chiusura è “Hated in the Nation” (Odio universale). L’odio gratuito e generalizzato dei Social Network è al centro di questo episodio: la morte di una famosa giornalista, Jo Powers, desta notevole clamore, dato che migliaia di minacce di morte erano piovute sulla giornalista attraverso l’utilizzo dell’ hastag #DeathToAnche la morte stessa è sin da subito un mistero, dato che la donna si sarebbe tagliata da gola dopo diversi minuti di agonia senza apparente motivo. Da delitto passionale, il movente cambia improvvisamente quando Tusk, un famoso rapper, subisce stessa sorte. Anche Tusk era stato colpito dalla furia dei social network, per una reazione sbagliata in una intervista. Arma del delitto è un ADI, minuscoli droni creati per sostituire le estinte api. Il macabro gioco sui Social Network non si ferma, ma il vero obiettivo del killer non saranno i personaggi colpiti a morte dal ‘gioco’ ma gli stessi utenti che lo hanno utilizzato e che hanno voluto la morte delle vittime. Ecco così la trasformazione da gioco a lezione di vita per l’umanità stessa: quella stessa tecnologia che li aveva protetti e resi invincibili ora è causa della loro morte.

Black Mirror racconta dunque di una tecnologia che tanto ha cambiato le vite di tutte queste storie. La nostra realtà diventa mezzo di catarsi e simbolo delle contraddizioni della nostra società. La tecnologia diventa quel nero specchio, nel quale paure, incoerenze, difficoltà e paradossi si rispecchiano negli schermi dei nostri smartphone e delle nostre televisioni, lasciandoci disgraziatamente soli assieme ai nostri difetti.

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