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Mentre stavo studiando (ossia sbattendo la testa su un saggio di Walter Benjamin, provando ad afferrare qualcosa), ho capito una grande, piccola, verità.

Per me scrivere è come trovarsi da soli sul mondo di Avatar. Ve lo ricordate? Anche studiare, certo, per lo meno uno studio attivo, non mnemonico, ma soprattutto scrivere, un processo che possa definirsi creativo.

Sei sul mondo di Avatar, ora mi sfugge il nome, e sei da solo. Gli avatar sono le idee; tutto ciò che li circonda, quel fantastico mondo pieno di fulgori al neon, lunghe foglie che brillano nella luce della luna, animali fantastici dei colori dell’arcobaleno, tutte queste cose sono il contorno, il magico mondo delle parole, dove le idee vivono e dove spesso si nascondono. Un meraviglioso e incomprensibile mondo fatto di parole.

E tu sei solo. È vero, hai con te il tuo fucile e indossi la tua tuta mimetica, come i soldati del film, ma lo scontro è impari: le armi non sono quelle adatte, quel mondo non è casa tua e per il poco che lo conosci ti è ostile. Ostile, sì, perché non vogliono proprio venirti alla mente – mentre sei su quella pagina bianca, mentre sei su quel passo difficile di quell’ancor più difficile autore, che tu non sarai mai e poi mai – quelle idee, ti snobbano, sono sdegnate nell’offrirsi a te.

Sei solo un misero umano, peccatore, imperfetto, un infiltrato in quel paradiso di perfezione. Poco importa che tu le scorga, nella bellissima, struggente vegetazione, luminescenti e sinuose, aggraziate e agili. È questione di un attimo: incroci con loro lo sguardo, ti distrai, un guizzo e sono fuggite. Disperse nella foresta di parole di quel libro (che sia quello che stai studiando o sia il tuo, ancora da scrivere, poco importa). Una volta che l’hai persa di vista, un’idea non ti viene più; per te non esiste più. Ti affanni spesso per ritrovarla, ti alzi, provi a fumare una sigaretta, fai quattro passi fuori, bevi un bicchiere. Ma alla fine non c’è verso, così bella e perfetta come l’avevi scorta non l’avrai più, puoi togliertelo dalla testa. L’hai perduta.

E anche nel fortunatissimo caso in cui tu sia così abile nel riuscire a intrappolarne una, non credere che tu abbia fatto un grande affare. Tu le rivolgi la parola, ma lei parla una lingua a te sconosciuta. È  ferita dalla tua violenza, sta languendo fra le tue braccia; e oltretutto non conosci i suoi costumi, venite da due mondi diversi, non sapete neanche come comunicare. E non importa se lei è giovane e bellissima – perché si sa che le idee sono splendide finché stanno nel loro iperuranico mondo. È debole. Debole, debolissima, può sopravvivere solo là, a casa sua, nel suo mondo, non resisterebbe neanche un giorno in astronave, se volessi portarla via. È solo un’idea, in fondo.

E tu stai là, con quella buona idea appena carpita, intrappolata nel tuo cervello, sfregiata dalla tua prepotenza, e non sai cosa farne. Finché non ti viene in mente una cosa, la soluzione. Sei tu che devi cambiare. Sei tu che devi divenire come lei, pian piano, poco alla volta. Sei tu che devi abbandonare armi e mimetica e addentrarti nudo, come quelle, nel loro mondo. Devi divenire puro ragionamento, cristallina astrazione. Solo così, imparando i loro costumi, mangiando, dormendo, vivendo con loro, puoi anche solo sperare di farne qualcosa, di quell’idea. E finalmente, dopo molto molto tempo, infine congiungerti, in un atto erotico pansessuale universale con il mondo delle idee, tu stesso pura idea, con la tua mente perduta, abbandonata ormai ogni volontà di prassi. Dopo questo magico amplesso, la mattina dopo ti sveglierai e quell’idea non sarà più solo un’idea, ma avrà già messo radici. In una sola notte si sarà trasformata in qualcosa di forte, alta con una sequoia che sfiora il tetto del cielo, potente come gli antichi eroi della mitologia greca, con i suoi filamenti che entrano dentro le viscere della terra.

Allora potrai servirtene per la guerra. Perché una guerra ci sarà, eccome. E sarà fra il tuo vecchio mondo e il nuovo. Sarà combattuta coi i vecchi compagni, i colleghi, gli amici, quelli rimasti sulla terra. Perché qualsiasi rapporto umano che non sia di facciata, che non si limiti a una mera pacca sulle spalle per ogni cosa che fai, implica il processo critico, con all’interno il suo processo distruttivo. E devi metterti in testa che tutti, ma proprio tutti, cercheranno di distruggerla la tua idea. Certo, prima proveranno a capirla, poi tenteranno di studiarla, ma poi, comunque vada, la devono distruggere. Non importa che siano i tuoi professori, i tuoi amici o la tua ragazza. Farla a pezzi è il loro compito. Il mondo – il nostro mondo – altro non è che una continua nascita e distruzione di idee.

Ma qui – e la storia cambia un bel po’ rispetto al film – non dovete immaginarvi navicelle spaziali, bombe al napalm, foreste distrutte. Non sarà una guerra sanguinosa, piena di cadaveri e dolore. È una guerra di idee, una guerra gentile. Fatta di diverbi accesi, certo, ma anche di risate al bar con gli amici, di discussioni di tesi, di presentazioni di libri, di convegni.

È una guerra che fa bene al mondo, quella delle idee. Magari fossero tutte così.

Umberto Tattarini (Con questo scritto l’autore comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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