Le elezioni in Sicilia hanno definitivamente fatto toccare il fondo e messo inoltre a nudo la mancanza di credibilità istituzionale del MoVimento 5 Stelle, dopo la sconfitta subita e ‘non accettata’ dal candidato Cancelleri con il Centrodestra di Nello Musumeci.

Al di là della tanto discussa decisione del “leader” Luigi Di Maio di sottrarsi al confronto tv su La7 da Giovanni Floris con il segretario Pd Matteo Renzi, pesa infatti l’arroganza ed il pressapochismo di chi si professa (ormai senza successo, perché dopo dieci anni di nascita del MoVimento un bilancio equilibrato e doveroso andrebbe operato) futura classe dirigente, pur essendo pessimo (ahimè inconsapevolmente) esempio di un defunto galateo politico e soprattutto vittima di una cronica ed indissolubile incapacità di fornire adeguate risposte al Paese (vedasi Roma, Torino e Livorno, in primis).

Il senso istituzionale di una compagine politica è oltretutto dimostrabile e riscontrabile soprattutto quando le elezioni si perdono, poiché la vittoria lascia invece assai spesso spazio al processo mediatico e politico degli sconfitti. Ed è forse proprio dallo sconfitto che ci si attenderebbe un atteggiamento di correttezza, ed appunto di credibilità istituzionale, venuta a mancare nell’ennesima tornata elettorale ad un MoVimento non solo evidentemente perdente (si perde dopo una ‘vittoria’ che era stata data per scontata in estate), ma drasticamente giustizialista ed irreversibilmente complottista, oltre che sprovvisto di un leader già ridimensionato dall’assenza di avversari interni credibili e che potessero anche solo far pensare ad una competizione ‘leaderistica’ mai pervenuta ed avvenuta nel vecchiume dei clic.

Ma l’importante, come noto, è vivere virtualmente di quei clic e parlar male degli altri. Disseminare odio e seminare pane e disfattismo sociale. Dire sempre no, sottrarsi a qualsivoglia confronto di costruzione e discussione circa le problematiche strutturali del Paese. Il Paese può  dunque aspettare, dinanzi ad uno spregiudicato protagonismo degno della peggior destra o di un remake del film dipietrista già visto dieci anni addietro, con chi ha vissuto di rendita tramite il comodo giochino dell’(essere) eterna opposizione e del professarsi (finti) vincitori senza alcuna voglia e consapevolezza di governare il Paese.

Il vaso di Pandora è stato soverchiato con la provocazione del ‘leader’ Di Maio di non confrontarsi con chi leader non lo sarebbe più nei fatti, perché tre anni di sconfitte elettorali dopo l’unicum delle Europee del 2014 del resto difficilmente potrebbero far pensare a Renzi come vincente o ‘rottamatore’ e al tempo stesso costruttore del futuro cantiere di un Centrosinistra immerso nel proprio solito esistenzialismo ideologico che ha cancellato il modello Palermo e messo fuori gioco la debole candidatura di Fabrizio Micari. Un esistenzialismo che la sinistra paga giustamente, anche a causa del declino di un renzismo che ha miseramente fallito sulla base di un ragionamento eccessivamente semplicistico: rottamare la politica mediante criteri anagrafici. Nulla di più banale e superficiale.

Eppure quel tanto discusso e nemico eterno Matteo Renzi una fatidica legittimazione politica l’ha pur ottenuta, passando comunque da una consultazione con il proprio elettorato, e confrontandosi con dei candidati  che potessero definirsi tali poiché in possesso di una caratura e soprattutto di una storia politica in grado di fornire all’elettore possibilità di scelta. Avversari che Di Maio non ha praticamente avuto, risultando finto trionfatore nello sberleffo del web e della pseudo democrazia rappresentativa. Verrebbe da chiedersi rappresentativa di chi, nonostante comunque il risultato in Sicilia non possa dirsi per il MoVimento così negativo, al confronto di una sinistra disastrata al di là della staffetta Micari-Fava. Il problema è che a quel MoVimento manca un leader.

Per quanto la scelta di Di Maio a colpi di tweet possa essere stata salutata come idonea strategia politica da alcuni analisti politici, resta comunque la contraddizione del volere un confronto solo qualche giorno prima, per poi cambiare idea sulla base della convenienza del momento. Nulla di problematico, né di così scorretto (con buona pace delle reazioni del Pd), ma emerge forse il timore verso un competitor come Renzi, sì in declino, ma forse ancor capace di ancorarsi alle restanti cartucce della comunicazione elettorale (invero ultimamente sbiadita).

Dall’altra parte invece non rimane che appunto l’amore per il complottismo, il garantismo part-time, lo sbeffeggiamento di quell’elettorato che non sposa le idee del MoVimento, il populismo di chi marcia nei meandri di quella Italia sfiduciata ed accomodante, accalorata e rassicurata dall’idea di un assistenzialismo visto come unica soluzione rispetto al dramma della disoccupazione. Come se invece di reagire fosse giusto accontentarsi, dimenticando i valori della politica nobile, accantonata a priori a colpi di professioni di onestà e di un atteggiamento generalista che aizza una opinione pubblica non solo sfiduciata ma ostile rispetto ai valori dello Stato di diritto.

Peccato per tutti, e paradossalmente, in primis, per il MoVimento e per Di Maio. Sedersi a quei tavoli ed affrontare Renzi avrebbe rappresentato l’anno zero, l’inizio di una nuova fase di chi abbandona la critica fine a sé stessa e si candida “a rivoltare il Parlamento come un calzino”, come ebbe modo di affermare il fondatore Grillo. Una nuova fase che, e siamo pronti a scommetterlo già dal prossimo appuntamento elettorale, l’elettorato ed i cittadini italiani non vedranno mai sorgere. Nessun sole all’orizzonte. Anzi. Piovono nuvole grigie e confusionarie. E resteranno le solite (cinque) stelle.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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