Non ho ancora lucido ricordo di come m’accinsi un paio di giorni fa a riallacciare le personali inquietudini letterarie alla ‘nuova’ lettura di Uno nessuno e centomila, dopo averne avuto a che fare per la prima volta ormai circa sette anni addietro. E qualcuno sarà sicuramente pronto a chiedersi cosa possa collegare oggi il celebre personaggio di Vitangelo Moscarda all’attuale realtà italiana, oltre alla delicata alba di Bologna che si irradia di lucentezza in contemporanea al solenne finale di un romanzo che racconta il significato della vita ed ancor più le eternamente incomprese ed incomprensibili relazioni umane.

Nonostante non godessi di tantissime risposte sulla presunta logicità di tale contorto parallelo, l’idea fu quella di proseguire nella rivisitazione del romanzo, senza lasciarsi vincere dalla agevole strada dell’incompletezza. Quella che porta a rileggere un’opera a noi cara, ma solo qualcosa di quell’opera, poiché viene il tempo (prima o poi) di tornare alla realtà e a quella eterna battaglia che vede l’essere umano contrapporsi costantemente e tenacemente ai meccanismi del tempo e alla imposizione della modernità rispetto al precedente secolo.

C’è però una idea di evasione nell’opera pirandelliana ed ancor più nel protagonista, quel Moscarda in parte sentimentalmente insidiato prima e cancellato poi dal ‘rivale’ Gengè, che certo sarebbe in grado di richiamare un nuovo inno alla speranza rispetto alle avversità del corso degli eventi. Rispetto alla nostra posizione sociale, al contesto lavorativo ed al rapporto tra l’io e l’altro. Un rapporto spesso beffardo, da Pirandello efficacemente descritto nel senso di una incomunicabilità che si materializza lucidamente attraverso la constatazione dell’impossibilità di far corrispondere al vero una realtà oggettiva e di conseguenza inconfutabile.

Tutto comincia da una idea che quasi richiama un assurdo assunto non poi così assurdo. Quanto conta per l’essere l’aspetto esteriore, e correlativamente ad esso, l’idea che gli altri hanno di noi? L’esperienza del Moscarda, banchiere, usuraio a metà, marito infelice, mantenuto, ed amante successivamente consapevole, oltre che prototipo “forestiero di vita”, mostra come i meccanismi della follia possano innestarsi anche su convinzioni estetiche rigettate dalle visioni altrui. Meccanismi diabolici eppur presenti e fortemente reali, nonostante la realtà non possa essere circoscritta ad un oggettivismo a sua volta inesistente.

Eppure, sarà proprio la moglie Dida a dare inizio alla sfida esistenziale del Moscarda: una sfida che si fa prima corpo e poi (nuova) anima, al netto della perdita dell’uno a vantaggio del nessuno, in una rapida ma combattuta partita a scacchi nella quale i centomila cercheranno (invano) di professare l’inconfutabilità del proprio soggettivismo, con la pretesa che ciascuna di quelle verità non possa essere posta in discussione per la benché minima ragione. Qui entrano in gioco le debolezze ma anche le forze del personaggio pirandelliano, colpito dalla osservazione futile di una moglie che lo immagina come un Gengé sì pieno di difetti, ma perfetto per ella stessa e per la sua realtà, nonostante quel naso che pende a destra. Un naso irregolare e pertanto inaccettabile alla vista del Moscarda proprio perché mai notato dalla sua personale visione.

Comincerà anche da qui una profonda scissione sentimentale tra Vitangelo Moscarda ed il Gengè di Dida, vale a dire tra la realtà dello stesso Moscarda e la versione alternata ed alternativa di egli stesso, fornita dalla verità altrui. Dell’interlocutrice madre, della donna che ha deciso di sposare, prima di uno sprofondo esistenziale in grado di culminare con la rinascita dell’uno. Una rinascita continua ed a cui non può essere affibbiata alcunché, che sia un numero o un fatto o un nome. Una rinascita premiata dalla dissoluzione dell’io, e dunque dell’uno, con la proclamazione dell’unico elemento in grado di mettere d’accordo i centomila: il ripudio ed il rigetto universale del meccanismo della follia e della figura dell’insano mentale. Una follia che per la folla è semplice male, malattia da combattere e debellare con ogni mezzo, compreso l’internamento dell’usuraio non usurario, del marito non marito, della pecora nera ma figliol prodigo, del fedele ma adultero, eppur temibile alla luce degli interessi altrui in gioco.

Da Dida a Quartorzo e Firbo, ovvero gli amministratori intenti ad occuparsi degli affari bancari della famiglia, sino persino allo stesso Marco di Dio (insignito di una abitazione a gentile concessione del Moscarda nonostante la contrarietà degli amministratori), comincerà una sfrenata corsa alla ricerca di un oggettivismo che non esiste, ma che pur si aggrappa alla decisione in comunità di portare a termine personalistici interessi, come ben emerge dall’alleanza tra la moglie e gli amministratori, intenti a non perdere ricchezze precedentemente accumulate anche da presunte illiceità, come quella dell’usura.

Ormai emarginato dalle centomila versioni fornite dai ‘nemici’, non resterà che assistere alla futura resa del Moscarda , addolcita dalla liaison con Annarosa, venticinquenne amica della moglie, che cercherà di aiutarlo attraverso le confidenze ricavate dal desiderio altrui di cancellare il Moscarda stesso. Una relazione inedita ed inusuale, densa di un giallo corroborato da rivoltelle e riflessioni sul ruolo dei giudici e della giustizia, rispetto al confine tra innocenti e colpevoli.

La terminale ma non definitiva dissoluzione dell’io, determinata dall’anomalia del non poter vedersi vedere, frutto dell’impossibilità di conoscersi ed autodefinirsi, culmina nel totale abbandono verso tutto ciò che è cosa, fatto, nome o numero. Perché «la vita non conclude e non sa di nomi». E potremmo dunque essere alberi, come vento, o foglie o libro. Vagabondi, conoscitori del tutto ma al tempo stesso del nulla. Incapaci di afferrare noi stessi e di dare forma ad una visione realistica ed oggettiva, tendente alla collisione con la visione degli altri.

Il tragico labirinto ritmico della riflessione di Vitangelo Moscarda coincide con la follia ma anche con un desiderio di morte che poi in fondo desiderio non è, poiché si può morire ed al tempo stesso rinascere. Purché non ci si identifichi stabilmente in qualcosa, o in qualcuno che resti inconsapevolmente innamorato di una forma ma non di una sostanza. Di un’illusione e di una proiezione spesso non coincidente e pertanto avara di riferimenti realistici. A patto che una realtà esista davvero, considerate quelle centomila gemelle che rischiano di apparire come il nulla e pertanto come nessuno, in un gioco perverso e suicida cui non resta che reagire con un radicale estraniamento per mezzo di una magistrale alienazione umoristica. Restando «vivi ed interi» sì. Ma non più in sé, «ed in ogni cosa fuori». Non resta dunque che morire e rinascere, perché si può morire molto spesso ed anche appunto risalire. Come l’alba a Bologna, quando il mondo è pieno di promesse.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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