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Chissà se esiste una festa dell’Uomo, chissà quali fiori regaleremmo loro. Chissà se questa Festa della Donna non è un modo come un altro per sottolineare ancora di più le differenze di genere. Chissà se, appunto, questa festa non sia assimilabile, come idea, a concetti come le quote rosa o il femminicidio. Tralasciando discorsi qualunquisti e polemiche (e la solita tiritera fra il mi si nota di piu se non accetto gli auguri o se non gli accetto e me ne compiaccio ugualmente?) di cui questo articolo non vuole essere la sede, oggi, ci interessa la musica, e, quelle donne che nella musica sono andate contro luoghi comuni e contro pregiudizi di vario genere. Accodandoci ad un recente articolo pubblicato dall’organizzazione Films for action, ovvero 10 Female Revolutionaries That You Probably Didn’t Learn About In History class, analizziamo cinque figure di musiciste “rivoluzionarie”, a prova del fatto che anche nella musica, spesso e volentieri, le donne abbiano dimostrato di non essere affatto il sesso debole.

La prima è Billie Holiday, con la canzone Strange Fruit. Billie Holiday, l’angelo di Harlem, come la definirono gli U2 in una loro canzone omonima, nel 1939, quando Hitler aveva già invaso la Polonia, sul palco del Cafè Society di New York (dove è ambientato anche l’ultimo film di Woody Allen) intonava per la prima volta Strange Fruit. Fin qui nulla di strano, oltre al fatto che il mondo dava il suo benvenuto all’esordio di quella che diventerà una gran voce del jazz. Il fatto è che Strange Fruit è una canzone di denuncia, scritta da Abel Meeropol, membro del partito comunista americano e insegnante ebreo a New York. Meeropol scrive il poema dopo aver visto una fotografia del linciaggio di Thomas Shipp ed Abraham Smith, due neri delle piantagioni del Sud. (1) L’esecuzione della canzone della Holiday fa accapponare la pelle, fornisce con violenza l’immagine di questi strani frutti, che altro non sono che corpi appesi ad un albero, vittime dell’odio razziale. La sua, fu una delle prime canzoni di protesta, una denuncia di atrocità che la Holiday fece senza paura di affrontare temi raccapriccianti e scottanti per l’epoca.

 

Joan Baez, l’usignolo di Woodstock, nota ai più per la liaison avuta con Bob Dylan, è stata da sempre attivista di movimenti pacifisti, dimostrando più volte il suo dissenso riguardo la Guerra del Vietnam. Canta anche We shall overcome, l’inno a cui resterà legata sempre, eseguito per la marcia di Martin Luther King a Washington e, da qui, i diritti civili diventano il tema centrale della sua musica. Per incoraggiare l’obiezione di coscienza dei cittadini maschi americani, inoltre, reinterpreta una canzone di Pete Seeger, Where have all the Flowers gone?, rifiutando pubblicamente di pagare l’imposizione fiscale nel tasso che sarebbe stato devoluto alla guerra del Vietnam. La Baez non finisce mai di stupire: si esibisce in Cecoslovacchia nel 1989, dove incontra il Presidente Havel che la considerò di grande aiuto per lo sviluppo della Rivoluzione di Velluto, che liberò il paese dal regime comunista (2). A questo aggiungiamo la sua esibizione per beneficienza nel carcere di Alcatraz, e a questo punto, c’è poco da commentare ancora, per quest’artista che non ha mai separato musica e politica, quest’ultima spesso prima considerata “roba da uomini”. Una lottatrice la Baez senza se e senza ma, oltre che una grande artista.

Violeta Parra, corrispettivo femminile di Victor Jara, cileno come lei, viene ricordata come una guerriera. Dopo una vita difficile, dovuta alle ristrettezze economiche della sua famiglia, si trasferisce a Santiago del Cile e comincia a cantare e a denunciare le angherie che il suo popolo era obbligato a sopportare. Però, il suo vero obiettivo era l’opera di preservazione del patrimonio culturale cileno, proposito maturato dopo un lungo viaggio in cui attraversa il Cile, alla riscoperta delle più antiche tradizioni, una specie di viaggio alla Diari della motocicletta, da cui torna profondamente cambiata. Cosi’ spiego’ Violeta Parra stessa in riferimento al compito che la musica avrebbe dovuto avere in quegli anni: “Ogni artista ha l’obbligo di mettere la sua creativita’ al servizio degli uomini. Oggi non si deve cantare piu’ di ruscelletti e di fiorellini. Oggi la vita e’ piu’ dura e la sofferenza del popolo non puo’ essere disattesa dall’artista”.  Violeta, aspetto sempre dimesso, molto semplice, fiera e combattiva non ha mai smesso di lottare per il suo Cile, fino all’ultimo momento, quando si toglie la vita, nel 1967(2).  La Carta è considerata una delle canzoni più rivoluzionarie dell’artista. La Parra si riferisce ad una lettera giuntale mentre era a Parigi, che le annunciava l’arresto del fratello, accusato per aver appoggiato uno sciopero.

Si ritorna in Africa, dove nasce nel 1932 Miriam Makeba, a Johannesburg precisamente, dove a causa del suo forte attivismo politico non potrà più ritornare. Si oppose fortemente al regime dell’aparthied, partecipando anche ad un documentario sul tema che le valse un invito alla Mostra del Cinema di Venezia. Morirà in Italia, a Castel Volturno, sede del suo ultimo concerto in memoria di sei immigrati africani, uccisi lì dalla Camorra. Per questo, più volte lo scrittore Roberto Saviano ha tessuto le lodi di Mama Afrika, senza esser stato l’unico, perché  lo fece a sua volta anche Nelson Mandela. La ricordiamo con il suo singolo più famoso, Pata Pata, che prende il nome da una danza tradizionale africana. Questa canzone, pur non parlando di lotte contro la discriminazione, spaventò i governanti dell’epoca tanto che, a causa degli inviti a danzare felici e del ritmo gioioso con cui la cantante profetizzava e si augurava un periodo futuro di pace, decisero per l’esilio dell’artista africana nel 1969. (3)

Dulcis in fundo, Mina, e ci si chiede legittimamente, cosa possa avere a che fare con le donne che hanno fatto le rivoluzioni. Apparentemente nulla, ma non tutti sanno che Se telefonando, in realtà, nell’Italia di quegli anni, che cominciava ad assaporare i “primi vagiti del’68”, era in realtà una vera e propria rivoluzione, un po’ come lo fu l’avvento della minigonna. La canzone, scritta da Maurizio Costanzo e arrangiata da Ennio Morricone, è in realtà una delle prime canzoni interpretate da una donna, in cui è la donna, dopo una one night stand, che dice all’uomo in questione di non provare amore per lui. La Tigre di Cremona, con tutta la sua sensualità, porta in auge una canzone che è un po’ una rivoluzione nella concezione della libertà sessuale delle donne dell’epoca. Indiscrezioni dicono che la canzone fu in realtà censurata dalla Rai, poichè la prima versione diceva “le tue mani sulla mia” che per qualcuno dava adito a fraintendimenti; infatti la canzone fu modificata nel testo che ora dice “le tue mani sulle mie.”

Crediamo che bastino questi cinque esempi, almeno per il mondo della musica, a dimostrare che, chi dice donna più che dire danno, in questi casi, dice coraggio. Alle donne allora, alla Musica che è essa stessa donna (se pensiamo alla sua Musa Euterpe, d’accordo con l’epica greca) e alle donne che fanno Musica, affinchè continuino a farsi portavoce dei diritti anche di quelle donne che, per una ragione o per l’altra,non hanno la possibilità di farlo.

NOTE

(1) Canzoni contro la guerra, https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=3080

(2) pagina Wikipedia dedicata all’artista

(3)Adriana Langtry, Violeta Parra, L’enciclopedia delle donne, http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/violeta-parra/

(3) Chi era Miriam Makeba, Il Post

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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