E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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