L’ultima chance del PD

L’ultima chance del PD

Ci sono momenti nei quali le vicissitudini e gli avvenimenti della politica hanno la capacità di intrecciarsi in un vortice di coincidenze assai indicative. Correva infatti l’anno 2018, ed era esattamente il 4 marzo, quando il Pd formato Renzi, ormai logorato da passi falsi amministrativi e referendari, perdeva malamente le elezioni nazionali consegnando il campo del potere a quello che poi sarebbe stato il governo gialloverde. Ed ora, rieccoci qui. Un anno dopo, con consensi ancora tutti da riconquistare, il Pd prova ad uscire dall’anonimato, dai territori dispersi, e da faide interne che ne hanno pesantemente minato la credibilità e portato l’elettorato italiano a dimenticare la produttività (in senso generico) dei governi Renzi e Gentiloni.

Rieccoci qui, dunque. Si rivede il Pd all’interno dell’ “anno bellissimo”. La vittoria di Zingaretti, tuttavia, non deve esaltare il centrosinistra, tanto meno il neo segretario. La strada è infatti ancora lunga e difficile, se si pensa anche al fatto che il “millioneeotto” di votanti altro non rappresenta, dal punto di vista numerico, una riconferma di quanto accaduto nelle primarie di due anni fa, con il catastrofico suicidio elettorale teso alla rielezione di un politico ormai abbandonato dagli italiani, e non solo dal “fuoco amico”.

Sono infatti lontani i tempi dei “big match”, quando la base Pd risultava realmente elettoralmente folta, quando nel 2005 (periodo pre Pd) si votava in 5 milioni, o in 3 all’epoca del duello Bersani-Renzi, che nonostante la vittoria del primo anticipò di fatto l’ascesa della rottamatore, autorottomato da se stesso e dal sogno di un partito della nazione da costruire con chi era da sempre stato visto come l’avversario da sconfiggere, il male del Paese, il Cavaliere matto e spavaldo, cui persino la giustizia e la legge avrebbero dovuto piegarsi, con tanti saluti ai principi costituzionali e democratici.

Oggi, ecco il grande ‘vecchio’ ritorno di chi quel Renzi avrebbe sempre voluto combatterlo. E’ chiaro il responso delle primarie di ieri, e adesso bisognerà attendere le reazioni dell’entourage renziano, con il capostipite che giura fedeltà al nuovo segretario e “aspetta un segnale”. Ma è altrettanto pacifico come, la guerra tra correnti, trovi in tutti (o quasi) i loro interpreti, la consapevolezza di dover ripartire dal principio che gli avversari non risiedono all’interno di quella stessa comunità alternativa, ma nell’avversario politico, e in un governo da voto 10 nella comunicazione e da 0 nei fatti che contano.

Il Pd riparta, e la democrazia ne sia lieta. Ogni governo ha bisogno di un’alternativa, ogni opposizione ha bisogno di rilanciarsi e ricostruirsi sulla base di una idea di Paese diversa, e saranno gli elettori a decidere quale possa rivelarsi migliore al Paese. La ripartenza tocchi il lavoro, guardi alla classe giovanile come opportunità di rilancio della nazione, non come zavorra da risolvere a suon di precariato, apprendistati e stage senza prospettive e certezze.

La ripartenza tocchi nuovamente i territori, lo stare tra la gente, il recupero dei poveri con politiche attive e non di assistenzialismo, l’impegno quotidiano per il bene di tutti, che non è esattamente corrispondente al bivaccare sui social a suon di selfie e tweet, e non corrisponde certamente alle ricette del governo Di Maio-Salvini. Serve dunque un atto di coraggio, il racconto di un progetto politico migliore ma che non si autoproclami tale, dato che il rischio dal punto di vista elettorale sarebbe quello già ampiamente visto con i risultati delle ultime elezioni nazionali.

Non si può di fatto ignorare come le primarie di ieri, consegnino infatti al Pd l’ultima grande chance fornita dagli elettori di Centrosinistra. Ora o mai più.
L’ultima chance, nell’anno bellissimo. Per chi, lo si vedrà

In Israele, i sopravvissuti della Shoah vivono in povertà assoluta

In Israele, i sopravvissuti della Shoah vivono in povertà assoluta

Nella giornata della memoria non è così difficile imbattersi in strazianti foto in bianco e nero degli orrori dei campi di concentramento nazisti. L’apertura dei cancelli del campo di Auschwitz, il 27 Gennaio 1945, e la caduta militare delle Germania, permise al mondo di assistere alla malvagità della macchina di annientamento industrializzato delle minoranze ad opera dei nazisti ma anche di immortalare in preziosi fotogrammi le reazioni dei superstiti dei campi di concentramento all’arrivo dei soldati russi o americani.

Le foto storiche ci mostrano un gran numero di bambini e adolescenti, vestiti con sudici abiti a righe, salutare l’arrivo delle truppe di liberazione. Molti di quei bambini oggi hanno superato di molto gli ottanta anni ma non se la passano affatto bene. I sopravvissuti viventi in condizioni di povertà sono circa 500.000 in tutto il mondo. Uno studio del 2016 afferma che dei 189.00 superstiti che vivono in Israele, almeno 45.000 vivono in povertà assoluta.

La Association for Immediate Help for Holocaust Survivors è una ONG che si prende cura di circa 3.000 superstiti dell’olocausto che vivono in Israele in condizioni di povertà: “Queste persone hanno sofferto così tanto all’inizio della loro vita, non dovrebbero vivere queste ulteriori sofferenze alla fine della loro vita”.

L’età media dei superstiti dell’olocausto che vivono in Israele è di 87 anni e, probabilmente, per il 2025 saranno tutti passati a miglior vita senza aver mai visto alcun un sostegno dal governo. Molti dei sopravvissuti non hanno una famiglia, non hanno figli o hanno perso i contatti con gli unici parenti rimasti, una volta migrati in Israele. Per questo motivo, oltre alle limitazioni economiche, i 45.000 sopravvissuti israeliani lamentano solitudine e abbandono sociale.

Raf Sanchez, giornalista del Telegraph, ha raccolto le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti all’olocausto, che oggi vivono in Israele:

“Asia Komisarov è sopravvissuta assieme a sua madre, mentre suo padre fu ucciso dai nazisti in Russia. Asia e sua madre sono immigrate in Israele negli anni novanta, nel pieno dell’ondata migratoria di ebrei russi trasferitisi in Israele. Viveva in un appartamento cadente a Jaffa, ma è stata buttata fuori dal proprietario di casa che voleva aumentarle l’affitto.”

Lo squallore della casa di Isaac, che ha passato l’infanzia nascondendosi dai nazista nello stantinato di un porcile in Ucraina. (Foto di Raf Sanchez)

“Isaac cammina trascinando i piedi tra una valle di giornali marci e buste di immondizia che affollano la sua piccola cucina. Nonostante il freddo di Gennaio, Isaac indossa dei sandali e si incammina verso il bagno, attraversando lo squallore della sua casa. Lo aspetta un bagno, ma senza acqua calda e un piccolo lavandino ammuffito.
Lo squallido appartamento di Isaac si trova a Ramat Gan, vicino Tel Aviv, e non ha un forno, costringendo il 79enne a cibarsi prevalentemente di patatine, verdure crude e zuppe pronte in polvere da riscaldare in un bollitore elettrico. È una situazione triste e dura per un uomo i cui primi ricordi di vita sono il nascondersi dai nazisti nello scantinato di un porcile, ammassato con altri dieci ebrei impauriti, mentre aspettavano di essere salvati o di morire”.


11 Settembre: il video inedito mostra gli attimi della tragedia

11 Settembre: il video inedito mostra gli attimi della tragedia

Un video inedito spunta a 17 anni dagli attentati che hanno cambiato l’epoca contemporanea. Il video, lungo trenta minuti, è stato girato dell’ex cameraman della Cbs, Mark LaGanga, proprio durante gli attimi successivi allo schianto dei due aerei contro le Torri Gemelle, e mostra soccorritori, poliziotti, agenti dei servizi segreti e vigili del fuoco al lavoro. Un documento straordinario e inedito fino ad oggi, prezioso per cogliere i drammatici momenti del crollo delle torri, della fuga dei superstiti e dei soccorsi.

Quel martedì 11 settembre, 19 terroristi di Al Qaeda dirottarono 4 aerei di linea, i primi due, partiti da Boston in direzione Los Angeles, si schiantarono però contro le Torri Gemelle di New York facendole crollare, e uno si schiantò sul Pentagono a Washington. Il quarto aereo cadde a Shanksville, in Pennsylvania, grazie all’intervento eroico dei passeggeri che tentarono di fermare i dirottatori, impedendo all’aereo di raggiungere l’obiettivo. I morti furono 2.974.

 


 

Matera, con gli occhi di Pasolini

Matera, con gli occhi di Pasolini

C’è una bellezza nascosta nei sassi di Matera. Certo, se uno pensa che per secoli centinaia di persone vivevano lì, in un incastro di case che erano grotte di tufo, si perde a meditare com’era la vita in Italia solo sessant’anni fa e allora la bellezza la mette in prospettiva. Eppure questa città che alle volte sembra essere senza colori, quasi scialba, in certe ore sul far del giorno s’illumina grazie al sole. Quel sole “ferocemente antico”, come diceva Pasolini mentre in quelle strette viuzze girava il Vangelo secondo Matteo, che rimbalza sulla roccia e penetra tra le cavità delle case appollaiate una sull’altra e come un flash le risveglia.

La storia dei Sassi di Matera è proprio quella di un risveglio. Chiese rupestri, ipogei e grotte che un tempo, neanche troppo remoto, erano “la vergogna nazionale” oggi sono patrimonio UNESCO. I Sassi rappresentano un paesaggio unico nel suo genere, divisi in due quartieri: il Barisano e il Caveoso. Nel punto più alto della città troviamo la Cattedrale di Matera la cui facciata è in stile romanico;  mentre nella centralissima piazza Vittorio si osserva il Palombaro lungo, cisterna scavata sotto la piazza visitabile tramite percorso guidato.

Consigliato anche il parco della Murgia Materana con le sue riserve naturali. Quest’aerea è facilmente raggiungibile attraverso un innovativo ponte sospeso che parte direttamente dai Sassi. Se una volta la parola d’ordine era scappare da Matera, oggi l’ordine è l’opposto: tornare e valorizzare. E allora ecco che nei Sassi spuntano alberghi che fanno dell’essenzialità un lusso, della scarna povertà un vanto. E la città, una volta capitale di una civiltà contadina, diventa teatro del possibile, che guarda avanti, che fa di un inverno una costante e spettacolare primavera.

Quando ho visitato Matera, ho osservato tutti i dettagli: la solida materialità della roccia, la Gravina che costeggia i Sassi, i colori, il silenzio tra i vicoli: tra i sassi domina una totale atemporalità. Una atmosfera sospesa, testimonianza di una vita trascorsa ma ancora viva. Ora però, grazie al flusso inarrestabile dei turisti che popolano questo eterno presepe, questa percezione tende via via a diluire. I turisti, oggi, ci sono proprio perché Matera è stata protagonista più volte di opere cinematografiche (ricordiamo “The Passion” con Mel Gibson) ma il primo che fu catturato dalla “ricchezza” di questo territorio fu proprio Pasolini e non è difficile capire cosa lo abbia persuaso a trasformare la povera Matera in Terra Santa, la Gerusalemme d’Italia. Con le sue scene ha regalato a questa città l’immortalità della bellezza, ha individuato da subito le risorse che aveva da offrire un territorio, forse, dimenticato da tutta Italia e ha contribuito in maniera notevole al suo sviluppo culturale.

Mi chiedo cosa penserebbe Pasolini dell’Italia d’oggi, che cosa direbbe della sua Matera, passata da capitale del sottosviluppo a capitale Europea della Cultura 2019. Chissà. Ma una cosa è certa: Pasolini non l’ho mai conosciuto eppure, con le sue opere letterarie e cinematografiche, gli voglio un gran bene.

Mi ritrovo qui, tra queste stradine, con degli amici americani. Li osservo. Noto il loro stupore davanti a tutto questo, sono letteralmente a bocca aperta e fotografano all’impazzata per poi tornare a casa e raccontare quello che hanno visto, ma nessuno ci crederà e allora mostreranno fieri le loro foto e racconteranno di queste grotte, di queste vecchie case e lo faranno ai piedi di un grattacielo ed è lì che capiranno che il mondo vale la pena viverlo a 360° e sentiranno dentro di loro quella sensazione di benessere : è la ricchezza che regala un viaggio. E questa felicità, è per sempre.

Martina Picciallo (Con questo articolo l’autrice comincia la propria collaborazione con Cronache dei Figli Cambiati)

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

 

“L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone.” (Cosmo)

 

C’è una fauna che in Italia popola un genere chiamato pop, che è fatta perlopiù da dinosauri. E’ la roba che ascoltano le vostre mamme, quasi tutte, indistintamente. C’è qualcos’altro che la gente chiama indie con pochissima cognizione di causa, in quanto è vero, è partita da spazi indipendenti ma ha conquistato sempre più spazio grazie ad una certa pervasività sia nell’attività live ma soprattutto sui social.

Non tutto è da buttare, anzi.

In realtà il termine indie è quanto di più errato per gente che, di fatto, ultimamente sta popolando sempre di più le vostre radio.
Tommaso Paradiso e i TheGiornalisti, Calcutta, gente che sta proponendosi di ridefinire un certo contesto musicale nel panorama italiano, con esiti a volte riusciti, a volte no.

(Ecco, ovviamente questo non si può dire riuscitissimo)

In mezzo a tutta questa galassia di autori relativamente giovani, troviamo una scheggia impazzita di nome Cosmo.

Classe ’82, di Ivrea, laureato in filosofia. Marco Jacopo Bianchi, questo il suo vero nome, prima della carriera solista, è stato il frontman dei Drink to me, un gruppo italiano post-punk famoso nella scena indipendente italiana, ma ha anche fatto il professore di storia in alcuni istituti superiori. E’ già padre di due figli, in questo senso il suo identikit non è quello di una persona comune.

In Cosmo convivono molte anime, e la sua nuova creatura, Cosmotronic è l’esempio lampante. Già con il precedente album, L’ultima festa, Cosmo si è immerso in una ricerca musicale che ha virato verso l’elettronica fino a sconfinare nel clubbing puro, da cassa dritta, mentre in altri momenti ha voluto mantenere una certa purezza negli arrangiamenti, soluzione che permetteva ai testi più affascinanti di emergere.
Non parliamo di testi che affrontano tematiche complesse, le parole si uniscono e spesso partono da una radice autobiografica, presentando immagini che nella loro semplicità, costruiscono un universo quotidiano e affascinante per quanto è possibile sentirlo vicino e rassicurante. Un senso poetico unito a cose e immagini reali è ciò in cui risiede la forza e una certa bellezza dei testi di questo artista.

(Una gita sul lago/ pedalò e vino bianco/a mille all’ora col Suv in un sentiero di fango/ e dopo l’ora del tè corriamo all’autolavaggio/  […]Il nostro amore ci aspetta/ non c’è fretta/ niente canzoni tristi, è un lunedì di festa)

Dopo un album indovinatissimo, Cosmo avrebbe potuto seguire l’onda, proseguire con una formula che funzionava, risultando oltretutto originale per sound. Ma probabilmente avrebbe snaturato la sua natura. 

In un percorso pop, spesso è consigliata una certa prudenza editoriale. Ti dicono che sarebbe meglio fare un disco da 10, 12 tracce. Cosmotronic è un album doppio. La forma delle canzoni pop si ricava perlopiù dall’alternanza tra strofa e ritornello, mentre Cosmo già ne L’Ultima festa usa strofe libere. Inoltre nel secondo album che compone Cosmotronic trovano spazio anche brani strumentali, che magari vedono come testo solo due frasi e si sviluppano formando un campionamento che viene “suonato” e si ripete all’interno del brano stesso.

“Non c’è contraddizione, perché l’identità è un’invenzione sociale.”

 

La prima parte è quella dove troviamo il Cosmo che prova a rubare dal cantautorato di Battisti e Panella. Che in Bentornato, sembra quasi volerci dare il suo manifesto e svelare contemporaneamente tutte le sue insicurezze artistiche (Vorrei cantare bene al primo colpo/vorrei scrivere una canzone in un minuto/fare tutto in un unico concerto). 

Con Turbo e Sei la mia città, si esplorano due lati totalmente diversi.

Turbo, che appare scanzonata, lo è solo in apparenza. La melodia parte da alcuni campionamenti di musica siriana e in generale la canzone mantiene un’atmosfera molto tribale. A Radio Deejay, lo stesso Cosmo ha dichiarato:”Tutto è partito da un campionamento di musica siriana. Mi sono lasciato guidare da quella suggestione, sia per la musica che per il testo. Non mi va di spiegare troppo, ma la realtà che bussa oggi alla porta non è qualcosa di piacevole e per questo viene seppellita da una risata, dalla distrazione, dalla scarsa consapevolezza della responsabilità verso il resto del mondo “.

Quando Cosmo invece canta “Sei la mia città”, lo canta riferendosi a Ivrea. Ma lo canta anche riferendosi alla sua donna, usando una metafora anche piuttosto abusata. Ma canta le stesse parole riferendosi allo spazio fisico di casa sua. L’ispirazione per il sound malinconico è presa da “I am Sky”, un pezzo di Laraaji, a cui Cosmo ha unito, attraverso il testo, tutte le sensazioni che provava durante il tour.

Così, pur con un sound fresco, coinvolgente, Cosmo si è preso uno spazio che in Italia non era occupato da nessuno. Ha colmato un vuoto di elettronica puntando però ad usarla in direzione di ritmi ballabili. Ed è questo che Cosmo ha voluto cercare con Cosmotronic: un ritorno alla musica come “viaggio”, parola che ricorre sempre di più nelle sue interviste. Essendo un adolescente negli anni ’90, è perfettamente logico l’amore che il Bianchi nutre per il clubbing e lui stesso ha notato come nel tour de L’ultima festa, alcuni brani scatenassero “dei picchi di delirio in pista”, per questo ha voluto inseguire questa direzione consapevolmente, curandone tutti gli aspetti, dalla produzione al mixing.

E’ da questa considerazione che nasce la seconda anima di Cosmotronic. Tutti i pezzi del secondo disco nascono per essere mixati durante dj-set, motivo per cui anche i live di Cosmo cambieranno: come spiegato a Giovanni Ansaldo per Internazionale, il live è solo una parte del concerto. Prima e dopo, ci saranno dei dj set che a volte si trascineranno fino a mattina, come se fosse una vera serata.

Ed è qui che prendono forma e acquistano ancora più senso pezzi come Ivrea-Bangkok, un pezzo totalmente strumentale a cassa dritta, che nel corso del suo sviluppo Cosmo ha suonato più volte durante le serate di Ivreatronic, una rassegna di musica elettronica che lui stesso ha ideato con un gruppo di amici e produttori/dj di Ivrea, non è altro che una manifestazione per restituire alla città qualcosa di interessante e stimolante dal punto di vista musicale e sociale.

L’idea di mettere in piedi il progetto mi è venuta un giorno insieme ai miei amici. Ci siamo detti: “Facciamo qualcosa a Ivrea, tanto da qua mica ce ne andiamo”.

Parte quasi sempre tutto da dei campionamenti, in Ivrea Bangkok a essere campionato è un disco appartenente a un catalogo tailandese. In Barbara invece, è la voce della mamma di Marco ad essere campionata, e per questo la canzone porta il suo nome nel titolo, mentre dice alcune brevi frasi. In questo Cosmo si è ispirato, rivalutandone le qualità, a ciò che facevano i vocalist, in quanto secondo lui nel momento in cui viene fatta con gusto, rivela potenzialità espressive infinite.

(Cosmo, via Instagram)

 

E’ possibile prendere Barbara come una riflessione sulla vita ma anche su questo flusso di coscienza che si chiama Cosmotronic. Le parole che Barbara pronuncia sono una riflessione su quanto le forze ci muovono e dobbiamo ricercare un nostro equilibrio.

Come un acrobata
Camminando su un filo sottile
Cercando di non cadere

 

E’ possibile trovare delle analogie tra la descrizione della vita che Barbara fa, da mamma a figlio, con quello che Cosmo ha voluto fare con questo album.Tirato per la manica del braccio sinistro dai cantautori e per il braccio destro da Gigi D’Agostino,Cosmo ha cercato senza voler essere ipocrita, di presentarsi nelle sue contraddizioni.

Separandole, ha mostrato come due anime diversissime possono convivere.

Ed è davvero un Cosmo all’apice della sua forza e della sua consapevolezza artistica, quello che ne è uscito fuori.

 

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

Farewell, 2017! Un anno di musica secondo noi e i Superga

(In copertina: alcuni dei protagonisti del 2017 musicale. Foto da NME)

 

Dicembre è sempre il mese in cui, volenti o nolenti, ci troviamo a riflettere e cercare di raggiungere delle conclusioni su tutto ciò che è appena trascorso, per affacciarci con lucidità e prontezza a ciò che dovremo affrontare.

E, per quanto riguarda la musica, l’anno è stato piuttosto pieno.

Gorillaz, Kendrick Lamar, The National,Brunori Sas, Fabri Fibra, King Krule, Roger Waters, N.E.R.D., ci sono state uscite e grandissimi album, opere prime (o quasi) e graditi ritorni. In generale, quest’anno ci ha regalato molte opere da ricordare per un motivo o per un altro e non solo per le preferenze soggettive dovute all’ascolto personale.

Ormai la velocità di consumo impone a chiunque di creare una fan base affezionata e da curare come se il consumatore fosse parte di una famiglia, di conseguenza il marketing si evolve insieme alla musica, fino a volte a superarla. Pensiamo al concetto dell’assenza di identità che ha fatto la fortuna del progetto di Liberato, tra i più originali nell’ultimo periodo in Italia.

Per questo, ho scelto di parlare con i Superga, una band originaria dell’entroterra pugliese, e che condivide proprio con questo blog la sua provenienza e appartenenza geografica.

(I Superga, da sinistra: Michele Di Muro, Matteo Conte, Andrea Messina. Hanno lanciato una campagna attraverso MusicRaiser per pubblicare il loro primo ep, Panorama. Foto via Facebook)

 

CRONACHE: Se doveste tracciare un bilancio di quest’anno, a livello italiano, come giudicate il 2017? È stata un’annata positiva?

Superga: Sono successe un sacco di cose, alcuni esperimenti nella scena pop interessanti, molta roba innovativa nella trap, il fenomeno Liberato. Nel momento in cui si stabilisce una evoluzione della lingua e di come viene utilizzata nel modo di cantare e di fare musica crediamo abbia un peso rilevante a prescindere dal fatto che possa piacere o meno. Tuttavia a nostro parere, i dischi che ci hanno più entusiasmato in tutti gli aspetti sono usciti all’estero, più che altro perché nella loro forma possiamo trovare punti di riferimento o stimoli per crescere come arrangiatori e musicisti.

CRONACHE: E’ giusto dire che a livello testuale, il rock a parte qualche eccezione, sta smettendo di inseguire originalità? Ormai l’urban e il rap stanno spingendo verso nuove vette la composizione dei testi, a livello lirico e metrico, in questo pensiamo a Kendrick Lamar per fare un esempio che gode di notorietà.

Superga: Da una parte può essere la ciclicità delle cose, i contenuti vengono trasportati dove un genere riesce a parlare meglio dei tempi, può anche essere solo una questione di suono. Dall’altra però è anche vero che se si parla di rock in italia, testi e innovazione sono rari da pescare. Ecco Motta, secondo noi è uno di quelli che è riuscito a coniugare bene tutti gli aspetti di questa formula, usandoli tutti in un mix intelligente. Molte delle altre cose, invece, a livello musicale in Italia sono ferme agli anni ’90. In questo senso la musica pop invece si è presa tutta l’attenzione testuale, ha avuto più capacità di matchare suono ed immaginario.

CRONACHE: Ci sono alcuni album che secondo voi non hanno avuto l’attenzione che avrebbero meritato o sono stati sottovalutati dalla critica?

Superga: Non è facile capire come si muove la critica, quindi non sappiamo se siano stati sottovalutati o meno, ma secondo noi tre grandi titoli di quest’anno che non vanno persi e, se non li conoscete vanno assolutamente recuperati, sono Crack Up, dei Fleet Foxes. Uno di quelli che ha fatto le cose in grande, anche dal punto di vista dei testi è stato Father John Misty, con Pure Comedy. E anche i Grizzly Bear hanno tirato fuori un album fantastico, intitolato Painted Ruins

CRONACHE: Come pensate sia possibile riuscire a coniugare la qualità con la fruizione liquida? Pensarci, sembra assurdo. Il consumo si è velocizzato tantissimo, negli ultimi anni. Eppure Drake fa uscire un album all’anno, facendo incetta di premi e di critiche positive. Leonard Cohen, che di certo non era un autore giovane, è stato molto produttivo nell’ultima parte della sua vita e carriera, facendo uscire tre album di inediti dal 2012 al 2016.

Superga:  In realtà sarebbe come scoprire un nuovo teorema matematico. Non è difficile però, molte cose come quelle elencate precedentemente mischiano una grande qualità e anche una buona dose di successo. Ci sono milioni di variabili, che intercorrono principalmente con il metodo di lavoro di ogni artista, con quante persone sono coinvolte nei loro progetti musicali e di certo intercedono negli stessi. Tutto dipende principalmente da ciò che uno vuole fare, cosa vuole comunicare e lo scopo per cui fa musica.

CRONACHE: Chi pensate stia portando avanti un discorso musicale originale in Italia?

Superga: Escludendo Motta di cui abbiamo già parlato, Giorgio Poi è un artista che sicuramente ci sentiamo di nominare come “esempio” positivo. La cosa che ci ha incuriosito molto è stato il modo in cui è riuscito a combinare un sound esterofilo con un cantato che è italiano e segue la musica in maniera particolare e affascinante.

Il miglior modo con cui abbiamo pensato di salutare l’anno uscente per il classico cambio con il successivo è stato raccogliere tutto il 2017 musicale in una playlist, da ascoltare e riascoltare, grazie ai Superga.

Buon anno ragazzi, tenete gli occhi, la mente e soprattutto le orecchie aperte e vigili.

Ci vediamo nel 2018.

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