Fossati e dintorni: La pianta del tè

Fossati e dintorni: La pianta del tè

Qualche pomeriggio fa, nel cortile dello studentato in cui vivo, seduta per terra con un amico, chiacchieravo di futuro, di depressione post-Erasmus, di crisi dei 25 anni, e, in preda all’ ‘”allegria”, a caso dico che sarebbe stato bello stare in quel momento ” in questi posti davanti al mare”, ignara che il mio amico sapesse. Lui  a tono mi risponde con i versi successivi della canzone, ovvero “per noi che non ci sappiamo raccontare, nei bar davanti al mare”. Da questo discorso alquanto sconclusionato è nata una conversazione su Fossati, parzialmente ignoto a chi scrive, sostanzialmente perché la verità è che, quando cresci con la triade di Francesco (con annesso Fabrizio), la tua mente si stagna sulle loro intere discografie e diventa difficile spaziare.

Quello stesso mio amico mi propone l’ascolto di Terra dove andare, seconda traccia dell’album La pianta del tè. Lo fa apposta, perché sa che quella canzone rappresenta la sintesi dei discorsi fatti qualche minuto prima. Un’incipit, con fisarmonica in sottofondo, accompagna il ragazzo protagonista della canzone che è perso, incastrato nei suoi 18 anni, mentre rifiuta l’età adulta, in questo battere e levare quasi reggae. A fare pressione il sindacato, i contratti e suo padre che sono solo metafore di un mondo, che come dice Guccini in Un giorno, ” là fuori t’aspetta e tu quasi ti arrendi, capendo che a battito a battito è l’età che s’invola.” ché “non è senza un prezzo salato diventare grandi”.

(Piacevolmente sorpresa, faccio a due a due le scale, mi piazzo su Spotify e in un’oretta ascolto tutto l’album, pentendomi per aver ignorato così a lungo questo capolavoro.)

Alla terza traccia, più lenta, più malinconica, a tratti nostalgica, troviamo un altro (quasi)ragazzo:

Qui il ricordo non è uomo,
e il più delle volte nemmeno donna.
Qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna,
non per tracciare una rotta
che non si può dare una via,
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia. (da L’uomo coi capelli da ragazzo)

La gioventù ritorna, col paradosso dell’uomo di 40 anni che ha i capelli da ragazzo, in una canzone piena di rimpianti, di rabbia non contro qualcuno, ma contro il destino, contro lo scorrere del tempo, contro la solitudine, le scelte sbagliate. Un ritratto, questo, di estrema delicatezza che tocca l’anima dell’ascoltatore, calandolo in un’atmosfera da romanzo ottocentesco. Questo dialogo fra il medico e il ragazzo diventa apologo del tempo che passa, senza possibilità di intervento alcuno,lasciando solo, baluardo di una stagione passata, e forse migliore, “i capelli da ragazzo”.

La pianta del tè, è un album di ricerca, ma, paradossalmente, anche di rassegnazione. La prima traccia, omonimo titolo dell’album, usa la pianta del tè come metafora di sperimentalismo, di nuovo, esotico e lontano, che è ciò che Fossati ha cercato di produrre artisticamente, allontanandosi dal modo di fare musica utilizzato negli album pregressi:

Ma le metafore non si fermano a quella della pianta del tè, la volpe è la protagonista della quarta traccia: è una canzone inquieta all’inizio, quasi angosciante, è una canzone basata sui “forse”, sull’attesa di qualcuno che si vede all’orizzonte, sull’attesa di un ritorno, cani, volpi, amici o amore non si sa e Fossati si riserva bene dal dircelo.

Proprio a metà delle tracce si trova la seconda parte de’ La Pianta del tè, come se fosse un’opera in due movimenti, i ritmi sono chiaramente orientali, e, questa canzone segna una sorta di cesura e di preludio per la seconda parte dell’album.Non ci sono parole, ma solo quasi 4 minuti di arpeggi che ci sbalzano  direttamente dalle persone e dai luoghi delle prime 4 tracce ad altri universi. Infatti, dopo il ragazzo-Peter Pan, l’uomo quarantenne e la volpe, si sbarca in altri luoghi.

Questi posti davanti al mare, citata prima, fu cantata da una trinità, azzarderemmo, quasi sacra: De Gregori, De Andrè e Fossati appunto. L’incipit di Fossati si sofferma su ragazze provenienti da diversi posti in Italia, immaginarie le ragazze, come si immagina che nei posti da cui provengono ci sia il mare. Queste donne ce le si immagina belle, abbronzate e fiere ondeggiare dopo il lavoro verso le spiagge. A guardarle, questi tre uomini che dal mare provengono,e, che pur osservando i vari flirt estivi, non si sentono a loro agio, timidi, discreti, perché tra le altre cose ” non si sanno raccontare”. Il connubio di queste tre voci, roche e scure quasi allo stesso modo, sul ritmo spensierato della canzone hanno un’effetto così prorompente, che al bancone del bar ci piacerebbe ritrovarci a bere con loro, ci piacerebbe provarci a indurli a raccontarsi, facendoci dolcemente accarezzare dalla brezza, al tramonto.

Dopo l’estasi per la bellezza di questo trio meraviglioso ricomposto in questa perla rara, ci si sposta a Genova, quello stesso luogo che ci ha regalato talenti a iosa, che ci ha regalato la musica in versi, come se lì si fosse radicato l’ultimo germe di poesia. Le donne del ponte lance, sono le protagoniste della traccia successiva. Fossati, dalla parte dei marinai, le guarda, cantando un pezzo anche in francese (tanto che potrebbe sembrare una canzone di Brassens o Jacques Brel), racchiudendo in questi versi la bellezza e la fugacità del momento, perché questa canzone di marinai ha in sé la brevità degli arrivi e delle partenze di chi va per mare.

Il marchio di Fossati dell’album si riconosce in Chi guarda Genova, quasi che quest’ultima, Terra dove andare e Questi posti davanti al mare  potrebbero essere tre canzoni gemelle. Questa canzone è un altro inno al mare, che come si potrà notare, resta il lietmotiv di tutto l’album. Genova, poi, si ammonisce nel testo, si guarda solo dal mare. Un luogo aspro ma bello, vero, tutto “rocce e gerani”. Il porto, la Procura e gli avvocati con le loro segretarie (forse “con gli occhiali che come fanno a farsi sposare dagli avvocati” ) sono tutti parte di questo paesaggio, mentre Fossati descrive scorci di vita quotidiana, belle signore, amori non da aspettare, sé stesso e i suoi affaires: Fossati fa diventare Genova il retroscena e l’alter ego di chi “ha il cuore arido e un orecchio al traffico”.

La costruzione di un amore è forse la canzone più celebre dell’album e qui ritroviamo il Fossati poeta deluso ma realista di Di Tanto Amore, Carte da decifrare e Il bacio sulla bocca. L’ultima canzone è invece Caffè lontano:

Io cosa non ti direi,
e, mi viene da pensare che,
se chiudi gli occhi anche tu
nello stesso momento,
puoi prendermi la mano.

Il cantautore genovese ci lascia sospesi in quest’ultima canzone, quasi come il caffè si lascia sospeso, secondo una nostra usanza contemporanea. Lui, lontano da casa sua, lontano dalla donna che ama, solo davanti ad un caffè, fa pensare ad una canzone di un altro genovese, Paolo Conte, che  parlava di amori fugaci e distanti, in Architetture lontane. Fossati si racconta in un momento fisso ma lontano nel tempo, ed è  quasi come se si guardasse attraverso o meglio è come se si fosse sdoppiato e si stesse guardando dall’esterno.

Questo album, così delicato, è uno scrigno magico, un breve racconto moderno, con una trama difficilmente intelligibile ma sensata e bellissima e, se non vi è ancora capitato di farlo, non vi resta che  tuffarvi in questa pietra miliare di un’ età aurea della musica italiana, forse troppo lontana.

 

 

Foto: copertina del vinile La Pianta del tè

 

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

Tra empatia e sensazionalismo: Sense8

In copertina: materiale promozionale per la seconda stagione di Sense8. Fonte qui

Sense8 è una serie tv fantascientifica scritta e diretta da Lana e Lily Wachovski (autrici e registe di Matrix) e Michael Straczynski per la piattaforma di Netflix. La serie è stata pubblicata nel Giugno del 2015 mentre la seconda stagione è disponibile dal 5 Maggio di quest’anno.

Si tratta di una grossa produzione con un cast internazionale e riprese on location in giro per il mondo. La spettacolarità di Sense8 è infatti dovuta soprattutto alla sua straordinaria capacità di trasportare lo spettatore nelle realtà più disparate in ogni singola puntata, spingendolo ad assaporare virtualmente le atmosfere di luoghi lontanissimi con i quali impara ad acquistare familiarità.

Gli otto protagonisti di questo racconto appartengono a realtà nazionali diverse ma sono legati da un codice genetico particolare che li accomuna. Sono infatti il frutto di un processo evolutivo che percorre in parallelo quello del homo sapiens, dando vita ad una specie, quella dei sensate, che comunica attraverso una connessione di tipo empatico oltre le barriere spaziali. Di fatto Will, Riley, Sun, Capheus, Lito, Nomi, Wolfgang e Kala non hanno nulla in comune, ma l’appartenere ad un gruppo che connette in modo spontaneo pensieri ed emozioni fornirà la base per la nascita di un legame solido fra di loro.

Sense8 sviluppa un racconto in cui il concetto stesso di protagonista viene meno nei suoi comuni schemi narratologici. Il protagonista infatti va costantemente frantumandosi e ricomponendosi in coscienze collettive e individuali, corporalità singole e plurali, fisicità virtuali e concrete e menti autonome e interconnesse. Questi cortocircuiti di senso costituiscono il motore d’azione di una narrazione che costruisce la propria spazio temporalità sul filo dell’empatia.

La capacità di connessione empatica e mentale dei personaggi, oltre a rappresentare un’ottima soluzione narrativa, crea le premesse per una riflessione più ampia che riguarda il contesto al di qua dello schermo. In quella che viene spesso definendosi come l’era dell’interconnettività, amplificata e accelerata che crea l’illusione di una comunicazione costante e di una realtà sconfinata, il singolo vive nell’idea di non essere mai solo e di appartenere ad una rete più grande di lui in cui può condividere la propria quotidianità, le proprie abitudini e i propri pensieri. Questa realtà apre l’immaginazione ai più svariati scenari distopici (si veda Black Mirror) che però tengono conto unicamente delle conseguenze di un modo distorto di approcciarsi all’altro e alla socialità. Sense8 ci trasporta invece in un mondo, che è il nostro mondo, in cui la rete sociale dei sensate è un punto di forza perché non ha nulla di illusorio. I protagonisti, nell’affrontare le proprie personali tragedie, non si trovano mai soli pur essendo fisicamente isolati. È una serie che celebra i legami umani in ogni loro forma.

La minaccia omologante è rappresentata da una forza più grande di loro, distribuita in modo capillare e allo stesso tempo non individuabile che vuole distruggere le identità altre e la loro connessione, considerandole minacce. Il tema dell’identità in questa serie è molto forte e di fatto le identità di ogni personaggio sono costantemente a rischio e perseguitate.

La serie affronta diverse questioni, potendosi calare nei più disparati contesti sociali e culturali. Dall’identità sessuale e di gender al sessismo fino alla corruzione politica e al dramma della criminalità nelle sue varie sfaccettature. Quelle dei protagonisti sono di fatto esistenze al limite che aumentano la temperatura drammatica di ogni episodio.

Sense8 si nutre dei generi più svariati: dal melodramma all’action movie, dalla distopia al documentario e lo fa servendosi di una fotografia impeccabile, di scenari spettacolari e di un montaggio efficace che tiene lo spettatore avvinghiato ad una trama iper-emozionale. Il fascino di Sense8 sta anche in questa sua straordinaria capacità di invisibilizzare l’illusione e trasformare lo spettatore nel nono elemento del gruppo, coinvolgendolo pienamente nell’azione.

È una serie dotata di ritmo che si muove sulle note decise della tecno o sui motivi suggestivi di Sigur Ròs. Il pezzo che in qualche modo fa da tema ricorrente è What’s Up dei 4 Non Blondes, riarrangiato nella seconda stagione in un remix originale che spinge la canzone oltre i propri orizzonti, conferendole quel tono esplosivo che accende ogni scena di questa serie anticonvenzionale.

Anche la sessualità trova uno spazio di rappresentazione particolare. L’amplificazione delle sensazioni dei personaggi e la loro risonanza all’interno del gruppo trasformano quella che è un’esperienza individuale in un momento di condivisione totale del piacere sessuale da parte di tutti i membri. Sono ormai celebri le scene che vedono l’intero gruppo partecipare a quelle che possono definirsi orge sensoriali.

Nel celebrare la sensibilità di ogni singolo personaggio e nel trasformare questa sensibilità nell’unica arma attraverso la quale i vari protagonisti possono difendersi da un mondo che vuole perseguitarli, Sense8 riesce in qualche modo ad affrontare tematiche spesso trattate con superficialità con uno sguardo intimo ma mai ingenuo. Di fatto creando un’utopia all’interno di una distopia, Sense8 parla di resistenza, la resistenza di identità che vengono celebrate per non essere annientate.

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

Thoughts from a militant mind. «Rage Against The Machine», 25 anni dopo

L’11 Giugno 1963, un gruppo di monaci buddhisti attraversò le strade di Saigon (capitale dell’allora Vietnam del Sud), diretto verso l’ambasciata cambogiana. Giunti a destinazione, i religiosi si disposero circolarmente per assistere al traumatico spettacolo passato alla storia come “Immolazione di Thich Quàng Duc”:  dopo essere stato cosparso di benzina, Lâm Văn Tức (questo il nome da laico dell’immolato) si diede fuoco e si lasciò, imperterrito, divorare dalle fiamme, circondato dagli sbigottiti confratelli. L’episodio ebbe risonanza mondiale grazie alla ad una celeberrima foto scattata dal fotografo statunitense Malcolm Browne, e giocò un ruolo determinante nella caduta dell’autoritario regime di Ngo Dinh Diem, a causa delle pressioni dell’alleato statunitense (che di lì a poco avrebbe intrapreso il tristemente noto intervento militare nella guerra che vedeva contrapposto il Paese al Vietnam del Nord, comunista) generate dal discredito internazionale seguìto all’immolazione. Thich aveva, infatti, aperto una serie di roghi volontari e di violente proteste della maggioranza buddhista della popolazione sudvietnamita, duramente colpita dalle politiche governative che miravano ad imporre la religione cattolica.

Circa trent’anni dopo, lo scatto di Malcolm Browne divenne la copertina di un disco destinato ad entrare nella storia della musica leggera e ad influenzare un’intera generazione di musicisti, dotato della stessa carica contestatrice del tragico  gesto del monaco vietnamita e in grado di dare vita all’ultima, grande band del panorama del rock mondiale: “Rage Against The Machine”, pubblicato nel 1992 dalla band omonima.

SUCCESSO

Il gruppo nacque in California nel 1991, dall’incontro delle brillanti menti del chitarrista Tom Morello e del cantante Zack De La Rocha. La formazione sarebbe stata a breve completata con l’ingresso del batterista Brad Wilk e del bassista Tim Commerford, legati da precedenti rapporti (musicali e personali), rispettivamente, a Morello e De La Rocha. La line-up, ormai completa, iniziò a scrivere un gran numero di pezzi, attirando in breve tempo l’attenzione di numerose case discografiche statunitensi: la scelta ricadde sulla Epic Records (acquisita nel 1987 dalla Sony, il che porterà, per le ragioni che verranno a breve esposte, a numerose critiche nei riguardi del gruppo), che nel 1992 pubblicò l’album d’esordio del gruppo (appunto, “Rage Against the Machine”).

Il disco, che grazie all’appoggio della Epic raggiunse presto un successo planetario, si compone di 10 tracce di media durata (dai 4:05 minuti di Bombtrack ai 6:07 di Wake Up), ciascuna delle quali destinata ad entrare nella storia della musica leggera: i Rage Against The Machine (nel prosieguo: RATM), infatti, rivoluzionarono totalmente l’ormai declinante panorama del metal statunitense, che dopo l’età aurea degli anni ’80 stava venendo forzatamente estromesso dal panorama mediatico mainstream, infondendovi nuova linfa vitale grazie all’innesto, su strutture compositive, ritmiche ed armoniche proprie soprattutto della sua prima fase, di poderosi influssi provenienti dai generi più disparati.

In primis, per quanto riguarda la voce: De La Rocha, figlio di immigrati messicani socialmente emarginati, aveva nel decennio precedente esplorato le potenzialità dei generi maggiormente politicizzati della scena musicale americana per esprimere il proprio disagio, e dopo una “gavetta” nella scena hardcore punk aveva sviluppato una forte passione per l’hip hop che, in quel periodo, vedeva i propri canoni stilistici assumere la propria forma più compiuta ed elaborata. Al suo ingresso nei RATM portò dunque un dote un cantato ascrivibile appunto alla tradizione hip hop statunitense (allora in via di consolidamento) dotato di una vena di aggressività e di occasionali escursioni in vere e proprie urla che tradivano la sua formazione più propriamente punk, che meglio di qualunque altro potesse esprimere il radicale messaggio portato avanti nei veementi testi, da lui stesso composti in via esclusiva.

INNOVAZIONE

A farla da padrone in tutto l’album è, però, il rivoluzionario e poliedrico lavoro chitarristico di Morello. Rivoluzionario, sì, ma non certo dal punto di vista armonico, se è vero (come è vero) che raramente il Nostro esula da riff costruiti su quelle scale pentatoniche che avevano fatto la fortuna della prima fase del metal e, soprattutto, delle sue espressioni ancora maggiormente legate agli stilemi hard rock portati alla ribalta, a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, dai Led Zeppelin (cui Morello si ispirò dichiaratamente per gran parte della propria militanza nei RATM). Il geniale apporto del chitarrista italo-irlandese-keniota-americano (questo l’articolato pedigree del musicista!) consiste, piuttosto, nell’affiancamento ad un riffing squisitamente settantiano (che in alcuni casi sorregge, con poche divagazioni, l’intero pezzo, come ad esempio in Know Your Enemy) di una strabiliante serie di effetti chitarristici innovativi ed ottenuti in maniera assolutamente eterodossa – tanto che gli album dei RATM divennero celebri per il loro recare, all’interno del proprio booklet, la frase «Nessun campionamento, nessun sintetizzatore e nessuna tastiera sono stati utilizzati nella produzione di quest’album», per prevenire il formarsi, nell’ascoltatore, del ragionevole dubbio che gli inusitati suoni rinvenibili nella produzione fossero stati ottenuti in uno dei modi succitati. Basti ascoltare pezzi come Bullet In The Head e Township Rebellion: ad un ritornello di stampo indubbiamente convenzionale (la chitarra distorta che suona power chords, sorretta dal basso che ne ripete le note fondamentali) fanno da contraltare strofe in cui questo stilema è totalmente destrutturato, per lasciare posto, in entrambi i casi, ad un lavoro ritmico esclusivamente bassistico cui si sovrappongono assurdi effetti di chitarra (ottenuti, rispettivamente, sfregando il plettro sulle corde e pizzicando le corde stesse sulla paletta invece che sulla tastiera).

L’intero lavoro di Morello si regge, insomma, su questa dicotomia tra tradizione ed innovazione: dicotomia che talvolta si esplica, come nei due pezzi appena ricordati, all’interno della canzone stessa, contrapponendo ritornelli assimilabili alla prima a strofe assimilabili alla seconda (secondo un modello che sarà poi portato alle estreme conseguenze in “The Battle of Los Angeles”, del 1999; sempre eccellente, ma privo della freschezza della release del ’92 e, alla lunga, ripetitivo, proprio per il suo insistere su questo schema) e talaltra nell’alternarsi di pezzi pressoché totalmente “canonici” (per quanto questo termine possa avere senso se riferito ai RATM; si pensi alla celeberrima Killing In The Name) e composizioni integralmente rivoluzionarie (Fistful Of Steel). In entrambi i casi, il chitarrista è in grado di lasciare la propria inconfondibile impronta: anche quando, nell’intro di Wake Up, opera un dichiarato tributo alla storica Kashmir dei Led Zeppelin, lo fa raggiungendo il medesimo risultato che si otterrebbe con la convenzionale tecnica chitarristica attraverso un continuo scordare e riaccordare la corda della chitarra durante l’esecuzione stessa, dimostrando così di saper aggiungere il proprio tocco personale anche quando la continuità con il passato è il fine esplicitamente perseguito. Morello si staglia così come un gigante nel panorama dei chitarristi di musica leggera del  XX secolo, dotato tanto di padronanza del linguaggio espressivo più classico, quanto di visionario ed incontenibile estro innovativo, tali da permettergli di sviluppare uno stile totalmente inimitabile – ed inimitato, quasi come se tutti i chitarristi giunti alla ribalta dopo di lui si fossero resi conto dell’irripetibilità di un’esperienza così genuinamente unica nella sua tensione interna tra i due poli.

MILITANZA

I RATM sono, però, più, molto più che una semplice band metal – sempre che il risultato finale del loro mix stilistico-espressivo possa ancora essere definito tale (tanto che, usualmente, viene indicato come alternative metal; etichetta, come si capisce, quanto mai vaga e priva di reale contenuto). Il gruppo ha, infatti, fin dei propri esordi, affiancato alla dimensione strettamente musicale un costante impegno di natura politica che forse, per certi versi, è anzi la vera ragion d’essere della formazione. L’attenzione per temi come il consumismo, la globalizzazione, le battaglie delle minoranze etniche e la causa libertaria, affrontati da una prospettiva marcatamente di sinistra, è frutto essenzialmente dell’apporto di De La Rocha, che, come sopra accennato, vi era stato sospinto dal clima di forte disagio sociale entro cui era cresciuto, e di Morello, il cui avvicinamento al mondo della politica era stato propiziato dall’attivismo della famiglia (il padre, diplomatico kenyota, era a sua volta nipote di Jomo Kenyatta, primo presidente eletto del Kenya postcoloniale). Com’è logico, la forte politicizzazione del gruppo traspare in primo luogo dagli infuocati testi di De La Rocha: dalla traccia di apertura, Bombtrack (vero e proprio flusso di «thoughts from a militant mind», a metà tra un concitato j’accuse nei confronti del capitalismo e del vuoto patriottismo statunitense ed un’ardente professione di fede rivoluzionaria), a quella di chiusura, Freedom (dedicata all’attivista politico Leonard Peltier, condannato all’ergastolo per l’omicidio di due agenti dell’FBI a sèguito di una controversa vicenda processuale), «Rage Against the Machine» si dipana attraverso una serie di canzoni che nulla concedono a temi estranei alla sfera pubblica, i quali vengono, invece, sempre trattati con sferzante schiettezza. Se Killing in the Name, dedicata allo spinoso (e tragicamente attuale) tema del razzismo delle forze dell’ordine statunitensi, e Wake Up, vero e proprio compendio di storia dei movimenti contro la segregazione razziale e della lacerazione da essi prodotta nella società americana (giunte fino a vere e proprie forme di repressione da parte dello Stato), tradiscono l’ispirazione nascente dalle vicende personali di De La Rocha, altri pezzi, come Take The Power Back e Bullet In The Head, affrontano temi più generali propri alle concettualizzazioni della nuova sinistra del secondo ‘900, come l’omnipervasività del consumismo (leitmotiv marcusiano del ‘68) e il carattere repressivo del sistema educativo occidentale. La scelta dell’immolazione Thich come immagine-simbolo dell’album appare, così, pienamente giustificata: idealmente, De La Rocha e compagni si pongono infatti il fine di denunciare, con la medesima intransigenza del monaco vietnamita, le storture del mondo loro contemporaneo, riuscendo peraltro ad incanalare il proprio, radicale messaggio nella forma estetica a ciò più adeguata.

Ciò non esaurisce, però, l’attivismo del gruppo. Per tutto il corso degli anni ’90, i RATM  sfruttano l’enorme notorietà acquisita grazie alla propria musica per compiere gesti eclatanti di sensibilizzazione rispetto alle tematiche trattate nei tre album di inediti di cui si compone la loro succinta discografia. Tra gli episodi più noti, l’annullamento di un concerto nel 1993 per protestare contro la censura nei confronti delle opere musicali (i musicisti si presentarono sul palco nudi, senza strumenti, con le bocche tappate da strisce di scotch e la sigla PMRC – associazione di genitori statunitensi, particolarmente attiva verso la fine degli anni ’80 per prevenire la diffusione di messaggi “diseducativi” – dipinta sul petto) e la partecipazione, nel 2000, alla manifestazione della sinistra no global contro la convention nazionale del Partito Democratico statunitense; ma innumerevoli sono gli episodi di radicale contestazione attribuibili al gruppo nel corso degli anni, come la sistematica prassi di bruciare bandiere statunitensi al termine dei propri concerti. Menzione a parte merita la realizzazione, nel 2000, del videoclip della canzone Sleep Now In The Fire, affidata al celebre regista Michael Moore: il gruppo si fece riprendere mentre suonava, senza autorizzazione, davanti all’ingresso della borsa di Wall Street (peraltro con notevole coinvolgimento dei dipendenti della stessa), causandone la mancata apertura per l’intera giornata.

Era inevitabile che il gruppo attirasse una fiumana di critiche nei propri confronti: come ricordato in apertura, infatti, per tutta la sua esistenza esso fu prodotto e distribuito da una sussidiaria della Sony, multinazionale della tecnologia quotata su quel mercato azionario globale che la sconcertante occupazione di Wall Street (ante litteram) mirava a danneggiare. Dell’ineliminabile tensione che da ciò discendeva era peraltro ben conscio lo stesso Morello, che in una celebre dichiarazione affermò, rivendicando la dignità della propria condotta ed, anzi, la sua perfetta coerenza con le finalità che il gruppo si proponeva, nella misura in cui la dimensione transnazionale della Sony favoriva la diffusione di idee contestatrici:

«Non ci importa predicare per chi si è convertito. È bello occupare illegalmente case abbandonate guidate da anarchici, ma è bello anche saper raggiungere la gente con un messaggio rivoluzionario.»

È però innegabile come il vero perno della portata contestatrice del gruppo non fosse Morello, ma De La Rocha. A sèguito (e, almeno parzialmente, a causa) della vittoria delle elezioni presidenziali americane del 2000 da parte del repubblicano G. W. Bush, infatti, l’istrionico cantante lasciò i RATM, decretandone, di fatto, lo scioglimento.  La scelta venne giustificata con il seguente comunicato:

«Sento di dover lasciare adesso i Rage, perché il nostro processo nel prendere le decisioni è completamente fallito. Non incontra più le aspirazioni di noi quattro collettivamente come band, e, dalla mia prospettiva, ha minato i nostri ideali artistici e politici. Sono estremamente orgoglioso del nostro lavoro, sia come attivisti che come musicisti, così come sono riconoscente e grato a tutte le persone che hanno espresso solidarietà e condiviso questa incredibile esperienza con noi

Come peraltro traspare dalla stessa dichiarazione di De La Rocha, il gruppo era allora minato da dilanianti tensioni interne, principalmente legate al difficile rapporto tra le ingombranti personalità di De La Rocha stesso e Morello, ed è pertanto difficile ritenere pienamente sincera la preponderanza della motivazione politica nella decisione del rapper. È, però, un dato di fatto che, a sèguito della sua dipartita, questi abbia continuato, con il suo progetto solista, la strada dell’attivismo (peraltro non sempre raggiungendo, dal punto di vista estetico, risultati esaltanti), anche a costo di relegarsi volontariamente nel più puro underground; i rimanenti membri, invece, diedero vita al progetto Audioslave, affidando la voce a Chris Cornell, cantante dei Soungarden. Il gruppo, pur caratterizzato dal consueto ed inconfondibile tocco morelliano, si orientò su stilemi completamente differenti da quelli che avevano reso celebri i RATM (componendo comunque pezzi di eccellente qualità e che, peraltro, raggiunsero un notevole successo radiofonico), e bandì pressoché totalmente dal proprio orizzonte le tematiche politiche che avevano caratterizzato, e contribuito a rendere grande, l’irripetibile esperienza precedente. (altro…)

Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

Non fate la guerra, ascoltate Micah P. Hinson

La primavera ha spazzato via l’inverno con un colpo di spugna, ma noi già lo sappiamo che, come dice giustamente De Andrè in Un chimico, primavera non bussa, lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura , e, ad accompagnarla ci dovrebbe essere della buona musica, sempre.C’è, infatti, in queste giornate che sembrano essersi allungate, la voce di un ragazzo del Tennessee del 1988, tale Micah P. Hinson che potrebbe essere la panacea di tutti i mali.

Micah P. Hinson, un autore tormentato come e forse più di alcuni altri, con la sua voce spettrale e, per questo, quasi eterea, è prima di essere una rivelazione degli ultimi anni, un uomo fortemente segnato dalle esperienze personali. Cresce in una famiglia cattolica e conservatrice, è quello strano, il ragazzo occhialuto che ruba i dischi a suo fratello per ascoltarli in solitudine.
Era infatti appena un ragazzino, quando si innamorò di una modella di Vogue, con cui fuggì da Abilene, in Texas, dove si era successivamente trasferito (1). Una storia vera, la sua, che ricorda un po’ le canzoni di Springsteen, ricordiamo, una fra tante, la bella Mary dal vestito svolazzante che salta in macchina e fugge dal paesino di provincia con il Boss in Thunder Road. Hinson, però, viene lasciato inaspettatamente e si ritrova senza soldi, sfrattato dall’appartamento in cui viveva con la modella, in prigione e affetto da depressione e dipendenza da sostanze stupefacenti. Questo lo avrebbe solo reso un ragazzo come tanti, un uomo di cui non avremmo conosciuto “le gesta”, se solo non avesse avuto la brillante idea di mettersi a suonare.

Sarà un suo amico a scoprire le bozze delle sue canzoni, il membro degli Earlier, che gli farà guadagnare l’uscita del primo album, nel 2004, Micah P. Hinson and the Gospel of Progress(2). Sulla copertina campeggiano le stringhe di un corpetto da donna a metà fra un abito da sposa e un abito settecentesco e, una donna, con molte probabilità, la modella di Vogue, è la protagonista di tutto l’album e la musa di Hinson. A dirla tutta poi, quasi tutti gli album del cantautore americano hanno come copertine gambe, busti e seni di donne.

Nella prima traccia ci invita quasi col pezzo Close your Eyes a chiudere gli occhi e ad assaporare ogni singolo verso di questa bellezza. E ad occhi chiusi andrebbe ascoltato tutto l’album: gli arpeggi e i ritornelli sono capaci di portare l’ascoltatore lontano, nel tempo e nello spazio, in mondi non più esistenti o forse mondi da cui, in vite precedenti, siamo già passati. Hinson suona le corde delle nostre anime, a suo piacimento, portandoci a volte alla deriva, a volte al più alto grado di irrazionale speranza.
In Beneath the rose, Hinson con delicatezza quasi dichiara di voler morire, fra le rose, per il troppo dolore e passa nella canzone successiva a comporre un lamento straziante in cui chiede alla donna che ha amato di non dimenticarlo. Tocca il cuore, con la sua semplicità, quasi commuove. Non è smielato però, anzi a volte è quasi rude, con quella sua voce profonda, tanto che l’ascoltatore non può fare altro che trovarsi imbambolato a seguire le trame di questa storia. Hinson in questo album fa ciò che avremmo fatto tutti se fossimo stati musicisti o poeti: blocca i ricordi, dà loro voce, rendendoli eterni, forse, immaginiamo con lo scopo di alleviare le sue pene, con lo scopo di guardare in faccia alla realtà.
Non gli servono molte parole, i versi sono brevi e poco complessi, ma i giri di chitarra un po’ alla Johnny Cash parlano per lui e lasciano poco spazio all’immaginazione. L’album si chiude con un pezzo che è presagio di un dolore che difficilmente si rimarginerà: The day Texas sank in to the bottom of the Sea, è l’apice della tragedia pur consegnando al mondo la speranza del cantautore, l’unica cosa a cui ancora si può aggrappare. Chiusa la storia di questo amore tragico nel 2005 ritorna con Micah P. Hinson and the Satellite, un album diverso, introspettivo ma più “leggero”.
Johnny Cash che ricorda nella voce è anche il suo modello, perché negli album successivi le tonalità sono quelle country (inoltre,come Johnny Cash fece prima di lui, chiede alla fine di un suo concerto alla sua fidanzata di sposarlo (3)). Gli anni Cinquanta sono presenti musicalmente nei suoi successivi album come accade in Micah P. Hinson And the Pioneers Saboteurs. Continua la sua carriera,alternando alti e bassi, inframmezzata da operazioni alla schiena che lo costringono a letto e che gli danno occasione di scrivere per un altro album Micah P. Hinson and the Opera Circuit, in cui si ritrovano pezzi classicheggianti, infatti non mancano in diverse canzoni giri di archi sparsi (4). Il cammino di Hinson è un cammino di maturità e nei suoi album si legge chiaro che si passa dalla descrizione del tormento provocato dall’amore, al suo malessere fisico, alla sua voglia di lottare contro la morte e la depressione. Un’artista multiforme, con influenze musicali più varie, da Elvis a Cohen, da Bob Dylan ai Beatles. Un musicista,le cui dita non hanno occasione di star ferme,infatti, diversi sono gli strumenti che suona. Un’artista tormentato, melanconico, ma anche uno di quelli capaci di accartocciarci il cuore.
L’ultimo album del 2010 è stato scritto in seguito ad un incidente stradale che lo ha costretto a letto per alcuni mesi.

Said my dreams are
Never
Going to come true
But it seems almost impossible
To make it (da It seems almost impossible)

Così pensava lui, che i suoi sogni non si sarebbero mai avverati, invece ci ha svelato a poco a poco pezzi di sè, “liberandosi dal male”, diventando nelle sue canzoni quasi il fantasma di sé stesso, restando aggrappato a quelle note, che diventano universali, catartiche e che con forza dirompente ci fanno danzare con consapevolezza con i nostri demoni, o almeno con quelli con cui ognuno di noi convive quotidianamente.

NOTE:

(1), (2), (3), (4) Micah P. Hinson, Il tormento della bellezza, di Gabriele Benzing, ondarock.it nella sezione songwriter

FOTO: http://www.bazingaticket.com/micah-p-hinson-fab/

 

L’Odio (La Haine) : la recensione

L’Odio (La Haine) : la recensione

Ci sono un nero, un arabo e un ebreo. Non è l’inizio di una barzelletta da Bar dello Sport, sono i protagonisti de L’ Odio, film in cui verrà descritta la loro giornata successiva alla guerriglia con la polizia, causata dal grave ferimento del sedicenne Abdel durante un interrogatorio.

Vinz(Vincent Cassel), Saïd(Saïd Taghmaoui) e Hubert(Hubert Koundé) sono degli aspiranti rivoluzionari che passano il loro tempo raccontandosi aneddoti, girovagando per le strade della banlieue di Parigi senza meta e fumando qualche spinello. Il senso di noia è amplificato dalla mancanza di dilatazione temporale, infatti il film si sviluppa interamente nell’arco di una giornata. Giornata in cui tutte le televisioni sono sintonizzate sulle reti che trasmettono gli ultimi aggiornamenti sugli avvenimenti della notte precedente e sulla instabile condizione medica di Abdel.

I tre ragazzi di vita(riprendendo il titolo di un noto romanzo di Pier Paolo Pasolini, che narra le vicende di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano) descritti rappresentano dei pannelli distanziometrici dal disfacimento, con Hubert che è il più riflessivo e meno propenso a cacciarsi nei guai, Saïd che si barcamena tra senso di responsabilità e violenza, e infine Vinz, un Accattone in chiave anni ’90, una bomba a orologeria carica di odio verso il sistema, col rischio costante che esploda nella maniera peggiore. Ed Il pericolo che si cacci nei guai da un momento all’altro nasce quando ritrova una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri e confida agli amici di volerla utilizzare al più presto per vendicare Abdel. Una situazione che genera tensione negli spettatori, i quali notano facilmente fragilità e contraddizioni di un disperato senza futuro, convinto di diventare un duro facendo credere agli altri di esserlo e mettendosi spesso in situazioni sul filo del rasoio.

Ma se è vero che l’amore genera amore, come ci suggerisce Hubert ‘l’ Odio chiama l’ Odio’, sentimento chiave del film che dunque non è unilaterale:così come la gioventù bruciata lo nutre nei confronti della polizia, quest’ultima non porge certo l’altra guancia e mette nei guai persone innocenti per puri pregiudizi, causa tra l’altro dell’odio provato dalla società verso questi ragazzi.

Come andrà a finire?

L’intro con Burnin’ and Lootin’ di Bob Marley & The Wailers a fare da sottofondo alle immagini documentaristiche di archivio reali raffiguranti la guerriglia urbana, ci immerge già nel clima di chi sta per guardare un film che da ogni appassionato di cinema dovrebbe essere visto come un sommelier osserva uno Chateau Lafite Rothschild. “We gonna burn and loot tonight” cantava Bob Marley, la cui traduzione è “Stanotte bruceremo e saccheggeremo”, e questo sembra essere l’inno dei quartieri di Parigi dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come Fabrizio De André poetava nella sua Città vecchia, quelle realtà popolari di cui l’alta società si disinteressa.
In un’epoca in cui gli esseri umani danno poca importanza a problematiche ritenute di secondo piano, tra cui l’odio con le sue molteplici sfumature che spaziano dal razzismo alla misoginia, appare più che mai attuale questa pellicola del 1995, ed ancora più attuali sono le parole che, nell’aneddoto più famoso del film, si ripete l’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, facendo da eco alle allucinazioni della società:“Fino a qui tutto bene”.

Questa opera targata Mathieu Kassovitz, vincitore della miglior regia al 48° Festival di Cannes, ha destato, oltre che scroscianti applausi da spettatori e critici di tutto il mondo, scalpore e sgomento tra gli agenti a causa del ritratto brutale della polizia.
La scelta di girare il film interamente in bianco e nero è certamente una scelta coraggiosa, ma coerente col messaggio lanciato:le immagini a colori, infatti, con la loro cromia distraggono e talvolta non trasmettono l’intimità a cui il racconto mira, limitandosi ad una visione spesso più superficiale; il bianco e nero, al contrario, trascende questa superficialità, e nel corso del film ci dona immagini da cui traspaiono i diversi spiriti dei protagonisti.
I virtuosismi tecnici di una regia superba fanno da contraltare ad una trama più che mai lineare, che non confonde lo spettatore, ma anzi lo tiene incollato davanti allo schermo con l’ausilio di una sceneggiatura simbolica(si pensi alla vacca che ossessiona Vinz) condita da discorsi frivoli alternati ad altri con una nuance filosofica.

Da chi sia nato questo odio non possiamo saperlo, ma per dare una spiegazione alla sua onnipresenza possiamo parafrasare il filosofo francese Jean Paul Sartre:

Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”. Imperdibile.

 

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Odio i limiti di Tredici ma sono innamorato di Hannah Baker

Tra le serie più conosciute nonché grandi novità targate Netflix, un bilancio va operato nei riguardi del teen drama Tredici (trasposizione italiana da 13 Reasons Why). La serie americana, firmata dalla produzione di Selena Gomez e dall’adattamento di Brian Yorkey rispetto all’omonimo romanzo di Jay Asher, ripercorre le tappe della morte di Hannah Baker, suicida a seguito di drammatici avvenimenti verificatisi nel corso della sua breve ma vivace ed alquanto controversa esistenza.

Tredici sono i motivi che hanno spinto Hannah all’estremo gesto, sette le audiocassette registrate verso i presunti corresponsabili dell’accaduto. Proprio da tali audiocassette sarà possibile verificare, tra presente e ripetuti flashback ripartiti tra Hannah ed il coprotagonista Clay Jensen, tutte le sfumature che hanno accompagnato la tormentata esperienza della teenager più chiacchierata della scuola.

In detto contesto, caratterizzato dall’obbligato binario liceo-adolescenza, l’americanismo televisivo raggiunge connotati spesso ripetitivi e purtroppo costantemente erosivi delle pur fondamentali tematiche trattate. In Tredici ritroviamo infatti il gruppetto fighetti della scuola, incarnato dai perfetti muscolosi e desiderati campioni dello sport studentesco, l’effimera fama del mondo cheerleader, l’ingenuo atteggiamento maschilista rispetto alle prerogative di una ragazza liceale, o ancora quella controparte maschile che esprime il disagio nella diversità di un intimismo formato nerd fantascientifico, lontano da donne e bicipiti. I cliché dunque (e purtroppo) non mancano, limitando di fatto un prodotto che a ben vedere riesce a toccare svariate fasce d’età, nonostante l’assenza di precisione di cui si dirà.

La serie di Yorkey può più che mai essere definita con un termine clou, che è quello di perfettibile. Trattare di tematiche cruciali quali il bullismo, la sofferenza femminile dinanzi ad una violenza sessuale, l’ossessione, la solitudine, la morte che si fa tramite per mezzo del suicidio ed il rapporto genitori-figli, non è certo una operazione semplice sotto il profilo dell’originalità. Con il rischio (solo in parte superato dalla serie) di sconfinare in una pedagogia eccessiva, poiché poco incisiva e peraltro spesso smontata dall’assenza dei molteplici punti di vista determinati dalle differenze generazionali e dalle difficoltà del rapporto tra giovani e istituzioni.

I colpi di scena sono inoltre abbastanza rari e trascurano i punti di vista del mondo adulto, limitando pertanto la narrazione ai silenzi e all’omertà degli amici di Hannah, spaventati dalle conseguenze della verità. Una verità nuda e cruda che rischia di compromettere il futuro dei ragazzi coinvolti, ben messa in risalto anche da passaggi della serie piuttosto controversi, nei quali si ritroveranno giovani vite spente ed altre ancora distrutte dal rimorso e dalle violenze subite. Qui invece il realismo non manca, rivelandosi spesso disturbante a causa del tentativo di immedesimazione dello spettatore rispetto ad un dramma che tocca non solo Hannah ma anche coloro che continueranno ininterrottamente ad amarla (Clay, i genitori di Hannah) assieme al peso del non aver impedito il proprio suicidio.

Manca si diceva il cosiddetto punto di vista genitoriale, oltre che il significato del ruolo di una istituzione a tutti gli effetti come la scuola. Tredici sembra invece fornire un messaggio contrario, lasciando il punto di vista degli adolescenti avaro di punti di riferimento. Come se genitori e scuola fossero totalmente assenti e non così tormentati (come spesso invece realmente accade) rispetto alle divergenze di due mondi quasi paralleli. Ma qui tale contrapposizione non emerge affatto, come evidente dalla successiva incapacità della madre del coprotagonista Clay Jensen di intuire le confidenze finali del proprio figlio, rispetto ad una storia troppo grande per l’età dei giovani ragazzi.

Certo, si partiva da un’idea “imposta” dall’omonimo romanzo. E qualcosa effettivamente è stato riadattato dalla serie stessa, attraverso l’introduzione di personaggi non presenti o comunque senza caratteristiche ben definite dall’opera letteraria. Entrano così in campo tutti i personaggi principali che hanno decretato la fine sociale e materiale di Hannah, culminata dal drammatico silenzio del preside della scuola. Ma restano anche qui i dubbi sugli eccessivi cliché del liceo americano, con personaggi interiormente vuoti ed unicamente preoccupati di difendere futuro e reputazione attraverso i ricorrenti tentativi di insabbiare le verità delle audiocassette.

C’è poi il limite del contorno della narrazione, legato alla descrizione del dramma attraverso i connotati di un thriller psicologico sì presente ma spesso poco denso di colpi di scena. Una caratteristica costante e che può tranquillamente essere riferibile alla prima parte della serie, che vede un generale rallentamento rispetto all’andamento dei fatti. In sintesi, Tredici è una serie che va vista e forse anche rivista, ma che procede a luci intermittenti, con il rischio che le lampadine possano spegnersi abbandonando momentaneamente lo spettatore alla nebbia della noia. Il tutto,  prima di un complessivamente eccezionale trittico tra le puntate 9 e 11, vero punto di forza rispetto ad un finale prevedibile quanto incompleto (anche se magari volutamente generato rispetto alla notizia dell’uscita di una seconda stagione). Qui vien da chiedersi se, esaurito ormai l’adattamento della composizione letteraria di Jay Asher, possa avere un qualche senso perseverare con un’altra stagione rispetto ad un finale che promette poco, salvo limitate questioni (la possibile incriminazione dello stupratore Bryce o le condizioni di vita di Alex rispetto alla “imitazione” del gesto di Hannah). Nulla tuttavia esclude un grande rilancio, magari per mezzo di uno stile che vada a richiamare i punti di forza del trittico di puntate antecedentemente richiamato.

Nonostante lo stato di perfettibilità, Tredici è una serie incisiva sotto il profilo del merito, ovvero delle tematiche messe in campo. Richiamare fattispecie quotidiane quali quelle del bullismo, della violenza sessuale e del suicidio a seguito della generale umiliazione causata dalla mancata integrazione adolescenziale, ci ricorda quanto fondamentale possa essere la conseguenza di una azione a prescindere dall’importanza ad essa personalmente fornita. Il rapporto tra conseguenza ed azione è pertanto un aspetto molto ricorrente all’interno della serie e che ben individua la necessità di immedesimarsi anche rispetto ai silenzi del nostro interlocutore. Come quelli di Hannah, incapace di reagire al corso degli sfavorevoli eventi, o di Clay, devastato dalle omissioni sentimentali che gli impediranno di evitare il gesto della ragazza che avrebbe voluto avere accanto forse per sempre, decretando un rimpianto a tratti ben descritto e commovente. Per questo e non solo, al di là delle imperfezioni della serie, tendiamo ad amare Hannah Baker. Nell’eternità, sino a dove e quando non sapremo in quali posti ella potrà condurci, nonostante i dissidi interiori ed il nostro costante ma inutile tentativo di ignorare dolori spesso enormi, tali da non portarci ad essere in grado di saper esprimere e mettere a confronto il nostro io di fronte ad una giovanile ma sovente problematica e claustrofobica esistenza.

foto da: screenrant.com

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