Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Stefano Cucchi: sulla pelle di tutti

Sono passati nove anni dall’omicidio di Stefano Cucchi, trovato morto all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, sei giorni dopo il suo arresto per detenzione di stupefacenti.

Presentato e acclamato all’edizione 2018 del Festival del cinema di Venezia, Sulla mia pelle, regia di Alessio Cremonini, racconta gli ultimi e infernali sei giorni di vita dal punto di vista di Stefano, interpretato da un magistrale Alessandro Borghi.

Il paragone con Diaz-non pulite questo sangue è qualcosa che è subito affiorato, per associazione di idee, nella mia mente ed ha plasmato le mie aspettative precedenti alla visione di Sulla mia pelle. Sono in realtà due film profondamente diversi, ed in questo sta, a mio avviso, la potenza narrativa di entrambi.

Voglio quindi, nonostante i punti in comune fra i due film siano appena qualcuno, procedere sulla linea del paragone fra essi in questa recensione di Sulla mia pelle, perché è stata proprio la mancata somiglianza fra le due opere a farmi prendere coscienza di alcuni punti cruciali che rendono la vicenda Cucchi un caso sui generis che ci dice qualcosa di più, della semplice brutalità delle forze dell’ordine, appurata anche se ad oggi senza colpevoli materiali nelle aule di giustizia.

In Diaz massacri e violenza su inermi sono brutalmente rappresentati sullo schermo senza alcun filtro. Il focus del film è l’abbruttimento completo di uomini che abbandonano ogni pietà umana cedendo il posto alla divisa; la brutalità di una violenza che sa di dissociazione, “la freddezza organizzata e meccanica” citando il commento di Pasolini sull’eccidio di Reggio Emilia, con cui “i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente la possa arrestare, […] come la voluttà distratta di un divertimento”, che lascia spazio solo all’impotenza, alla frustrazione, ad un’unica richiesta disperata e piena di rancore: “don’t clean up this blood”.

Il film del 2012 restituisce con efficacia queste sensazioni, così come il fatto, altrettanto cruciale, che la violenza di Genova 2001 fu sì barbaramente cieca nei singoli episodi, ma ebbe precise ragioni politiche reazionarie, e come obiettivo la repressione di precise istanze sociali.

Efficace quindi la brutalità del film, perché Genova ci ha lasciato più di ogni altra cosa come eredità morale precisamente quel sangue, quello shock, quell’incredulità di fronte a tale violenza cieca ma fortemente motivata politicamente.

La vicenda Cucchi non si esaurisce “solo” nell’episodio del pestaggio. Ci dice qualcosa di più profondo della “semplice” brutalità delle forze dell’ordine, ed è per questo necessario andare oltre nell’analisi della vicenda, e il film riesce efficacemente a suggerirlo.

Le percosse in Sulla mia pelle non sono mai mostrate. Questa scelta si spiega, ad un primo livello, con la volontà da parte del regista di non mostrare nulla che non sia comprovato dai verbali (si intende quelli non modificati a posteriori dai carabinieri indagati al fine di depistare le indagini) e dalle sentenze.

Le percosse sono sì riconosciute dall’ultima sentenza, ed esse sono imputate come seconda probabile causa del decesso – dopo l’epilessia –, ma restano al momento senza colpevoli. Mostrare le percosse sarebbe significato mostrare gli autori di queste e quindi accusare senza alcun fondamento giudiziario. L’essere innocenti fino al giudizio di un tribunale, principio fondamentale del garantismo che anima l’intero film, è rispettato anche nelle scelte registiche e di sceneggiatura.

A mio avviso c’è però in tale scelta registica una volontà di concentrare il focus del film su un altro tipo di violenza che non si esaurisce nel pestaggio e che rappresenta il vero “scandalo” nella vicenda Cucchi: una violenza da “calvario kafkiano” fatta di omertà, di abbandono, di incuria in cui viene lasciato un uomo, un cittadino, in quanto spacciatore e tossicodipendente.

Nella condizione che ha funto e che funge  inoltre da attenuante per l’omicidio presso l’opinione pubblica, come riconosciuto con disagio in un’intervista dallo stesso attore protagonista.

Il diritto all’inviolabilità individuale dell’arrestato, principio base del diritto civile, a Cucchi non viene riconosciuto, non solo per via di quelle percosse subite ancora prima dell’udienza di convalida dell’arresto, ma anche, e il film insiste soprattutto su questo, all’interno della struttura carceraria dove nessuno sembra notare o badare alle condizioni fisiche sempre peggiori in cui Stefano versa.

Un’incuria determinante nel concorrere alla sua morte e motivata, nemmeno troppo velatamente, dal fatto che in barba a qualsiasi pretesa garantista, egli è già condannato senza appello da uno stigma sociale che pur in assenza di una condanna, lo marchia a morte come tossicodipendente, spacciatore, deviante.

Ogni retorica di funzione rieducativa del carcere, ogni parvenza di diritto civile è abbandonata in una struttura carceraria che pure esiste in quanto deputata a eseguire le sentenze emesse in aula di giustizia, una giustizia formalmente garantista, ma che non sembra notare il volto tumefatto di Stefano prima, le sue richieste di un avvocato e il suo dolore dopo.

Il film, pur con un’ assoluta asciuttezza che mai scade nel pietismo, racconta l’impatto che tutto questo ha “sulla pelle” di chi, pur con le proprie responsabilità personali nella scelta di commettere reati, vede calpestata la propria umanità: Stefano è raccontato non come un eroe o una vittima sacrificale, ma come un uomo solo, comprensibilmente traumatizzato dalle percosse tanto da essere terrorizzato all’idea di chiedere aiuto.

D’altronde, i pochi che si curano di domandargli il perché dei quei lividi, lo fanno in maniera del tutto retorica o sono comunque sempre affiancati da membri delle forze dell’ordine. L’unica volta che Cucchi ammette, esausto e nervoso, il pestaggio, la sua denuncia cade nel vuoto, ed egli torna a rinchiudersi nel silenzio.

Il film insiste infinitamente di più sulla violenza di questo silenzio, condiviso tanto dalla vittima traumatizzata tanto dal personale della struttura detentiva, che, più del pestaggio, lo conduce lentamente ad una morte miserabile.

La disumanizzazione di Stefano si spinge al punto di negargli qualsiasi contatto con gli affetti all’esterno del carcere, quasi questi non fossero nemmeno previsti per i “devianti”. I familiari si scontrano contro una burocrazia estenuante e impersonale, che fra permessi negati e iter incomprensibili, a stento permette loro di vedere il figlio e fratello persino dopo la morte.

Ciò ha suscitato due interrogativi in chi scrive; il primo: Stefano ebbe la “fortuna” di avere una famiglia borghese alle spalle. Ciò, pur non avendo ancora portato a vedere riconosciuti con una sentenza dei colpevoli definitivi nella sua morte, ha quantomento portato la vicenda in tribunale e agli onori della cronaca, dividendo l’opinione pubblica e le istituzioni non senza dare vita a penose dichiarazioni.

Ma quanti Cucchi, magari con la pelle scura, magari clandestini, magari provenienti da vissuti che per i più disparati motivi economici o sociali non ottengono la stessa dovuta attenzione, muoiono ogni anno nelle carceri italiane senza che alcuna indagine faccia luce sulle loro vicende, e restano all’oscuro dell’opinione pubblica?

Il secondo: il dibattito sulla vicenda e sul processo Cucchi, rinvigorito da questa pellicola, ha portato alla luce (ma questo è purtroppo comune a fin troppi casi di abuso di potere da parte delle forze dell’ordine dall’omicidio Pinelli ad oggi) un’inaccettabile atteggiamento omertoso da parte delle forze dell’ordine nei confronti dei PM incaricati di indagare sul caso, espressosi con depistaggi, falsi ideologici, promozioni di carriera nei confronti di uno dei carabinieri indagati
e declassamento di coloro che collaborano con la giustizia testimoniando contro i colleghi.

Questi intralci alla giustizia sono tanto più gravi in quanto minano alla base la legittimità dell’esercizio della forza che lo stato moderno delega alle istituzioni poliziesche, agendo queste ultime in aperto contrasto nei confronti del primo.

Questo fatto, unito al non rispetto dei diritti civili dei detenuti, getta una luce sinistra e denuncia una grave mancanza di coscienza civile da parte di quei rappresentanti delle istituzioni politiche e dell’opinio e pubblica che giustificano l’omicidio Cucchi o pretenderebbero di sbrigare la questione tacciandolo come “drogato”, e quindi, sottinteso, non meritevole di rispetto dei suoi diritti civili.

La cosa può sembrare un’osservazione ovvia, ma non lo è, nel quadro di una democrazia rappresentativa, che non può quindi prescindere da un’impronta culturale di stampo liberale.

Citando l’avvocato della famiglia Cucchi:“L’Italia ha prima di tutto bisogno di una crescita culturale oltre che di una legge sulla tortura. Una legge di questo tipo lascia invece freddi gli italiani, la consapevolezza necessaria riguarda il rispetto fondamentale dell’essere umano. In Italia il sistema di comunicazione è fallimentare, definisce la famiglia Cucchi e noi legali il partito dell’antipolizia, quando chi rispetta le istituzioni e la polizia sono proprio queste famiglie.  Vi è un sistema di scarsissima sensibilizzazione popolare per quello che è il tema delle condizioni di vita dei detenuti nelle nostre carceri.”

Paradossalmente, a fronte di istituzioni politiche e opinione collettiva più o meno narcotizzate riguardo l’argomento, le uniche realtà che portano avanti battaglie legate a questo e ad altri diritti che, piaccia o meno ammetterlo alle parti, sono liberali, sono, oltre alle associazioni create dai familiari, le realtà dei centri sociali o ad esse affini, che pure non si riconoscono nello stato liberale.

Cucchi ci dice quindi di più della brutalità, appurata, delle forze dell’ordine: ci dice delle contraddizioni in cui si consuma il degrado morale e civile di una democrazia illiberale; Il film in questione ha il merito di ricordarci, dolorosamente, che queste contraddizioni si consumano sulla pelle di esseri umani.

Di Mariachiara Elia

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

Macro-Cosmo: guida a Cosmotronic

 

“L’identità è un costrutto, è un’invenzione. Ognuno di noi è un essere contraddittorio molto più profondo di quel che emerge in superficie. Di me stesso e degli esseri umani m’interessa il fatto che siamo molteplici. Siamo una moltitudine di pulsioni e di elementi contraddittori. Ascolta il disco: io sono tutto questo messo insieme. Io sono più persone.” (Cosmo)

 

C’è una fauna che in Italia popola un genere chiamato pop, che è fatta perlopiù da dinosauri. E’ la roba che ascoltano le vostre mamme, quasi tutte, indistintamente. C’è qualcos’altro che la gente chiama indie con pochissima cognizione di causa, in quanto è vero, è partita da spazi indipendenti ma ha conquistato sempre più spazio grazie ad una certa pervasività sia nell’attività live ma soprattutto sui social.

Non tutto è da buttare, anzi.

In realtà il termine indie è quanto di più errato per gente che, di fatto, ultimamente sta popolando sempre di più le vostre radio.
Tommaso Paradiso e i TheGiornalisti, Calcutta, gente che sta proponendosi di ridefinire un certo contesto musicale nel panorama italiano, con esiti a volte riusciti, a volte no.

(Ecco, ovviamente questo non si può dire riuscitissimo)

In mezzo a tutta questa galassia di autori relativamente giovani, troviamo una scheggia impazzita di nome Cosmo.

Classe ’82, di Ivrea, laureato in filosofia. Marco Jacopo Bianchi, questo il suo vero nome, prima della carriera solista, è stato il frontman dei Drink to me, un gruppo italiano post-punk famoso nella scena indipendente italiana, ma ha anche fatto il professore di storia in alcuni istituti superiori. E’ già padre di due figli, in questo senso il suo identikit non è quello di una persona comune.

In Cosmo convivono molte anime, e la sua nuova creatura, Cosmotronic è l’esempio lampante. Già con il precedente album, L’ultima festa, Cosmo si è immerso in una ricerca musicale che ha virato verso l’elettronica fino a sconfinare nel clubbing puro, da cassa dritta, mentre in altri momenti ha voluto mantenere una certa purezza negli arrangiamenti, soluzione che permetteva ai testi più affascinanti di emergere.
Non parliamo di testi che affrontano tematiche complesse, le parole si uniscono e spesso partono da una radice autobiografica, presentando immagini che nella loro semplicità, costruiscono un universo quotidiano e affascinante per quanto è possibile sentirlo vicino e rassicurante. Un senso poetico unito a cose e immagini reali è ciò in cui risiede la forza e una certa bellezza dei testi di questo artista.

(Una gita sul lago/ pedalò e vino bianco/a mille all’ora col Suv in un sentiero di fango/ e dopo l’ora del tè corriamo all’autolavaggio/  […]Il nostro amore ci aspetta/ non c’è fretta/ niente canzoni tristi, è un lunedì di festa)

Dopo un album indovinatissimo, Cosmo avrebbe potuto seguire l’onda, proseguire con una formula che funzionava, risultando oltretutto originale per sound. Ma probabilmente avrebbe snaturato la sua natura. 

In un percorso pop, spesso è consigliata una certa prudenza editoriale. Ti dicono che sarebbe meglio fare un disco da 10, 12 tracce. Cosmotronic è un album doppio. La forma delle canzoni pop si ricava perlopiù dall’alternanza tra strofa e ritornello, mentre Cosmo già ne L’Ultima festa usa strofe libere. Inoltre nel secondo album che compone Cosmotronic trovano spazio anche brani strumentali, che magari vedono come testo solo due frasi e si sviluppano formando un campionamento che viene “suonato” e si ripete all’interno del brano stesso.

“Non c’è contraddizione, perché l’identità è un’invenzione sociale.”

 

La prima parte è quella dove troviamo il Cosmo che prova a rubare dal cantautorato di Battisti e Panella. Che in Bentornato, sembra quasi volerci dare il suo manifesto e svelare contemporaneamente tutte le sue insicurezze artistiche (Vorrei cantare bene al primo colpo/vorrei scrivere una canzone in un minuto/fare tutto in un unico concerto). 

Con Turbo e Sei la mia città, si esplorano due lati totalmente diversi.

Turbo, che appare scanzonata, lo è solo in apparenza. La melodia parte da alcuni campionamenti di musica siriana e in generale la canzone mantiene un’atmosfera molto tribale. A Radio Deejay, lo stesso Cosmo ha dichiarato:”Tutto è partito da un campionamento di musica siriana. Mi sono lasciato guidare da quella suggestione, sia per la musica che per il testo. Non mi va di spiegare troppo, ma la realtà che bussa oggi alla porta non è qualcosa di piacevole e per questo viene seppellita da una risata, dalla distrazione, dalla scarsa consapevolezza della responsabilità verso il resto del mondo “.

Quando Cosmo invece canta “Sei la mia città”, lo canta riferendosi a Ivrea. Ma lo canta anche riferendosi alla sua donna, usando una metafora anche piuttosto abusata. Ma canta le stesse parole riferendosi allo spazio fisico di casa sua. L’ispirazione per il sound malinconico è presa da “I am Sky”, un pezzo di Laraaji, a cui Cosmo ha unito, attraverso il testo, tutte le sensazioni che provava durante il tour.

Così, pur con un sound fresco, coinvolgente, Cosmo si è preso uno spazio che in Italia non era occupato da nessuno. Ha colmato un vuoto di elettronica puntando però ad usarla in direzione di ritmi ballabili. Ed è questo che Cosmo ha voluto cercare con Cosmotronic: un ritorno alla musica come “viaggio”, parola che ricorre sempre di più nelle sue interviste. Essendo un adolescente negli anni ’90, è perfettamente logico l’amore che il Bianchi nutre per il clubbing e lui stesso ha notato come nel tour de L’ultima festa, alcuni brani scatenassero “dei picchi di delirio in pista”, per questo ha voluto inseguire questa direzione consapevolmente, curandone tutti gli aspetti, dalla produzione al mixing.

E’ da questa considerazione che nasce la seconda anima di Cosmotronic. Tutti i pezzi del secondo disco nascono per essere mixati durante dj-set, motivo per cui anche i live di Cosmo cambieranno: come spiegato a Giovanni Ansaldo per Internazionale, il live è solo una parte del concerto. Prima e dopo, ci saranno dei dj set che a volte si trascineranno fino a mattina, come se fosse una vera serata.

Ed è qui che prendono forma e acquistano ancora più senso pezzi come Ivrea-Bangkok, un pezzo totalmente strumentale a cassa dritta, che nel corso del suo sviluppo Cosmo ha suonato più volte durante le serate di Ivreatronic, una rassegna di musica elettronica che lui stesso ha ideato con un gruppo di amici e produttori/dj di Ivrea, non è altro che una manifestazione per restituire alla città qualcosa di interessante e stimolante dal punto di vista musicale e sociale.

L’idea di mettere in piedi il progetto mi è venuta un giorno insieme ai miei amici. Ci siamo detti: “Facciamo qualcosa a Ivrea, tanto da qua mica ce ne andiamo”.

Parte quasi sempre tutto da dei campionamenti, in Ivrea Bangkok a essere campionato è un disco appartenente a un catalogo tailandese. In Barbara invece, è la voce della mamma di Marco ad essere campionata, e per questo la canzone porta il suo nome nel titolo, mentre dice alcune brevi frasi. In questo Cosmo si è ispirato, rivalutandone le qualità, a ciò che facevano i vocalist, in quanto secondo lui nel momento in cui viene fatta con gusto, rivela potenzialità espressive infinite.

(Cosmo, via Instagram)

 

E’ possibile prendere Barbara come una riflessione sulla vita ma anche su questo flusso di coscienza che si chiama Cosmotronic. Le parole che Barbara pronuncia sono una riflessione su quanto le forze ci muovono e dobbiamo ricercare un nostro equilibrio.

Come un acrobata
Camminando su un filo sottile
Cercando di non cadere

 

E’ possibile trovare delle analogie tra la descrizione della vita che Barbara fa, da mamma a figlio, con quello che Cosmo ha voluto fare con questo album.Tirato per la manica del braccio sinistro dai cantautori e per il braccio destro da Gigi D’Agostino,Cosmo ha cercato senza voler essere ipocrita, di presentarsi nelle sue contraddizioni.

Separandole, ha mostrato come due anime diversissime possono convivere.

Ed è davvero un Cosmo all’apice della sua forza e della sua consapevolezza artistica, quello che ne è uscito fuori.

 

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Nick Drake e quella perla chiamata Five leaves left

Si parlava di scrivere qualcosa a proposito di vecchi album, si parlava di tirare fuori qualche perla del passato, di dare avvio ad una specie di ciclo in cui, anziché parlare di nuove uscite, si parlasse di musica un po’ “vintage”. Così, immaginando di entrare in un negozio di dischi, vinili, ci piace pensare e immaginando di frugare, di cercare in fondo agli scaffali. Ed allora, riporteremo in auge album dal passato.

Per cominciare, siamo andati indietro nel tempo, nell’Inghilterra del 1669, e abbiamo pescato un album che avrebbe potuto vincere “il premio album autunnale del momento”, se mai ce ne fosse mai stato uno. Si, perché arriva una parte dell’anno in cui le foglie non cadono solo dagli  alberi, nel senso che questa melanconia, chissà come e perché, attanaglia un po’ tutti noi: c’è un momento dell’anno in cui è autunno anche dentro di noi.

Five Leaves Left è il primo album di Nick Drake, un talento rimasto in parte inespresso per la sua scomparse prematura nel 1974. L’album esce circa 50 anni fa e passa completamente inosservato, viene riscoperto dopo e diventa un must.  Drake all’epoca era uno studente di letteratura, schivo, solitario, appassionato di poesia, con un grande talento per la musica e molto abile a suonare la chitarra.

Time has told me è il titolo della prima traccia di questo album, che altro non è che  il riassunto di un dialogo immaginario fra Drake e il Tempo, magnanimo dispensatore di suggerimenti per la vita futura.  In realtà in questo testo c’ è soprattutto il cantautore inglese, che, rimasto solo, alla fine di questa storia d’amore struggente, confessa sottovoce all’amata che il Tempo gli ha detto che il posto di lei è accanto a lui, cosciente anche del fatto che “time has told me/ not to ask for more./Someday our ocean/ will find its shore.”

Alla seconda traccia c’è un fantomatico River Man, che sembra quasi uno sciamano,il vecchio saggio del villaggio, uno che ne sa più di quanto un altrettanto fantomatica Betty ne possa sapere. In realtà già da questi primi due pezzi, i giri di  chitarra, (che sicuramente sono figli di un peculiare cantautorato inglese, che al tempo impazzava, si pensi anche a Cat Stevens) sono così armoniosi, che è difficile non innamorarsene e danno a Drake un tocco di naïveté, che lo ha reso, nell’immaginario dei più, l’eterno ragazzo inglese di poche parole ma con una capacità comunicativa strabiliante. I suoi testi sono molto introspettivi e già anticipazione di un malessere che diventerà patologico e porterà Nick Drake, si sospetta, a porre fine alla sua vita in giovanissima età. Così anche lui entrerà nel mito, come altri celebri e ormai leggendari ventisettenni.

Diversi sono i personaggi che si avvicendano nelle narrazioni musicali di Drake: Mary Jane e Jeremy, per fare un esempio, come se fossero amici immaginari, frutto delle farneticazioni di un bambino. I racconti, comunque, ci riportano in una dimensione bucolica e fiabesca, quella campagna inglese che tanto ci piace e che raffiguriamo nell’immaginario comune così come ne abbiamo letto nei romanzi inglesi dell’Ottocento.

The Day is done è pace interiore assoluta, come se scendesse a sera, a fine giornata e fosse l’unica cosa piacevole che accompagna  la solitudine di chi narra. Ci viene in mente un parallelo con Guccini in Un altro giorno è andato, canzone piena di rimpianti, e pare, intanto, che il tempo sia un po’ l’ossessione di Drake, che ce la mette tutta però per rendere liricamente il suo scorrere.

Poi c’è il violoncello di Cello Song, e, che Drake sia stato un amante di Bach non lo capiamo solo da questa canzone, ma anche, ahimè, dal fatto che quella mattina di settembre in cui la mamma dell’artista lo trovò riverso sul letto in fin di vita, il giradischi suonasse proprio Bach. La bellezza è lampante, e questo strumento arricchisce un testo altrettanto significativo:

So forget this cruel world
where I belong.
I’ll just sit and wait
and sing my song
and if one day
you should see me in the crowd,
lend a hand and lift me
to your place in the cloud. (Cello Song)

Thoughts of Mary Jane che segue è  quasi un quadro di Chagall, tutto è fluttuante anche i pensieri del giovane inglese,  che si chiede cosa possa passare per la testa di una ragazza del genere. Mary Jane è un personaggio che ritornerà nelle sue canzoni, quasi questo fosse un racconto a puntate e come se Drake stesso fosse ossessionato da questa donna, anche se è sempre difficile capire se nelle sue canzoni parli di persone realmente esistenti o di visioni. Man in a Shed, invece, è un breve apologo che va letto più che ascoltato: è la storia di una friendzone, che anche Drake allora riteneva non essere poi una storia così nuova.

Ci avviamo verso la fine dell’album e con gli ultimi due pezzi ritorniamo in quella atmosfera bucolica di cui parlavamo prima e, forse, proprio la campagna, la natura erano le uniche a garantire un rifugio al giovane inglese, fuori da quel mondo in cui non si sentiva evidentemente a suo agio, lontano da quelle persone in carne e ossa che forse, a volte, lo avevano ferito. Fruit Tree è il titolo della traccia numero 10: è un soliloquio in cui il cantautore fa i conti con sé stesso, ma soprattutto col fatto di non avere raggiunto il successo, di non avere fama, mentre allo stesso tempo cerca di convincersi che la fama non è altro che “un albero malato”.Saturday Sun è la canzone che chiude questo splendido lavoro: il sole splende per tutti, inaspettato, non per Nick Drake per cui il sabato soleggiato presto si trasforma in una piovosa domenica, che non auguriamo invece al lettore.

L’ascolto dell’album lascia un senso di vuoto, bisogna ammetterlo. Drake è dolce, ma molto, molto triste, e ci parla di stati d’animo che viviamo un po’ tutti, a volte, quando, magari, in un sabato piovoso i pensieri corrono nelle direzioni più varie. Nick Drake è un po’ in ognuno di noi, e la sua è la storia di un ragazzo taciturno che guarda gli altri da lontano e pensa, scrive e “ha un mondo nel cuore” che però ” riesce a esprimere con le parole” e la chitarra, ovviamente. Non vi resta altro che impugnare la vostra tazza di tè, mettervi sotto le coperte, e premere play: siamo sicuri che per un lunedì un po’ freddo e complicato, questa possa essere la scelta giusta.

Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

Mister Latoluminoso is back: il ritorno dei Killers

[Foto in copertina da: hharrahssocal.com]

 

Londra, agosto 2011: fra gli scaffali di un negozio di dischi megagalattico, pesco a caso Hot Fuss, il primo album dei Killers, la band alternative rock di Las Vegas, spesso indicata come il miglior gruppo del XXI secolo. Di quell’estate infatti, porto a casa oltre agli innumerevoli ricordi, una raccolta di canzoni di Elvis,il primo album dei Kasabian e si, proprio i Killers.

Eravamo tutti più o meno adolescenti, quando tormentone indiscusso era Mr. Brightside, questa canzone della band americana che tutti abbiamo canticchiato o che conosciamo anche per averla sentita in commedie altrettanto americane (fu cantata ad esempio a squarciagola da Cameron Diaz nel film  L’amore non va in vacanza).

L’intro, basta ascoltare quello e quelle due o tre frasi :”it started out with a kiss,how did it end up like this? It was only a kiss” per capire che una canzone del genere avrebbe portato il gruppo esordiente a scalare le classifiche di musica mondiali, e così è stato, anche per le produzioni successive. Il mio incontro coi Killers durante l’adolescenza è stato  proprio questo, metaforicamente, un bacio in quel negozio di dischi londinese, a caso, finito poi, come finiscono i grandi amori, senza un motivo. Ma loro, la band americana che si proclama esponente di quello stesso glam rock di cui anche Bowie aveva fatto parte, sono tornati con il singolo The man, e noi li vogliamo celebrare a nostro modo, guardandoci indietro, rispolverando alcuni dei loro successi che sono stati un po’ la colonna sonora di chi, negli anni Dieci del Duemila, si faceva scuotere da questi riff di chitarra di stampo molto americano.

E partiamo proprio dal video di Mr Brightside, una specie di Moulin Rouge, il celebre musical di Baz Luhrmann, riassunto in questi pochi minuti di videoclip, in cui la bella ballerina, di cui il cantante pare essere innamorato, deve subire le angherie del proprietario del locale in cui balla, il proprietario è poi, non a caso, il cattivo di molti film degli anni 80.

Hot Fuss, l’album d’esordio dei Killers (in cui milita una componente italiana, il batterista Vannucci) contiene anche altri successi come Somebody told me e All these things that I’ve done. La bellezza della musica dei Killers sta, oltre che nella voce metallica e allo stesso tempo suadente di Brandon Flowers (che ha anche alle spalle un paio di interessanti album da solista), nel modo che hanno di catturare l’ascoltatore coi ritmi senza pretese, ma accattivanti delle loro canzoni. Lo si capisce subito, sin dall’inizio di che stoffa sono fatti Brandon Flowers e compagni, da questo primo album, che li ha inevitabilmente portati al successo, con questa ventata di novità che in quei tempi proponevano

Dopo Hot Fuss, (che ancora gelosamente conservo tra i miei cd) c’è Sam’s Town del 2006 che sembra essere un concept album. In questo album c’è una delle canzoni sul cui videoclip ho speso personalmente più pomeriggi della mia vita. Pomeriggi in cui, sembra passata un’eternità, si stava ore davanti a MTV a guardare le classifiche o i videoclip delle band emergenti.

In questo scenario, quasi messicano, una ragazza semplice di provincia, molto religiosa, (come religiosi dai testi delle canzoni sembrano essere paradossalmente gli stessi Killers), sposa un ragazzo conosciuto a caso nel bar in cui lavorava, credendo che lui fosse l’amore della sua vita, ignara che quell’uomo la tradisse da sempre. Il video è una specie di cortometraggio che si chiude con una scena di perdono: l’adultero, figliol prodigo, torna da sua moglie, che nel frattempo era sparita, per invitarla a desistere dal suicidio. Lo stesso frontman si è più volte prestato a impersonare i ruoli più disparati nei videooclip, vestito un po’ da cowboy e un po’da Elvis in Read my mind ad esempio. Fra le collaborazioni, poi, ricordiamo Tranquillize con Lou Reed e fra le cover, la meravigliosa Romeo and Juliet, pezzo celeberrimo dei Dire Straits.

C’è stato poi l’album Day & Age nel 2008 in cui si trova la ballabilissima Human ispirata ad un saggio che ispirò anche il film Paura e delirio a Las Vegas: “Are we human or are we dancers?”  l’interrogativo lietmotiv di tutta la canzone, non è un verso sconclusionato di quelli del cantante, bensì un passo dello stesso saggio.

“It’s taken from a quote by  Hunter S. Thompson: ’We’re raising a generation of dancers,’ and I took it and ran. I guess it bothers people that it’s not grammatically correct, but I think I’m allowed to do whatever I want,” he laughed. ” ’Denser’? I hadn’t heard that one. I don’t like ’denser.’ ” (da una dichiarazione dello stesso frontman. (1))

In questo stesso album si trova una canzone, che senza voler aprire parentesi autobiografiche, ha segnato personalmente chi scrive. Anni Cinquanta, scene un po’ alla Grease, e il mondo della brillantina è anche un po’ il mondo dei Killers, un accoltellamento per gelosia, e una storia d’amore che si consuma nella tragedia. Un testo bello e a tratti poco comprensibile quello di  A dustland fairytale che si rivela una favola moderna, un po’ da Walt Disney per disillusi.

Ritornano poi nel 2012, ma gli adolescenti ai tempi di Mr. Latoluminoso, magari sono cresciuti, li hanno abbandonati, come succede con le mode, come tutti gli artisti che passano, perché per ogni genere musicale forse c’è un’età, e allora cos’è rimasto di quel brightside? delle paillettes, dei lustrini, del glamorous indie rock’n roll, dei videoclip? Sicuramente resta un affettuoso ricordo di canzoni cantate sotto la doccia, ballate e urlate a cui restano legati decine di ricordi.

Un successo quello avuto dai Killers, per molti critici non meritato e di cui sicuramente sono stati complici l’avvenenza del frontman, e tutto l’ambaradan di videoclip, testi romantici e quel modo americano di costruire favole televisive a portata di mano. Adesso stanno tornando con un nuovo album, la speranza è quella che non abbiano virato ancora una volta verso il pop commerciale, come quello del penultimo album che non aveva affatto convinto.


 

(1) https://www.quora.com/What-is-meant-by-the-Killers-song-Are-we-Human-or-are-we-Dancer

Canova: un po’ fuori dal coro

Canova: un po’ fuori dal coro

[In copertina: Canova – Avete ragione tutti]

Anche i Canova, con quest’esordio, si ascrivono al sottoinsieme dei nuovi neorealisti della canzone. Avvolti dagli spleen post adolescenziali a cantare il tableau vivant di aperitivi, Navigli, amori fallimentari e cantanti alla meno peggio. Davvero non riusciamo a permetterci di più? Davvero dopo tutte le copie dei cantautori 70s, ora ci tocca un elementare passaggio alla riproduzione degli 80s? Basteranno musiche catchy, produzioni dorate e chitarre acchiappa attenzione a offrire alla nostra musica qualcosa di significativo? Ma, soprattutto, è questo il modo migliore che abbiamo per cantare questo tempo? Preferiremmo pensare di no.(1)

Rolling Stone, in maniera tranchant, critica aspramente i Canova, la band milanese super in auge nell’ultimo periodo. Prima però di bocciarli in toto sarebbe opportuno e legittimo capire chi sono e quali novità magari apportano al panorama musicale italiano.

Crediamo di concordare con Rolling Stone per ciò che riguarda lo status attuale della musica italiana. Raf si chiedeva in una famosa hit dell’inizio degli anni 90 cosa resterà degli anni 80, mentre Vasco Brondi si chiede ne’ La lotta armata al bar, “che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero”. In effetti, sono entrambe domande legittime, chiaramente dal punto di vista musicale. In un proliferare di band, cantautori, soprattutto nel filone indie-pop, tra chi si atteggia a paraculo e chi incarna il disagio giovanile, come cantava Battiato, chi non butteremmo giù dalla torre? Ecco, magari i Canova li salveremo.

I Canova sono un po’ fuori dal coro, si inseriscono in quel filone che cerca di narrare agli ascoltatori il disagio giovanile. Già la parola disagio è stata proprio riportata in auge dalla nostra generazione. I millennials, che non vogliono crescere e passano le loro esistenze fra una conversazione Whatsapp e Instagram. Tra “ape” e Navigli, i Canova ci raccontano, con melodie cantabili e orecchiabili, la nostra condizione, e lo fanno senza essere pretenziosi, senza essere completamente avulsi dal contesto sociale in cui viviamo.

L’album ha un titolo tanto democratico quanto provocatorio, si intitola Avete ragione tutti e la prima canzone si chiama Vita Sociale, canzone in cui il cantante dalla voce un po’ nasale ci dice che tutto è destinato a passare, dall’estate alle leggi sul posto fisso. Non c’è particolare ricerca nell’utilizzo del linguaggio, vi ritroviamo testi semplici i cui ritornelli entrano nella mente. Siamo di fronte alla solita canzonetta? Certo i ritmi anni 80 lo suggeriscono.

L’Expo viene raccontata nella seconda traccia, ma è solo un luogo, un retroscena perché è la storia di un incontro romantico di “due sanguinanti amanti”. Ritornano qui la solitudine e l’individualismo, annettendoci la descrizione della vita quotidiana di una qualunque persona che vive in città, Milano, ad esempio perché da lì provengono i Canova. Expo, è la storia convenzionale di due ragazzi del nostro tempo, lui tenta di dire a lei qualcosa (lo si scopre all’ultimo secondo della canzone), ma nemmeno alla fine della canzone ci riesce.

Come ha scritto rockol(2) ogni canzone di quest’album può essere indipendente e potrebbe essere un potenziale singolo. Portovenere è una di queste. Ci si chiede perché bisognerebbe andare fino Portovenere solo per litigare? Anche le parole usate sono la fotografia dei nostri tempi, ricorrono espressioni e frasi come “prenderci male”.

Manzarek, traccia successiva, ha un inizio da canzone di Vasco Rossi, è una canzone d’amore sgangherata, tra “la Borsa che cade e l’Oroscopo che dice che tornerà tutto a posto”, mentre la protagonista si spoglia su una canzone dei Doors. Un bel quadretto quotidiano, una canzone da strimpellare al mare.

“Siamo tutti quanti personaggi” è l’intro della canzone Brexit, canzone sulla mancanza di un futuro, inno generazionale di una generazione allo sbando che non ha “neanche un soldo per viaggiare, andare a Londra”, mentre la Brexit è solo un’esclusione fatale e personale dalla possibilità stessa di viaggiare.

Siamo quelli che domani morirò,
ti dedico un pezzo degli Strokes.
Stiamo insieme dopo mezzanotte,
che poi ci viene l’ansia di esser coppie. (da Brexit)

L’album quindi è uno di quelli in cui non c’è una canzone sbagliata dal punto di vista musicale, tutte potrebbero essere dei potenziali successi. I Canova e gli altri come loro che hanno raccontato la gioventù e i sogni, le speranze, le delusioni non sono nuovi nella musica, si pensi a Guccini (ma Guccini scriveva Eskimo e Farewell, poesie quasi infarcite di lotta studentesca, idee politiche, viaggi in America, Edgar Lee Masters!). La differenza fra i due modi di essere la colonna sonora dei vent’anni è abissale, ma di questo non c’è n’è da fare una colpa ai Canova o a chi come loro ci prova, perché ogni forma d’arte è figlia del suo tempo. Al di là della sociologia spicciola, forse i Canova passeranno, forse no, intanto, nello scorso 2016, va messo agli atti,  ci hanno regalato un’ora e mezza di musica giovane, fresca e spensierata non senza una buona dose di cinismo.


(1) Rolling Stone Italia, 31 ottobre 2016, di Giulia Cavaliere

(2) Rockol, 12 novembre 2016, di Marco Jeannin

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

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