Il rapporto padre-figlio e quello dell’uomo con la storia

Inaridimento e indifferenza sono due delle più naturali conseguenze dell’imponente senso di frustrazione derivante dalla incomunicabilità. Tematica tanto dibattuta, oggetto di speculazioni filosofiche e una delle più spiccate protagoniste del teatro novecentesco. Sempre in agguato: gravosa e fedele compagna della nostra condizione esistenziale.
Il discorso acquisisce ancor più importanza in considerazione della sua antitesi: il dialogo. Questo è quello che hanno sempre cercato di insegnarci. Costruire e comunicare.

Questa introduzione potrebbe essere un input per riflettere e dar vita a conversazioni impegnate, tese a indagare fenomeni sociali, nonché cause prime dei grandi problemi che affliggono il mondo, dalla guerra alle diseguaglianze. Perciò diviene necessario proiettare il tutto in dimensioni meno enfatiche e più familiari come ad esempio quella domestica, nella quale rischia di essere molto facile vivere problematici contrasti. Il romanzo “La Rancura‘”di Romano Luperini offre in questo senso un quadro inusuale. Incomunicabilità domina l’opera dallo sfondo.

“La Rancura” è l’ultimo componimento narrativo scritto da Luperini. Pubblicato nel 2016, ha già attirato attorno a sé critiche ed elogi, dividendo fortemente il pubblico. È un romanzo complesso il cui filo conduttore è rappresentato dal rapporto conflittuale tra padre e figlio, la mancanza di comunicazione  e di volontà dialogica tra essi, con tutte le incomprensioni che ne discendono. Lo stesso termine “rancura” può essere considerato un fonosimbolismo che sta a indicare non un’azione ma un vincolo, un sentimento di rancore, accettazione e rassegnazione nei confronti della figura paterna. Un mare che ogni figliuolo ha per il padre: così lo definisce Eugenio Montale, al quale si richiama il titolo del romanzo.

Passato, presente, futuro e la rancura. La storia dei Lupi

Il testo si compone di tre sezioni (Il memoriale sul padre, Il figlio, Il figlio del figlio). Ad essi è associato un modello letterario differente  in base al protagonista e allo stesso contesto storico. Nella prima parte il personaggio principale è Luigi Lupi. L’arco temporale è invece caratterizzato dal decennio 1935-1945. Nella seconda parte, invece, vediamo un’intersezione di vicende autobiografiche incarnate dalla figura di Valerio Lupi: gli episodi significativi del’68 e del periodo delle stragi. L’ultima parte, narrata in terza persona, infine, ha per protagonista Marcello Lupi, i cui occhi diventano specchio per il lettore della società di un passato prossimo al ventennio berlusconiano.

Sembrerebbero tre testi a sé, ma vi è tuttavia un preciso richiamo circolare di situazioni e percezioni che si riflettono anche dal punto di vista storico, nel quale assistiamo a un’evoluzione o meglio involuzione dei personaggi. Qui Luperini ribadisce e sottolinea la loro essenza antieroica. L’involuzione dichiarata e a volte non rappresentata, parte dalla volontà di dissociazione dall’autorità paterna, per poi cadere in una condizione di inettitudine che immobilizza la mente e le idee. Gli astratti furori giovanili che alimentano la determinazione per cambiare il presente mutano in disillusione nell’età matura a causa “dell’immoto andare”.

E’ facile, per chi conosce ed ha a cuore la letteratura italiana del ‘900, individuarne gli echeggianti tòpoi. Romano Luperini è un critico letterario, autore di numerosi saggi ed ha contribuito alla definizione del modernismo italiano. “La Rancura” sembrerebbe rappresentare un compendio delle tematiche privilegiate dagli autori novecenteschi. Un romanzo  ‘modernista’ in cui si palesano le influenze di Pirandello, Montale, Svevo, Tozzi e altri. Vicinanze sono anche riconducibili a D’Annunzio, per un preziosismo dello stile e per l’adesione di situazioni nei paesaggi. La scrittura del Luperini è sostanzialmente  l’esito dell’esperienza traumatica della sua malattia. E’ così concepita come strumento terapeutico, sulla scia di quegli autori italiani condizionati dall’avvento e dal fascino della psicoanalisi.
Come dallo stesso Luperini confermato in più occasioni, durante conferenze e interviste, tutta la propria  vita è stata condizionata dalla figura del padre. Nel romanzo emerge la voglia di un riconoscimento, una comprensione che la differenza generazionale rende spesso di difficile realizzazione. Un topos stuprato quello del conflitto padre-figlio, in quanto non solo realtà letteraria ma soffocante condizione decisiva nella tessitura del proprio io.

 

L’incomunicabilità, dunque, si configura come il perturbante della modernità.
Nasce negli angoli del nido domestico estendendosi inevitabilmente ai meccanismi della storia, inceppandoli. 

Author: Annalaura Garofalo

Studentessa di Lettere moderne a Bari, ho conseguito il diploma socio-psico-pedagogico nel 2013 a Canosa di Puglia. Nutro un intenso interesse per l’arte, il cinema e la letteratura ma, in genere, amo indagare il mondo e le sue dinamiche con curiosità e spirito critico. Sono fortemente attratta dalle culture locali e dalle tradizioni.

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