Donne passano vicino ai graffiti del Ghetto di Betlemme (Upi.com) – Originale qui

Traduzione a cura dell’autore. Articolo originale qui

Adam  Dannoun è immigrato a New York per fuggire ad una storia d’amore sprofondata nella devastazione psicologica generale causata dall’occupazione. Lavora in un ristorante delle falafel mentre si diletta a scrivere un romanzo che parla della storia d’amore di Waddah al-Yaman, celebre poeta arabo dell’epoca Umayyad. Il lavoro di scrittore l’ha portato a raccontare la storia della sua infanzia nel ghetto, dove l’esercito israeliano, dopo aver cacciato la maggior parte degli abitanti di Lydda, ha raggruppato i pochi rimasti nei ghetti. La letteratura si fonde con la realtà in tutta l’evocazione di queste memorie. I personaggi letterari dei romanzi di Ghassan Kanafani d’Amos Oz e Elias Khoury diventano personaggi reali e le cronache del vissuto drammatico nel ghetto palestinese si fondono con i tentativi del narratore di liberarsi della sua identità rapita. Possiamo dire che le sue testimonianze si trasformano in domande che si inseriscono in una parte della storia dove le storie riflettono altre storie che si rigenerano all’infinito.

Non sono capace di concentrarmi e i miei pensieri sono confusi. Gli scrittori, d’abitudine, esitano a cominciare un nuovo romanzo, perché l’inizio determina sempre la fine. Ora, io non sono uno scrittore e non ho intenzione di scrivere un romanzo. Lascerò le memorie vagabondare e le immagini levarsi nel disordine e non mi interessa la fine che, in ogni caso, non scriverò. Chi, come me, vorrà raccontare la sua storia sa che non potrà scrivere un finale, perché esso non è ancora venuto. Il mio problema è assai più semplice, dopo aver abbandonato il progetto di un romanzo sul poeta Waddah, la questione si è risolta da sola : non mi resta che entrare nel vivo delle cose e dimenticare la poesia che ho respirato all’inizio del mio testo e i miei ricordi, trascurando la ricerca di un inizio degno la fine. Era il 10 febbraio del 2005 e avevo finito il mio turno al ristorante alle sette di sera. Dopo esser rientrato a casa e aver fatto una doccia, mi stavo dirigendo al Cinema e, all’incrocio tra la quinta e la dodicesima strada, ho incontrato Sarang-Li. Abbiamo proseguito il tragitto insieme. Nella hall del cinema,  ho comprato una tazza di caffe per me, dei pop-corn e una coca per la mia giovane amica prima di entrare. La sala era al completo. Fino a quel momento Dalia, la mia città natale, era assente dalla mia memoria. New York, come una gomma gigante, l’aveva cancellata e mi aveva permesso di godere dei piccoli dettagli della vita e io continuavo a ripetermi che bisogna vivere il presente come tale. Invidiavo gli americani, che riescono a godersi la vita, ignorando i massacri consumati sulla loro terra – tra cui il tumulto della guerra in Iraq e l’ostilità contro i Francesi, che gli ha donato un aria di finzione ed uno spettacolo con cui divertirsi. è solo a New York che finalmente ho iniziato a vivere. Tutti i miei legami femminili erano fugaci, non ho mai permesso loro di attraversare lo scudo del mio cuore che sono riuscito, in qualche modo, a ricucire dopo Dalia. Ho tenuto Sarang-Li a distanza da questa corazza, pur essendo sul punto di scivolare in un amore, ritenuto vietato in un primo momento. Spesso mi sono identificato nelle storie dei miei antenati poeti arabi, considerando il tutto un po’ come un gioco. Fino al momento in cui tutto è ribaltato nel corso della glaciale notte. New York è una citta meravigliosa, qui ho scoperto che la vita quotidiana è fatta d’un bouquet di melodie organizzata su multipli percorsi. Non pensate sia distante dai poeti, non è fatta solamente di grattacieli, al contrario è una città dall’aspetto delicato e multiculturale. Sono riuscito a rinascere, come un lupo solitario trascurando i sentimenti. Ero un uomo senza appartenenza, senza lingua, un uomo che ha ricominciato a vivere quasi alla fine della sua vita e che era profondamente esaltato dalla morte. La piccola cucina del ristorante dove lavoravo comprendeva tutto il mio universo. Affascinato dal mio ardore, il mio amico Haim mi propose di aprire un vero ristorante e di diventare lo Chef e, quando io rifiutai, mi accusò di essere un uomo senza ambizioni. Aveva ragione, non avevo nulla a che fare con l’ambizione! Il mio piccolo universo, i miei piccoli successi, i libri che ho letto, i bar che ho frequentato e le donne di passaggio mi erano ampliamente sufficienti. Decisi di scrivere senza impegno, perché è il mio più grande piacere. Quando apri un libro, tu apprendi il suo universo misterioso, ti avvicini lentamente come quando sei a riva e esiti ad entrare in mare, poi quando ti decidi e ti unisci al viaggio è come se diventassi parte della storia. Cosi ho trascorso i primi due anni in questa città, andavo al cinema, apprezzavo gli spettacoli di ballo e i concerti, bevevo vino francese o vodka e leggevo come se scrivessi. Non vorrei generalizzare, dicendo che tutti gli scritti sono un tipo di morte, ma è questo che sento, per il momento, mentre scrivo. Forse questo sentimento accompagna tutti gli scrittori, ma, dentro di me, penso che questo avvicinamento alla morte avvenga quando crediamo di essere immortali. L’affronto, il dolore non sono altro che un semplice gioco d’artisti, che permette di accedere a sentimenti estremi. Infatti io, nell’istante in cui uscii dal fallimento in cui stavo cadendo, sentii che la morte si avvicinava inevitabilmente e che la mia decisione d’abbandonare la storia di Waddah al-Yaman per scrivere la mia storia in connessione al film che avevo visto, è stato il momento in cui l’essere umano non poteva più fuggire.”Nessun uomo sa in quale terra morirà” dice il Corano. Non è stato vedere la realizzazione del film sulla Palestina, con l’autore de La porta del sole, a farmi uscire fuori di me ma piuttosto la storia del film, coperta da un tessuto di falsa sincerità. Quando nel film, viene citato il suicidio di Assaf, dopo la morte del suo amico Dany a Gaza, mi sentivo la testa letteralmente in fiamme. Conosco bene la storia, e non solo di Assaf, ma anche l’intera storia di Yabneh, la villa natale del martire palestinese Fahmi Abou Amoune. Forse Sarang-Li aveva ragione? Avrei dovuto tacere? O magari mostrare la mia ammirazione verso l’autore? Ma come avrei potuto farlo per qualcosa di così fondamentalmente falso? Conoscevo Khalil Ayoub, l’eroe narratore de La porta del Sole, l’avevo incontrato su la riva del mar morto e somigliava più a un poeta che a un leader, anche se ha condotto una fazione dei servizi di sicurezza palestinesi, prima di diventare il sindaco di Nablus. Conoscevo anche sua madre Najwa Ibrahim, la bella infermiera che incontrai all’ospedale di Ramallah quando mi fratturai il braccio in un incidente d’auto. Lei mi chiese di aiutarla a vendere la casa che aveva, al tempo, ereditato. Sarang-li non faceva parte del mio universo, come un soffio d’aria fresca, è entrata nella mia vita dopo la crisi che ho attraversato, è così mi sono deciso a riscrivere il romanzo. Lei è diventata la compagna della mia agonia. Gli ho confidato la metà della verità, lasciando l’altra meta nell’ombra. La verità, è che, tre giorni prima di vedere il film, ho dovuto affrontare una terribile prova personale incontrando Ma’moun per caso. Non sono in grado di descrivere l’incontro e non so se ne sarò mai capace perché mi ha lasciato come uno straccio, imbevuto di tristezza e agitazione. Ma’moun il cieco, che aveva vissuto nella stanza sul retro del cortile del ghetto per sette anni, che è stato un padre per me e mi ha lasciato come un orfano, che era riapparso, cinquant’anni dopo, sotto l’aspetto di un vecchio coronato di sapere. È arrivato dal Cairo per sostenere una serie di conferenze sulla letteratura palestinese e per definire l’immagine di Rita nella poesia di Mahmoud Darwich. Con gli occhi protetti da occhiali neri, si è avvicinato al palco con passi incerti, ma quando lo ha raggiunto, è diventato una miscela fra Taha Hussein e Edward Said. D’un tratto, l’esitazione del cieco ha dato spazio alla padronanza della materia. La sua espressione era accattivante e l’abilità a destreggiarsi tra l’ arabo e inglese, sconcertante. Ha iniziato la sua presentazione menzionando la tragedia di Lod, sua città natale, che gli aveva insegnato a leggere il silenzio delle vittime. Mentre analizza la poesia di Darwich i suoi intervalli di silenzio sono ricchi di armonia e significato. Invece di ascoltare lui, mi sono trovato ad ascoltare la voce della mia memoria e mi sono reso conto che solo i poeti avevano il potere di risvegliare la voce dei dispersi. Il bambino che ero per le strade di Lod incombeva dietro il velo di lacrime che scendevano dagli angoli degli occhi. Ora, dopo aver ritrovato Ma’moun, l’amico della mia infazia, il mentore che mi aveva abbandonato all’età di sette anni per partire per venticinque anni in Egitto al fine di terminare i suoi studi universitari, ho perso di nuovo tutto. Ho capito che tutto quello per cui avevo duramente lavorato era un’illusione, perché io rappresentavo una storia che doveva essere scritta. Ed e esattamente questo che mi disse quando accettai di bere un bicchiere nella hall del suo hotel dopo la conferenza. Mi confidò che lo avevo accompagnato per tutti questi anni, che aveva cercato più volte di mettere la mia storia su carta senza mai riuscirci. Aggiunse anche che si penti di non essere in grado di scrivere la mia storia, nemmeno nelle sue memorie. Io non provai a strappargli ulteriori informazioni, sarebbe assurdo verificare una storia dove tutti i testimoni sono morti, tranne uno incapace di scrivere.

-Ma’moun racconta di essere il solo a conoscere la vera storia di Manal e, sorpreso dalla mia sorpresa, esprime il suo stupore del fatto che Manal non mi hai mai parlato. Lui dice di avergli fatto promettere di rilevarmi la verità al compimento dei miei quindici anni, perché ogni uomo deve conoscere la verità per non vivere nell’illusione. Lo ascoltai con gli occhi e mi vidi come un infante abbandonato, contorto sul grembo di mia madre. Signore! Alla fine della mia vita ho scoperto di non essere mai stato me stesso, che il mio io, intravisto nello specchio di altro, non era altro che un mucchio di vetri rotti. Ma’moun mi racconto di essere scappato da Lod con altri fuggitivi, sotto l’afa, il sole e la sete e che prima di essere arrivato a Na’alin, mi vide sotto un uliveto, sul ventre di una donna morta. Disse che ero un neonato di circa sei settimane, e così decise di ricongiungermi ai miei parenti. Si diresse verso Lod ma nessuno dei fuggitivi, che soffriva la fame e la sete, mi reclamo. Nessuno si era fermato per prendermi con se fino a quando arrivò a Lod, diventata una villa fantasma, quando entrò nell’ospedale e li una giovane infermiera di nome Manal si avvicinò a lui, mi prese fra le braccia e disse che quel bambino, io, sarebbe stato il suo bambino.

-“Manal non è mia madre?”

-“Ne Hassan Dannoun è tuo padre”

-“Nessuno ha chiesto di me?”

-“La tua vera mamma morì, e tutti dovevano credere che tu fossi morto con lei, nel bel mezzo di questa terra arida”

-“Perché?” chiesi

-“Non so, ti ho preso senza una reale ragione. Sono tornato a Lod e sono rimasto bloccato nel ghetto”

-“Vuol dire che sei mio padre”

-“Se vuoi.. So solo che sei figlio dell’ulivo, è tutto”

Aveva spesso pensato di scrivere un romanzo sul Figlio dell’ulivo e di raccontare, attraverso la mia storia, la terribile tragedia di Lod ma non ci era mai riuscito.

-“Io sono un critico non un romanziere! Questa storia ha bisogno di essere scritta da gente come Ghassan Kanafani ou Emile Habibi. “

-“Come avevi fatto allora a vedermi?”

Ha detto che era Nimr Abu al-Huda, suo amico e guida nel cammino dell’esodo, che mi aveva visto e, chinandosi per prendermi tra le braccia, aveva sentito Nimr ordinargli di lasciarmi. In ogni caso mi prese è tornò indietro solo, perché il suo amico era scomparso nella folla. Gli lanciai un occhiataccia, pensai che non aveva il diritto di lasciarmi solo con mia madre.

-“è colpa di Manal, le chiesi di sposarci e partire col bambino. Ma lei non ha mai voluto lasciare la Palestina”

Che storia senza senso, ma non importava! Essere il figlio dell’albero all’ombra della madre biologica e morta era meglio che essere il figlio di un martire caduto durante la Nakba. Ho risposto a Ma’mun che Manal aveva ragione sul non aver detto nulla, l’ho compreso, per contro, non ho capito il suo comportamento, come fu in grado di abbandonare suo figlio? Mi raccontò tutta la storia e stetti ad ascoltarlo, come se fosse un racconto mistico, ma a questa domanda non ci fu mai una vera e propria risposta. Fui un libro non scritto, per capire che non sono chi sono. Ma siamo tutti figli della storia, perché la vita ci guida come la storia guida i suoi eroi. Io facevo parte di una storia e mi sono ritrovato prigioniero di un altra storia che ha zittito la prima. Oggi io sono all’ennesimo tentativo di assemblaggio della mia vita, ho sciolto i fili ingarbugliati e gli ho rimessi al loro posto tessendo di nuovo per farne un unico indumento. Questa è la scrittura. Ma non credete agli scrittori e agli artisti: l’arte non è il trionfo della morte, come scritto da Mahmoud Darwish, l’arte tesse per noi un indumento fatto di parole e colori, che ci avvolge in una speranza disperata. Quando un uomo raggiunge il punto in cui afferma di essere riuscito a raccogliere i frammenti di vita che ha vissuto, scopre che la sua vita è passata come un sogno inaccessibile. Sono figlio della storia e della sete, la fonte della mia storia è inesauribile e la mia sete è ancora inappagata.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Donatella Lapia

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