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Gli schiavi afroamericani, pressati dalle loro condizioni, si abbandonavano per non pensare e svagare a esecuzioni improvvisate di canto. Voci particolarissime che caratterizzeranno tutto il ‘900 e daranno vita al fenomeno musicale e sociale del genere Jazz.

Oggi, la musica jazz, in quanto prodotto di un’accurata conoscenza della musica classica delle varie etnie musicali e di sviluppi armonici complessi, è definita “musica colta”. Ciò è curioso poiché Buddy Bolden, uno dei suoi pionieri, era affetto da schizofrenia. Attivo nel 1904, gli sarà attribuito il titolo di “padre del jazz”. A detta del Dr. Sean Spence, professore di psichiatria presso l’università di Sheffield, le condizioni mentali di Bolden sarebbero state presupposti determinanti per l’attitudine all’improvvisazione.

“Se non ci fosse stata questa musica improvvisata, essa avrebbe continuato ad essere ragtime”.

Il jazz quindi sarebbe nato a causa degli handicap cognitivi di un malato mentale. Ovviamente è solo un’ipotesi…

.. ma parliamo di certezze:

Originariamente questo fenomeno musicale veniva indicato con il termine ”jass”. Poco dopo verrà sostituito con “jazz”(parola che viene stampata per la prima volta da un quotidiano nel 1913). JAZZ.

Nasce a New Orleans quando, nel 1906, il pianista Jelly Roll Morton (che “le prende” nel noto film “La leggenda del pianista sull’Oceano”) compose il brano “King Porter Stomp”. Per questo motivo negli anni a seguire, il musicista amò autocelebrarsi come “l’inventore del jazz-stomp-swing” e “il più grande compositore di temi hot nel mondo”. In realtà, sarà la Original Dixieland Jass Band(O.D.J.B.), composta da soli bianchi e diretta dal cornettista di origini italiane, Nick La Rocca, ad accaparrarsi il titolo tanto bramato da Jelly Roll di “inventori del jazz” con il brano “Livery Stable Blues” del 1917.

La musica jazz visse una diffusione eclatante e si affermò anche come musica da ballo nei locali notturni. Durante i primi anni venti del secolo scorso si verifica una vera e propria migrazione di musicisti. Da New Orleans si diressero verso il Nord mirando in particolar modo a Chicago: la nuova patria del jazz.
Anche il cornettista Joe “King” Oliver (per dirne uno) ne fu attratto e dopo aver letteralmente strappato dalla strada un emergente Louis Armstrong, facendolo esordire come seconda cornetta nella sua jazz band, si unÌ anch’egli alla migrazione, creando attorno a se una vera e propria scuola. È il periodo della Jazz-age.

Si arriva così al fatidico 1929. Al crollo della borsa seguì un inevitabile azzeramento dell’intrattenimento musicale. Azzeramento che ebbe vita breve. Infatti un giovane Goodman, animato da passione e ingegno, ideò una “cosetta” chiamata SWING. Si avvalse di una grande orchestra con una ricca sezione di fiati per rendere ancor più gradevole il suono.

Un po’ meno gradita fu la sua simpatia per gli afroamericani, tra cui i grandi Roy Eldridge e Billie Holiday, che coraggiosamente inserì nella sua formazione con esiti più che positivi. Ma questa è un’altra storia…

Più intriganti invece sono le vicende legate agli anni successivi. Durante il 1945 si saluterà la nascita di un nuvo stile, il bebop: ritmi velocissimi e armonie complesse.
Uno stile che però dovette fronteggiare una forte critica di stampo sociale derivante dall’atteggiamento e dallo stile di vita dei musicisti, che in particolare si focalizzò sulla corrispondenza tra il mondo del jazz e la droga. Nei primi anni cinquanta, infatti, si registrarono vittime di alto profilo in particolare tra i bopper, più famoso tra tutti Charlie “Bird” Parker. E per rimanere in tema di critica (ormai padrona) arriviamo ad una delle tendenze musicali più discusse in assoluto: il “free Jazz”. Quest’ultimo praticava una forma di improvvisazione collettiva la cui conseguenza è la totale frantumazione della maggior parte delle idee tradizionali di forma, armonia, melodia e ritmo.
Per questi motivi fu al centro di violente polemiche che durarono per decenni. I critici più accesi affermarono addirittura che il free jazz rimuoveva la distinzione tra chi fosse in grado di  suonare e chi no. In seguito, furono tante le vie che il jazz intraprese. Esemplare è l’esperienza Bossa Nova, nella quale assistiamo a un mischiarsi di toni caldi con la musica latina. Grazie alle varie collaborazioni di diversi musicisti (come Stan Gets con Jao e Astrud Gilberto) si creò il “jazz samba”.
Si realizzò anche una tendenza che favoriva i suoni più decisi del Rock. Subì anche forti influenze dall’elettronica che iniziò a spopolare portandoci così il cosiddetto “fusion” (tra le prime incisioni si notano quelle del doppio album “Bitches Brew” di Miles Davis e “Hot Rats” di Frank Zappa).
Molte di queste esperienze furono bollate come commerciali, e iniziò a serpeggiare tra molti l’idea che il jazz fosse ormai morto assieme a molti dei “Big” che avevano iniziato a lasciare la scena. Personalmente non amo questa visione alquanto superflua della cosa. E allora è il caso forse di ricordare un certo Zappa, nel caso in cui sentiate qualcuno professare e sproloquiare circa la morte di questo genere: il jazz non è morto, ha solo un odore un po’ più curioso. 

Author: Luca Matarrese

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