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In copertina: Edoardo D’Erme, in arte Calcutta. Foto originale qui

La piccola ascesa del cantautore di Latina

Quando ho sentito circolare il nome di Calcutta sui social, sono rimasto particolarmente infastidito. Non mi fido molto degli altri, tanto meno di fenomeni che cominciano a diventare comuni e (troppo) costantemente chiacchierati. Nel mondo della musica preconfezionata e dei talent show, restare ancorati ai propri passi e al proprio credo intellettuale diviene l’unica arma di una salvezza tanto complicata quanto spesso irraggiungibile. Perché esplode l’orecchiabile, la sensazione di dispersione e d’emergenza. Una dispersione che spinge alla necessità di un sorriso attraverso il desiderio di un canto immediato.

Fu così che una persona molto importante nella mia vita mi spinse ad ascoltare Calcutta, ragazzo di Latina di nome Edoardo. E via con i cavalli di battaglia: da Frosinone a Cosa mi manchi a fare, da Gaetano a Del Verde. Il primo impatto non è immediato, ma obiettivamente non crea quelle complicazioni tipiche della identica scena indipendente italiana, nella quale voci, intenzioni ed impianto compositivo risultano tre facce della stessa medaglia o peggio dello stesso cantautore, della stessa compagine musicale e dello stesso copione ormai in via d’estinzione.

 

In una nazione che musicalmente soffre, non si può altrettanto dimenticare il valore di quel cantautorato italiano capace di sconfinare nelle contraddizioni e riflessioni politiche di un Paese dalle verità irrisolte e dal disinteresse diffuso. Mentre ascoltavo “Il Conformista” di Giorgio Gaber mi sono chiesto: c’è davvero bisogno di scrivere qualcosa su Calcutta? Credo ne capirete il perché. Ma vero è che la musica seria è un’altra cosa.

 

Questa persona “molto importante” mi ispira una riflessione: meglio soggiornare comodamente nel mio cocktail a base di insicurezza e solitudine o aprire a nuovi orizzonti senza pregiudizi di luci elettriche, brunori (?) e qualcosa, pseudo giornalisti, cani e quant’altro? Così, decido: vado ad un concerto di  Calcutta. Al buio. Voglio ascoltarlo dal vivo, comprenderne il messaggio ed aprirmi al “mondo comune”.

 

Il ragazzo suonerà circa 50 minuti, escludendo la ripetizione di alcuni brani. Me ne sono incredibilmente “innamorato”. In quell’atteggiamento da artista incompreso, mi pare di aver capito come lo scopo fosse quello di manifestare un sempre più avvertito senso di incomprensione e dispersione sociale.

 

Già la durata dei brani e di “Mainstream” (27 minuti con esclusione dei due intermezzi) solleva un tema molto caro alla paradossale Italia: la mediocrità rischia davvero di diventare la ricetta giusta, nel tentativo di adeguarsi ad una società che forse non merita l’esposizione dei nostri reali talenti? Nella patria della raccomandazione, del familismo amorale e del “calcio in culo”, chiederselo diviene più che mai necessario. A maggior ragione in un contesto che non lascia scampo né spazio, spingendo alla più deprimente autocommiserazione.

 

Perciò, devo ammettere come sia davvero una trovata geniale lavorare su ballate da tre minuti che prendono vita ma muoiono in un brevissimo arco temporale. Perché “Mainstream” è un mini disco collegato, da ascoltare tutto d’un fiato. E’ l’esplosione di una mediocrità fortemente ricercata, che provocatoriamente si adagia al target dell’indifferenza nell’ascoltare (ma soprattutto analizzare). Un ascoltatore da terzo millennio in stile robot, nel quale mediocrità ed orecchiabilità rischiano purtroppo di coincidere sempre più.

 

La straordinarietà di Calcutta è legata alla rappresentazione della attuale “moderna” tradizione pop. Immersa in uno stato di permanente declino, amplificato drasticamente da prodotti in mano a case discografiche ed incauti talent show. Mainstream e Calcutta (la cui genialità è quella di sapersi rappresentare con un titolo ed un ‘disco’) suonano così bene che ciò da cui ci si cercava di allontanare, dalla fragilità alla solitudine, ripiomba magnificamente nel nostro ego, rendendoci addirittura sopraffatti e schiavi del tentativo di evadere da una dolorosa quotidianità.

 

Ecco perché qualcuno ascolta Calcutta: la precarietà ‘Mainstream’ descritta in ogni situazione sociale e quotidiana diventa così simbolo di una generazione che non ha ancora compreso la realtà, ma che soprattutto fatica e difficilmente comprenderà se stessa. Ma Calcutta è lì, fermo in nostra compagnia. Nel limbo tra un definitivo salto di qualità e sprazzi di ispirazione distribuiti come pezzi di una vita incompleta ed inconcludente. In attesa della giusta occasione, forse in arrivo o forse perduta per sempre.

 

Perché vorremmo avere dei figli, né troppi né pochi, per paura di essere ormai troppo vecchi. Vorremmo disegnare svastiche per lottare contro la monotonia. Vorremmo emanciparci dalla ordinarietà dello svago ed elevare la solitudine a sentimento di vittoria e conquista. Vorremmo essere adolescenti per sempre, consapevoli della nostra inadeguatezza “alle feste e alle cene”. Il sorriso diventa così parentesi e paresi, perché indossiamo la solita maschera pur di fingere, perdendo il controllo e la capacità di toglierla,  rischiando di dissipare noi stessi. Vorremmo ‘reimparare’ a camminare mentre non importa se non ci amano più, se non ci vogliono più bene. Se ci siamo persi per strada. Poi, qualche secondo dopo, la ‘vera realtà’ è che piangiamo e rimpiangiamo.

 

Il tempo perduto, il tempo del ti chiedo scusa perché ormai non è più lo stesso. Degli amori che non torneranno mai più ma nei quali ci si è persi per sempre. Con il cuore malato. Disperso. Rotto.  Nemmeno prestare dei soldi per riportare quella persona di nuovo a casa basterà.

 

E così, in balìa della fragilità di un amore che non rinascerà, torneremo a casa a guardare un film. Riconquistando la nostra libertà, il nostro piccolo e confortevole rifugio: non è forse vero che preferiremmo non esistesse più il mondo?

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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