In copertina: foto inedita di Giuseppe Cozzolino.

Elementare, ce lo spiega Watson!

Datemi una dozzina di bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni. [1]

C’era una volta un bambino di nome Albert. O forse devo tornare indietro di qualche anno ancora…
Ci riprovo.
In principio vi era lui, padre del Comportamentismo: John Broadus Watson.
Per Watson il comportamento dei singoli individui non era altro che una sorta di adattamento dell’individuo all’ambiente, ovvero tutto ciò che di una persona era possibile osservare. Nella sua teoria comportamentista, Watson fa riferimento a tre principi in particolare, uno dei quali è chiamato “Condizionamento“.

Il condizionamento altro non è che un processo per cui si produce un’associazione tra uno stimolo neutro ed uno stimolo condizionato, tanto da poter ottenere nell’individuo – o animale – una risposta condizionata (dallo stimolo). Non è chiaro? Provo a farti un esempio. Immaginiamo di avere un cane e di suonare una campanella prima di dargli del cibo. Ripetendo questa azione più e più volte ad un certo punto ci accorgeremmo che il cane, al solo suono della campanella, inizia a salivare, prima di ricevere il cibo. Bene, abbiamo condizionato uno stimolo neutro (il suono della campanella), producendo nel cane una risposta o reazione condizionata (la salivazione al solo suono della campanella) [cfr Ivan Pavlov].

Cosa c’è di oscuro in tutto ciò?

Il nostro carissimo Watson riteneva che i bambini avessero un numero limitato di pattern di risposte emotive, associati a tre emozioni: paura, rabbia e amore. Per questo motivo considerava fondamentale lo studio dell’apprendimento delle emozioni negli infanti. Egli era fermamente convinto che si potessero introdurre, attraverso il condizionamento, nuovi stimoli nel bambino, così da ottenere risposte rispetto all’emozione suscitata. Un bel giorno decide di mettere in atto un esperimento dall’eticità ampiamente discutibile.

Il Piccolo Albert

Se sia stato un caso oppure no non lo sapremo mai, ma rimane il fatto che l’emozione su cui Watson e la sua collaboratrice Rosalie Rayner (che poi diventerà sua moglie) decisero di concentrarsi fu la paura. E qui ritorniamo al nostro incipit: “C’era una volta un bambino di nome Albert…”. Tale Albert viene descritto come “un bambino sano e forte”, su cui l’esperimento sicuramente avrebbe provocato pochi danni [2]; inoltre, essendo il figlio di una balia dell’Harriet Lane Home for Invalid Children, cresce in ospedale ed è facilmente a disposizione dei ricercatori.

Come si evince dall’articolo pubblicato da Watson e la sua collaboratrice, a 8 mesi e 26 giorni sottopongono ad Albert il suo primo test: mentre un ricercatore distrae Albert, l’altro colpisce, con un martello, una sbarra di ferro. Il bambino sembra solo spaventarsi. Poi lo fanno ancora e ancora finché, dopo la terza volta, Albert scoppia in lacrime. Ecco il nostro stimolo condizionato. Un rumore violento che provoca paura nel bambino.

Qualche giorno dopo ad Albert vengono mostrati degli animali e degli oggetti: è il momento di scegliere lo stimolo neutro. In nessuna interazione con ciascuno di essi il bambino mostra paura. Perfetto!!! Scelgono, quindi, un topolino bianco.

“Armiamoci e partiamo”

Il bambino ha 11 mesi e 3 giorni: si inizia con la sperimentazione. Watson e Rayner pubblicano i loro appunti presi in laboratorio:

  1. Il topo bianco è stato improvvisamente preso dal cesto e presentato ad Albert. Lui ha cercato di prenderlo con la mano sinistra. Appena la mano ha toccato l’animale, abbiamo colpito la barra che si trovava proprio dietro di lui. Il bambino è saltato violentemente ed è caduto in avanti, seppellendo la faccia nel materasso. Però non ha pianto.
  2. Appena la mano destra ha toccato il topo, la barra è stata colpita nuovamente. Di nuovo il bambino è saltato violentemente, è caduto in avanti ed ha iniziato a piagnucolare.

In seguito a ciò gli sperimentatori hanno stoppato i tests per 7 giorni, per evitare di traumatizzare troppo il bambino.

Albert ha ora 11 mesi e 10 giorni. Ritorniamo sugli appunti di laboratorio:

  1. Improvvisamente viene presentato [al bambino] il topo senza suono. Era presente una fissazione costante, ma nessuna tendenza a raggiungerlo. Il topo è stato avvicinato e iniziano i tentativi di raggiungerlo con la mano destra. Quando il topo ha annusato la mano sinistra del bambino, la mano è stata subito ritirata. Egli ha cercato di raggiungere la testa dell’animale con l’indice sinistro, ma la mano è stata ritratta prima del contatto. Si vede, così, che le due stimolazioni presentate simultaneamente la settimana precedente hanno avuto effetto. Immediatamente dopo è stato testato [il suo comportamento] con i suoi blocchi, per vedere se erano stati soggetti al condizionamento. Ha iniziato subito a raccoglierli e giocare con essi. Nel resto delle prove i blocchi gli sono stati dati spesso per calmarlo e per testare il suo stato emotivo generale. Venivano sempre allontanati dalla vista quando c’era il processo di condizionamento in atto.

Successivamente e per 3 volte, il rumore e il topo vengono presentati congiuntamente. Poi, viene mostrato solo il topo, senza il rumore: Albert però piange e si gira dall’altro lato. A ciò seguono altre due somministrazioni congiunte, seguite, ancora, da un’ultima presentazione del topo senza rumore. Questa volta Albert si gira dal lato opposto, cade, si solleva e gattonando fugge via molto velocemente. Lo stimolo è stato condizionato. Povero Albert!

Nelle prove successive i ricercatori scoprono che la paura per il topo è stata generalizzata non solo ad altri animali, ma a tutto ciò che, al tatto, presenta caratteristiche simili: un coniglio, la pelliccia, la bambagia, una maschera di Babbo Natale, i capelli di Watson… Tutte queste cose creano paura nel bambino, come potete vedere in questo filmato.

Effettuando delle rilevazioni a distanza di circa tre mesi, i ricercatori si rendono conto che il piccolo Albert continua ad attivarsi negativamente nel momento in cui gli vengono presentati tali stimoli. Giungono alla conclusione che le conseguenze delle esperienze vissute dal bambino potrebbero risultare stabili e modificare la sua personalità. Hanno creato una fobia.

Ne è valsa la pena?

Sicuramente non possiamo giustificare né tantomeno accettare le modalità con cui è stato condotto l’esperimento, considerando fondamentale il rispetto della sanità della persona che, in questo caso, è venuto meno, però non possiamo, allo stesso tempo, negare l’importanza di questi studi nella conoscenza del funzionamento umano. Grazie a Watson e alla Rayner siamo riusciti a capire come è possibile condizionare una risposta in un bambino, come è possibile influenzare il suo apprendimento emotivo. Con tale consapevolezza, oggi, siamo in grado di modellare il nostro comportamento per evitare situazioni spiacevoli, quale può essere, ad esempio, l’induzione di una fobia in un bambino.

Al piccolo Albert non è mai più stato desensibilizzato lo stimolo ed è verosimile che sia cresciuto con la paura del pelo animale e non, ma oggi, per fortuna, siamo in grado di fare anche questo: desensibilizzare uno stimolo che crea paura o comunque uno stato di disagio e donare un sorriso in più ad una persona, qualunque sia la sua età. Grazie a Watson, a Rayner e al loro Little Albert.


[1] John Watson, Il comportamentismo (Behaviorism, 1924), traduzione di Adriano Corao e Mario Di Pietro, Firenze, 1985.
[2] John Watson and Rosalie Rayner (1920). Conditioned emotional reactions, Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1-14., disponibile qui.

 

 

Author: Dott.ssa Francesca Caporale

Di formazione primariamente classica, mi presento oggi come Dott.ssa in Psicologia Clinica.
Attualmente tirocinante Psicologa in ambito oncologico, coltivo da sempre la mia passione per i libri.
Mi definiscono anacronistica, ed è così che mi piace essere.

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