Le virtù del sognare ad occhi aperti

Le virtù del sognare ad occhi aperti

Articolo originale curato da John Lehrer del “The New Yorker” qui

Gli esseri umani sono sognatori ad occhi aperti.
Secondo un recente studio condotto dagli psicologi dell’Università di Harvard Daniel Gilbert e Matthew A. Killingsworth, le persone si abbandonano all’immaginazione per il 47% del tempo in cui sono sveglie. (Gli scienziati lo hanno dimostrato attraverso lo sviluppo di un app per iPhone che contattava 250 volontari del progetto a intervalli casuali durante il giorno). Da questa analisi si è potuto evincere che la nostra mente smette di fantasticare soltanto mentre “facciamo l’amore”.

A prima vista, dati del genere sembrano confermare la nostra pigrizia intrinseca. In una cultura ossessionata dall’efficienza, l’immaginazione è spesso definita inutile. Freud, per esempio, ha definito “infantile” il sognare ad occhi aperti affermando che sia solo un mezzo per fuggire dalla routine quotidiana verso un mondo di fantasie e di “soddisfacimento dei desideri”.

Negli ultimi anni, comunque, psicologi e neuroscienziati hanno riscattato questo stato mentale, rivelando che i modi in cui la mente immagina è un essenziale strumento conoscitivo. L’immaginazione si attiva ogni volta che siamo annoiati – quando la realtà non è abbastanza per noi – iniziamo ad esplorare i nostri pensieri, contemplando varie ipotesi e scenari irreali che prendono vita solo nella nostra testa.

Virginia Woolf, nella sua novella “Gita al faro”, narra minuziosamente questa forma di pensiero attraverso la descrizione del personaggio di Lily :

Senza dubbio lei stava perdendo la cognizione dell’ambiente che la circondava. E così come perdeva la cognizione dell’ambiente della circondava..la sua mente continuava ad attraversare le sue profondità, le memorie e le idee, divenendo come una fontana zampillante.

Il sogno ad occhi aperti è proprio quella fontana zampillante che riversa strani e nuovi pensieri nel flusso di coscienza e questi si scoprono essere sorprendentemente utili. Lo studio, prossimo alla pubblicazione e intitolato Scienze Psicologiche, condotto da Benjamin Baird e Jonathan Schooler nell’Università della California a Santa Barbara ci aiuta a capire il perché. L’esperimento di per sé è piuttosto semplice: a 145 studenti universitari è stato dato un test standard di creatività noto come “uso insolito”, nel quale avevano a disposizione due minuti per elencare tutti gli utilizzi possibili di oggetti apparentemente inutili come stuzzicadenti, mattoni e appendiabiti.

Gli oggetti erano assegnati casualmente in quattro livelli differenti. In tre di questi, ai partecipanti venivano dati 12 minuti di pausa che comportavano: restare in una stanza senza stimoli, eseguire dei piccoli esercizi di memoria a breve termine, o fare qualcosa di così noioso da mettere in moto la fantasia. Durante il livello finale invece, ai partecipanti non veniva data alcuna pausa, bensì un altro round di test creativi, incluso quello degli usi diversi a cui avevano lavorato pochi minuti prima.

Ed è stato qui che le cose sono diventate interessanti: gli studenti a cui sono stati assegnati gli incarichi noiosi hanno meglio eseguito il compito di trovare più usi per oggetti di tutti i giorni, cosa che avevano anche già fatto. Dando loro nuovi oggetti, tutti i gruppi hanno reagito allo stesso modo. Invece riassegnando ai gruppi gli stessi oggetti dei primi tre livelli, i sognatori ad occhi aperti hanno raggiunto il 41% in più di possibilità nel trovare le soluzioni rispetto agli altri studenti.

Questo cosa significa? Secondo Schooler è chiaro che quei 12 minuti di immaginazione hanno permesso ai soggetti dell’esperimento di ideare nuove possibilità, infatti la loro mente inconscia ha riflettuto su nuovi e diversi modi per utilizzare gli stuzzicadenti. Questo effetto però era limitato agli oggetti a cui gli studenti erano già stati sottoposti – la mente ha potuto rimuginare sulla domanda, “incubandola” in quelle zone celate del pensiero che riusciamo a controllare a malapena.

Praticamente gli scienziati sostengono che i loro studi dimostrano il perché “le soluzioni creative possono essere facilitate soprattutto da semplici compiti che massimizzano lo spaziare della mente”. Il beneficio di questi compiti è che essi impiegano solo l’attenzione sufficiente a tenerci impegnati, lasciando un sacco di risorse mentali libere di permetterci di sognare ad occhi aperti. Un altro valido strumento che ci permette di sognare ad occhi aperti è leggere le opere di Tolstoy. Infatti Schooler, durante le sue prime analisi sull’immaginazione, consegnava ai soggetti dell’esperimento un passaggio noioso di “Guerra e Pace” che scaturiva in loro la voglia di sognare ad occhi aperti dopo solo qualche minuto!

Sebbene lo studioso, in uno dei suoi precedenti saggi, abbia dimostrato la presenza di un collegamento fra immaginazione e creatività – coloro che sono più propensi a fantasticare dimostrano di avere una miglior capacità di generare nuove idee – questo nuovo studio evince che i nostri sogni ad occhi aperti si servono delle stesse, o quasi, funzioni dei sogni notturni facilitando picchi di intuizione creativa. Consideriamo adesso uno studio del 2004 pubblicato su Nature dai neuroscienziati Ullrich Wagner e Jan Born. I ricercatori hanno dato a un gruppo di studenti un tedioso esercizio in cui bisognava trasformare una lunga lista di stringhe di numeri in un nuovo e ordinato insieme di numeri. Wagner e Born hanno progettato il compito in modo tale che i soggetti potessero trovare una scorciatoia verso la soluzione solo se fossero riusciti ad individuare il problema. Meno del 20% dei partecipanti sono stati in grado di trovare questa scorciatoia, nonostante le molte ore messe a disposizione per risolvere il problema. L’atto del sognare, però, ha cambiato tutto: dopo aver lasciato i soggetti dormire, e quindi entrare nella fase R.E.M. circa il 60% di loro ha scoperto il trucco. Kirkegaard aveva ragione: il sonno è la virtù del genio.

Se tutto questo vi suona come una giustificazione ai sonnellini pomeridiani, alle lunghe docce, e alla letteratura russa, avete ragione. “Noi partiamo sempre dal presupposto che se ci concentriamo consciamente su di un problema allora siamo più vicini alla sua soluzione”, mi diceva Schooler. “E questo è ciò che intendiamo quando affermiamo di stare ‘lavorando a qualcosa’. Spesso però è un errore. Se stiamo cercando di risolvere un quesito complesso allora dovremmo concederci una pausa, così da permettere alla nostra mente di ‘incubare’ il problema e rifletterci autonomamente”.

Schooler ha provato ad applicare queste idée alla sua stessa vita. Un tempo,durante le vacanze, portava con sé una grande mole di lavoro da eseguire..successivamente si rese conto di essere più produttivo concedendosi alle lunghe pause e all’immaginazione. Egli afferma :“La cosa positiva è che non c’è ragione di sentirsi in colpa quando ci concediamo un po’ di relax oppure non controlliamo le nostre e-mail, perché in verità, anche se siamo in vacanza, il nostro inconscio probabilmente sta ancora lavorando alla soluzione del problema”.

Un sogno ad occhi aperti, in questo senso, è il mezzo che intercetta tutti i pensieri generati dal subconscio. Noi siamo convinti di perdere tempo, ma in realtà, una sorgente di pensieri sta inondando la nostra mente.

 I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Cancro al seno: e ora?

Cancro al seno: e ora?

Ottobre, Mese Rosafiocco-rosa per la prevenzione del cancro al seno

Complessivamente in Italia ogni giorno 1000 persone ricevono una nuova diagnosi di tumore maligno.

E tanto basterebbe.

Invece bisogna dire che, se facciamo una distinzione per genere e per area di neoplasia

  • negli uomini – escludendo i tumori della pelle – prevale il tumore della prostata, immediatamente seguito dal tumore del polmone
  • nelle donne il 30% dei tumori diagnosticati si localizza a livello mammario.

Il carcinoma mammario è il tumore più diagnosticato in tutta la popolazione italiana (14%). Boom.

Ma attenzione, non è la più frequente causa di morte. Tralasciando il fatto che in Italia si muore maggiormente per problematiche cardio-circolatorie, il tumore che provoca più decessi è quello del polmone, mentre Il carcinoma mammario è “solo” al terzo posto, rappresentando il 7% del totale. [1]

Cosa vogliono dire queste percentuali?

Per quanto possono sembrarci brutti, questi numeri ci dicono che, se diagnosticato tempestivamente, di tumore al seno si guarisce. Per questo è fondamentale che sia fatta prevenzione, è fondamentale che si seguano i controlli.

La donna, il seno e la sua malattia

Il seno non è una parte qualsiasi del corpo, ma incarna una delle più belle espressioni della femminilità. Al seno si lega l’idea della vita, del caloredell’abbraccio materno e quando il tumore sceglie questo bersaglio, la donna si sente doppiamente minacciata nel suo benessere psichico e fisico, ma anche nella sua femminilità. E alla paura della malattia si associa anche quella di perdere la bellezza e l’integrità delle proprie forme.
La terapia del cancro alla mammella è prevalentemente chirurgica ed oggi, rispetto al passato, è anche prevalentemente conservativa (si preferisce, quindi asportare solo la parte del seno interessata). Nonostante ciò, la menomazione creata da una mastectomia provoca, nella maggior parte delle pazienti, una situazione psicologica di forte stress emozionale.
La chirurgia del seno altera l’immagine fisica e psichica del corpo, andando ad incidere su aspetti che hanno una profonda valenza narcisistica.[2]

Il rifiuto del corpo modificato dalla chirurgia spesso si manifesta nell’incapacità di guardarsi e di toccarsi nella zona operata. Questo rifiuto deriva dall’impossibilità di ricostruire una buona immagine della propria identità corporea perché mutilata, incompleta e deformata. La vergogna, il sentimento di inadeguatezza, l’immagine distorta della propria femminilità, derivanti dall’alterazione del seno, sono sentite come ostacoli reali alla ripresa di una vita normale.[2]
Succede, così, che si iniziano a provare un senso di vuoto e il terrore di non avere più futuro, non solo come madri, ma anche come donne. Una cattiva immagine di sè, però, non dipende necessariamente da giudizi negativi espressi da altri.[3]

Il cancro spesso si configura come malattia della famiglia: in quanto “organismo” dotato di una propria omeostasi la famiglia fa sì che il cancro si imposti differentemente rispetto alla “semplice” malattia fisica del singolo paziente.
La malattia produce dei cambiamenti negli equilibri del sistema familiare, che è chiamato a mettere in atto dei nuovi modi di rapportarsi. La reazione all’evento da parte della famiglia avviene parallelamente al decorso della malattia nella persona stessa.

“Ho visto il mio corpo trasformarsi,
consapevole che il simbolo
della mia femminilità
era stato strappato dal mio petto
e ho pianto
perché la donna perfetta
non era più così perfetta.”
Ludovica

Una figura importante: lo psiconcologo

L’attenzione all’intero sistema personale e familiare, da parte dello psiconcologo, dovrebbe prendere l’avvio già al momento della diagnosi, perché è soprattutto in questa fase che la malattia inizia ad essere idealizzata anche attraverso le metafore collettive che identificano il cancro come parassita che cresce e viene alimentato dal corpo del malato, e che inevitabilmente lo porterà ad una morte svilente della sua dignità di essere umano. Ma sappiamo bene che questo non corrisponde alla realtà. Solo riempiendo il silenzio che si crea subito dopo la diagnosi di cancro, l’individuo può elaborare il trauma.

Spesso i pazienti si sentono intrappolati in una vita che non sentono più come propria.

L’intervento psicoterapeutico è, dunque, necessario in quanto la consapevolezza di essere affetti da una grave patologia può generare nei pazienti diverse reazioni psicopatologiche, che possono interferire con le terapie e quindi con il decorso della malattia. Bisogna ricostruire il senso di continuità della propria esistenza e circoscrivere nel tempo l’evento malattia, mantenendo relazioni affettive di supporto valide. [2]

I risultati di una ricerca condotta nel 2012 [2] evidenziano come a distanza di circa 10 anni dalla diagnosi di carcinoma mammario, l’aver subito un intervento di mastectomia piuttosto che di quadrantectomia, non influenza in modo diverso la qualità della vita e il rischio e la presenza di sintomatologia depressiva. Ciò può permettere ai medici ed alla paziente di scegliere l’intervento chirurgico più appropriato al momento della diagnosi.

Prima di giungere alla diagnosi, però…

Come dicevo qualche riga fa, se diagnosticato prontamente, di cancro al seno si guarisce. E’ importante seguire i controlli del caso, monitorare autonomamente i cambiamenti del proprio corpo e del proprio seno e, in caso di dubbi o domande, rivolgersi ad uno specialista.

La LILT anche quest’anno dedica il mese di Ottobre alle Donne, offrendo visite senologiche gratuite da parte di un medico specialista di oncologia. Per usufruirne basta prenotare una visita presso il centro Lilt più vicino a te. Se non sai dov’è localizzato, puoi chiamare il numero SOS Lilt che trovi sul loro sito web http://www.lilt.it/.

Ama il tuo corpo.
Ama il tuo seno.
Ama te stessa.
Previeni e proteggi.


[1] http://www.registri-tumori.it/PDF/AIOM2016/I_numeri_del_cancro_2016.pdf
[2] Tesi di laurea: “Il rapporto mente-corpo nel cancro al seno: una ricerca valutativa”, di Francesca Caporale
[3]Morasso G., Di Leo S., e Grassi L., La psiconcologia: stato dell’arte. In Bellani M.L., Morasso G., Amadori D., Orrù W., Grassi L., Casali P.G., Bruzzi P., Psiconcologia, Masson Ed., 2002, Milano.

Psych-ombre: “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”

Psych-ombre: “Io non sono cattiva, è che mi disegnano così”

Tutte le immagini di questo articolo da www.prisonexp.org
Cosa si nasconde dietro il “è scientificamente dimostrato”

Correva l’anno 2009 ed io ero solo una matricola iscritta alla Facoltà di Psicologia. Provenendo da studi classici, mi avvicinavo per la prima volta a materie di ordine psicologico e sociale, nonché metodologico. Fu proprio nel primo semestre universitario della mia vita che venni a conoscenza della regolamentazione etica piuttosto recente in materia di ricerca psicologica, una scienza nuova, da poco nata e quindi tutta da sperimentare.

Nei semestri e negli anni che si sono susseguiti, continuando la mia formazione, ho incontrato vari psicologi e i loro esperimenti. Oggi sono qui per parlarti del primo di una serie di esperimenti psicologici che, anche se poco – o assolutamente – non etici, hanno cambiato lo stato dell’arte. Quegli esperimenti, insomma, che ci hanno permesso di fare enormi passi avanti nella comprensione del funzionamento umano, anche se oggi non sarebbe assolutamente legale metterli in atto.

N°1: Zimbardo e la prigione nell’Università.

Il più cruento della serie, ed anche, a mio parere, il più appassionante, è quello messo in atto nel 1971 dallo psicologo statunitense Philip Zimbardo, nell’Università di Stanford, in California… o forse dovremmo dire carcere.

“Potrebbe meravigliarvi scoprire il modo in cui abbiamo testato questi quesiti. Le due settimane da noi programmate per la psicologia nella vita carceraria hanno dovuto interrompersi dopo solo sei giorni per ciò che stava succedendo agli studenti universitari che partecipavano. In soli pochi giorni, le nostre guardie divennero sadiche ed i nostri prigionieri iniziarono a mostrare segni di stress e depressione. Per favore, leggete la storia di ciò che è successo e traete da voi le conclusioni a proposito della natura dell’essere umano.”

Professor Philip Zimbardo

Quali sono le conseguenze psicologiche associate al fatto di essere un prigioniero o una guardia?
E’ proprio da questa semplice domanda che Zimbardo e la sua equipe hanno iniziato a strutturare il loro progetto, tanto grandioso quanto assurdo.

Il primo step

è stato pubblicare un annuncio su un giornale dichiarando di cercare volontari per uno studio sugli effetti della vita in prigione… normale, no?!
Tutti i candidati furono quindi intervistati per accertarsi che non vi fossero presenti persone con problemi psicologici, malattie, precedenti penali e abuso di sostanze. Il campione raggiunto fu composto da 24 studenti universitari, pagati 15 dollari al giorno: erano ragazzi assolutamente normali. E questo è un dettaglio che non devi dimenticare. Vennero divisi in due gruppi casuali: guardie e prigionieri.

Il carcere

Ovviamente, la prigione doveva essere quanto più verosimile possibile. Alla sua costruzione, quindi, partecipò un gruppo di esperti composto da guardie carcerarie ed ex detenuti, compreso un uomo che aveva scontato una pena lunga 17 anni.
La prigione fu costruita nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford. Chi di noi non ha mai visitato il carcere costruito nella propria facoltà?!

Senza entrare nei dettagli, tutto fu creato in modo da essere assolutamente realistico: porte fatte di sbarre e numeri di cella, la stanza per l’isolamento, citofoni nelle celle con tanto di microfoni spia per controllare i discorsi dei detenuti. Non c’erano finestre né orologi. Come spazio aperto solo un piccolo cortile e per accedere ai bagni bisognava essere accompagnati bendati. Tutto era perfetto, mancavano solo

I prigionieri

Stanford

Una domenica mattina  in piena estate, a Palo Alto ci furono 12 arresti. Con tanto di sirene spiegate la polizia prelevò gli accusati dalle loro case e, ammanettatili, li portò in Centrale. Successivamente, bendati e in un leggero stato di shock, furono accompagnati presso il “Carcere della Contea di Stanford“. Tutto era assolutamente verosimile: l’accoglienza dal Direttore, la comunicazione della gravità del reato… erano ufficialmente Prigionieri. Nulla faceva in modo che sembrasse un gioco, tutto era studiato nei minimi dettagli. Tutto era vero.

Tutti i prigionieri furono spogliati e disinfettati con una sostanza contro germi e pidocchi: una pratica finalizzata sia all’umiliazione, sia all’evitamento della diffusione di malattie, esattamente come succede in una vera prigione nel Texas.

L’uniforme, su cui era stampato un numero identificativo, doveva essere indossata senza biancheria: questo venne fatto per accelerare il senso di umiliazione. Fu messa loro anche una catena al piede, a ricordargli quanto fosse opprimente quel posto. Potevano chiamarsi solo col numero identificativo, per accentuare la sensazione di essere anonimi.

I prigionieri erano comunque stati informati che nell’espletamento del loro ruolo avrebbero subito una moderata violazione della privacy, avrebbero mangiato in quantità ridotta e avrebbero subito qualche torto: tutti avevano dato il loro consenso.

E le guardie?

Non ricevettero nessun addestramento, ma erano libere di compiere tutte le azioni utili a far rispettare la legge e a farsi rispettare dai prigionieri. Crearono, così, le loro regole.

Stanford

Tutte indossavano un’uniforme ed erano muniti di fischietto e manganello. Dettaglio importante: gli occhiali da sole. Tutte le guardie indossavano degli occhiali a specchio. Indovina perché?! Esatto: le lenti specchiate impedivano ai prigionieri di vedere i loro occhi o leggere le emozioni. Ciò contribuisce nel rendere più anonimi, o meglio, depersonalizzati.

Pronti, partenza… via!

Alle due e mezza del primo giorno i prigionieri vennero svegliati da forti fischi, per la prima conta. La conta veniva ripetuta più volte per ogni turno e spesso di notte e aveva lo scopo di dare alle guardie l’opportunità di esercitare il potere sui prigionieri. Inizialmente fu difficile sia per tutti entrare completamente nel ruolo: risultavano disorientati e le guardie non erano sicure di che metodi usare per imporre la loro autorità. Oltre alle conte i prigionieri erano sottoposti a delle flessioni: una punizione fisica molto utilizzata.

Stanford Stanford

Curiosità: le flessioni vennero chieste spontaneamente dalle guardie. Gli sperimentatori, che grazie alle videocamere installate osservavano la vita in quella prigione, inizialmente pensarono si trattasse di una punizione blanda, “una cosa da ragazzi”, salvo poi scoprire che le flessioni venivano usate dai nazisti come punizione nei campi di concentramento. Una casualità?

Secondo giorno…

Tutta la prigione si svegliò con una rivolta. Nessuno degli sperimentatori era pronto ad un avvenimento simile. I prigionieri si barricarono nelle stanze e iniziarono a prendersi gioco delle guardie, scatenando la loro ira. Le guardie del turno della mattina si arrabbiarono con quelle della notte, accusandoli di essere stati troppo buoni. Quindi, dovendo gestire da soli la rivolta, chiamarono i rinforzi con insistenza. Dopo una breve riunione decisero di rispondere in modo molto forte: spruzzarono il contenuto di un estintore (diossido di carbonio) nelle celle. Poi vi entrarono, spogliarono i prigionieri, portarono le brande nei corridoi, misero in isolamento i capi della rivolta e iniziarono ad inoltrare minacce ed insulti ai prigionieri.

A quel punto iniziarono ad utilizzare strategie psicologiche per far fronte a tutto il gruppo: crearono dei privilegi. Ai tre prigionieri meno coinvolti nella rivolta furono ridate le divise, e poterono lavarsi e mangiare (cosa che gli altri non potevano al momento fare). In questo modo riuscirono a spezzare la solidarietà tra loro. Le guardie continuavo a spostare i buoni dalla cella privilegiata alle celle dei cattivi e viceversa. Nel giro di poche ore crebbe tra i detenuti l’idea che fossero spie: tutti divennero nemici.

Curiosità: gli sperimentatori vennero a sapere che questa è una tecnica che le vere guardie spesso utilizzano per spezzare le alleanze, mettendo, ad esempio, neri contro bianchi. In questo modo l’aggressività dei prigionieri viene rivolta verso altri prigionieri e non più verso le guardie.

Improvvisamente non si trattava più di un esperimento, di una simulazione. Le guardie consideravano i prigionieri dei veri prigionieri e per questo divennero più aggressive. Anche andare in bagno iniziò a costituire un privilegio.

Dopo solo 36 ore…

… venne rilasciato il primo prigioniero. Dopo solo 36 ore un prigioniero iniziava a manifestare pensiero disorganizzato, disturbi emotivi acuti, accessi d’ira e pianto incontrollato. Era convinto di non poter più uscire da lì, come se fosse un vero prigioniero.

La fuga di massa

Iniziò a diffondersi la voce che il prigioniero rilasciato stesse cercando un modo per permettere ai suoi ex-compagni di fuggire in massa dalla prigione. Questo elemento della storia è molto importante perché ci mostra quanto anche i ricercatori si fossero calati nel personaggio: non erano più interessati a capire le dinamiche comportamentali dei volontari, dovevano difendere la loro prigione da un possibile attacco. Solo molto tempo dopo Zimbardo stesso si rese conto di quanto l’influenza di quella simulazione fu forte, tanto da coinvolgere pure lui che ne era l’ideatore!

Un prigioniero “impazzito”

Il numero 819 stava mostrando gli stessi sintomi di squilibrio del prigioniero liberato. Questa volta la situazione venne gestita meglio da Zimbardo, che lo liberò dalla catena e lo portò in una stanza a riposare. Fin quando dalla prigione un coro di voci iniziò a farsi sentire: “il numero 819 è cattivo”. Il prigioniero iniziò a piangere in modo incontrollabile. Era convinto di essere 819 e doveva tornare indietro. A quel punto, Zimbardo gli disse

«Ascolta, tu non sei il numero 819. Tu sei [nome], e io sono il dottor Zimbardo. Sono uno psicologo, non un responsabile di una prigione, e questa non è una vera prigione. E’ solo un esperimento, e quelli sono studenti, non prigionieri, proprio come te. Andiamo»

Fu come svegliarsi da un incubo. Una volta svegliato, acconsentì ad andare via.

Cosa diavolo stava succedendo?

Gli sperimentatori si resero presto conto che i prigionieri obbedivano per un semplice motivo: avevano la percezione di essere incapaci ad opporsi. Avevano completamente modificato la loro percezione della realtà: non erano più partecipanti di un esperimento, ma reclusi in una prigione psicologica. Zimbardo e l’equipe si chiesero, invece, come le guardie avessero imparato a comportarsi in quel modo, come fosse possibile che persone intelligenti e normali, mentalmente sane, diventassero così cattive e sadiche.

I prigionieri iniziarono a mostrare stati di scompenso: alcuni ebbero delle crisi emotive molto forti, uno sviluppò un’eruzione cutanea, su tutto il corpo, di origine psicosomatica… Non erano più “sani”, non erano più “normali”. Iniziavano ad assomigliare a pazienti di un ospedale psichiatrico.

Quando fu coinvolto un avvocato, ed anch’egli si calò così tanto nel personaggio da parlare ai prigionieri di questioni legali, nonostante sapesse che il tutto fosse un esperimento, fu chiaro a tutti che bisognava fermarsi. L’esperimento doveva essere interrotto.

Le riprese notturne avevano rivelato un intensificarsi degli abusi sui prigionieri nei momenti in cui le guardie credevano che l’esperimento e le telecamere fossero spente. Tali abusi erano sempre più cruenti e spesso a carattere pornografico.

Al sesto giorno, il 20 agosto 1971, fu concluso un esperimento che sarebbe dovuto durare due settimane. L’ormai famosa Christina Maslach, all’epoca solo una dottoranda, fu l’unica persona che, avendo visto poche immagini di quello successo, ne contestò l’eticità.

Cosa abbiamo imparato?

Che le carceri hanno il potere di de-umanizzare le persone, di farle sentire impotenti, di farle sentire degli oggetti. Ma non solo. Abbiamo imparato che il contesto in cui ci troviamo immersi e in cui viviamo è capace di influenzare potentemente il nostro comportamento, il nostro senso di autonomia, la nostra identità.

Indubbiamente questo esperimento non ha nulla di etico: è stata messa in serio pericolo la vita mentale e fisica dei volontari e gli stessi sperimentatori ne sono stati negativamente influenzati. Però ci ha aperto gli occhi: siamo veramente autonomi nello scegliere i nostri comportamenti?

«Cominciai a rendermi conto che stavo perdendo la mia identità, che la persona che chiamavo Clay, la persona che mi condusse in questo posto, la persona che si offrì volontaria per entrare in questo carcere – perché per me era un carcere e lo è ancora – era lontana da me, così lontana che alla fine non aveva più nulla a che fare con me, io ero il 416. Ero il mio numero. Non lo considero un esperimento o una simulazione ma una prigione gestita da psicologi invece che dallo stato»


Zimbardo, P. G. (2007). The Lucifer Effect: Understanding how good people turn evil. New York: Random House.

Zimbardo, P. G. (2004). A situationist perspective on the psychology of evil: Understanding how good people are transformed into perpetrators (pp. 21-50). In A. G. Miller (Ed.), The social psychology of good and evil. New York: Guilford Press.

Zimbardo, P. G., Maslach, C., & Haney, C. (2000). Reflections on the Stanford Prison Experiment: Genesis, transformations, consequences. In T. Blass (Ed.), Obedience to authority: Current Perspectives on the Milgram paradigm (pp. 193-237). Mahwah, NJ: Erlbaum.

Zimbardo, P. G. (1971). The power and pathology of imprisonment. Congressional Record. (Serial No. 15, October 25, 1971). Hearings before Subcommittee No. 3, of the Committee on the Judiciary, House of Representatives, 92nd Congress, First Session on Corrections, Part II, Prisons, Prison Reform and Prisoners’ Rights: California.Washington, DC: U.S. Government Printing Office.

Cyberbullismo: il risveglio dei leoni da tastiera

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Immagine a cura dell’autore

I prodromi del cyberbullismo: Internet e il Nuovo Millennio

Lo scoccare della mezzanotte del 1 Gennaio 2000 è stato uno dei momenti più emozionanti per l’informatica e per la Rete. Non tanto per i danni che il “baco del millennio”, limitatissimi rispetto alle stime, fece a livello mondiale, quanto piuttosto come il passaggio fondamentale tra due mondi informatici. Da quella Rete a porte chiuse che fino al 1995 era caratterizzata dai lavori condivisi dalle migliori menti del mondo, al World Wide Web, il mercato libero, l’accesso incondizionato. Ci volle il nuovo millennio per avere una infrastruttura tale da sostenere connessioni flat, senza limiti di tempo, ed avere lo sviluppo creativo per portare Internet in una nuova, stravagante, evoluzione.

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Ricostruzione, passato e futuro dell’Italia

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In copertina: Un collaboratore della Croce rossa nel centro di Accumoli, distrutto dal terremoto. (AP Photo/Andrew Medichini) Originale qui

Il futuro incerto della pietra

Pochi secondi: il Centro Italia ha tremato e interi paesi sono scomparsi. Amatrice, Accumoli, tutta la valle del Tronto. Gente che quella valle l’ha vissuta da sempre ora vive nelle tende. Le loro case non ci sono più e i luoghi della comunità si sono sbriciolati nella nottata del 24 Agosto. Il governo italiano ha promesso che nessuno verrà lasciato solo e la popolazione verrà spostata dalle tende in pochi mesi. L’inverno si avvicina, non ci sono margini per attendere. I soccorsi stanno concludendo il loro lavoro. Il prossimo obiettivo sarà la ricostruzione. La politica e la comunità della critica di settore (ingegneri, urbanisti ed architetti) si interroga sulle modalità. Il passato funge inevitabilmente da esempio, nel bene o nel male. Ma dopo storie come l’Aquila, Belice e l’Irpinia, i timori sono fondati.

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