Reti neurali e Deep Learning: i primi passi verso una vera Intelligenza Artificiale

Reti neurali e Deep Learning: i primi passi verso una vera Intelligenza Artificiale

In copertina: A single-layer feedforward artificial neural network with 4 inputs, 6 hidden and 2 outputs. Arkitasa su Wikipedia

Il progresso neurale

Il nostro futuro legato alla tecnologia è uno dei temi più importanti e discussi dall’umanità dal secondo dopoguerra e la successiva ripresa mondiale. La cultura popolare ha dipinto un futuro fatto di autoveicoli autosufficienti e robot assistenti, dove l’umanità si spingerà verso l’esplorazione dell’Universo, saziata nelle sue domande esistenziali dalla tranquillità dell’edonismo. Le notizie dal mondo tecnologico ci fanno ben sperare sui veicoli autosufficienti e sempre più startup e studi stanno cercando di integrare la robotica nelle nostre vite, uno degli aspetti più intriganti dell’informatica sta assumendo forme sempre più concrete.

Stiamo parlando delle Intelligenze Artificiali, le quali, attraverso il Deep Learning e delle Reti neurali artificiali ( o ANN, Artificial Neural Networks) negli ultimi anni si stanno evolvendo sempre più, alla ricerca di soluzioni sempre più complesse, che siano ausiliarie ai più disparati scopi. Fin dalle prime ipotesi in materia, che risalgono a studi condotti pochi anni dalla conclusione della Seconda Guerra mondiale, l’idea di reti di macchine collegate tra loro, seguendo uno schema neurale, è sembrato il giusto approccio per la costruzione di strutture informatiche complesse. Il punto principale di un rete neurale artificiale è la sua capacità di apprendere dai dati che riceve ed essere così in grado di risolvere compiti molto complessi che tradizionali sistemi non sarebbero in grado di completare.

In questo modo compiti quali scansione, analisi e riconoscimento vocale e immagine sono diventati realtà. Nelle ricerche di immagini su Google Image o nelle conversazioni con Google Assistant o Siri che tutti i giorni avvengono sui nostri smartphone. Infatti, vengono adoperati proprio queste ANN, per poter riconoscere particolari soggetti nelle foto, o per comprendere il significato di una conversazione e permettere allo smartphone di rispondere alle nostre domande.

Facebook e il Deep Learning: DeepText

L’utilizzo del Deep Learning probabilmente tra i più interessanti nell’ambiente corporate è sviluppato da Facebook e il suo DeepText: un sistema in grado di leggere, analizzare e comprendere tutta la parte testuale presente su Facebook, in 20 lingue diverse e capace di apprendere da ogni iterazione ed essere così sempre più indipendente e intelligente. DeepText promette di combattere lo spam all’interno dell’ecosistema Facebook, poiché sarà in grado di comprendere quali sono i nostri interessi e filtrare il contenuto sponsorizzato, mirati specificatamente per noi. Ma DeepText è già in funzione (in fase sperimentale) anche su Messenger, e non è improbabile che possa essere implementato anche su WhatsApp, per aggiungere un nuovo livello di interazione tra utente e piattaforma. Il sistema, infatti, è in grado di comprendere le nostre necessità dal testo e propone, immediatamente, una soluzione per soddisfare le richieste: se dovessi scrivere in chat o in un post “Ho bisogno di un taxi”, DeepText lavorerà come un nostro assistente e ci proporrà immediatamente di prenotarne uno. Se la facilità di utilizzo è sicuramente un plauso, quando queste tecnologie vengono utilizzate in ambiente corporate, non è possibile non sottolineare l’ormai onnipresente problema di privacy.

Reti neurali e medicina: Intelligenze Artificiali diventano dottori

Ma le ANN non sono utilizzate solo dai grandi colossi del Web per estrapolare sempre più dati dai clienti. Alcuni studi internazionali, infatti, stanno integrando l’uso delle reti neurali con in campo medico. Immaginate questo scenario: il pilastro fondamentale della sanità si basa sulla capacità di un medico di analizzare il problema, raccogliere ed elaborare i dati ed eseguire una diagnosi corretta. Per quanto la figura del medico non potrà mai scomparire (almeno nel medio periodo), sono in fase di ricerca e sviluppo alcune soluzioni che utilizzano le ANN che saranno in grado di analizzare i risultati di alcuni test medici e togliere così il peso dell’analisi e della diagnosi ai dottori.

Ed è così che Google, con la sua Intelligenza Artificiale, sta sviluppando un sistema di riconoscimento automatico che potrà aiutare la medicina nel riconoscimento e diagnosi della retinopatia diabetica e il dottor Shaokang Wang e la sua startup Infervision ha ideato un algoritmo capace di analizzare immagini a raggi X e identificare i segni del cancro ai polmoni, fin dai primi stadi. Questi sviluppi sono l’utilizzo più affascinante delle reti neurali artificiali, capaci di alleggerire il lavoro umano in alcuni ambiti nei quali un apporto di tale portata non era mai stato concepito fino ad oggi. I costi della sanità, ad esempio, potrebbero alleggerirsi e, dando alle Intelligenze Artificiali il compito di compiere queste diagnosi, dare maggior spazio ai medici per focalizzare i propri sforzi nella ricerca delle cure. Ma soprattutto le ANN renderebbero “democratiche” analisi e terapie ora difficilmente applicabili su tutta la popolazione: una Intelligenza Artificiale applicata come dal dottor Shaokang Wang, ad esempio, permetterebbe, a quelle fasce di popolazione che non hanno a disposizione esperti specializzati nelle loro vicinanze, di poter fruire di una copertura medica migliore, capace di diagnosticare le malattie con più semplicità e maggiore rapidità.

Sviluppi mai immaginati di una tecnologia i cui limiti sono ancora difficilmente visibili. Il progresso tecnologico ha sempre riservato infinite sorprese nel suo sviluppo e quel futuro fatto di computer, robot ed automazione potrebbe non essere quello disegnato nella loro cupa genialità dai creativi del secolo scorso, dove i computer senzienti si ribelleranno al controllo umano e cercheranno di distruggere il loro creatore. Nel nostro futuro potremmo ritrovarci Intelligenze Artificiali come assistenti, capaci di aiutarci nelle necessità di ogni giorno, o complesse equipe di robot-dottori saranno in grado di comprendere i nostri malanni ed sviluppare una cura, senza ausilio della componente umana, permettendoci così di tornare a crogiolarci nella tranquillità dell’edonismo.

Fonti:

https://www.wired.com/2017/05/using-ai-detect-cancer-not-just-cats/

https://www.wired.com/2016/11/googles-ai-reads-retinas-prevent-blindness-diabetics/

https://code.facebook.com/posts/181565595577955/introducing-deeptext-facebook-s-text-understanding-engine/

https://www.doc.ic.ac.uk/~nd/surprise_96/journal/vol4/cs11/report.html

La “Terapia del Treno” per i malati di Alzheimer

La “Terapia del Treno” per i malati di Alzheimer

Il morbo di Alzheimer colpisce in Italia circa 600 mila pazienti (Fonte Censis-Aima 2016) configurandosi come una delle malattie più problematiche ed in espansione non solo a livello nazionale ma nell’arco dell’intera scala mondiale. Secondo il rapporto mondiale Alzheimer 2015 i malati in Italia sarebbero peraltro il doppio, come risulterebbe dal dato del 2014, che conta 1,2 milioni di malati. Si calcola inoltre come tale già cospicuo dato tenderebbe ad aumentare a 1,6 milioni nel 2030 e addirittura a 2,3 nel 2050. Semplici stime sì, ma che non possono né devono essere sottovalutate. Questa forma di demenza è infatti come noto in grado di distruggere in maniera progressiva le capacità cognitive e la memoria umana, compromettendo drasticamente l’andamento di vita dei pazienti che ne sono affetti.

Ma c’è qualcuno, come lo psico-pedagogista Ivo Cilesi, che ha deciso di dedicare alle vittime di questa patologia una cura alternativa (e contestuale) al classico trattamento farmacologico. Stiamo parlando della cosiddetta “terapia del treno”, ideata appunto da Cilesi nel 2009. La Terapia del Viaggio si pone lo scopo di alleviare le sofferenze dei malati, nel tentativo di tenere vive le cognizioni ancora non compromesse dalla stessa malattia. A ciò si aggiunge anche l’importante obiettivo di ‘limitare’ il quantitativo farmacologico, debellando una parte di farmaci assunti ed investendo nella risoluzione di problematiche correlate quali insonnia, aggressività e depressione.

La terapia è già presente in Italia soprattutto perché terra natale della scoperta, essendo praticata in ben 9 strutture italiane, cui si aggiungono anche due sedi rispettivamente in Francia e Svizzera. L’ideatore del progetto è stato recentemente intervistato da ‘Repubblica’ circa un mese fa (7 marzo, nda) ed ha risposto alle indubbie curiosità correlate ad un importante passo avanti per la psicologia ed il recupero dei malati di Alzheimer:

«Questi viaggi per i pazienti sono veri. Hanno perso la memoria cognitiva, semantica, procedurale, ma quella affettiva, l’amore, rimane».

(Ivo Cilesi)

Il protocollo prevede anche (e soprattutto) una guida procedurale in mano all’operatore, che accompagnerà tutta la terapia del singolo malato. Come funziona esattamente? Si comincia da frasi di invito ed incoraggiamento del tipo: “Andiamo a fare un giro?” o “Devo andare in treno” o “Vuole viaggiare con me?”. In tutta questa fase iniziale, l’operatore non indica quale sarà la meta, lasciando in sospeso le aspettative del “viaggiatore”. Ed è infatti proprio il malato a scegliere il viaggio da intraprendere, anche attraverso colloqui preliminari con la famiglia o lasciando far riemergere ricordi d’infanzia, come spesso si verifica in alcuni casi ed in alcuni malati.

In svariati episodi, è possibile “viaggiare” con i propri parenti. Un aiuto – spiega Cilesi – fondamentale ed a vantaggio di chi molto spesso non accetta la malattia del diretto interessato. E’ così che si va a caccia del ricongiungimento, e di una serenità spesso collettivamente perduta per il dolore e per lo sgomento. Di chi pensa di non potercela più fare, quando tutto (o quasi) sembra essersi dissolto.

Risultati immagini per terapia del treno alzheimer

I ricordi emersi dal viaggio, scaturiti anche dall’ottenimento del luogo ideale per il singolo paziente (mare, montagna, casa familiare, ecc), vengono poi utilizzati a livello medico per la stimolazione cognitiva. Nessun passaggio presenta dei contorni casuali o improvvisati. Si comincia dal primo, all’interno del quale il paziente giunge in una sala d’attesa simile (o addirittura identica) a quella di una stazione. Dopo le fittizie indicazioni dei binari da intraprendere il paziente è portato in una nuova sala: la sala del viaggio, del vagone terapeutico. Ed ancora, pazienti muniti di biglietto, possibilità di poter sistemare il proprio bagaglio, presenza di altoparlanti nei quali il capostazione dà il benvenuto ai passeggeri ricordando il percorso da compiere in vista del viaggio.

Solitamente, il treno tende poi ad entrare in una galleria, generalmente dopo una prima fermata. Dall’uscita della galleria il paesaggio finisce per colorarsi di azzurro, con la possibilità di intravedere il mare. Tutti i movimenti del malato sono presi in considerazione, anche in vista di un possibile recupero dei ricordi. Quelli non ancora perduti, che ancora la malattia non ha fatto dimenticare.

La Terapia del Treno non mira dunque a sostituirsi alla soluzione farmacologica, ma a coadiuvarla soprattutto nei casi più gravi per combattere ad esempio la cosiddetta “ansia da fuga”. Una speranza innovativa per mitigare il senso di dispersione di chi ha bisogno di ritrovarsi, aggrappandosi alla bellezza della vita nonostante le angustie patite.

C’è qualcosa nel fischio di un treno che è molto romantico e nostalgico e pieno di speranza.

(Paul Simon)

Centri terapeutici attivi in “Trenoterapia”:

  • Rsa Saccardo, Milano
  • Pio Albergo Trivulzio, Milano
  • Rsa Fondazione Carisma, Bergamo
  • Fondazione Don Guanella, Caidate
  • Rsa Camelot, Gallarate
  • Fondazione Bolsedico, Grumello
  • Rsa Fondazione Caccia, Gandino (Bergamo)
  • Centro Diurno Temenos Monteroduni, Molise
  • Associazione Alzheimer Bari, Bari
  • Fondazione Tusculum, Arogno (Svizzera)
  • Rsa, Valenciennes (Francia)

Per saperne di più: http://www.fondazionekor.it/terapia-del-treno/

foto da: milano.repubblica.it

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

John “Bull” Walker, il wrestler che contribuì allo sviluppo della moderna terapia del dolore

È appena arrivato il circo a Brookfield, New york. È l’estate del 1941. Sotto i tendoni ci sono funamboli, clown, giocolieri e c’è anche lui: John “Bull” Walker, che a vederlo ti mette paura. È l’uomo forzuto che con un pugno ti atterra. All’improvviso un annuncio: il domatore di leoni ha la testa tra le fauci del felino. Quando l’animale molla la presa, lui giace incosciente per terra. Serve un dottore e arriva John Bull Walker a salvarlo con la respirazione bocca a bocca. Nessuno lo sa, ma l’uomo forzuto è uno studente di medicina al terzo anno e il suo vero nome è John Bonica.

È nato nel 1917 a Filicudi, nelle isole Eolie. Il padre è il vicesindaco del paese, la madre ostetrica e infermiera. Assieme alla madre assiste per la prima volta all’intervento di un ascesso al seno; ha soli 8 anni e sviene alla vista dell’incisione, ma l’evento resterà indelebile nella sua memoria.
La vita scorre tranquilla in quella terra della macchia mediterranea, tra ginepri e capperi e l’odore del mare tutto intorno. Forse anche troppo tranquilla, quando sai che dall’altra parte del mondo c’è l’America che sa di successo e fortuna. Così nel 1925 Antonino Bonica, padre di John, lascia Filicudi e parte per dare ai suoi figli un futuro più stabile. Tre anni dopo la famiglia lo raggiunge a Brooklyn.

Nonostante la crisi del 1929 e l’impossibilità di traferire il capitale in America a causa delle restrizioni sulla valuta, Antonio Bonica riesce a mantenere la sua famiglia lavorando come bracciante e successivamente come supervisore in un’agenzia telefonica. Inaspettatamente però, nel 1932, il padre di John muore all’età di 55 anni, lasciando la famiglia con i soli risparmi accumulati in 4 anni.
E’ un periodo di grandi difficoltà economiche e John Bonica inizia a perdere la speranza di realizzare il suo sogno: diventare un medico. Tuttavia, grazie ai sacrifici della madre e alla sua tenacia, riesce a proseguire  gli studi. Tra il ’32 e il ’36 contribuisce alle spese della famiglia lavorando come venditore di giornali la sera e lustrascarpe e commesso in una drogheria nei fine settimana. In questi anni si appassiona anche al wrestling amatoriale e durante uno dei suoi incontri conosce Emma, una ragazza di origini veneziane che presto diventerà sua moglie.

Nel 1936 vince il campionato interscolastico e intercollegiale di wrestling e viene notato da uno dei maggiori esponenti del settore che lo spinge a diventare un wrestler professionista. Lotta nei maggiori centri degli Stati Uniti. Nel ’38 vince il titolo americano di campione nazionale e l’anno successivo quello canadese. Nel ’41 è il campione del mondo dei pesi mediomassimi. D’estate gira con il circo per pagare la retta universitaria. E’ l’uomo forzuto. E’ John “Bull” Walker. Usa uno pseudonimo perché nessuno deve sapere che dietro quei muscoli e l’aspetto da duro, c’è John Bonica,studente di medicina. Neanche i suoi colleghi in ospedale conoscono il suo segreto. Per due volte si presenta in sala operatoria con un occhio così malridotto da non riuscire a vedere, le orecchie storpiate dai combattimenti sembravano due cavolfiori.
In questi anni John vive due vite parallele. E’ un lottatore e uno studente di medicina, infligge dolore e lo cura. E’ John Bull Walker e John Bonica.

Nel 1942 si laurea in medicina e sposa Emma, inizia il tirocinio al Saint Vincent Hospital e proprio qui accade un evento che colpisce profondamente Bonica.
Alla moglie, durante le doglie per la nascita della sua prima figlia,viene somministrato un cattivo anestetico da un medico interno inesperto che ha un effetto quasi fatale per l’ipossia indotta dall’aspirazione del contenuto gastrico. Bonica, che assiste al parto, spinge via il medico, libera le vie aeree della moglie e salva lei e la sua bambina.
Decide così di dedicare la sua vita all’anestesiologia e al trattamento del dolore.

Nei suoi anni tra le corsie degli ospedali, Bonica comincia a notare casi che contraddicevano quello che aveva imparato. Il dolore doveva essere un campanello d’allarme, un segnale che indicava qualcosa che non va. Eppure c’erano casi di persone che,dopo l’amputazione di una gamba, continuavano a sentire dolore proprio nella gamba inesistente, o che lo avvertivano anche in assenza di ferite.
Bonica vuole saperne di più. Incontra altri medici, legge libri, si documenta, ma scopre paradossalmente che il dolore , soprattutto quello cronico, è uno degli argomenti meno affrontati dalla medicina.
E allora scrive lui le pagine mancanti. Scrive “Il trattamento del dolore”,a carattere enciclopedico, che sarebbe diventato la bibbia dell’ anestesiologia. Propone nuove strategie, nuovi trattamenti basati sull’impiego di iniezioni neurobloccanti. Crea una nuova istituzione, “la Clinica del dolore”, consapevole della necessità di un approccio multidisciplinare sulla gestione dello stesso. Contribuisce allo sviluppo dell’epidurale per le partorienti. Nessuno prima di lui aveva mai dato così importanza ad uno degli aspetti più frustranti della malattia.

Bonica vide il dolore da vicino. Lo sentì. Lo visse. Per questo non potè ignorarlo negli altri. Gli anni da wrestler professionista gli procurarono serie lesioni a livello dei muscoli scheletrici. Intorno ai 55 anni soffriva di una grave osteoartrite e fu costretto a sottoporsi a più di 18 operazioni nel corso della sua vita. Camminava con le stampelle e a malapena riusciva ad alzare il braccio e a ruotare la testa. Conosceva il dolore e dedicò la sua intera vita a combatterlo, perché come disse lui stesso, il dolore è l’esperienza umana più complessa e riguarda la vita passata, quella presente, le relazioni, la famiglia. Bonica ha ridefinito lo scopo della medicina: l’obiettivo non è solo curare il paziente, ma anche alleviare le sue sofferenze. Oggi John Bull Walker, l’uomo forzuto che a vederlo ti metteva paura, il wrester professionista che con un pugno ti atterrava, è considerato il padre della  moderna terapia del dolore.

La santa anoressia

La santa anoressia

Venere di Willendorf (Paleolitico superiore)

Da sempre fino a un passato neanche tanto remoto, un parametro che indicasse ottime condizioni di salute e ricchezza era rappresentato dalle “rotondità”. Anche l’arte figurativa e scultorea ci offre una vasta messe di riproduzioni in cui la donna presenta forme prorompenti come simbolo di bellezza.

Digiuni e diete non erano una pratica comune nella dimensione femminile o perlomeno non erano tesi a un mero obiettivo estetico. A tal fine, essi cominceranno ad avere larga diffusione a partire dalla prima metà dell’800.
Nel 1868, per indicare l’atteggiamento di alcune donne che rifiutavano il cibo anche se denutrite, si utilizzerà per la prima volta l’espressione “anorexia nervosa”, coniata da da William W. Gull. Quest’ultimo, insieme a   Charles E. Lasègue, sarà tra i primi a trattare l’argomento dal punto di vista clinico individuando l’origine psichica del disturbo.

In questa prospettiva il Medioevo rappresenta un campo di indagine particolare. Si parla di anorexia mirabilis, “miracolosa mancanza di appetito”, inedia prodigiosa o come la definisce Rudolph M. Bell: “La santa anoressia”, trattasi di una condotta autodistruttiva finalizzata all’appagamento spirituale. Alla base dell’insurrezione di un atteggiamento di questo tipo vi erano comunque cause psicologiche, paura e insicurezza che si esprimevano nella volontà del sacrificio e nella ricerca di consenso divino. Gli strumenti del tempo però portavano a valutare il fenomeno come manifestazione di santità o altrimenti come operazione diabolica, in quanto questi casi erano sottoposti a un severo scetticismo di un clero perlopiù maschilista, soprattutto durante il Rinascimento.

Maria Maddalena de’ Pazzi si nutre del suo unico tozzo di pane mentre le altre sorelle mangiano a tavola.

Angela da Foligno, Santa Chiara d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Margherita da Cortona e tanti altri sono i nomi delle donne che vissero quest’esperienza. Tra i casi più noti spicca quello di Caterina da Siena la quale si nutriva esclusivamente di Eucarestia ed erbe. Laddove veniva costretta a ingerire qualsiasi altro tipo di nutrimento lo espelleva provocandosi il rigetto con un ramoscello in gola. La sua scelta era dettata anche da intenzioni che contrastassero le disposizioni dei suoi genitori, come scelta volta all’autoaffermazione. Lotta individuale e penitenza per i peccati degli altri emergono anche nella biografia di Agnese da Montepulciano, sin da bambina un animo solitario, la quale dormiva per terra con un sasso per cuscino, cibandosi di piccole quantità di pane e un po’ d’acqua. Il rifiuto di nutrimento, a parte l’Eucarestia, era associato ad altri comportamenti riportati alla sfera del misticismo quali: voto di castità, autoflagellazione, mutilazioni, l’atto del riposo sul letto di chiodi. Ad esempio, alla fine del XV sec., Colombia di Rieti sosteneva che il suo spirito era capace di abbattere i confini terreni, di avere visioni nelle quali comunicava con Dio e, tra l’altro,fu risparmiata da un gruppo di uomini che cercarono di stuprarla perchè si resero conto dei seni mutilati.

Caterina da Siena cerca di dimenticare i suoi sensi bevendo una coppa di pus che ha spremuto dall’infiammato petto canceroso di una donna ammalata.

La santa anoressica è dominata dal dolore, dalla staticità e ferma devozione. Quando questo modello era accettato dagli uomini di Chiesa, il fenomeno si presentava al di fuori della categoria “ribellione” e quindi veniva percepito dalle altre donne come una sofferenza superflua e non funzionale. Queste quindi decidevano di dedicarsi sempre meno in maniera volontaria a tal pratica prediligendo le opere pie.

Il contesto mutato dell’800 e del ‘900, le trasformazioni di rapporti interpersonali e famigliari e del concetto di gusto ed estetica comportano di conseguenza approcci e comportamenti, volontari o meno, differenti e molteplici. Ciò legittima anche il nuovo approfondito interesse per la coscienza e l’incoscienza, le emozioni e la dimensione psichica: anche i disturbi alimentari rientrano in quegli atteggiamenti che necessitano una seria analisi.
I disturbi alimentari spengono la vitalità dell’individuo. Il cibo è un nemico con cui il confronto diventa inevitabile, un’ossessione. Lo si guarda e si pensa al suo depositarsi nel nostro corpo. Al’impossibilità di liberarsene. In altri casi diventa rifugio dalle delusioni del quotidiano. Abbuffate al seguito delle quali subentra il senso di colpa e l’individuo finisce per rivolgersi a lassativi o al classico vomito con le dita in gola. Un rapporto conflittuale complesso, ampiamente diffuso, discusso ma anche sottovalutato su cui ci sono troppi luoghi comuni.

Incuriosisce e soprattutto provoca una strana sorpresa sentirsi rifiutare qualcosa che si è preparato o in generale qualsiasi delizia si offra. E spesso non si approfondisce rimanendo sul superficiale giudizio “è una fissata” e si tende a banalizzare improvvisando insulti o inutili consigli. Sembra inconcepibile che le orecchiette della nonna di grano bruciato con la ricotta dura vengano ignorate e lasciate lì, nel piatto per poi essere gettate. Dietro quel gesto ci sono profonde motivazioni per cui l’attenzione di un amico può fare una, seppur minima, differenza. Partendo dal mangiarsi le orecchiette avanzate. Io lo farei per far riscoprire il piacere di gustare con spensieratezza e semplicità un piatto preparato con amore. Se fossi stata nel Medioevo avrei fatto lo stesso e avrei risposto all’irascibilità delle sante anoressiche: Dio non ama gli sprechi.

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

Nell’era della comunicazione, cosa vuol dire “dis-comunicare”?

“Non si può non comunicare” (Watzlawick)

Il soggetto umano è un essere comunicante, così come è un essere pensante (beh, magari non proprio tutti tutti lo sono), emotivo e sociale. La comunicazione non va, quindi, considerata, semplicemente come un mezzo ed uno strumento, ma come una dimensione psicologica costitutiva del soggetto.
Non scegliamo se essere comunicanti o meno, ma possiamo scegliere se e in che modo comunicare.

La comunicazione è…

  • un’attività eminentemente sociale! Per definizione, infatti, il gruppo rappresenta la condizione necessaria affinché ci sia comunicazione. Socialità e comunicazione, nonostante siano due dimensioni ben distinte fra loro, sono intrinsecamente interdipendenti, e questo lo vediamo oggi non solo nei dialoghi al bar con gli amici, in cui la dimensione sociale è molto chiara e delineata, ma anche nell’utilizzo dei Social Network, in cui è meno manifesta, ma comunque presente. I social stessi, infatti, racchiudono al loro interno entrambe le dimensioni comunicativa e sociale, dando a tutti, ma proprio tutti, la possibilità di esprimersi e comunicare.
  • partecipazione. Comunicare prevede, infatti, che ci sia una condivisione dei significati, oltre che un accordo sulle regole intrinseche ad ogni scambio comunicativo. Basandosi sulla condivisione e negoziazione fra i soggetti comunicanti, ha una matrice culturale e una natura convenzionale.
  • un’attività cognitiva. Ebbene sì: la comunicazione è strettamente legata al pensiero ed ai processi mentali superiori. Anche se, in alcuni casi, ci sembra il contrario (!). Per comunicare è necessario che le persone siano in grado di rendere esplicito il proprio pensiero e la propria intenzione.
  • strettamente connessa con l’azione. E’ forse arrivato il momento di prenderne consapevolezza: comunicare è sempre fare qualcosa nei riguardi di qualcuno. Nessun atto comunicativo è mai neutro o indifferente.

E la dis-comunicazione?

E’ un truismo affermare che la comunicazione può avere successo anche senza essere esplicita, aperta ed evidente: siamo in grado di comunicare in modo soddisfacente senza essere consapevoli della trasmissione perfetta dell’informazione e senza essere in grado di realizzare le intenzioni comunicative di partenza. E’ questa, dunque, discomunicazione?

Parliamo di discomunicazione in tutti quei casi in cui gli aspetti impliciti e indiretti nel comunicare prevalgono su quelli espliciti e diretti: ergo, emerge uno scarto importante tra il detto e il non detto. In sostanza è un dire per non dire. Non solo. Oltre a rappresentare una violazione delle regole di comunicazione e una cattiva interpretazione dell’informazione (vi dice qualcosa?) nella discomunicazione rientrano quella ironica, quella menzognera e quella seduttiva, il linguaggio figurato e la parodia.

Sembra quasi che oggi siamo in grado più di discomunicare, che di comunicare!!!

La comunicazione ironica è una comunicazione obliqua: da un lato, mostra ciò che nasconde, dall’altro, nasconde ciò che dice. Grazie al commento ironico si può rimanere “opachi” sul piano relazionale, pur non rimanendo in silenzio. Geniale, no? L’ironia rappresenta l’emblema della dialogicità discorsiva: la parola non ha un solo significato, ma molti, a seconda dell’interpretazione. Ed è proprio sull’interpretazione che fa leva l’ironista.

 La comunicazione seduttiva va ad incidere sulla vicinanza e distanza fisica e psicologica fra gli individui. Alla base del processo di regolazione di tale distanza, che non è mai definitiva, nè stabile, vi troviamo il cosiddetto “dilemma del porcospino“, per dirla alla Schopenauer. Capite bene quanto sia delicata! L’obiettivo del seduttore è, infatti, emergere dall’anonimato e cambiare status: dall’essere qualunque all’essere qualcuno. A questo scopo, quindi, sono aumentati gli aspetti estetici della comunicazione e sono ridotti i contenuti referenziali, per esaltare le qualità e i punti di forza in suo possesso. Il principio essenziale del seduttore? Dire abbastanza, ma non troppo!

La comunicazione menzognera rappresenta una forma rilevante di discomunicazione ed è stata oggetto di moltissimi studi negli ultimi 30 anni. Essa, però, costituisce un fenomeno comunicativo complesso da definire. Fondamentalmente, le proprietà che la caratterizzano sono falsità del contenuto, consapevolezza di tale falsità, intenzione di ingannare il destinatario. Quindi, la menzogna altro non è che un atto comunicativo consapevole e deliberato di ingannare un altro che non è consapevole e non desidera essere ingannato.

Date le nuove modalità, piattaforme e canali di comunicazione, chissà che non si sviluppino (o si stiano già sviluppando) altrettante nuove tipologie di discomunicazione. Intanto cerchiamo di “difenderci” da queste, provando a smascherarle e a non farci ingannare. Visti i tempi, io mi munisco di poligrafo!

Buona comunicazione a tutti!

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

Psych-ombre #2. Il caso di Little Albert: come nasce una fobia?

In copertina: foto inedita di Giuseppe Cozzolino.

Elementare, ce lo spiega Watson!

Datemi una dozzina di bambini normali, ben fatti, e un ambiente opportuno per allevarli e vi garantisco di prenderne qualcuno a caso e di farlo diventare qualsiasi tipo di specialista, che io volessi selezionare: dottore, avvocato, artista, commerciante e perfino accattone e ladro, indipendentemente dalle sue attitudini, simpatie, tendenze, capacità, vocazioni. [1]

C’era una volta un bambino di nome Albert. O forse devo tornare indietro di qualche anno ancora…
Ci riprovo.
In principio vi era lui, padre del Comportamentismo: John Broadus Watson.
Per Watson il comportamento dei singoli individui non era altro che una sorta di adattamento dell’individuo all’ambiente, ovvero tutto ciò che di una persona era possibile osservare. Nella sua teoria comportamentista, Watson fa riferimento a tre principi in particolare, uno dei quali è chiamato “Condizionamento“.

Il condizionamento altro non è che un processo per cui si produce un’associazione tra uno stimolo neutro ed uno stimolo condizionato, tanto da poter ottenere nell’individuo – o animale – una risposta condizionata (dallo stimolo). Non è chiaro? Provo a farti un esempio. Immaginiamo di avere un cane e di suonare una campanella prima di dargli del cibo. Ripetendo questa azione più e più volte ad un certo punto ci accorgeremmo che il cane, al solo suono della campanella, inizia a salivare, prima di ricevere il cibo. Bene, abbiamo condizionato uno stimolo neutro (il suono della campanella), producendo nel cane una risposta o reazione condizionata (la salivazione al solo suono della campanella) [cfr Ivan Pavlov].

Cosa c’è di oscuro in tutto ciò?

Il nostro carissimo Watson riteneva che i bambini avessero un numero limitato di pattern di risposte emotive, associati a tre emozioni: paura, rabbia e amore. Per questo motivo considerava fondamentale lo studio dell’apprendimento delle emozioni negli infanti. Egli era fermamente convinto che si potessero introdurre, attraverso il condizionamento, nuovi stimoli nel bambino, così da ottenere risposte rispetto all’emozione suscitata. Un bel giorno decide di mettere in atto un esperimento dall’eticità ampiamente discutibile.

Il Piccolo Albert

Se sia stato un caso oppure no non lo sapremo mai, ma rimane il fatto che l’emozione su cui Watson e la sua collaboratrice Rosalie Rayner (che poi diventerà sua moglie) decisero di concentrarsi fu la paura. E qui ritorniamo al nostro incipit: “C’era una volta un bambino di nome Albert…”. Tale Albert viene descritto come “un bambino sano e forte”, su cui l’esperimento sicuramente avrebbe provocato pochi danni [2]; inoltre, essendo il figlio di una balia dell’Harriet Lane Home for Invalid Children, cresce in ospedale ed è facilmente a disposizione dei ricercatori.

Come si evince dall’articolo pubblicato da Watson e la sua collaboratrice, a 8 mesi e 26 giorni sottopongono ad Albert il suo primo test: mentre un ricercatore distrae Albert, l’altro colpisce, con un martello, una sbarra di ferro. Il bambino sembra solo spaventarsi. Poi lo fanno ancora e ancora finché, dopo la terza volta, Albert scoppia in lacrime. Ecco il nostro stimolo condizionato. Un rumore violento che provoca paura nel bambino.

Qualche giorno dopo ad Albert vengono mostrati degli animali e degli oggetti: è il momento di scegliere lo stimolo neutro. In nessuna interazione con ciascuno di essi il bambino mostra paura. Perfetto!!! Scelgono, quindi, un topolino bianco.

“Armiamoci e partiamo”

Il bambino ha 11 mesi e 3 giorni: si inizia con la sperimentazione. Watson e Rayner pubblicano i loro appunti presi in laboratorio:

  1. Il topo bianco è stato improvvisamente preso dal cesto e presentato ad Albert. Lui ha cercato di prenderlo con la mano sinistra. Appena la mano ha toccato l’animale, abbiamo colpito la barra che si trovava proprio dietro di lui. Il bambino è saltato violentemente ed è caduto in avanti, seppellendo la faccia nel materasso. Però non ha pianto.
  2. Appena la mano destra ha toccato il topo, la barra è stata colpita nuovamente. Di nuovo il bambino è saltato violentemente, è caduto in avanti ed ha iniziato a piagnucolare.

In seguito a ciò gli sperimentatori hanno stoppato i tests per 7 giorni, per evitare di traumatizzare troppo il bambino.

Albert ha ora 11 mesi e 10 giorni. Ritorniamo sugli appunti di laboratorio:

  1. Improvvisamente viene presentato [al bambino] il topo senza suono. Era presente una fissazione costante, ma nessuna tendenza a raggiungerlo. Il topo è stato avvicinato e iniziano i tentativi di raggiungerlo con la mano destra. Quando il topo ha annusato la mano sinistra del bambino, la mano è stata subito ritirata. Egli ha cercato di raggiungere la testa dell’animale con l’indice sinistro, ma la mano è stata ritratta prima del contatto. Si vede, così, che le due stimolazioni presentate simultaneamente la settimana precedente hanno avuto effetto. Immediatamente dopo è stato testato [il suo comportamento] con i suoi blocchi, per vedere se erano stati soggetti al condizionamento. Ha iniziato subito a raccoglierli e giocare con essi. Nel resto delle prove i blocchi gli sono stati dati spesso per calmarlo e per testare il suo stato emotivo generale. Venivano sempre allontanati dalla vista quando c’era il processo di condizionamento in atto.

Successivamente e per 3 volte, il rumore e il topo vengono presentati congiuntamente. Poi, viene mostrato solo il topo, senza il rumore: Albert però piange e si gira dall’altro lato. A ciò seguono altre due somministrazioni congiunte, seguite, ancora, da un’ultima presentazione del topo senza rumore. Questa volta Albert si gira dal lato opposto, cade, si solleva e gattonando fugge via molto velocemente. Lo stimolo è stato condizionato. Povero Albert!

Nelle prove successive i ricercatori scoprono che la paura per il topo è stata generalizzata non solo ad altri animali, ma a tutto ciò che, al tatto, presenta caratteristiche simili: un coniglio, la pelliccia, la bambagia, una maschera di Babbo Natale, i capelli di Watson… Tutte queste cose creano paura nel bambino, come potete vedere in questo filmato.

Effettuando delle rilevazioni a distanza di circa tre mesi, i ricercatori si rendono conto che il piccolo Albert continua ad attivarsi negativamente nel momento in cui gli vengono presentati tali stimoli. Giungono alla conclusione che le conseguenze delle esperienze vissute dal bambino potrebbero risultare stabili e modificare la sua personalità. Hanno creato una fobia.

Ne è valsa la pena?

Sicuramente non possiamo giustificare né tantomeno accettare le modalità con cui è stato condotto l’esperimento, considerando fondamentale il rispetto della sanità della persona che, in questo caso, è venuto meno, però non possiamo, allo stesso tempo, negare l’importanza di questi studi nella conoscenza del funzionamento umano. Grazie a Watson e alla Rayner siamo riusciti a capire come è possibile condizionare una risposta in un bambino, come è possibile influenzare il suo apprendimento emotivo. Con tale consapevolezza, oggi, siamo in grado di modellare il nostro comportamento per evitare situazioni spiacevoli, quale può essere, ad esempio, l’induzione di una fobia in un bambino.

Al piccolo Albert non è mai più stato desensibilizzato lo stimolo ed è verosimile che sia cresciuto con la paura del pelo animale e non, ma oggi, per fortuna, siamo in grado di fare anche questo: desensibilizzare uno stimolo che crea paura o comunque uno stato di disagio e donare un sorriso in più ad una persona, qualunque sia la sua età. Grazie a Watson, a Rayner e al loro Little Albert.


[1] John Watson, Il comportamentismo (Behaviorism, 1924), traduzione di Adriano Corao e Mario Di Pietro, Firenze, 1985.
[2] John Watson and Rosalie Rayner (1920). Conditioned emotional reactions, Journal of Experimental Psychology, 3(1), 1-14., disponibile qui.

 

 

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