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In copertina: campagna di sensibilizzazione per la Giornata Internazionale per la Data Privacy. Originale qui

Fu singolare l’episodio tra Vespasiano e suo figlio Tito, pochi anni dopo la nascita di Cristo, tanto da coniare una iconica frase: “Pecunia non olet”. La frase, letteralmente “il denaro non ha odore”, fa riferimento alla tassa, la “centesima venalium”, che l’Impero Romano aveva posto sull’urina raccolta dai bagni privati, o vespasiani. La frase di Tito fa riferimento all’accaduto secondo il quale Tito avrebbe gettato delle monete in un bagno, e raccolte le avrebbe odorate. Ciò significa che bisogna far cassa, senza distinzione sulla provenienza del denaro stesso.

Questo articolo, però, è un inserto di tecnologia, cosa c’entrano i Romani? In un mondo nel quale il denaro e il guadagno sono due capisaldi della nostra società, una frase come quella di Tito ha una valenza ancora attualissima. Mi sono permesso di aggiungere alla locuzione latina una proposizione dipendente. “Sed instar mendacia cloacarum sunt”, ovvero “Ma le menzogne sono come fogne“. Un po’ teatrale si, ma, a mio avviso, sottolinea la gravità della situazione, della concezione profondamente sbagliata che abbiamo del Web e di alcuni suoi strumenti, come i social network, e di quanto possa essere violata la nostra privacy, se non preservata con cura.

Privacy come valuta

L’evoluzione del Web nella sua versione 2.0 si è portata dietro un bieco futuro: i nostri dati e le nostre informazioni sono diventate letteralmente valuta. Ma andiamo con ordine: come fanno i nostri dati e le nostre informazioni a diventare denaro?

Primo su tutti i cookie. Fino all’avvento di Internet, i cookie erano solo biscotti. Deliziosi e privi di pericoli. Nel gergo informatico, per cookie si intendono quei microfile contenenti informazioni per il riconoscimento del browser. Sono alla base di molti meccanismi per noi così scontati sul web. Autenticazione, salvataggio automatico di alcune preferenze, la creazione di un carrello acquisti in un negozio online e tanti altri. Tutto grazie ai cookie. Purtroppo questi possono essere utilizzati anche in altro modo: i cosidetti cookie di profilazione e di tracciamento. Questi file cercano, ad esempio, le ultime ricerche fatte dall’utente ed inviano questi dati a terze parti, le quali potranno utilizzare queste informazioni per pubblicità mirate. Tutti noi abbiamo almeno una volta fatto una ricerca su Google su un qualsiasi prodotto, per poi ritrovarci i banner di tutti i siti che visitiamo riempiti dei prodotti affini alla ricerca che avevamo fatto. Molti siti riempiono in ogni modo raccoglitori di cookie le loro pagine, proprio per carpire i dati dei proprio visitatori.

Questa può essere vista come una violazione della privacy, ed effettivamente lo è quando la pubblicità diventa asfissiante. Purtroppo, limitare l’uso dei cookie non risolve la situazione. Partendo dal presupposto che un nuovo tipo di cookie, chiamato Evecookie, il quale si autoreplica più volte quando creato, è stato implementato da poco sulla Rete. Nuovi regolamenti sovranazionali, come la Cookie Law dell’Unione Europea, hanno cercato di limitare l’uso spregiudicato e sbagliato di questi file ausiliari. Ma il vero problema è che disabilitare l’uso dei cookie rende impossibile un uso completo e moderno di Internet. Troppe routine di base utilizzano i cookie e disabilitarli significherebbe ridurre al minimo la funzionalità di un sito o, peggio, renderlo del tutto inutilizzabile. Alcuni browser web permettono l’automatizzazione del processo di cancellazione dei cookie. Una mezza soluzione, visto che i siti recepiscono i cookie durante la navigazione.

Social network e privacy: realtà inconciliabili

Il rischio maggiore per la privacy, però, si nasconde dietro un muro di ipocrisia: i social network. Questo pare un discorso molto paranoico, alla Mr Robot, ma è purtroppo vero. Facebook è una miniera di dati, come tutti i social network, ma perchè? Perchè i social network analizzano ogni dato che passa attraverso i loro sistemi. Lo immagazzinano e lo rivendono al miglior offerente.

Il marketing ha trovato nel socia network la più grande banca dati del mondo. Prima si ricorreva ai sondaggi per avere informazioni: si cercava di comprendere il mercato ed i suoi bisogni attraverso domande mirate. Ma i social network rispondono alle domande prima ancora che esse vengano pronunciate. Sesso, etnia, orientamento religioso e politico, quali sono le tue aspirazioni, le tue voglie, qualsiasi cosa. Tutto ciò che condividi sui social diventa denaro. Mark Zuckemberg non è un genio per aver collegato migliaia di persone, è un genio perchè ha nascosto dietro la dipendenza intrinseca degli essere umani ad affermarsi una colossale macchina di raccolta dati. Un pubblico infinito di persone non solo pronte a donare le proprie informazioni sensibili e vedere annullata così la propria privacy, ma anche ad assorbire pubblicità senza batter ciglio. Una perfetta macchina da soldi, perfettamente legale e diabolicamente geniale.

Cybersicurezza: un miraggio

Ci sono tanti siti che, in un modo o nell’altro, richiedono le nostre informazioni. Questo non è un dramma, anzi spesso è necessario per le nostre attività. Pensate all’e-commerce: come faremmo a pagare e ricevere oggetti a casa senza fornire dei nostri dati? Questo non è necessariamente dannoso per la nostra privacy, poichè queste piattaforme non rivendono i nostri dati, ma li tengono al sicuro nei loro server. Peccato che in informatica, non esista un sistema perfetto, inespugnabile. E più grandi sono, e più pesante è la caduta. Basti pensare a Yahoo, al quale sono stati rubate oltre 500 milioni di credenziali di accesso. Mezzo miliardo di potenziali dati rivendibili sul mercato nero. Un colpo colossale, che distanzia notevolemente anche il secondo attacco più grave, quello a MySpace con 360 milioni di utenti compromessi. Ma anche tante minuscole azioni di phishing, di hackeraggio. Spyware e malware pronti ad insinuarsi nei vostri computer e rubare i vostri dati. La sicurezza in Rete può essere un miraggio, ma non siamo completamente senza difese.

L’intelligenza come difesa

Il Web è uno straordinario strumento ma molti di noi lo utilizzano ancora con una disarmante ingenuità. Ma non tutto è perduto. Non siamo alla mercè delle multinazionali, schiavi del loro oppio e legati alle loro infinite tattiche per soggiogarci. No, siamo liberi di informarci. L’unica grande difesa contro le minacce della nostra privacy online è il nostro intelletto. Bisogna avere parsimonia nella divulgazione delle nostre informazioni. La ricerca anonima permette che i cookie non vengano salvati ed utilizzati da terze parti. Imparare a non condividere qualsiasi informazione su Facebook, Twitter, Instagram e vari, ci renderà consapevoli delle nostre informazioni pubbliche. Nessuno può entrare nella nostra mail se non forniamo loro i dati per farlo. Nessuno può spiare il nostro computer se non diamo l’autorizzazione all’esecuzione di tali programmi. Nessuno è indenne, e tanti governi stanno iniziando a percorrere la strada della sorveglianza online. Bisogna tutelarsi nei confronti di chi, nel bene o nel male, sfrutta il Web per impossessarsi della nostra privacy. L’intelligenza è l’unica tattica vincente.

 

 

Author: Leonardo Cristiano

Appassionato di tecnologia, ho conseguito studi classici. Dopo alcuni anni a Milano, ora mi interesso di web, informatica, tecnologia, senza mai dimenticare l’attualità e la politica.

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