Ci sono momenti nei quali le vicissitudini e gli avvenimenti della politica hanno la capacità di intrecciarsi in un vortice di coincidenze assai indicative. Correva infatti l’anno 2018, ed era esattamente il 4 marzo, quando il Pd formato Renzi, ormai logorato da passi falsi amministrativi e referendari, perdeva malamente le elezioni nazionali consegnando il campo del potere a quello che poi sarebbe stato il governo gialloverde. Ed ora, rieccoci qui. Un anno dopo, con consensi ancora tutti da riconquistare, il Pd prova ad uscire dall’anonimato, dai territori dispersi, e da faide interne che ne hanno pesantemente minato la credibilità e portato l’elettorato italiano a dimenticare la produttività (in senso generico) dei governi Renzi e Gentiloni.

Rieccoci qui, dunque. Si rivede il Pd all’interno dell’ “anno bellissimo”. La vittoria di Zingaretti, tuttavia, non deve esaltare il centrosinistra, tanto meno il neo segretario. La strada è infatti ancora lunga e difficile, se si pensa anche al fatto che il “millioneeotto” di votanti altro non rappresenta, dal punto di vista numerico, una riconferma di quanto accaduto nelle primarie di due anni fa, con il catastrofico suicidio elettorale teso alla rielezione di un politico ormai abbandonato dagli italiani, e non solo dal “fuoco amico”.

Sono infatti lontani i tempi dei “big match”, quando la base Pd risultava realmente elettoralmente folta, quando nel 2005 (periodo pre Pd) si votava in 5 milioni, o in 3 all’epoca del duello Bersani-Renzi, che nonostante la vittoria del primo anticipò di fatto l’ascesa della rottamatore, autorottomato da se stesso e dal sogno di un partito della nazione da costruire con chi era da sempre stato visto come l’avversario da sconfiggere, il male del Paese, il Cavaliere matto e spavaldo, cui persino la giustizia e la legge avrebbero dovuto piegarsi, con tanti saluti ai principi costituzionali e democratici.

Oggi, ecco il grande ‘vecchio’ ritorno di chi quel Renzi avrebbe sempre voluto combatterlo. E’ chiaro il responso delle primarie di ieri, e adesso bisognerà attendere le reazioni dell’entourage renziano, con il capostipite che giura fedeltà al nuovo segretario e “aspetta un segnale”. Ma è altrettanto pacifico come, la guerra tra correnti, trovi in tutti (o quasi) i loro interpreti, la consapevolezza di dover ripartire dal principio che gli avversari non risiedono all’interno di quella stessa comunità alternativa, ma nell’avversario politico, e in un governo da voto 10 nella comunicazione e da 0 nei fatti che contano.

Il Pd riparta, e la democrazia ne sia lieta. Ogni governo ha bisogno di un’alternativa, ogni opposizione ha bisogno di rilanciarsi e ricostruirsi sulla base di una idea di Paese diversa, e saranno gli elettori a decidere quale possa rivelarsi migliore al Paese. La ripartenza tocchi il lavoro, guardi alla classe giovanile come opportunità di rilancio della nazione, non come zavorra da risolvere a suon di precariato, apprendistati e stage senza prospettive e certezze.

La ripartenza tocchi nuovamente i territori, lo stare tra la gente, il recupero dei poveri con politiche attive e non di assistenzialismo, l’impegno quotidiano per il bene di tutti, che non è esattamente corrispondente al bivaccare sui social a suon di selfie e tweet, e non corrisponde certamente alle ricette del governo Di Maio-Salvini. Serve dunque un atto di coraggio, il racconto di un progetto politico migliore ma che non si autoproclami tale, dato che il rischio dal punto di vista elettorale sarebbe quello già ampiamente visto con i risultati delle ultime elezioni nazionali.

Non si può di fatto ignorare come le primarie di ieri, consegnino infatti al Pd l’ultima grande chance fornita dagli elettori di Centrosinistra. Ora o mai più.
L’ultima chance, nell’anno bellissimo. Per chi, lo si vedrà

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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