Liberi e Uguali. Agli altri?

Liberi e Uguali. Agli altri?

Lo scorso 3 Dicembre il travagliato processo riorganizzativo delle principali forze politiche italiane alla sinistra del PD è giunto ad un’apparente conclusione, con buona pace dei disegni ecumenici dell’ex sindaco meneghino Pisapia, liquidati (a buon diritto) per il palese anacronismo sotteso alla riproposizione di un baraccone litigioso come il centrosinistra del passato quindicennio, forzosamente unito da nient’altro se non la volontà di blandire le aspirazioni maggioritarie e bipolaristiche dell’elettorato italiano.

La medesima sorte è toccata al “percorso del Brancaccio”: il progetto politico lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari, spinti dal desiderio di coagulare intorno ad uno stabile nucleo le forze progressiste espresse dal variegato fronte del No al referendum costituzionale di cui si è da poco celebrato il primo anniversario (per modo di dire: e la rimozione dal dibattito pubblico di quell’importante consultazione, sin dal giorno ad essa immediatamente successivo, dovrebbe far riflettere sulla genuinità dell’entusiasmo che in buona fede si è pensato di poter incanalare in un movimento), si è spento nel silenzio, senza per vero essere mai riuscito a decollare.

A celebrare il funerale di queste progettualità, prendendone il posto come referente mainstream del mondo progressista italiano, è stato il movimento Liberi e Uguali, lanciato in quella fredda Domenica di inizio di un rigido inverno, destinato ad essere scaldato da una campagna elettorale che si preannuncia infuocata come anni di bipolarismo annacquato ci hanno portato a dimenticare essere possibile, da Sinistra Italiana, Possibile e Movimento Democratico e Progressista. Gli ex-SEL e le due ondate dei fuoriusciti PD, semplificando all’estremo la storia ben più nobile ed articolata delle formazioni confluite in LeU, dopo un flirt durato più di un mese a causa delle (giustificate, ad avviso di chi scrive) diffidenze di SI e Possibile, già unite da significative collaborazioni a livello parlamentare, nei confronti di Mdp, hanno finalmente deciso di coalizzarsi in vista delle elezioni politiche della primavera del 2018. Contestualmente, la neonata coalizione ha espresso come proprio candidato premier Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia ed attuale Presidente del Senato, per l’occasione uscito a sua volta da un Partito Democratico in preda ad una vera e propria emorragia causata dalla sempre più vistosa appropriazione personalistica renziana; emorragia che, ad onor del vero, fa sorgere più di un dubbio sulla buona fede di Grasso, mai espostosi più di tanto nei malumori interni al PD (certamente complice il suo ingombrante ruolo di seconda carica dello Stato) e che con una punta di malizia potrebbe essere tacciato di aver fiutato una maggiore convenienza portata dal novello vento spirante a sinistra.

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

Da sinistra verso destra: Roberto Speranza; Pietro Grasso; Pippo Civati; Nicola Fratoianni

A prescindere dalla lettura data alla mossa del Presidente del Senato, LeU pone all’elettore di sinistra una serie di interrogativi dalla soluzione non propriamente agevole. È bene chiarirlo fin da sùbito: chi scrive nutre fortissime perplessità nei confronti della scelta unitaria, non tanto in sé considerata quanto in rapporto alle sue concrete modalità attuative.

Se l’impostazione di Pisapia (e di Bersani, Prodi e D’Alema prima di lui), a vocazione maggioritaria ed artificiosa nel suo voler tenere insieme una galassia composita ed incomponibile, rappresentava il modo sbagliato di superare la storica frammentazione delle forze di sinistra (o pretesa tale, in più di un caso) l’idea di radunare attorno ad un programma condiviso, genuinamente laico, redistributivo ed antiliberista, tutte e solamente le forze in grado di rispecchiarvisi, quale il progetto ventilato negli ultimi mesi dagli esponenti di SI-Possibile-Mdp, non poteva che incontrare, sul piano teorico, il favore di quanti fossero pesantemente angosciati da uno scenario politico incapace di esprimere opinioni critiche nei confronti dello status quo se non in senso beceramente destrorso.

Sul piano teorico, si è detto: per le ragioni che si tenterà brevemente di tratteggiare, la neonata coalizione sembra atteggiarsi, sul piano pratico, a mero moltiplicatore del peso della sua anima più stantia e compromessa con l’ideologia dominante, Mdp, a tutto discapito di Sinistra Italiana e Possibile, entrambi partiti che, seppur secondo strategie diverse e non sempre condivisibili, nel passato biennio erano riusciti a ritagliarsi significativi spazi di originalità ed appetibilità elettorale nel mondo della sinistra.

IL METODO

Il Presidente del Senato Pietro Grasso

Preliminari considerazioni vanno svolte sul modus operandi prescelto dalle forze politiche in questione per dare vita al progetto condiviso.

Ad un’impressione superficiale, quale non può che essere quella che si può trarre dai primi ed incerti passi fatti dalla neonata formazione nelle sue poche settimane di vita, la nuova coalizione sembra essere viziata da un’impostazione leaderistica di stampo berlusconiano. Questa malattia della vita politica italiana nell’ultimo quarto di secolo, di cui il recente centrosinistra (probabilmente suo unico pregio!) era riuscito a dimostrarsi portatore sano, cedendo sì alle lusinghe di un’opinione pubblica addestrata ad accodarsi a figure individuali più che ad aderire ad ideali e valori, ma contemperandole col periodico ricambio dei leader presidiato dalle primarie (in realtà più uno scotto da pagare all’esasperato correntismo che lo caratterizzava, che una cosciente scelta politica) sembra non aver risparmiato LeU, apparentemente nato intorno alla personalità di Grasso, senza dare luogo all’imprescindibile opera di sintesi di istanze e visioni del mondo che dovrebbe precedere simili opzioni politiche.

Questo vizio genetico sembra confermato, da un lato, dal cedimento all’odiosa prassi di inserire il nome del candidato premier nel simbolo della coalizione, sintomatica appunto di una precedenza del leader sul contenuto favorita in tutti i modi dalla recente cultura politica deideologizzata italiana, e dalla stessa legislazione elettorale dal Porcellum in poi in cui essa si è tradotta; dall’altro, dalla fortunatamente avvertita necessità di far seguire ad uno sposalizio prematuro ed affrettato dall’angosciante approssimarsi della consultazione primaverile una serie di “Assemblee nazionali tematiche” aperte, tenutesi in questi giorni inter alia a Genova, Brescia, Roma, nel contesto delle quali elaborare, con un apprezzabile sforzo di democrazia interna (irrobustita dai contributi della società civile e di ogni interessato) le linee programmatiche sulla cui base redigere il venturo programma elettorale.

Una simile pratica rappresenta certamente una preziosa occasione per permettere un maturo interscambio fra le tre anime di LeU (sempre ammesso che agli sforzi della base sia dato corso effettivo in sede di Assemblea nazionale, che a Gennaio sarà chiamata ad approvare definitivamente il programma), ma è innegabilmente sintomatica, nel suo essere intervenuta successivamente alla nascita della formazione, del segnalato deficit identitario della stessa. Di più: la stessa scelta di gareggiare insieme prima di aver deciso il tragitto della corsa rischia di portare ad insoddisfacenti compromessi posticci fra posizioni in realtà inconciliabili, ma non adeguatamente concettualizzate ex ante, e/o a perdere pezzi importanti fra gli indisponibili ad una simile mediazione, privando di significato la stessa scelta unitaria.

IL CONTENUTO

Le vere note dolenti, però, provengono dalle finora scarse, in ragione dell’essere l’iter di elaborazione dell’identità di LeU ancora in fieri, esternazioni contenutistiche provenute dal neonato soggetto politico.

La sintesi del patriottismo costituzionale di Sinistra Italiana, del postmodernismo welfaristico e cosmopolita di Possibile e del riformismo moderato di Mdp sembra, come anticipato, tutto sbilanciato a favore di quest’ultima componente, con l’effetto di depotenziare la freschezza che aveva caratterizzato il laboratorio politico targato SI-Possibile degli ultimi tempi, lanciatosi nella difficile opera di affrancamento dalla castratura blairiana e neoliberista inflitta alla sinistra occidentale dal crollo del “socialismo reale” e dall’ubriacatura della globalizzazione del capitale degli ultimi cinque lustri. Questo sbilanciamento, di cui è emblematica la stessa scelta di Grasso come denominatore comune (non potendosi certo ritenere il Presidente del Senato, con la sua storia personale lodevole, ma obbligata dalla carriera in magistratura a non esporsi politicamente, emblema di militanza di una sinistra “radicale” – etichetta incomprensibilmente affibbiata a LeU da Matteo Renzi), si impone prepotentemente agli occhi del lettore della prolusione con cui Grasso ha lanciato il progetto davanti alla gremita platea composta di delegati di SI, Possibile e Mdp accorsi all’Atlantico Live di Roma per l’occasione.

Pur con tutti i limiti intrinseci ad un discorso poco più che programmatico, intervenuto, come segnalato, prima che si formasse un effettivo consenso sui temi elettorali, quanto detto da Grasso non sembra andare al di là di una generica e retorica professione di fede in un non meglio specificato progressismo, infarcito di valori  certamente condivisibili quali l’attenzione per il welfare e per il mondo del lavoro, ma non in grado di indicare le strade concrete per la loro realizzazione. Parole come: «Ricuciremo i lembi di questa nostra comunità, ferita dagli anni di crisi e sempre più frenata dal pensiero che “tanto siamo in Italia, le cose vanno così”. Io non posso accettare di vivere in un Paese che mette i giovani contro gli anziani, che butta via il capitale umano di migliaia di persone facendole sentire inutili, che litiga tra nord e sud, tra poveri e più poveri, che obbliga a scegliere tra lavoro e salute, che ancora non riconosce la possibilità di decidere, in scienza e coscienza, quando le cure si trasformano in sofferenza, in accanimento terapeutico.» sono certamente importanti dichiarazioni di principio che testimoniano un’attenzione tanto per i diritti civili, quanto per i diritti sociali, troppo spesso concepiti come non cumulabili o addirittura contraddittori, che non può mancare in una forza di sinistra; ma siamo sicuri che non avrebbero potuto essere esternate, senza differenze di rilievo, da un Renzi qualsiasi, tanto più dopo il presunto revirement di Bergoglio in tema di accanimento terapeutico (pretestuosamente celebrato dalla stampa progressista come una rivoluzione copernicana in realtà mai verificatasi, come fin troppo spesso accade con le parole del Pontefice) che ha, se non altro, finalmente permesso al PD di superare certe proprie storiche incertezze in campo bioetico, sottraendo però alle forze alla sua sinistra la stessa possibilità di rivendicare originalità rispetto a questi temi?

Logo Possibile e Sinistra Italiana

Il vero aspetto problematico, in ogni caso, non è tanto la natura puramente retorica del discorso di Grasso (lo si ripete per l’ennesima volta, inevitabile alla luce del processo genetico di LeU), quanto piuttosto una verifica dei campi semantici ai quali tale retorica è stata applicata; ed è tale opera che consente di rilevare come Sinistra Italiana e Possibile siano stati enormemente ridimensionati, quanto a peso politico interno, nell’opera di fusione.

È proprio Sinistra Italiana a risultare l’anima forse più pregiudicata dalle nozze con le altre forze. Il partito aveva, nell’ultimo anno, intrapreso un’intensa attività politica e culturale di severa ed olistica critica all’Unione Europea, mettendone in luce il cuore pulsante neoliberista con una battaglia, snodatasi attraverso dibattiti parlamentari, convegni e pubblicazioni, più contro la complessiva ispirazione eurounitaria che contro i suoi esiti specifici e contingenti, a favore di rivendicazioni sovraniste giustificate dall’indubbio, maggiore progressismo dei valori sociali incarnati dalle Costituzioni europee nate dall’unità antifascista nell’immediato dopoguerra rispetto allo sterile liberismo dei Trattati europei. Questa attività, pur non condivisibile negli accenti eccessivamente patriottici ed ambigua sotto il profilo delle soluzioni concrete (apparentemente più tesa a sancire la fine del progetto europeo a favore di un irrealizzabile rafforzamento dello Stato nazionale che a far penetrare princìpi solidaristici nell’architettura UE), aveva l’indiscutibile merito di colmare l’enorme vuoto di discorsi politici lasciato dalla sinistra “classica” sul problema, nel quale si insinuavano e continuano ad insinuarsi beceri populismi neonazionalisti (qui mie riflessioni più approfondite sul tema).

Ebbene, nel discorso di Grasso non vi è traccia alcuna della stimolante battaglia condotta in questi mesi dagli esponenti di SI, con Stefano Fassina in testa. L’unico passaggio nel quale il problema UE venga “affrontato” (le virgolette sono d’obbligo) è il seguente: «Siamo perfettamente consapevoli che l’Italia non potrà avere un futuro fuori dall’Unione Europea, con convinzione e senza tentennamenti.» Ferma la doverosa impostazione fondo, lo scarno periodo nulla fa se non lanciare un ammonimento alle frange più sovraniste di SI, senza, però, concettualizzare debitamente l’indubbio problema rappresentato dalle politiche europee dal 1957 ad oggi, che hanno inferto colpi mortali alle opposte politiche welfaristiche e redistributive degli Stati membri. L’apparente abbandono dell’impostazione Mélenchoniana di SI rischia di tramutarsi in un clamoroso passo falso, una rinuncia ai propri più marcati tratti di originalità tale da alienare più di una simpatia elettorale e, ancora peggio, far perdere alla Sinistra il suo l’appuntamento con la Storia – Storia che, ad oggi, va sotto il nome di globalizzazione.

Discorso analogo va fatto per i tratti qualificanti di Possibile, sin dalla sua nascita in prima linea nelle campagne per i diritti civili – quelli della comunità LGBT e la legalizzazione delle droghe leggere su tutti – e nelle battaglie di civiltà sulla questione migratoria. L’ex magistrato non affronta di petto questi temi, attestandosi ancora una volta su riferimenti retorici che nulla dicono sulle modalità con cui i problemi, segnalati come nuclei dell’azione futura di LeU, andranno affrontati («Difendere i diritti», «Una vera parità di genere» – sorvolo volutamente sulla stucchevole e pretestuosa polemica sulle “foglioline” -, «Grandi migrazioni»: quali diritti? Come raggiungere la parità? Migrazioni incoraggiate, contenute o avversate? La questione della cittadinanza?).

Assenti i contenuti, resta una pomposa retorica totalmente inidonea a distinguere la nuova formazione dal PD e, per certi versi, dallo stesso M5S, a loro volta sempre pronti a presentarsi progressisti e solidaristici ad un’opinione pubblica che sanno essere orientata in questo senso nonostante inquietanti recrudescenze reazionarie e neoconservatrici, salvo puntualmente tradirne le aspettative in sede concreta. Le stesse assemblee tematiche, quantomeno a giudicarle dai temi prescelti, sembrano a tratti conservare questa forma mentis: nessuna di esse è stata esplicitamente dedicata al nodo dell’Unione Europea, anche se è ragionevole attendersi che significativi spazi di discussione sul tema siano stati ritagliati, ad esempio, nell’assemblea genovese su “Welfare e Lavoro”, alla quale, non a caso, ha partecipato l’agguerrito Fassina. Lattitudine complessiva sembra, dunque, essere quella di Mdp, un movimento da sùbito dotatosi di una base in indubbia buona fede e desiderosa di rompere con la scoperta destrificazione del PD, ma che sinora, quantomeno al livello dirigenziale, non ha saputo connotare le proprie proposte in senso genuinamente sociale, dando a più riprese l’impressione di aver proceduto alla scissione più per questioni di calcolo elettorale che per un’effettiva rivalutazione della tradizione del socialismo e del comunismo europei, confinata al linguaggio dei comizi e non adeguatamente sistematizzata a livello ideologico.

LA SPERANZA

Quanto precede è un quadro estremamente parziale, composto più di impressioni a caldo tratte dai primi passi di un non facile percorso, influenzate emotivamente dalla delusione discendente da un’apparente prevalenza di preoccupazioni elettorali di breve periodo (non si spiegano altrimenti le ambiguità segnalate e il complessivo messaggio moderato e centrista pervenuto ad oggi) sul recupero di un’identità, prima di tutto culturale, di una sinistra smarrita che faticosamente aveva iniziato un proprio ripensamento anche nelle sede istituzionali.

Ci sono però, in esse, considerevoli margini di errore.

La campagna elettorale è appena iniziata, e il necessario riempimento contenutistico che ciò comporterà potrà smentire queste impressioni, anche alla luce delle prime avvisaglie di malumori interni che le attuali incertezze e titubanze hanno già prodotto (è recente la notizia di prime, massicce defezioni all’interno di Sinistra Italiana, che si conferma così, ancora una volta, la componente più sacrificata nel progetto di Grasso, anche nella percezione dei propri militanti) con cui si dovrà fare i conti, definendo in maniera più netta l’identità del nuovo soggetto. L’esplicita critica di moderatismo ed inautenticità rivolta a LeU da Potere al Popolo, interessantissima realtà di movimento (di recente formalizzatasi definitivamente) in grado di unire sotto un’unica bandiera una pluralità di attori ben a sinistra della lista di Grasso e potenziale bacino di raccolta per i delusi di questa, andrà fronteggiata, chiarendo esplicitamente il quadro valoriale di riferimento. Le assemblee tematiche e le linee programmatiche da esse redatte, al momento della scrittura di questo articolo purtroppo non ancora rese pubbliche, così che risulta impossibile valutarne i contenuti, avranno un indubbio effetto benefico sulla definizione del programma (chi scrive ha partecipato all’incontro “Diritti e cittadinanze”, tastando di prima mano l’entusiasmo suscitato nella base dal progetto unitario ed ottenendo ulteriore conferma dell’indubbio spessore di molti componenti delle formazioni coinvolte), che attraverso questo canale potrà beneficiare delle energie di militanti e simpatizzanti avulsi dalle miopie delle valutazioni di convenienza.

Le speranze di essere contraddetti in queste valutazioni negative, insomma, ben possono tradursi in realtà. Se i quadri di LeU sapranno raccogliere i segnali, al momento piuttosto tiepidi, provenienti dal mondo della sinistra, non a torto volgente il proprio sguardo altrove (anche in termini internazionali: alla già ricordata assemblea di presentazione di Potere al Popolo hanno partecipato, ex plurimis, rappresentanti di La France Insoumise e Podemos), nonché dalla propria stessa base, sarà possibile prevenire il processo di duplicazione del PD in atto.

Purtroppo, l’insegnamento che è possibile trarre dai primi giorni di LeU è che non basta chiamarsi vicendevolmente “compagni e compagne” per fare Sinistra. Fortunatamente.

L’alba dell’elezione dopo: una città sommersa da manifesti

L’alba dell’elezione dopo: una città sommersa da manifesti

Terminate le elezioni regionali del 2017, si ritorna alla solita vita. I cittadini messinesi, precari del loro futuro, sperano in un cambiamento grazie ai nuovi consiglieri al potere ma ancora è presto per parlare di questo. La propaganda di queste elezioni è stata dopotutto simile agli anni passati. Nulla di nuovo che possa attirare l’attenzione del cittadino, come del resto confermato dalla drammatica astensione che fa male soprattutto ai ragazzi e alle ragazze giovani come me. Avevo nove anni quando alle elezioni della mia Regione nel 2001 si recava alle urne oltre il sessanta per cento degli elettori. Ora siamo a poco più del 47, meno della metà. E’ una sconfitta per tutti. Per noi giovani in primis e per me. Ma soprattutto per quella politica che ha dimenticato i cittadini. E i cittadini hanno dimenticato (giustamente?) la politica.

I seggi elettorali restano ormai quasi unicamente frequentati da gente di età compresa tra i 40/50 anni. E’ ciò che ormai dovremmo definire la vecchia classe dirigente, poiché a breve le chiavi della società futura dovrebbero spettare a noi. Molti giovani, si diceva, non rispondono al diritto/dovere al voto (dovere e diritto di ogni cittadino, esprimere la propria preferenza, affermando i propri ideali). I nostri antenati hanno combattuto per secoli, affermando la bellezza e l’importanza del diritto al voto. Ma adesso sembra tutto perso nel nulla (come le stelle immerse nell’universo). Gran parte dei giovani non è interessata alla politica, Il maggior numero dei cittadini si reca a votare solo per aggiungere un altro bollino sulla tessera elettorale.

Storie che accadono in Sicilia. Nella mia Messina. Politici chiedono voti su voti, e consenso dopo consenso promettono lavoro ai giovani sognatori, vogliosi di crescere nella loro terra ed un giorno creare la propria indipendenza per formare famiglia. Ma a volte non resta che scappare, come testimoniato dall’esodo che interessa il meridione. Ce lo ha raccontato del resto un’ultima rilevazione Svimez: 200.000 giovani hanno abbandonato il Meridione. Hanno lasciato sperando un giorno di tornare con un sorriso che sa di prima indipendenza economica.

In tutto ciò, mi chiedo, da anni, i politici di oggi seguono davvero un ideale, o i nobili valori ed ideali di un tempo, in grado di appassionare persino l’italiano medio? Quanti partiti sono presenti in Italia? Milioni. A volte troppo piccoli per esistere. Eppure c’è ancora qualcuno che mi chiede di crederci. Non so se riuscirò a sforzarmi più di tanto. Ma resto determinata, posso farcela. Nonostante la povertà, la disoccupazione. Quella giovanile in primis, che condanna i giovani a degrado ed irrilevanza sociale. Siamo ai margini dell’Europa, ed i dati parlano chiaro. A volte non ho nemmeno il coraggio di leggerli o guardali. Ma davvero possiamo pensare sia solo colpa nostra? Il problema è la nostra classe giovanile? Certamente no, visto che regaliamo intellettuali a Nord. Intellettuali nati nella nostra terra. E basterebbe anche questo. Punto.

Ed intanto tutto sembra essere tornato come prima. A Messina nulla di nuovo, come dopo ogni tornata elettorale. Non è tempo di sorridere e non resta che la speranza per un futuro migliore. Magari senza scappare. Magari restando qui. A dare una mano alla mia meravigliosa e indimenticabile terra. Nonostante la politica. Nonostante tutto.

Silvia Bonifacio 

(Con questo scritto l’autrice comincia la propria collaborazione con ‘Cronache dei Figli Cambiati’)

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

[In copertina: Re Salman di Arabia Saudita, a sinistra, parla con suo figlio, il principe ereditario, Mohammed Bin Salman, a Riyadh, Fonte qui]

Nel weekend, il principe al trono dell’Arabia Saudita ha annunciato l’arresto di 11 principi, tra cui alcuni dei più noti uomini d’affari del regno. Ha anche annunciato numerosi cambiamenti tra i ministri al governo, inclusa la creazione di un potente comitato anticorruzione. Perché? È stato un colpo di stato? La risposta ad un tentato golpe? O una sorta di purga?

Dietro a questi eventi c’è la progressiva centralizzazione del potere nelle mani del principe al trono Mohammed bin Salman, uno dei figli dell’attuale Re Salman. Negli ultimi due anni esso ha preso le redini degli aspetti chiave dell’economia e della sicurezza ed è emerso chiaramente come il più importante membro del governo. Il principe è anche vice primo ministro (appena sotto suo padre, il re, che è anche primo ministro) e ministro della difesa. Tutto questo all’età di 32 anni.

La continua appropriazione del potere ha dato vita ad una opposizione all’interno e all’esterno della famiglia reale saudita, e l’elevazione di Mohammed bin Salman a principe ereditario non fu votata all’unanimità quando i principi si incontrarono per approvarla. Nel sistema saudita, il potere viene tramandato tra i figli del fondatore del regno saudita, conosciuto come Ibn Saud, morto nel 1953. Questo rendeva il re più una figura primus inter pares che un monarca assoluto. Il secondo re del regno, Saud, venne costretto ad abdicare dai fratelli. L’ultimo re, Abdullah, fu a capo della Guardia Nazionale per decenni e dopo la sua morte fu il figlio Miteb bin Abdullah a prendere il suo posto; il principe Nayef ha servito come ministro dell’interno per 37 anni, per poi lasciare il posto al figlio; il principe Sultan è stato ministro della difesa per quasi mezzo secolo, e suo figlio Khalid suo vice.

Il principe ereditario Mohammed sta mettendo fine a tutto ciò, appropriandosi di alcune di queste cariche e cacciando altri da cariche che sembravano essere controllate in modo permanente da una parte della famiglia reale. Tutto il potere sta andando al suo ramo della famiglia reale – a suo padre, a se stesso e ai suoi alleati; uno dei suoi fratelli, ad esempio, è ora il nuovo ambasciatore saudita negli Stati Uniti.

Tra le mosse più rilevanti c’è stata la rimozione del principe Miteb – figlio e stretto consigliere del precedente re, Abdullah – dalla sua carica di capo della Guardia Nazionale. Non dovete essere dei fan di “Game of Thrones” per capire la logica di questa scelta: non lasciare mai che un potente rivale al trono tenga le mani su uno dei più importanti centri di potere militare del regno. Similmente, l’arresto dell’uomo più ricco del Paese, il miliardario e investitore internazionale Alwaleed bin Talal, non solo è servito a metterlo fuori gioco, ma anche a dare un segnale: nessuno è fuori portata.

Era possibile tramandare la carica di Re da fratello in fratello, in ordine di età, quanto c’erano solamente 36 fratelli adulti, ed è così che i sauditi hanno fatto dal 1953 fino alla salita al potere di Re Salman, nel 2015. Sarebbe impossibile governare in questa maniera oggigiorno, essendoci letteralmente centinaia di principi aventi diritto di successione al trono. Il principe Mohammed sta probabilmente portando avanti il suo desiderio di stabilire una unica linea di successione, che includa solamente i discendenti di suo padre, Re Salman. Per fare ciò, esso avrà bisogno del pieno potere.

Recentemente ho chiesto ad un amico saudita perchè re Salman ha scelto il principe ereditario Mohammed come suo successore, dato che non è il suo figlio più grande. La risposta è stata: ” Il re pensa che Mohammed sia il più tenace. Che premerà il grilletto quando ce ne sarà bisogno.” Questo weekend Mohammed ha fatto proprio questo.

Ma perché portare avanti un’azione così rapida anziché una lenta ma continua serie di cambiamenti? La risposta non è ancora chiara. Alcuni osservatori sauditi credono che un tentativo di golpe è stato scoperto o è iniziato, e il principe Mohammed l’ha interrotto. Tutti i sospettati di averne preso parte sono stati adesso purgati. Un incidente in elicottero è avvenuto la scorsa domenica lungo il confine con lo Yemen, uccidendo un principe e numerosi ufficiali, portando molti a chiedersi se davvero si è trattato di un incidente. Nel frattempo, tutti gli arrestati sono detenuti all’hotel Ritz-Carlton, a Ryadh. Solo in Arabia Saudita un Ritz-Carlton può essere usato come prigione.

Un’altra teoria suggerisce che re Salman, che ha 81 anni e non gode di ottima salute, potrebbe presto abdicare, e il principe al trono Mohammed sta agendo ora, mentre suo padre è re, rimuovendo ogni rivale e critico.

Ma questo accentramento del potere è una buona cosa per gli Stati Uniti, o persino per l’Arabia Saudita? Questa domanda riceverà risposta solo a posteriori, tra una decina d’anni. Ciò che è chiaro adesso, tuttavia, è che il principe Mohammed ha annunciato ambiziose riforme economiche e sociali, dal permettere alle donne di guidare e partecipare con gli uomini agli eventi sportivi negli stadi, a vendere parte degli assett principali del regno, come la società petrolifera Aramco, fino a sfidare l’ideologia dei religiosi wahhabiti. Sembra che il principe sia convinto che queste azioni richiedano un potere assoluto, che gli consentano sia di vincere ogni opposizione che di portare il giovane ma ineducato popolo saudita (la metà dei cittadini ha meno di 25 anni) nel 21esimo secolo.

Il principe al trono Mohammed ha parlato di una Arabia Saudita più moderna, almeno per ciò che riguarda il ruolo della religione e dei diritti delle donne. Il mese scorso esso ha parlato di “un Islam moderato aperto al mondo e a tutte le religioni.” Nessun cenno però a maggiore liberta politica e democrazia. Anzi, un forte repressione è stata portata avanti negli ultimi due anni, inclusi lunghi tempi di detenzione per alcuni tweet che criticavano le autorità saudite. Il messaggio dal palazzo è chiaro: salite a bordo o ne pagherete il prezzo. Questo messaggio non vale solo per i cittadini del regno, ma anche per i membri della famiglia reale.

Pochi dubitavano delle ambizioni del principe Mohammed. Adesso saranno sicuramente certi della sua determinazione. Quelli che pensano che fallirà, o sperano che lo faccia, sono stati avvisati. Il modernizzatore pensa che la strada davanti sia quella di una monarchia assoluta. Toglietevi di mezzo.


[Traduzione dall’originale: Game of Thrones’ Comes to Saudi Arabia di Elliot Abrams per “The New York Times” Fonte qui]

A riveder le (solite) stelle

A riveder le (solite) stelle

Le elezioni in Sicilia hanno definitivamente fatto toccare il fondo e messo inoltre a nudo la mancanza di credibilità istituzionale del MoVimento 5 Stelle, dopo la sconfitta subita e ‘non accettata’ dal candidato Cancelleri con il Centrodestra di Nello Musumeci.

Al di là della tanto discussa decisione del “leader” Luigi Di Maio di sottrarsi al confronto tv su La7 da Giovanni Floris con il segretario Pd Matteo Renzi, pesa infatti l’arroganza ed il pressapochismo di chi si professa (ormai senza successo, perché dopo dieci anni di nascita del MoVimento un bilancio equilibrato e doveroso andrebbe operato) futura classe dirigente, pur essendo pessimo (ahimè inconsapevolmente) esempio di un defunto galateo politico e soprattutto vittima di una cronica ed indissolubile incapacità di fornire adeguate risposte al Paese (vedasi Roma, Torino e Livorno, in primis).

Il senso istituzionale di una compagine politica è oltretutto dimostrabile e riscontrabile soprattutto quando le elezioni si perdono, poiché la vittoria lascia invece assai spesso spazio al processo mediatico e politico degli sconfitti. Ed è forse proprio dallo sconfitto che ci si attenderebbe un atteggiamento di correttezza, ed appunto di credibilità istituzionale, venuta a mancare nell’ennesima tornata elettorale ad un MoVimento non solo evidentemente perdente (si perde dopo una ‘vittoria’ che era stata data per scontata in estate), ma drasticamente giustizialista ed irreversibilmente complottista, oltre che sprovvisto di un leader già ridimensionato dall’assenza di avversari interni credibili e che potessero anche solo far pensare ad una competizione ‘leaderistica’ mai pervenuta ed avvenuta nel vecchiume dei clic.

Ma l’importante, come noto, è vivere virtualmente di quei clic e parlar male degli altri. Disseminare odio e seminare pane e disfattismo sociale. Dire sempre no, sottrarsi a qualsivoglia confronto di costruzione e discussione circa le problematiche strutturali del Paese. Il Paese può  dunque aspettare, dinanzi ad uno spregiudicato protagonismo degno della peggior destra o di un remake del film dipietrista già visto dieci anni addietro, con chi ha vissuto di rendita tramite il comodo giochino dell’(essere) eterna opposizione e del professarsi (finti) vincitori senza alcuna voglia e consapevolezza di governare il Paese.

Il vaso di Pandora è stato soverchiato con la provocazione del ‘leader’ Di Maio di non confrontarsi con chi leader non lo sarebbe più nei fatti, perché tre anni di sconfitte elettorali dopo l’unicum delle Europee del 2014 del resto difficilmente potrebbero far pensare a Renzi come vincente o ‘rottamatore’ e al tempo stesso costruttore del futuro cantiere di un Centrosinistra immerso nel proprio solito esistenzialismo ideologico che ha cancellato il modello Palermo e messo fuori gioco la debole candidatura di Fabrizio Micari. Un esistenzialismo che la sinistra paga giustamente, anche a causa del declino di un renzismo che ha miseramente fallito sulla base di un ragionamento eccessivamente semplicistico: rottamare la politica mediante criteri anagrafici. Nulla di più banale e superficiale.

Eppure quel tanto discusso e nemico eterno Matteo Renzi una fatidica legittimazione politica l’ha pur ottenuta, passando comunque da una consultazione con il proprio elettorato, e confrontandosi con dei candidati  che potessero definirsi tali poiché in possesso di una caratura e soprattutto di una storia politica in grado di fornire all’elettore possibilità di scelta. Avversari che Di Maio non ha praticamente avuto, risultando finto trionfatore nello sberleffo del web e della pseudo democrazia rappresentativa. Verrebbe da chiedersi rappresentativa di chi, nonostante comunque il risultato in Sicilia non possa dirsi per il MoVimento così negativo, al confronto di una sinistra disastrata al di là della staffetta Micari-Fava. Il problema è che a quel MoVimento manca un leader.

Per quanto la scelta di Di Maio a colpi di tweet possa essere stata salutata come idonea strategia politica da alcuni analisti politici, resta comunque la contraddizione del volere un confronto solo qualche giorno prima, per poi cambiare idea sulla base della convenienza del momento. Nulla di problematico, né di così scorretto (con buona pace delle reazioni del Pd), ma emerge forse il timore verso un competitor come Renzi, sì in declino, ma forse ancor capace di ancorarsi alle restanti cartucce della comunicazione elettorale (invero ultimamente sbiadita).

Dall’altra parte invece non rimane che appunto l’amore per il complottismo, il garantismo part-time, lo sbeffeggiamento di quell’elettorato che non sposa le idee del MoVimento, il populismo di chi marcia nei meandri di quella Italia sfiduciata ed accomodante, accalorata e rassicurata dall’idea di un assistenzialismo visto come unica soluzione rispetto al dramma della disoccupazione. Come se invece di reagire fosse giusto accontentarsi, dimenticando i valori della politica nobile, accantonata a priori a colpi di professioni di onestà e di un atteggiamento generalista che aizza una opinione pubblica non solo sfiduciata ma ostile rispetto ai valori dello Stato di diritto.

Peccato per tutti, e paradossalmente, in primis, per il MoVimento e per Di Maio. Sedersi a quei tavoli ed affrontare Renzi avrebbe rappresentato l’anno zero, l’inizio di una nuova fase di chi abbandona la critica fine a sé stessa e si candida “a rivoltare il Parlamento come un calzino”, come ebbe modo di affermare il fondatore Grillo. Una nuova fase che, e siamo pronti a scommetterlo già dal prossimo appuntamento elettorale, l’elettorato ed i cittadini italiani non vedranno mai sorgere. Nessun sole all’orizzonte. Anzi. Piovono nuvole grigie e confusionarie. E resteranno le solite (cinque) stelle.

Referendum Omnia Vincit

Referendum Omnia Vincit

E’ (in parte) noto come la parola “referendum”, inteso quale massimo strumento ed istituto di democrazia diretta, derivi etimologicamente dalla lingua latina, nell’arco della più generale espressione “convocatio ad referendum”. Tradotto: convocazione per riferire, essendo “referendum” gerundio del verbo referre, ovvero appunto riferire.

E difatti, un istituto di tale importanza, avrebbe teoricamente la necessità di ‘riferire’ ai propri cittadini per quale motivo si voti, per quali ragioni ci si esprima, ed in quale contesto emerga la necessità di richiamare il popolo tutto ad una consultazione da ritenersi politicamente rilevante. Dalle dichiarazioni di Zaia, evidentemente discordanti rispetto ad un requisito banale ed oltretutto retorico, emerge come tale ‘riferire’ si sia rivelato del tutto incomunicabile e fallimentare.

«Vuoi che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?» – era il quesito sottoposto ai veneti –  a differenza della più articolata (e giuridicamente sensata) scheda comparsa in Lombardia. In realtà, a prescindere da quanto presente sulle due schede, nessuno dei due quesiti ha mai fatto riferimento alla possibilità di (auto)proclamare Lombardia e Veneto come ‘Regioni a statuto speciale’ (essendo il referendum di natura consultiva, ndr) in aggiunta alle attuali cinque previste dalla Costituzione e dal percorso politico che interessò l’Italia a margine del secondo dopoguerra.

In questo sta il succo dell’inutilità referendaria: non tanto, dunque, rispetto a quanto ampiamente commentato dalle (legittime) polemiche sul dispendio economico e sulle anomalie del voto elettronico in Lombardia, e nemmeno rispetto al citato esempio del modello Bonaccini e dell’ottimizzazione adoperata dall’Emilia-Romagna senza passare dall’utilizzo di 50 e rotti milioni di euro. Il referendum diventa così inutile nel senso di invocazione dello ‘Statuto speciale’, che non ha nulla a che vedere con le possibilità delle maggiori autonomie richiedibili e previste dalla riforma del Titolo V con L. Cost. 3/2001, la quale tentava peraltro allora di ridimensionare le diversità tra regioni speciali e regioni ‘ordinarie’.

In Veneto, dunque, devono aver capito male. Ha capito male Zaia, già designato da alcuni osservatori e politici come homo novus della politica nazionale. Hanno capito male i cittadini, che altro non potranno vedersi riconoscere se non una maggiore autonomia rispetto alle 23 materie delineate dagli artt.116 e 117 della Costituzione nostrana. Forse tutte, forse nessuna. Una autonomia che passa da trattative con l’attuale esecutivo Gentiloni, che non a caso ha aperto sulla scia del referendum lombardo, e non invece rispetto alla distorsione veneta, la quale invece, se quanto espresso da Zaia non fosse mera provocazione, dovrebbe passare da modifiche costituzionali e dal Parlamento nazionale, nell’ambito di un procedimento evidentemente più complesso. E considerato l’ultimo esito circa il tentativo di modificare l’assetto costituzionale, non riuscito all’ex premier Renzi, non resta che augurare buona fortuna. A Zaia e al Veneto intero.

Chi invece giocherà molto probabilmente una partita decisamente credibile pare Roberto Maroni, nonostante il flop del quorum comunque non necessario, considerata la già citata sensatezza e il maggior equilibrio istituzionale del quesito presentato ai cittadini. Tanto è vero che persino il sindaco Pd di Bergamo, Giorgio Gori, ha aperto alla battaglia lombarda ricordando tuttavia un altro aspetto cruciale: «Nessun cittadino lombardo o veneto ha dato mandato per una secessione fiscale, fino ad oggi si è fatta molta propaganda su questo tema. Lavoro, istruzione, ricerca, ambiente, salute e autonomia territoriale: queste sei materie sono la base per ragionare».

Le materie trasferibili alle Regioni in base al disposto costituzionale sono infatti 23, tre di esclusiva competenza statale e venti cosiddette ‘concorrenti’. Difficile dunque ritenere possibile il “trattenimento di nove decimi delle tasse” o una totale ‘disgregazione fiscale’ tra lo Stato e le due Regioni. Del resto, la Lega è chiamata anche a considerare la futura partita delle elezioni nazionali, su cui il progetto del leader e segretario Matteo Salvini muove dal mutato interesse del partito alla questione nazionale, e conseguentemente alla voglia di diventare partito di governo, recante l’abbandono della ormai lontana retorica secessionista, come intuibile anche dall’equilibrio delle dichiarazioni post-referendarie dello stesso Maroni. Da capire se invece verrà a crearsi un doppio binario politico, che coincida con una diversificata battaglia che ‘divida’ Lombardia e Veneto rispetto alle richieste da operare allo Stato centrale e, fattispecie meno probabile, la messa in discussione della leadership salviniana con l’avvento politico del (sempre più) elettoralmente legittimato Zaia, invero già capace di decretare quasi tre anni fa ridimensionamento e fuoriuscita di una personalità come quella dell’ex sindaco di Verona ed ex Lega Flavio Tosi.

Da capire cosa succederà, ma considerati i tempi istituzionali il consiglio per lo ‘spettatore politico’ è di prendersela comoda. Nel frattempo si può (continuare a) godere dell’inconfondibile ed interminabile tran tran tipico dell’analisi referendaria dei partiti politici, dove per magia tutti vincono e nessuno perde. A parte la contrarietà di Fratelli d’Italia e formazioni a sinistra del Pd,  le compagini politiche hanno salutato benevolmente l’esito elettorale, erigendosi addirittura a protagonisti di tale risultato.

Da M5S, estasiato dal nuovo modello di voto elettronico, risultato poi in realtà fonte di sprechi (mentre noi mortali restiamo costretti a sopportare le quotidiane canzonette dei tagli ai costi della politica, piatto preferito del populismo e dell’antipolitica), sino a Forza Italia, con Berlusconi che chiede referendum per le autonomie in tutte le Regioni (bizzarro come le manifestazioni del partito dell’ex Cav contro la violenza sulle donne) per poi finire al Pd, tuttavia profondamente diviso sull’esito (basti pensare alla distanza ideologica sul tema Stato-Regioni tra Maurizio Martina e Giorgio Gori), si è assistito ad un irrefrenabile desiderio di acquisire il ticket più ambito, spesso gratuito: quello del consueto ‘giretto’ sul carro dei vincitori.

Come finirà tra Stato e Lombardia e Veneto è pertanto tutto da scoprire; nulla di nuovo invece sull’atteggiamento della politica italiana rispetto all’accaparrarsi una parte del ‘risultato’ maturato dal voto dei cittadini. Nulla di cui stupirsi. Dopotutto, ripescando l’amore della politica italiana per la riesumazione della lingua latina (vedasi i nomignoli latinizzati su proposte di legge elettorale), non resta che constatare un conseguente ed inevitabile assunto: ‘Referendum Omnia Vincit’.

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

L’ideologia europea. Le storture che ogni europeista dovrebbe riconoscere

Le elezioni presidenziali francesi dell’Aprile-Maggio 2017 sono state (correttamente) viste dalla maggior parte degli interpreti come una sorta di “termometro” dello stato di salute dell’Unione Europea:

si è, cioè, tentato di leggere nelle scelte dell’elettorato francese, sin dalle primissime fasi dell’acceso dibattito politico attraverso cui esse si sono snodate,  il grado di legittimazione popolare goduto dall’Unione, difesa dai candidati dei partiti tradizionali e dall’outsider Emmanuel Macron, e, di converso, il peso politico posseduto dalle posizioni “populiste” ed antieuropeiste, incarnate da Marine Le Pen e dal suo rinnovato Front National, al lordo della loro avanzata su scala globale rappresentata dalla vittoria del “Leave” nel referendum su Brexit prima, e dall’elezione di Donald Trump poi.

Ad un osservatore smaliziato, però, l’intera vicenda, e soprattutto la narrazione che ne è stata effettuata a livello mediatico, può apparire paradigmatica anche del concreto e desolante atteggiarsi del dibattito quotidiano sui temi dell’Europa, propiziato dalla cultura politica, condivisa da una parte sin troppo estesa dell’élite che quella stessa Europa è chiamata a governare, ormai divenuta maggioritaria al riguardo. Pressoché tutti i discorsi che vengono articolati nelle sedi mainstream sull’argomento, infatti, sono caratterizzati da un vero e proprio occultamento dei reali temi del contendere, funzionale, in modo più o meno consapevole a seconda dei casi, a prevenire una reale dialettica tra posizioni critiche. Più in particolare, si assiste ad una sconcertante divisione manichea tra “europeisti” e “populisti”: l’atteggiamento complessivo assunto dagli attori politici sull’UE, rispettivamente di adesione o di contestazione, è la prima informazione trasmessa su di essi da giornali, televisioni ed opinionisti, quasi che la “precisa” catalogazione nell’un campo o nell’altro fosse condizione essenziale e pregiudiziale per permettere all’opinione pubblica di valutare correttamente il partito o movimento in questione, il più delle volte conformemente agli oscillanti umori di volta in volta propiziati da quegli stessi media che rilanciano, rinsaldandolo, tale tertium non datur fatto sempre più proprio dagli stessi esponenti delle istituzioni europee. Come ogni discorso improntato ad una logica binaria, le effettive posizioni politiche e i sistemi valoriali ad essi soggiacenti finiscono per perdere qualsivoglia ruolo autonomo, divenendo vittime di un tritacarne ideologico il cui unico fine pare essere la semplificazione ad ogni costo, raggiunta attraverso la forzosa sussunzione entro dette categorie, che pretendono di esaurire le possibilità offerte dallo spettro politico, di soggettività che, ad uno sguardo più attento, non hanno nulla a che spartire l’una con l’altra.

EGALITÈ, LIBERTÈ, FRATERNITÈ

A fare le spese della perversa logica politico-culturale per cui ad una critica del sistema europeista corrisponde una pressoché automatica etichettatura come «populista», a prescindere dalle concrete modalità di svolgimento della critica stessa, sono stati, nella vicenda francese, Jean-Luc Mélenchon e il suo movimento La France Insoumise. Ambedue estremamente critici nei confronti dell’UE e della sua ideologia liberista, ambedue per ciò solo etichettati pressoché unanimemente come «populisti di sinistra», il neonato partito e il suo istrionico leader sono comunque riusciti ad ottenere risultati notevoli, rispettivamente alle elezioni legislative del Giugno 2017 e (soprattutto) al primo turno delle elezioni presidenziali in parola, dove Mélenchon ha conquistato la fiducia del 19,6% dei votanti sfiorando il ballottaggio.

La poderosità del conformismo mediatico nel senso dell’appiattimento sull’equazione tra critica dell’UE e populismo si è dispiegata appieno appunto a sèguito dell’arrestarsi del filosofo francese al primo turno. Per quanto l’opinabile equiparazione tra Le Pen e Mélenchon (portata avanti anche da buona parte dei media italiani, con un’impressionante coincidenza tra opposti quali Il Sole 24 Ore e Il Fatto Quotidiano), nel segno di una presunta comunanza d’intenti nell’uscita dall’UE e dalla NATO e nel recupero della sovranità nazionale, fosse iniziata già durante l’incerta e mozzafiato campagna per il primo turno, l’esclusione del secondo dal ballottaggio e la sua conseguente necessità di prendere una posizione hanno aperto il vaso di Pandora dei commentatori, interessati e non, che rispettivamente auspicavano e vaticinavano un endorsement del “populista di sinistra” alla “populista” tout court. Che in Italia il più illustre esponente dei primi sia stato  Matteo Salvini (allineatosi alla strategia di Le Pen stessa), secondo il quale gli elettori di Mélenchon avrebbero dovuto votare Le Pen perché «(…) il punto non è più destra o sinistra, ma l’essere alle dipendenze di Bruxelles o non esserlo», non dovrebbe sorprendere più di tanto: “il popolo” contro “le élites” non è, d’altro canto, che l’ultima versione, una volta rivelatasi impraticabile la vecchia dicotomia “nazione”– “non nazione”, della consueta strategia della destra reazionaria di negare la complessità del reale astraendolo in categorie vuote, ma tali da creare un senso di appartenenza e promuovere lo scontro manicheo tra “noi” e “loro”.

Meno scontato è che posizioni nella sostanza analoghe siano state e siano assunte da commentatori dotatisi di analisi ben più profonde e di segno ben più progressista. In un precedente articolo ho tentato di ricondurre l’ascesa del “populismo di destra” (specificazione che non ritengo debba, in realtà, essere effettuata) all’effettiva estromissione delle istanze di sinistra dallo spettro politico di gran parte delle democrazie liberali, ormai ridotto ad autorappresentarsi (in maniera, purtroppo, tendenzialmente fedele alla realtà della sua prassi quotidiana) come imperniato sulla dialettica tra “moderati”, sparpagliatisi tra due “poli” sempre più ideologicamente simili l’uno all’altro, e “populisti”. L’equiparazione di La France Insoumise e Front National non è altro che il frutto avvelenato di questa stessa logica, legato al fatto che, in Europa, le sorti dei “moderati” e dell’europeismo siano, storicamente, state inscindibilmente connesse: sinistra e destra istituzionali (o, se si preferisce, centrosinistra e centrodestra) sono, infatti, ormai da almeno un trentennio unite, tra l’altro, dal comune favore per l’Europa unita, e da tutto ciò che ne consegue. Qualunque soggettività politica si ponga al di fuori dell’insieme di assunzioni assiomatiche che fondano l’ideologia “moderata”, e in particolare la celebrazione acritica dell’UE, sia essa l’erede ritoccato dei nostalgici di Vichy o una forza di sinistra ambientalista, ispirata alla logica della partecipazione dal basso, è egualmente peccatrice – dell’irredimibile peccato di “populismo”.

Si tratta, però, di un’equiparazione assolutamente mistificatoria, che pur di autoperpetuarsi giunge a fare a pugni con la realtà dei fatti. Se, infatti, è già sufficientemente sorprendente che, nonostante Mélenchon abbia ripetutamente fatto presente di non avere intenzione di uscire dall’UE, ma “semplicemente” di correggerne il tiro in direzione sociale-redistributiva ,abbandonandone l’esasperato liberismo, i media mainstream abbiano ossessivamente ripetuto il mantra dell’esito fatale per l’Europa unita, in ogni caso, di un ballottaggio Le Pen-Mélenchon; pressoché incomprensibili, e tanto più tali quanto meno partigiani, risultano gli incoraggiamenti/pronostici di una convergenza degli elettori di La France Insoumise su Le Pen al ballottaggio, a fronte del format scelto da Mélenchon per lanciare la consultazione con la propria base sulla questione – oggettivamente spinosa – della posizione da assumere al secondo turno:

«Visto il profondo attaccamento di La France Insoumise ai valori d’egalité, liberté e fraternité, il voto per il Front National non costituisce un’opzione per la consultazione.»

La formula è significativa nel suo esprimere l’incolmabile abisso che separa due forze che soltanto ad una superficiale osservazione possono apparire, ed anche in tal caso solo sommariamente, assimilabili. Se da un lato Le Pen agita il feticcio di una sovranità statuale colpita a morte dall’integrazione europea concependola come un fine in se stessa, in quanti realizzazione dell’autodeterminazione nazionale, dall’altro Mélenchon propone una rinnovata valorizzazione di quella stessa sovranità, oltre che come misura sussidiaria, solamente quale mezzo per realizzare quei fini di eguaglianza, libertà e solidarietà che i rigurgiti nazionalisti si prefiggono invece di negare esplicitamente, attraverso quei diritti sociali (alla salute, all’istruzione, al lavoro) che lo Stato sociale europeo ha saputo garantire nell’Hobsbawmiana «età dell’oro» e che la globalizzazione economica liberista, alle cui ideologia e prassi l’UE aderisce (pur temperandole, in certi casi anche significativamente), sta ora mettendo in crisi.

In ciò risiede la legittimità dello Stato agli occhi di una sinistra nel cui patrimonio valoriale è ben presente la nozione della strumentalità delle organizzazioni politiche rispetto alla vita delle persone (e non viceversa), e in ciò si esaurisce la proposta di un suo recupero contro la globalizzazione. L’orizzonte culturale, prima ancora che politico, in cui si muovono quelle che qualche osservatore ha più propriamente descritto come destra e sinistra “sovraniste”, registrando un trend non certo limitato alla sola Francia, è dunque incommensurabile, e prenderne atto si fa ogni giorno più necessario.

IDEOLOGIA

Ciò che ha reso possibile trattare allo stesso modo Front National e La France Insoumise va, insomma, ricercato al di fuori dei rispettivi obiettivi politici. Nelle opere del giovane Karl Marx acquista centrale importanza la nozione di “ideologia”, intesa, nel suo nucleo più essenziale, come sistema teoretico astratto dalla realtà materiale e sociale, teso a giustificarla tendenziosamente e ad occultarne gli squilibri nei rapporti di forza economici. Qualcosa di simile è accaduto nel contesto dell’Europa unita: il suo sistema istituzionale e l’intricato sistema di norme giuridiche da esso prodotto hanno saputo guadagnare legittimità agli occhi di un’opinione pubblica tendenzialmente orientata in senso democratico-sociale aderendo alla sua stessa retorica, per quanto la loro concreta prassi si sia orientata in senso esplicitamente contrario e finalizzato alla realizzazione mercato unico. La volontà di superare il paradigma sovranistico e nazionale, propiziata dagli orrori della Seconda guerra mondiale che ne costituivano il logico sviluppo, è così diventata (a buon diritto!) parte integrante della mentalità collettiva; ne sono, però, discesi, soprattutto negli anni passati, una retorica europeista pervasiva ed un aprioristico favore per l’integrazione sovranazionale (che oggi ha ironicamente ceduto  il passo ad un altrettanto aprioristico antieuropeismo) noncurante dell’oggettivo contrasto esistente tra i valori fondamentali della grande unità antifascista, che davano lo slancio alla ricostruzione europea degli anni ’50-’60, e quelli della Comunità Economica Europea prima, e della Comunità Europea e dell’Unione Europea poi.

Gli esempi dell’irrisolta tensione tra i princìpi costituzionali, egualitari e redistributivi, degli Stati membri e quelli ispiratori del sogno europeista, liberisti e orientati al mercato, al di là della convergenza su specifiche questioni (anche numerose, se si pensa all’apporto oggettivamente progressista recato alla politica internazionale dall’UE su una pluralità di temi, quali la tutela dell’ambiente), si sprecano. Come acutamente notato, tra gli altri, da Cesare Salvi nel suo «Capitalismo e diritto civile» (Il Mulino, 2015), anche un semplice raffronto fra il testo della Costituzione italiana del 1948 e quello della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea del 2000 permette di cogliere significative differenze negli orizzonti valoriali di riferimento.

Laddove la prima recita, all’art. 41:

«L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.»,

la secondasullo stesso tema, prevede scarnamente, all’art.16:

«È riconosciuta la libertà d’impresa, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali.»

Bandito ogni riferimento espresso ai fini sociali promossi dalla regolamentazione legislativa ed ai limiti intangibili della sicurezza, della libertà e della dignità umana, il documento simbolo di un’Unione Europea che si vuole paladina dei diritti fondamentali rinvia, in primis, al «diritto comunitario» latamente inteso (essendo le «legislazioni e prassi nazionali» obbligate ad essere a questo conformi), per la definizione dei limiti entro i quali la libertà d’impresa possa esplicarsi.

Come sottolineato da Salvi, già il semplice fatto di connotare la libertà d’impresa (così, come, d’altro canto, il diritto di proprietà – art. 17) come «diritto fondamentale», equiparato al diritto alla vita, alla libertà di espressione e al diritto di sciopero, risulta estraneo alla mentalità degli ordinamenti costituzionali novecenteschi, che – come testimoniato dalla Costituzione italiana – hanno sottoposto tale libertà a severe limitazioni, assegnandole un ruolo subordinato nel proprio quadro valoriale complessivo. Ciò che Salvi caratterizza come ritorno al paradigma individualistico ottocentesco è, però, ancora più evidente nello “zoccolo duro” di quello stesso diritto comunitario che dovrebbe delimitare l’operatività della libertà in questione, rappresentato da quelle che l’UE qualifica come «libertà fondamentali» (la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali fra gli Stati membri), la garanzia delle quali è stata storicamente – ed è ancora, in una misura solo parzialmente temperata dai sempre più osteggiati propositi di integrazione politica – la finalità primaria dell’Europa unita. Tali libertà, funzionali a creare un mercato unico e fondato sul libero scambio fra i Paesi aderenti all’UE, comportano, tra l’altro, l’obbligo per tali Stati di eliminare tanto qualsiasi forma di imposizione doganale o restrizione quantitativa allo scambio delle merci che, imponendo costi non sostenuti dagli agenti economici nazionali, rendano maggiormente difficile per gli omologhi esteri la penetrazione nel mercato interno, quanto qualsiasi «misura ad effetto equivalente» alle prime: concetto estremamente ampio, tale da ricomprendere qualsiasi tassa, norma o provvedimento (compresi controlli sanitari sui prodotti d’importazione addebitati all’importatore) che abbia l’effetto di comportare, anche indirettamente o soltanto potenzialmente, costi per l’impresa esportatrice che non sarebbero sostenuti se la stessa provenisse dallo Stato interessato, secondo uno schema applicato, nelle sue linee guida, anche a servizi, persone e capitali.

Un esempio particolarmente evidente di come il primato assegnato a tali libertà dall’ordinamento europeo sia difficilmente conciliabile con i princìpi sociali è offerto dalla celeberrima e contestata sentenza «Laval», resa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel 2007. La Laval, impresa edile lettone, si era vista aggiudicare un appalto per la costruzione di una scuola in Svezia, ed aveva iniziato i lavori attraverso una società locale da essa controllata, distaccando, però, lavoratori lettoni. I sindacati svedesi di settore avevano dato luogo ad un intenso ciclo di lotte, conformemente al diritto nazionale, finalizzate ad imporre alla Laval l’adesione al contratto collettivo svedese in materia, stabilente una serie di condizioni lavorative (quali la sicurezza del luogo di lavoro e il periodo massimo di lavoro) maggiormente favorevoli rispetto a quelle che l’impresa intendeva applicare ai propri dipendenti, stabilite dal contratto collettivo cui essa aveva aderito in Lettonia. La preoccupazione di fondo era quella di prevenire la formazione di un pericoloso precedente, idoneo a dare luogo a pratiche di social dumping (l’abbassamento degli standard di tutela del lavoro attraverso l’impiego di lavoratori provenienti da aree dotate di minori garanzie, così da obbligare i dipendenti maggiormente protetti ad accettare condizioni sfavorevoli, pur di non vedersi sostituire dai primi). A sèguito del fallimento della società controllata, la Laval aveva agìto in giudizio, chiedendo che i sindacati fossero obbligati a risarcire il danno provocato dalle azioni collettive, in quanto queste sarebbero state contrastanti con la libertà di prestazione dei servizi, imponendo all’impresa difficoltà che non avrebbe incontrato se fosse stata svedese, rendendole impossibile conoscere prima di investire nella prestazione le condizioni contrattuali cui sarebbe stata costretta ad aderire (a causa dell’affidamento da essa fatto sulla possibilità di continuare a praticare i contratti stipulati in Lettonia). Investita della questione, la Corte di Giustizia ritenne fondate le pretese dell’impresa lettone, stabilendo che le lotte sindacali svedesi avessero ristretto ingiustificatamente (il che sarebbe potuto legittimamente accadere, ad altre condizioni) la libertà di prestazione dei servizi, essendo già operativo un “nucleo di norme imperative di protezione minima” in materia, fissato da una direttiva dell’UE. Poiché le rivendicazioni si collocavano al di sopra di tale standard minimo, le difficoltà causate alla Laval nell’esercizio della propria libertà fondamentale non potevano dirsi inquadrabili nel necessario (stante l’oggettivo contrasto esistente tra di essi) bilanciamento tra questa e il diritto, parimenti fondamentale, allo sciopero, funzionale ad ottenere un miglioramento delle condizioni lavorative.

La pronuncia è significativa nel segnare il distacco esistente tra il quadro dello Stato democratico-sociale e quello dell’ordinamento europeo, tanto nell’equiparazione, ad un livello astratto, tra i diritti sociali dei lavoratori e la libertà economica della prestazione di servizi (la quale, sola, rende necessario il bilanciamento reciproco), quanto nel concreto risultato applicativo raggiunto, che non può dirsi in linea con ciò che le Costituzioni moderne, recettive delle istanze democratico-progressiste, avrebbero probabilmente richiesto in un caso analogo. La Corte ha, in effetti (in ciò suscitando un vespaio di critiche ancora non sopite), legittimato quel social dumping che quasi unanimemente è indicato come uno dei più gravi problemi sollevati dalla globalizzazione economica.

Gli esempi ora citati si inseriscono in un quadro complesso, caratterizzato da innumerevoli sfumature di cui è qui impossibile rendere conto, ma che indubbiamente presenta un’inquietante ambiguità degli obiettivi fondamentali perseguiti dall’integrazione europea, che nonostante le proclamate mire di realizzazione di una «economia sociale di mercato» sembra pericolosamente oscillante verso una valorizzazione dell’elemento liberista a scapito di quello sociale. Se così è, mal si comprende come la critica delle politiche europee sembri appannaggio esclusivo delle destre, sempre più scopertamente neo-nazionaliste, di ispirazione Lepenista, e a sinistra si assista ad un’assunzione pressoché assiomatica della retorica europeista, ed alla rinuncia a denunciare con la decisione che appare necessaria il duplice (e strettamente interconnesso nei suoi due aspetti) problema del persistente deficit democratico e dell’altrettanto persistente mancanza di un orizzonte sociale nel contesto europeo.

Per quanto probabilmente non condivisibile negli esiti (per le ragioni indicate poco oltre), la battaglia di Mélenchon ha l’indiscutibile merito di aver spezzato un tabù che ormai da troppo tempo legava le mani della sinistra europea, invischiatasi in un europeismo acritico e in un rifiuto di denunciare le storture dell’UE anche quando la totale estraneità ai propri valori fondanti era maggiormente evidente (peraltro, dopo una fase di iniziale – e giustificata, stante la pesantissima assenza nel Trattato di Roma degli elementi più progressisti di cui l’architettura comunitaria si è arricchita nel corso degli anni -, durissima contrarietà alle istituzioni europee, globalmente considerate). Tale apriorismo, che, cavalcando le ambizioni del secondo ‘900, è diventato un vero e proprio fenomeno di massa e non certo limitato ai soli partiti di sinistra, sta in questa fase storica facendo il gioco dei populismi più beceri; laddove la serena constatazione della legittimità di sottoporre a critica, per quanto dura, qualsiasi tipo di istituzione politica (comprese quelle UE, terribile a dirsi!) non fosse sufficiente a persuadere dell’opportunità di prendere atto di alcune innegabili criticità, la preoccupante forza delle destre euroscettiche dovrebbe comunque portare più di un osservatore ad interrogarsi seriamente su dove l’Unione Europea stia andando e – soprattutto – voglia andare.

DIALETTICA DEL SOLIDARISMO

La strada de La France Insoumise, intrapresa nel nostro Paese anche da Sinistra Italiana (il cui leader, Stefano Fassina, non a caso ha scritto alcune delle parole più lucide che siano state spese sulle vicende elettorali francesi), non è, però, l’unica alternativa teorica elaborata dalle forze della sinistra sul tema dei complessi rapporti tra Stato ed UE, come declinazione particolare della grande, generale sfida della globalizzazione.

In «Impero» (Harvard University Press, 2000; Rizzoli, 2002), summa di pensiero postmoderno e libro-manifesto dell’enorme bolla di sapone che a posteriori si è rivelato essere il movimento No Global dei primi anni 2000, Toni Negri e Michael Hardt elaborano un affresco tanto spesso non in grado di convincere fino in fondo quanto raramente privo di forza suggestiva. Prendendo le mosse dalla presa d’atto dell’irreversibile declino del paradigma nazionale e statuale e delle sue varie declinazioni (dalla storia delle idee al diritto internazionale), causato dalla globalizzazione economica, gli Autori criticano serratamente la sinistra statalista e localista di stampo Mélenchoniano, che si ripropone di combattere gli effetti distorsivi della globalizzazione economica tornando a valorizzare la sovranità tradizionalmente intesa e i sistemi produttivi territoriali, plaudendo invece al tramonto dello Stato, caratterizzato come intrinsecamente repressivo anche nelle sue declinazioni più progressiste e assistenzialistiche, e alle possibilità di emancipazione che la mobilità di beni e persone offrono ad un’umanità ormai libera dalle anguste barriere territoriali e culturali che hanno caratterizzato l’età moderna. La globalizzazione andrebbe, dunque, “semplicemente” reindirizzata in senso sociale, e non contrastata; avversata nei suoi profili di diseguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e non rigettata in quanto tale.

Depurando l’analisi di Negri e Hardt dai suoi elementi troppo rigidamente marxisti, ed applicandola allo specifico problema dell’Unione Europea, è possibile trarre utili indicazioni circa le contraddizioni della sinistra “sovranista”, l’impraticabilità delle sue proposte e la non desiderabilità della riproposizione di un modello, quello statuale, che ha certamente prodotto alcuni tra gli più stupefacenti progressi registrati nella storia dell’umanità, ma ha anche segnato con la propria impronta alcune delle pagine più buie della stessa. Riproporre un apparato fondato sul legame fra popolazione e territorio, quando l’indissolubilità, un tempo data per scontata, di questo rapporto è ogni giorno messa più in crisi dai fenomeni migratori, sempre più strutturalmente propri della nostra epoca, diventa ogni giorno più difficile; l’idea di una sovranità esercitata su, e grazie a, questo binomio è sempre meno attuale, tanto più la questione ambientale e i colpi di testa al riguardo di un Presidente eletto nell’esercizio della sovranità stessa mettono in luce la necessità di sue limitazioni.

Da quest’angolo visuale, l’Unione Europea sarebbe, nello spirito dei suoi padri fondatori (quelli ideali: non certo quelli che hanno concretizzato il sogno proto-federale nel Trattato di Roma del ’57, che, come poc’anzi accennato, disegnava anzi un quadro ancor più liberista ed antidemocratico di quello attuale), il mezzo per superare il mito della sovranità moderna incondizionata, ed affrontare con cognizione di causa le sfide del mondo attuale: superamento che, però, non può, da un lato, prescindere da un effettivo riconoscimento dei diritti umani a prescindere da appartenenze territoriali e nazionali, senza il quale l’Unione non rappresenterebbe altro che una trasposizione in scala maggiore dello Stato nazionale; e, dall’altro, non può declinarsi nel cieco liberismo cui l’UE continua ad ispirarsi, pena il divenire il miglior vassallo di quella globalizzazione (solo) economica che sta mettendo in crisi la democrazia in tutto il mondo.

Un radicale ripensamento dell’architettura europea e dei suoi fini, in direzione davvero democratica e sociale sarebbe, insomma, probabilmente più coerente con i princìpi della sinistra storica di quanto non lo siano le resistenze sovraniste di Mélenchon. Precondizione per questo è, però, che sia possibile criticare da sinistra l’UE: che le forze di sinistra rinuncino al proprio europeismo retorico e riconoscano l’esistenza di gravi problematiche nello stato attuale dell’Unione, e che a livello mediatico si smetta di associare automaticamente la critica delle politiche europee al populismo e – di conseguenza – alle destre. L’alternativa sono l’attuale stagnazione del processo di integrazione e, in ultima analisi, l’autodistruzione dell’Unione.

Se si crede, come chi scrive, che il progetto unitario (idealmente) meriti supporto, si devono fare i conti con i problemi che esso sta (materialmente) incontrando, e prendere in considerazione senza orrore né sgomento anche l’ipotesi che esso si arresti, laddove in ultima istanza si rivelasse non meritevole d’essere perseguito (per quanto, è importante ribadirlo, quest’ipotesi al momento non sembri prospettarsi). Il ‘900 ci ha mostrato, con Auschwitz e l’arcipelago GULag, i risultati del considerare lo Stato un fine in se stesso. Perché con un’organizzazione internazionale le cose dovrebbero essere diverse?

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