Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

Perché l’Italia è stata risparmiata dal terrorismo?

[In copertina: polizia italiana esegue controlli alle porte del Vaticano. Fonte: theguardian.com]

Secondo gli esperti l’Italia ha imparato delle lezioni importanti dal nucleo antimafia. Lezioni basate su sorveglianza ed espulsione che oggi le consentono di comprendere e gestire al meglio i pericoli della radicalizzazione in carcere

Tutte le volte che Youssef Zaghba atterrava a Bologna, c’era qualcuno stava ad aspettarlo appena sceso dal volo. In Italia non era di certo un segreto che il 22enne italiano di origine marocchina, identificato come uno dei tre terroristi dell’attacco del London Bridge, fosse sotto stretta sorveglianza.

“Parlavano ogni volta con lui in aeroporto. Poi, durante il suo soggiorno, gli agenti di polizia venivano un paio di volte al giorno per tenerlo sotto controllo” ha dichiarato in un’intervista al Guardian, Valeria Collina, sua madre. “Erano sempre gentili con Youssef. Gli dicevano: “Ehi figliolo, aggiornaci su cosa hai fatto ultimamente. Facci sapere cosa fai o come stai”

Nelle settimane che seguirono l’attacco, il caso di Zaghba mise in luce le differenze tra come Italia e Regno Unito trattano i presunti terroristi. Dal suo arrivo a Londra, la madre di Zaghba ha detto che suo figlio non è stato mai fermato ne tanto meno interrogato in aeroporto, nonostante il fatto che i funzionari italiani avessero messo in guardia i loro omologhi britannici della sua potenziale minaccia.

Franco Gabrielli, capo della polizia italiana, ha parlato dell’impegno ottemperato dall’Italia nell’avvisare le autorità del Regno Unito: “La nostra coscienza è chiara”. Scotland Yard, a sua volta, ha risposto che Zaghba “non è oggetto di interesse per la polizia o il MI5 (Military Intelligence Sezione 5, è l’ente per la sicurezza e il controspionaggio britannico n.d.t.).

L’Italia ha già avuto la sua quota di violenza politica negli ultimi decenni, tra cui l’omicidio di due giudici antimafia di primo piano nel 1990. Ma a differenza di quasi tutti i suoi grandi vicini europei ma non è vittima di nessun grande attacco terroristico dal 1980.

Si tratta solo di fortuna tutta italiana? O sarà per le politiche antiterrorismo del paese – sviluppato col tempo dalla polizia antimafia, dal lavoro dell’intelligence e dopo il decennio di violenza politica sanguinosa degli anni ’70 – che hanno consentito ai funzionari italiani un vantaggio nell’era dell’ISIS? O ci sono altri fattori in gioco?

“La differenza principale è che l’Italia non ha una grande popolazione di immigrati di seconda generazione che si sono radicalizzati o che potenzialmente potrebbero radicalizzarsi”, secondo Francesca Galli, assistente professore presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche antiterrorismo.

Per Galli bastano circa 20 persone per tenere sotto osservazione a tempo pieno un presunto terrorista, ma, naturalmente, se i soggetti da monitorare aumentano anche nell’abbondanza di risorse l’attività si può complicare.

I due recenti incidenti – il caso di Zaghba, e l’altro incidente non fatale a Milano in cui un militare e un poliziotto sono stati accoltellati da un ragazzo italiano figlio di un nordafricano – indicano una sostanziale differenza delle minacce che potrebbero colpire il Paese. Ma Galli dice inoltre che in generale la polizia italiana e le forze anti-terrorismo non hanno a che fare con lo stesso numero enorme di persone che potenzialmente sono a rischio di radicalizzazione in Francia, Belgio e Regno Unito.

Questo non vuol dire che l’Italia sfugge alle attività terroristiche. Anis Amri, il tunisino che ha attaccò i mercatini di Natale a Berlino, a cui è stato sparato dalla polizia nella periferia di Milano, si sarebbe radicalizzato in un carcere in Sicilia. Mohamed Lahouaiej-Bouhlel, la tunisina dietro l’attacco mortale a Nizza lo scorso anno, è stata identificata dalla polizia italiana dopo aver trascorso del tempo nella città di confine di Ventimiglia.

Alcuni esperti dicono che l’Italia è stata in grado di combattere la minaccia ISIS interna attraverso i controlli e le abilità che la polizia ha sviluppato in anni di indagini sulla mafia, maturati a loro volta dagli “anni di piombo” – il periodo compreso tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 segnato da atti di terrorismo politico da parte dei militanti estremisti di sinistra e destra.

Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno italiano, le autorità anti-terrorismo hanno fermato e interrogato 160,593 persone tra marzo 2016 a marzo 2017. Ne sono stati controllati circa 34.000 negli aeroporti e circa 550 presunti terroristi sono stati arrestati, mentre 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono monitorati.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana nel periodo 2012-2016, ha detto che non c’era una particolare “strategia all’italiana” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato tanto dalla dura lezione dei nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Abbiamo imparato con l’esperienza, quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra le forze di intelligence e di polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Da questo punto di vista, l’assenza di banlieues [francesi] come macchie nelle principali città italiane, e… [la predominanza] di piccoli e medi centri urbani rende più facile monitorare la situazione.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, senior research ed esperto di terrorismo presso il thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di seconda e terza generazione di italiani suscettibile alla propaganda dell’ISIS si traduce con più autorità focalizzata sugli extracomunitari, che per primi potrebbero essere condizionati dalle prime avvisaglie per quanto riguarda lo Stato Islamico. Da gennaio, infatti, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane si basano anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzate come prove in tribunale e – in casi di mafia e terrorismo – possono essere ottenuti sulla base di attività sospette e prove non solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la camorra intorno a Napoli, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta nel sud – infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, occorre eliminare stretti rapporti sociali e persino familiari.

Secondo i dati diffusi dal ministero degli interni italiano, le autorità anti-terrorismo fermati e interrogati 160,593 persone tra marzo 2016 al marzo 2017. Si sono fermati e interrogati circa 34.000 negli aeroporti e ha arrestato circa 550 presunti terroristi, e 38 sono stati condannati con l’accusa di terrorismo. Più di 500 siti web sono stati chiusi e quasi mezzo milione sono sotto osservazione.

Giampiero Massolo, che ha lavorato come direttore dell’intelligence italiana 2012-2016, ha detto che non c’era un particolare “italian way” per combattere il terrorismo.

“Abbiamo imparato molto duramente la lezione durante i nostri anni di terrorismo”, ha detto. “Al punto che abbiamo fatto tesoro di quanto sia importante mantenere un dialogo costante a livello operativo tra l’intelligence e la polizia. In realtà, la prevenzione è la chiave per cercare di essere efficace nella lotta al terrorismo.”

Ha aggiunto: “Un’altra caratteristica è quella di avere un buon controllo del territorio. Sotto certi aspetti, l’assenza di banlieues [francesi] a macchia nelle principali città italiane, e… [la prevalenza] di piccoli e medi centri urbani facilita il monitoraggio.”

Ci sono anche pratiche più specifiche. Arturo Varvelli, ricercatore ed esperto di terrorismo del thinktank Ispi, ha detto che la mancanza di una seconda e terza generazione di italiani più suscettibile alla propaganda Daesh permette alle autorità di focalizzarsi sugli stranieri, che potrebbero essere espulsi ai primi segnali. Da gennaio, 135 individui sono stati espulsi.

Le autorità italiane possono contare anche sulle intercettazioni telefoniche, che a differenza del Regno Unito possono essere utilizzati come prove in tribunale e – come in casi di mafia e terrorismo – si possono effettuare sulla base di attività sospette e mancanza di prove solide.

Proprio come la lotta contro la criminalità organizzata italiana – la Camorra nel napoletano, Cosa Nostra in Sicilia, e la ‘ndrangheta in Calabria – per infiltrarsi e smantellare le reti terroristiche, bisogna eliminare i rapporti sociali più stretti e persino quelli familiari.

Le persone sospettate di essere jihadisti tendono a interrompere la cooperazione con le autorità italiane, che fanno uso di permessi di soggiorno e altri incentivi, secondo Galli. È stato riconosciuto, inoltre, il pericolo di trattenere i presunti terroristi in carcere, dove, proprio come boss mafiosi prima di loro, il carcere è visto come territorio privilegiato per il reclutamento e il networking.

“Pensiamo di aver sviluppato molta esperienza su come trattare una rete criminale. Abbiamo un sacco di agenti in borghese che fanno un grande lavoro di intercettazione e comunicazione”.

Mentre le autorità italiane sono percepite come aventi ampi poteri, in realtà, la polizia non ha poteri speciali per detenere i presunti terroristi senza accusa. Questi possono essere detenuti per un massimo di quattro giorni senza alcuna accusa, proprio come qualsiasi altro sospetto. Tuttavia, l’Italia è stata criticata dalla Corte europea dei diritti umani per aver trattenuto gli imputati troppo tempo per l’attesa di giudizio dopo le accuse.

Galli dice che non ci sono preoccupazioni sul fatto che le tattiche italiane possano aver violato le libertà civili. L’ampio uso di sorveglianza – compresa le intercettatazioni – è visto come uno strumento sufficientemente mirato ai sospetti terroristi e mafiosi, a differenza delle critiche dell’opinione pubblica in Italia dei metodi di raccolta dati negli Stati Uniti e nel Regno Unito.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di Stephanie Kirchgaessner per il The Guardian qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Crisi nel Golfo: tra Fratelli Musulmani, Al Jazeera, Iran e l’antipatia per il Qatar

Crisi nel Golfo: tra Fratelli Musulmani, Al Jazeera, Iran e l’antipatia per il Qatar

Assistiamo in queste ore ad una delle più grandi crisi diplomatiche degli ultimi tempi, in una reagione già altamente in tensione, dove imperi miliardari vecchi e nuovi conducono giochi di forza per il controllo strategico dell’area. Quando si parla di Qatar non è di certo per correre in sua difesa.

consiglio di cooperazione del golfo

Paesi del consiglio di cooperazione del golfo

La piccola monarchia del Golfo, infatti, è vicina ad essere una monarchia assoluta più di quanto lo sia qualsiasi altro Stato oggi. Ricco di gas naturale e petrolio, il Qatar è uno degli Stati più ricchi al mondo, ed è governato dalla famiglia reale Al Thani dal 1825.  Tutti conoscono il Qatar e la sua capitale Doha per essere la sede della TV Al Jazeera, l’emittente più diffusa nel mondo arabo. Ma non solo, l’estrema ricchezza del Qatar, ha permesso alle famiglie milionarie del Paese di acquistare assets milionari in giro per il mondo, guadagnandosi una certa visibilità e una certa influenza strategica.
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Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

Fethullah Gulen: la Turchia che non riconosco più

In copertina: press conference dell’incontro tra il Presidente Turco Recep Tayyip Erdogan e il Presidente Russo Vladimir Putin.

Opinione di Fethullah Gulen su Washington Post (15/05/2017) originale in inglese qui; in turco qui. Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto.

Approfondimento su Fethullah Gulen e la sua storia: Fethullah Gulen: profilo di un nemico giurato [infooggi.it]

Saylorsburg, PA

Con l’incontro dei presidenti di Stati Uniti e Turchia alla Casa Bianca lo scorso martedì, il leader del paese che per quasi due decenni ho chiamato casa si è trovato faccia a faccia con il leader della mia madrepatria. I due paesi hanno numerose questioni in ballo, incluse la lotta allo Stato Islamico, il futuro della Siria e la crisi dei rifugiati.

Ma la Turchia di cui ho ricordo, un paese che ispirava speranza nel suo obiettivo di consolidare la democrazia e una moderata forma di secolarismo, è diventata di dominio di un presidente che sta facendo di tutto per accumulare potere e soggiogare il dissenso.

L’Occidente dovrebbe aiutare la Turchia a tornare sul suo cammino democratico. L’incontro di martedì, e il vertice NATO della prossima settimana, dovrebbero rappresentare un’opportunità per portare avanti tale sforzo.

Dallo scorso 15 luglio, in seguito a un deplorevole tentativo di golpe, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha sistematicamente perseguitato persone innocenti – con l’arresto, la detenzione, il licenziamento ed altre attività che hanno rovinato la vita a più di 300.000 cittadini turchi, siano essi curdi, aleviti, secolaristi, attivisti di sinistra, giornalisti, accademici o membri dell’Hizmet, il movimento umanitario pacifista a cui sono io stesso associato.

In seguito al tentato golpe, ho ferocemente denunciato l’accaduto e ho negato qualsiasi coinvolgimento. Inoltre, ho chiarito che tutti coloro che hanno preso parte al putsch hanno tradito i miei ideali. Ciò nonostante, e senza alcuna prova evidente, Erdogan mi ha immediatamente accusato di aver orchestrato il colpo di stato a 5.000 miglia di distanza. Il giorno seguente, il governo ha preparato delle liste di migliaia di persone legate all’Hizmet – che avevano aperto conti bancari, insegnato in una specifica scuola o fatto inchieste per determinati giornali – trattando l’affiliazione come un crimine e cominciando a rovinare le loro vite. Le liste includevano anche persone decedute da mesi, o che avevano lavorato per il quartier generale della NATO in quel periodo. Gli osservatori internazionali hanno denunciato numerosi sequestri di persona, oltre a episodi di tortura e di decesso in carcere. Il governo perseguita persone innocenti anche all’estero, come nel caso delle pressioni sul governo della Malesia la scorsa settimana, per la deportazione di tre simpatizzanti dell’Hizmet, incluso un dirigente scolastico che vive lì da più di dieci anni, il quale andrà di certo incontro alla prigione e probabilmente sarà torturato.

In aprile, il presidente ha vinto un referendum di misura – con seri sospetti di presunti brogli – per formare una “presidenza esecutiva” senza controlli né equilibri, che gli consente di controllare tutti e tre i rami governativi. Ad essere sinceri, con le purghe e la corruzione, grossa parte di tale potere era già nelle sue mani. Sono molto preoccupato per i cittadini turchi che stanno entrando in questa nuova fase di autoritarismo.

Non è cominciato tutto in questo modo. Il partito dell’AKP è salito al governo nel 2002 promettendo riforme democratiche nella volontà di diventare un membro della comunità europea. Ma con il passare del tempo, Erdogan è diventato sempre più intollerante al dissenso. Ha facilitato il trasferimento di numerose testate nelle mani dei suoi compari, attraverso agenzie di regolamentazioni governative. Nel giugno del 2013 ha spazzato via le proteste del Gezi Park. Nel dicembre dello stesso anno, quando i membri del suo gabinetto erano implicati in una massiccia inchiesta sulla corruzione, lui ha risposto sottomettendo il sistema giudiziario e i media. Il “temporaneo” stato di emergenza dichiarato dopo il 15 luglio è a tuttora in corso. Secondo Amnesty International, un terzo dei giornalisti imprigionati nel mondo si trovano nelle carceri turche. E le persecuzioni di Erdogan a danno della sua gente non sono soltanto un problema interno. La caccia continua alla società civile, ai giornalisti, agli accademici e ai curdi in Turchia sta minacciando la stabilità a lungo termine del paese. La popolazione turca è già fortemente polarizzata sotto il regime dell’AKP. Una Turchia sotto un regime dittatoriale, che garantisce rifugio ai radicali violenti e spinge i suoi cittadini curdi all’esasperazione, potrebbe rappresentare un incubo per la sicurezza del Medio Oriente.

I turchi necessitano del supporto dei loro alleati europei e statunitensi per ristabilire la democrazia. Dal 1950 la Turchia ha intrapreso un percorso multipartitico per entrare a far parte della NATO. Come requisito al suo ingresso, la NATO può e dovrebbe esigere che la Turchia onori i suoi impegni nel rispetto delle norme democratiche dell’alleanza.

Due provvedimenti risultano essenziali per il rovesciamento di questa regressione democratica in atto in Turchia.

Primo, andrebbe abbozzata una nuova costituzione civile attraverso un processo democratico, che coinvolga le esigenze di tutte le parti sociali e che sia in linea con le norme internazionali legali e umanitarie, che sappia prendere esempio dalle democrazie di successo a lungo termine dell’Occidente.

Secondo, la necessità di un programma scolastico che enfatizzi i valori democratici e pluralisti, e che incoraggi al pensiero critico. Ogni studente dovrebbe comprendere l’importanza dell’equilibrio dei poteri dello stato attraverso i diritti individuali, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura e la libertà di stampa, oltre a conoscere i rischi del nazionalismo estremo, della politicizzazione della religione e la venerazione di uno stato o di un leader.

Prima che tutto questo possa verificarsi, il governo turco dovrebbe smetterla di reprimere la propria gente e ripristinare i diritti dei cittadini che sono stati violati da Erdogan senza giusti processi.

Probabilmente non vivrò tanto a lungo da vedere la Turchia diventare una democrazia esemplare, ma prego affinché la deriva autoritaria possa essere fermata prima che sia troppo tardi.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Frontiere: uno strumento politico?

Frontiere: uno strumento politico?

“Un bicchiere serve per bere. Ma può servire ache da portamatite, da fermacarte, per catturare una mosca, per tirarlo in testa a un seccatore, oppure per romperlo e tagliarsi le vene. Ogni oggetto ha una funzione primaria e numerose funzioni accessorie. Gli oggetti politici non fanno eccezione”

Si apre così il saggio “Frontiere” di Manlio Graziano, professore di geopolitica. Per rendere semplice e alla portata di tutti il concetto di Frontiera. Questo oggetto politico ha carattere pluridimensionale e multifunzionale perché il senso e l’impronta politica, sociale e morale cambia nel tempo.

Secondo Wikipedia “il confine internazionale più antico al mondo è quello fra Italia e Svizzera nel tratto di competenza del Canton Ticino e delle province di Como, Varese e Verbania: tracciato 500 anni fa dal trattato di Friburgo nel 1516, non fu da allora mai più spostato neanche transitoriamente.”

Proprio, quindi, nel ruolo politico e geopolitico che la frontiera manifesta se stessa al massimo grado la sua polivalenza, che sia essa un muro, una dogana, un fossato o un tagliente filo spinato. La sua importanza nell’attualità è indecifrabile: se fino a pochi anni fa la tendenza generale era il suo depauperamento e assorbimento in insiemi regionali più grandi, oggi la tendenza pare invertita.

Tuttavia anche se la frontiera è tornata ad essere un argomento d’attualità, non solo in Europa e nel mondo occidentale, non significa che questa corrisponda a ciò che il mondo oggi avrebbe bisogno. Storicamente nella forma più attuale possiamo studiarne la loro nascita con il Congresso di Vestfalia e il principio di sovranità, quando da semplici linee disegnate sugli atlanti diventarono l’aspirazione profonda dello Stato-nazione di quei popoli che, all’apice della loro gloria, le scolpivano nelle loro costituzioni proclamandole sacre e inviolabili nel principio di cuius regio eius religio (diritto del principe di imporre la propria religione e la propria autorità ai suoi sudditi senza inteferenze di altri Stati).

Nella Costituzione italiana all’articolo 5 possiamo leggere:La Repubblica [italiana], una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento [cfr. art. 114 e segg., IX].

Considerare quindi le frontiere da un punto di vista dinamico può significare che esse siano più uno strumento che un fine. Come ogni attrezzo politico il loro significato muta nel tempo anche opposto. a seconda delle circostanze e delle convenienze.

Il crollo del Muro di Berlino dal 1989 ad oggi è diventato il simbolo di un entusiasmo unanime per l’inizio della fine di tutti i muri e barriere che separano gli individui. Il simbolo di quel crollo inaugurò la stagione della liberalizzazione dei mercati, l’espansione delle aree di libero scambio e la nascita di una nuova unione politicae monetaria che portò a credere che molte altre barriere sarebbero scomparse.

La stessa sensazione non si ebbe quando Saddam Hussein abbattè quel “muro”, disegnato dalla Gran Bretagna, che divideva l’Iraq dal Kuwait, una coalizione di 39 paesi a guida statunitense si scagliò contro. Oggi indigna una parte del mondo anche l’ipocrisia russa che annette la Crimea e allo stesso tempo disegna confini nel Caucaso e nei Balcani, o anche Israele che si espande raddoppiando la lunghezza della linea di armistizio del 1949.

Dalla crisi economica del 2008, con la fobia del terrorismo ma soprattutto col notevole l’esodo di migranti e profughi sono aumentate le campagne per il ristabilimento della sovranità nazionale. Questo ha portato a credere che la frontiera, da luogo astratto, sia diventata una necessità di tipo fisico dove la sovranità “deve” (secondo la retorica dei sovranisti) tornare ad essere visibile, invertendo la tendenza “post-muro di berlino”.

Queste campagne sono diventate decisive in contesti elettorali. Basti pensare al referendum britannico della Brexit sull’uscita dall’Unione Europea o anche nell’elezione di Donald Trump (in merito alla barriera sul confine messicano o sulle tesi isolazioniste).

Ma se oggi le frontiere sono l’ostacolo dei popoli, il futuro è un mondo senza frontiere? La risposta a questo quesito potrebbe essere pescata dal passato. John Lennon, quasi in contrapposizione al concetto di nazione e nazionalità inserì nel testo di Imagine “Imagine there’s no countries / It isn’t hard to do”. Prima di lui il filosofo francese Montesquieu nel 1748 inaugurava il pensiero cosmopolita moderno scrivendo: “sono necessariamente uomo, e francese solo per caso”. Il suo pensiero attiribuisce all’uomo la cittadinanza del mondo, ritenendo irrilevanti le differenze tra le nazioni.

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

Bipolarismo e populismo, due facce della stessa medaglia?

«Ma il secolo che iniziò pieno di fiducia in se stesso e nel trionfo definitivo della democrazia liberale occidentale sembra ormai prossimo a tornare, circolarmente, al punto dal quale è partito: (…) ad una vittoria incontrastata del liberalismo, politico ed economico.» (F. Fukuyama, «La fine della Storia?», The National Interest, n. 16, 1989)

«Our democracy has been hijacked!»(«Ci hanno sottratto la democrazia!»): con questo grido Zack de la Rocha, cantante dei Rage Against the Machine, apriva, nell’Agosto del 2000, uno degli ultimi concerti del suo gruppo, fuori dal palazzetto dello sport di Los Angeles nel quale contemporaneamente si teneva il Congresso nazionale del Partito Democratico statunitense, che avrebbe ufficializzato la nomina di Al Gore a candidato alla presidenza per le elezioni del Novembre di quell’anno (vinte da George W. Bush). La performance (parzialmente caricata su YouTube, frammista alle immagini dei violenti scontri con la polizia, che disperse l’assembramento) si inseriva nel più ampio contesto delle proteste indette in tale sede da un variegato conglomerato di sigle ed attivisti, generalmente riferibile a quell’area No Global che meno di un anno prima aveva ottenuto risonanza mondiale grazie alle infuocate proteste in occasione del summit della WTO di Seattle, contro il sistema politico, saldamente bipolare, statunitense. Tale sistema era accusato, appunto, di aver sostanzialmente svuotato di significato i meccanismi democratici, obbligando l’elettorato ad una scelta puramente formale, il cui esito sarebbe stato totalmente indifferente rispetto ad una pluralità di questioni, tra cui l’adesione ad una linea economica liberoscambista ed una politica estera aggressiva, mirante a profittarsi dell’apparente possibilità di instaurare un ordine internazionale unipolare.

L’attenzione del gruppo per questi temi non era nuova: pochi mesi prima, esso aveva pubblicato il videoclip della canzone «Testify», nel quale, con l’icastico sarcasmo proprio di Michael Moore (che ne curò la realizzazione), veniva messa alla berlina la pressoché totale interscambiabilità dei candidati dei due partiti maggiori, attraverso il rapido susseguirsi di identici spezzoni di loro discorsi. Questo video risulta particolarmente efficace nel mettere in luce quello che non pare azzardato ritenere il tratto saliente della vita politica nelle democrazie liberali consolidate nella nostra epoca, in grado di fornire un’efficace chiave di lettura dei fenomeni maggiormente degradanti e degradati della stessa, quali l’ascesa delle destre “populiste” e la crisi delle forze di sinistra: l’appiattimento delle posizioni dei partiti politici e la generalizzata instaurazione di sistemi bipolari.

LA FINE DELLA STORIA E IL BIPOLARISMO AD UNA DIMENSIONE

Tale fenomeno, che negli ultimi 25 anni ha rivestito carattere strutturale nella quasi totalità degli Stati riferibili al modello liberaldemocratico (dagli Usa, all’Italia, passando per gli altri Paesi dell’UE), è la precisa conseguenza di quello che il politologo statunitense Francis Fukuyama, nell’articolo «The End of History?»(citato in epigrafe) e nel successivo saggio «The End of History and the Last Man» (1992), che ne sviluppava ulteriormente le tesi, definì «fine della Storia». Tali opere, che godettero diuna fama notevole quanto immeritata (a fronte del dilettantismo col quale Autori come Hobbes, Hegel e Platone venivano diffusamente citati) negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione del blocco sovietico, sostenevano, sulla scorta di opinabili argomentazioni che non è qui la sede di approfondire, che, a seguito delle convulse vicende del biennio ’89-’91 (la perestrojka, la glasnost, il crollo del Muro di Berlino…), il sistema economico capitalista e il sistema politico liberaldemocratico occidentali, avendo vinto la competizione col rivale sovietico che aveva informato di sé la seconda metà del XX secolo, dopo aver fatto piazza pulita nei secoli precedenti degli altri antagonisti socioeconomici quali il fascismo e le società tradizionali, fossero ormai privi di competitori nell’arena dei possibili modelli sociali disponibili all’umanità, e che presto l’intero globo  vi avrebbe aderito. Fukuyama riteneva, infatti, che le forze storiche che avevano portato all’affermazione degli stessi secondo uno schema progressivo non fossero reversibili, né che tale progresso potesse condurre ad ulteriori evoluzioni: si era, insomma, giunti alla “fine della Storia” preconizzata da Hegel, essendosi ormai risolte tutte le contraddizioni che costituivano il propellente del cammino dell’umanità sul rettilineo della Storia stessa attraverso l’interazione dialettica tra opposti.

Negli anni successivi, a fronte della vigorosa smentita delle sue concezioni offerta in particolare dall’area mediorientale e dall’area asiatica (delle quali, ad onor del vero, lo stesso Autore riconosceva la potenziale problematicità), Fukuyama ritrattò le proprie posizioni. Nella prassi politica degli Stati “occidentali” (termine che, qui come sopra, viene usato senza alcuna implicazione culturale, ma semplicemente per riferirsi ai già citati Stati aderenti al sistema liberaldemocratico), però, queste furono con ogni evidenza, esplicitamente o meno, accolte. In altre parole, i partiti che la animavano, a seguito del crollo del “socialismo reale”, agirono precisamente come se il sistema politico liberaldemocratico e (ciò che più conta in questa sede) quello del libero mercato globalizzato fossero modelli storicamente necessari, privi di contraddizioni e di alternative e nei confronti dei quali non si poteva assumere altro atteggiamento che quello dell’accettazione acritica e/o entusiastica.

Il risultato fu, pressoché ovunque, l’adozione del già ricordato sistema bipartitico: allo scioglimento dei partiti comunisti, piagati dal rapporto di dipendenza dal liberticida sistema sovietico e la cui dottrina non risultava più praticabile, a fronte del suo clamoroso fallimento storico e dal totale mutamento delle condizioni sociali in rapporto alle quali era stata elaborata, fece generalmente seguito la creazione di due “poli” antagonistici (ad esclusione di formazioni politiche minori); come nel modello anglosassone, la filosofia di fondo era quella di incoraggiare l’alternanza tra i due avversari, chiamati ciascuno a governare senza “scossoni” per un periodo prestabilito, al termine del quale sarebbero stati giudicati dall’elettorato, che, se insoddisfatto, avrebbe votato il polo “di opposizione”. Centrosinistra e centrodestra in Italia, socialisti e gaullisti in Francia, socialdemocratici e cristiano-democratici in Germania divennero così gli attori chiamati ad avvicendarsi ai ruoli di potere nei rispettivi Stati. In tutti questi casi, tanto l’uno quanto l’altro schieramento mostravano di avere aderito ai princìpi liberisti che, complice il vigoroso (e non casuale) rafforzamento della CE/UE tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, si ponevano alla base del sempre più strettamente integrato sistema economico globale. Eliminata in radice la possibilità stessa di concepire una critica dello stesso, il contrasto politico si spostava, nel migliore dei casi, sul piano dei diritti civili: accesi diverbi sulla depenalizzazione delle droghe leggere, dibattiti sui diritti LGBT, rigurgiti antiabortisti e correlative resistenze divennero temi di primo piano nei comizi e nei talk show. Nel peggiore dei casi, la contrapposizione tra l’un polo e l’altro si riduceva ad una mera contrapposizione tra i centri di interesse economico, mediatico e culturale che in essi trovavano espressione.

È opinione di chi scrive, come accennato, che questa situazione si ponga alla base dei fenomeni, strettamente correlati, della crisi dei partiti di sinistra (o presunta tale) e del travolgente successo delle istanze “populiste”. Venuta meno la legittimazione storica dell’ideologia che ne aveva guidato l’azione per più di un secolo, e che aveva posto al centro del proprio programma la trasformazione dell’esistente partendo dai rapporti di forza economici, nella convinzione che a ciò sarebbe conseguita l’emancipazione dell’essere umano in ogni altro àmbito, le forze di sinistra istituzionale non trovarono di meglio, per perpetuare la propria esistenza, che il collocarsi nel campo “progressista” della citata contrapposizione sui temi delle libertà individuali. Era però inevitabile che la rinuncia a porre in discussione le logiche del mercato comportasse uno snaturamento di queste forze, tale da alienare da esse le simpatie elettorali degli irriducibili e sempre più sparuti sostenitori di un totale ripensamento, nell’ottica indicata, di un mondo che, d’altro canto, appariva sempre più sfuggente alle loro tradizionali categorie interpretative di «classe» e «proprietà dei mezzi di produzione», abiurate in blocco dai partiti in esame. Perduta ogni connotazione ideologica, in un generale contesto di declino di qualsiasi forma di fidelizzazione partitica, esse rimasero succubi della logica dell’alternanza, esposte alle incostanti oscillazioni di un elettorato a sua volta disorientato dalla ristrettezza di divergenze sulle visioni di lungo periodo tra le alternative politiche disponibili e cedevole alle lusinghe delle narrazioni, spesso mendaci, sull’operato del “potente” di turno.

La politica veniva così declassata ad amministrazione. In un clima di generale scollamento tra società ed istituzioni rappresentative, specialmente in Italia in costante aggravio fin dalla seconda metà degli anni ’70, divenne sempre più frequente il leitmotiv «sono tutti uguali»: un’eguaglianza che, generalmente, veniva ritenuta consisterein una spiccata tendenza al malaffare. In tale lamentela, troppo spesso demonizzata ed irrisa negli ambienti della sinistra, si nascondeva un’inquietante verità: dal punto di vista economico, effettivamente si era diffuso un consenso bipartisan sui princìpi cardine. Lungi dal proporre un disegno complessivo della società da portarsi avanti per la durata del proprio governo, i partiti finirono sempre più ad assomigliare a complessi apparati burocratici, impegnati a confrontarsi sulla gestione più o meno efficace delle finanze pubbliche e sulla percezione che di essa sarebbe giunta all’elettorato. Così, in Italia, l’ondata delle privatizzazioni e delle riduzioni della spesa pubblica degli anni ’90, imposta dall’UE come condizione per poter aderire all’Unione monetaria, poté proseguire senza soluzione di continuità nonostante i convulsi avvicendamenti delle maggioranze politiche, organizzatesi (almeno in linea ideale) secondo uno schema bipolare, nella narrazione dell’epoca (e non solo) indicato come la panacea di tutti i mali. Anzi, in questa fase il potere di governo fu per la maggior parte del tempo detenuta da quel centro-sinistra che si proponeva quale erede, almeno parziale, della tradizione del Partito Comunista Italiano.

IL (GIUSTIFICATO?) SENTIMENTO ANTI-ESTABLISHMENT

Crediamo che a questa situazione, e al suo protrarsi pressoché ininterrotto nei passati 25 anni, debba essere imputata l’ascesa dei movimenti “populisti”. La stessa “sinistra” che (giustamente) irride lo sboccato berciare sessista e xenofobo di Trump dovrebbe (e, fortunatamente, lo sta facendo) sottoporsi ad un severo esame di coscienza: essa è, infatti, la maggior responsabile della creazione di quel “establishment” in contrapposizione al quale l’attuale presidente USA ha costruito il proprio consenso, e che ha posto le condizioni che fanno sì che Marine Le Pen sia da taluni indicata come plausibile vincitrice delle prossime elezioni presidenziali francesi. Quando Grillo urlava che avrebbe aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, «mandando a casa» la Casta dei corrotti «tutti uguali», essa ha preferito girarsi disgustata dall’altra parte, senza rendersi conto di come l’aver impostato tutta la propria azione politica dalla fine della Guerra Fredda in avanti sulla (sacrosanta ed irrinunciabile) battaglia per l’espansione dei diritti civili avesse lasciato quello che, nell’odierno linguaggio giornalistico, è definito “ceto medio impoverito”, totalmente privo di rappresentanza.  C’era un fondo di verità in quello scomposto vociare, indubbiamente e visceralmente di destra, sulla non attualità della distinzione tra destra e sinistra, sull’interscambiabilità dei rappresentanti di quel “sistema” che rincorreva il mito dell’alternanza bipolare e della stabilità. L’accettazione supina, da parte della sinistra, delle logiche del mercato globale, o, peggio, l’essersene essa stessa fatta la principale portabandiera, recando come unico segno distintivo rispetto al polo avversario il progressismo e l’accoglienza rispetto alla questione migratoria, ha anzi favorito una perversa associazione di idee tra il fenomeno dell’impoverimento e queste istanze. Questo sta alla base del coagularsi di quella parte di elettorato, che non è andata ad ingrossare le sempre più spaventose ed ormai strutturali file dell’astensionismo,intorno a chi tuona contro “l’establishment”, e dell’inquietante recrudescenza di posizioni reazionarie, che credevamo di aver debellato, sui temi della sfera individuale. La traumatica provocazione di Žižek, teorico tra i più in vista dell’odierna sinistra non istituzionale, che nell’imminenza dell’elezione di Trump dichiarò che, se fosse stato chiamato a votare, la sua scelta sarebbe ricaduta su Trump stesso, per «scuotere la sinistra dall’immobilismo», pur non condivisibile negli esiti, offre tragici spunti di riflessione. Lo stesso Žižek, poco più tardi, scrisse:

«È evidente che il loro (di Trump, Brexit, Le Pen e il partito polacco “Diritto e giustizia”, ndr) spazio è stato aperto dal fallimento delle sinistre: intendendo ora per sinistra i residui della socialdemocrazia, la sinistra istituzionale, o la sinistra liberale, che forse non dovremmo neppure chiamare sinistra.(…)La sinistra liberale ufficiale è la migliore esecutrice delle politiche di austerità, anche se conserva il suo carattere progressista nelle nuove lotte sociali antirazziste e antisessiste; dall’altra parte, la destra conservatrice, religiosa e anti-immigrazione è l’unica forza politica a proporre ingenti trasferimenti sociali e a sostenere seriamente i lavoratori.»

Per quanto la visione del filosofo sloveno non appaia priva di contraddizioni («ingenti trasferimenti sociali» e «sostegno serio ai lavoratori» appaiono evidenti forzature dei programmi politici di un miliardario che progetta di deregolamentare i mercati finanziari, avvalendosi dell’operato di una squadra di governo composta anch’essa da “Paperoni”), è innegabile che la sinistra del XXI secolo, di modello Blairiano, abbia negli ultimi anni sostenuto politiche ben lontane non già da un programma di radicale redistribuzione della ricchezza, ma anche dalle politiche socialdemocratiche di miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni e di stemperamento delle diseguaglianze più radicali causate dal mercato che furono tanto in voga nell’immediato dopoguerra: in ciò non distinguendosi affatto dai partiti della destra liberale coalizzatisi a livello europeo nel Partito Popolare, e lasciandosi sorpassare sulla linea dell’assistenzialismo dalle forze populiste, abili nel catalizzare consensi attribuendo le colpe della crisi del Welfare State ai migranti (mentendo) e, per quanto riguarda l’Europa, all’Unione Europea (dicendo, almeno parzialmente, il vero).

CHE FARE?

Crediamo, dunque, che sia evidente come, almeno in parte, allo slogan «Destra e sinistra non esistono più» debba essere riconosciuta una certa dignità. Se, inteso come proposizione assoluta, esso è certamente mistificatorio e, come già sostenuto, intrinsecamente destrorso, non si può negare che esso contenga una parte di verità, nella misura in cui lo si riferisca alla politica istituzionale maggioritaria: a questo livello, infatti, si è assistito per un ventennio ad un’egemonia incontrastata della destra economica e ad una totale estromissione di quelle istanze che dovrebbero formare il nerbo di una vera sinistra, essendo necessario, ma non sufficiente, battersi per i diritti civili per reindirizzare la società in una direzione egualitaria.

Una sinistra moderna, per essere definita come tale, deve dunque recuperare la propria identità: la qual cosa non passa certo attraverso la rinuncia, come paiono sostenere alcuni irriducibili nostalgici del ‘900, al proprio progressismo culturale e alle politiche di accoglienza sulla questione migratoria, ben lungi dall’essere gli «strumenti del capitale» che li si taccia da rappresentare in certi ambienti estremistici, ma avendo il coraggio di affiancare loro una linea economica alternativa al libero mercato ed un’analisi critica della globalizzazione e dei suoi effetti distorsivi. L’ultimo ventennio ci ha consegnato un mondo per interpretare il quale il retaggio culturale della sinistra otto-novecentesca è in larga parte inadeguato, ma rinunciare ad elaborare strumenti alternativi significa rassegnarsi a vagabondare smarriti tra le macerie di cui questo mondo è composto, nell’attesa che sia una destra populista sempre più sdoganata, probabilmente peggiore dei nazionalismi del secolo scorso cui sovente la si paragona (depotenziandone una reale critica), a costruirvi sopra il proprio aberrante disegno sociale.

È positivo, in quest’ottica, che i traumatici eventi del 2016 (l’incanalamento del disagio nei confronti dell’Unione Europea – la quale, non dimentichiamolo, ha in ogni caso giocato un ruolo fondamentale nell’eliminazione dal dibattito pubblico di qualsiasi posizione ideologica alternativa al liberoscambismo – nella cieca direzione della Brexit e l’elezione di Trump) abbiano, come auspicato da Žižek, creato più di un tumulto a sinistra. Sono recenti le notizie di un sussulto d’orgoglio contro il neoliberismo da parte del PSOE in Spagna e del rinnovato attivismo, costellato di termini che invero rappresentano poco più che una strategia retorica («Compagne e compagni», «Rivoluzione socialista», «Capitalismo sregolato»), ma contribuiscono a spazzare via sul piano culturale la bambagia bipolare e neutralizzata che ci ha avvolti negli ultimi anni, di Enrico Rossi in Italia. Per quanto non si possano non nutrire perplessità nei confronti di soggetti che fino all’altro giorno si sono prestati al gioco delle parti dell’immobilismo sopraindicato, si può sperare che questi siano i primi passi su un lungo percorso di rifondazione della Sinistra (l’utilizzo della maiuscola non è casuale).

È quindi ora di rispondere, a chi per anni ha ripetuto «Destra e sinistra sono morte e sepolte», che esse sono state solo occultate dall’illusione di poter creare un mondo interamente basato sul, ed unito dal, liberismo. Quest’illusione, ben lungi dal rappresentare un tramonto delle categorie di cui sopra, altro non è stata che una stagione di dominio incontrastato di una destra individualista che ha anestetizzato le coscienze politiche, frammentato la società civile e distrutto la relazione tra di essa e le istituzioni che dovrebbero rappresentarla, producendo l’odiosa immagine dell’establishment e creando l’humus più adatto per una destra ancor più becera, priva perfino di quell’adesione alla retorica dei diritti umani, ora sprezzantemente irrisa come “politicamente corretto”, che rendeva minimamente accettabile la cultura “politica” (se tale può essere definita) maggioritaria. In un’epoca in cui il termine “ideologico” è ormai carico di disvalore, è tempo di accettare nuovamente la possibilità di elaborare modelli interpretativi dell’esistente per poterlo cambiare, e di abbandonare la chimera del bipolarismo, per sua stessa natura volto a produrre stagnazione, immobilismo e conformismo. Insomma, di rifondare la Sinistra.

Paolo Mazzotti

foto da: independent.co.uk

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Turchia, referendum costituzionale: «Aleggia lo spettro di un fascismo semi-aperto», intervista al giornalista Bariş Yıldırım

Le strade di Istanbul e di Ankara appaiono avvolte in un’atmosfera surreale, una stasi silenziosa ben lontana da come si presentarono ai miei occhi, appena cinque anni fa: solari, allegre, concitate, gravide di riscatto. Ci mancavo dai tempi dei fatti di Gezi, ed era palpabile e subitanea la trasformazione a cui s’erano sottoposti i due centri urbani che da sempre animano la vita politica della Turchia. Faccio scalo a Istanbul dove incontro un gruppo di vecchi amici dalle facce stanche, in un pub semi-deserto nel quartiere di Kadıköy. «Sono cambiate tante, troppe cose da quando sei andato via», provano a spiegarmi quell’aria tetra, rassegnata: «è dal colpo di stato dello scorso luglio che nessuno ha più voglia di uscire, non ci si sente più tanto al sicuro per strada». Il giorno dopo raggiungo la capitale Ankara, una città anonima piena di palazzoni nuovi, grattacieli e mastodontici edifici governativi che mi ricordano le Sette Sorelle di Mosca. A due passi da Kızılay incontro Barış Yıldırım, giornalista turco-curdo, scrittore e attivista, una persona estremamente attenta alle dinamiche politiche del suo paese.

Provo a chiedergli conto di cosa stesse diventando la Turchia, che negli ultimi anni ha assunto una rilevanza cruciale da un punto di vista geopolitico, è rimbalzata ripetutamente sui media di mezzo mondo per questioni interne che spaziano tra il controverso e l’eclatante. Terremoti politici i cui effetti dimostrano di avere un raggio a gettito lungo, capaci di condizionare sia l’Europa che il Medio Oriente. Il prossimo 16 aprile, i cittadini turchi sono chiamati a votare per un referendum costituzionale, la cui rigida dicotomia sì / no potrebbe compromettere seriamente gli equilibri del paese e dell’area tutta. Ho chiesto a Barış di fare maggiore chiarezza.

Cosa esattamente si andrà a votare il prossimo 16 aprile?

Con il referendum viene chiesto ai turchi di accettare o rifiutare la bozza di alcune riforme costituzionali. Come spesso accade in Turchia, vengono accorpati più punti da sottoporre al voto. Si tratta nella maggior parte dei casi di punti irrilevanti, alcuni necessari, ma nella bozza sono presenti diversi articoli nascosti che possono portare a cambiamenti cruciali per la vita politica del paese, e ovviamente in maniera negativa. Se tali modifiche passassero, non avremo più un primo ministro ma una repubblica presidenziale nelle mani di Erdoğan. Si tratta di concedergli parecchi poteri che includerebbero la continuazione dello stato di emergenza, l’influenza sulla magistratura, e il “rinnovo” della legge elettorale, che in sostanza significherebbe l’eliminazione sistematica dei parlamentari non graditi al Presidente. Formalmente in Turchia abbiamo ancora un Presidente della Repubblica, e non “Il Presidente”. Ma la situazione dal post-golpe in poi ha già assunto gli aspetti che sono previsti dalla riforma costituzionale: il presidente Erdoğan in sostanza ha già tutti i poteri nelle sue mani; e ciò che è de facto e contro legge oggi diventerà de jure e legale domani se vincesse il sì.

Com’è percepito il referendum dall’opinione pubblica? Quali le speranze, quali i timori?

Il paese appare fortemente polarizzato: da una parte, la maggioranza dei sostenitori dell’AKP (ma non tutti) ritengono che l’unica soluzione per risollevare le sorti del paese sia quella di fornire ulteriori poteri al loro leader indiscusso Recep Tayyip Erdoğan, per non precipitare nel baratro; dall’altra, c’è una metà della popolazione turca che teme l’instaurazione del cosiddetto “One Man Regime”, e che la vittoria del sì possa rappresentare la fine di tutto, inclusa la stessa repubblica. In linea di massima, entrambe le posizioni appaiono piuttosto pessimistiche. C’è da dire però che negli ultimi mesi l’AKP sta continuando a legiferare bypassando il parlamento, attraverso decreti legge arbitrari; questo aspetto non verrà cambiato dalle urne, dal momento che è un risultato che non arriva da nessuna votazione.Finora la Turchia ha scongiurato l’instaurazione di un regime democratico, ma ciò non significa che le cose non possano peggiorare. E la mia personale opinione è che peggiorerebbero di parecchio con una vittoria del sì.

Cosa effettivamente cambierebbe con la vittora del sì?

Detta in termini pratici e diretti, la vittoria del sì istituzionalizzerebbe quello che io chiamo “il fascismo semi-aperto”. Come riteneva il leader socialista Mahir Çayan negli anni ‘70, in un paese neo-coloniale come la Turchia, l’imperialismo ha optato per un fascismo coloniale (o per un fascismo “sotto copertura”), caratterizzato da un parlamento e un gruppo di sindacati che favoriscono l’establishment. Nel corso degli anni, l’oligarchia ha preferito neutralizzare le opposizioni attraverso un parlamento apparentemente funzionante, in un processo graduale ma inesorabile. Il golpe dello scorso 15 luglio, che altro non era che il risultato di conflitti interni alle classi dominanti, ha dato il via ad una sorta di fascismo semi-aperto: sono mesi che assistiamo quotidianamente ad arresti incondizionati di membri del parlamento (in particolare del partito filo-curdo e dell’HDP), e numerose associazioni di sinistra e organizzazioni democratiche sono state chiuse per decreto con il solito pretesto del colpo di stato. La gente ha timore di scendere in strada, dai fatti di Gezi Park le cose sono cambiate parecchio, le manifestazioni vengono chiuse o vietate al primo cenno di “pensiero contro”. Questo è quello che chiamo “fascismo semi-aperto”; il sì renderebbe legale il mantenimento di questo tipo di status quo.

Chi supporta il no?

I socialisti turchi, l’opposizione curda, i kemalisti [sostenitori del secolarismo turco messo in atto da Mustafa Kemal Atatürk, ndr], una parte degli ultra-nazionalisti (il loro partito, l’MHP, che i socialisti descrivono come i “fascisti civili”, è apertamente schierato con Erdoğan, ma negli ultimi tempi un corposo numero di membri del partito è passato all’opposizione, guidato da Meral Aksener), e apparentemente anche alcuni elettori dell’AKP si sono schierati per il no. Ognuno di loro per motivi differenti. I kemalisti sono per il no perché non vogliono che un leader islamico acquisti tanta smisurata autorità, nel timore che questo possa portare alla fine della repubblica laica e secolare di Atatürk – una repubblica in realtà già mutilata, se non decapitata da decenni, ma questa è un’altra storia. Gli oppositori tra gli ultra-nazionalisti non sono felici dello stesso Erdoğan, dal momento che condividono parzialmente i concetti kemalisti e ritengono Erdoğan responsabile di aver dato troppe concessioni ai curdi in passato. Ovviamente il partito curdo la pensa esattamente nel modo opposto, e si sente tradito da Erdoğan per aver terminato la “risoluzione” del processo di “pace”, con il giro di vite sui curdi, molti dei quali giustiziati durante le cosiddette “guerre di trincea”, e gli attacchi contro l’YPG in Siria. Lasciami dire che una parte dei socialisti turchi pensa che nessun risultato elettorale o referendum potrà portare a cambiamenti significativi e specieper le fasce sociali più deboli, che semplicemente hanno perduto qualunque speranza e reagiscono astenenendosi dalle elezioni.

Qual è la tua opinione sulla crisi diplomatica tra Ankara e alcuni paesi europei? Che legame c’è con il referendum del 16 aprile?

Dicono che la Germania non abbia consentito gli incontri a causa della comunità curda che vive nel paese; i Paesi Bassi erano tesi per le imminenti elezioni politiche [tenutesi il 15 marzo, ndr]; la Danimarca ha preso una posizione solidale con i Paesi Bassi dopo le reazioni anti-olandesi della Turchia. Dal mio punto di vista, queste crisi erano completamente fasulle, artificiali ed esagerate dal governo. L’AKP è sempre stato in ottimi rapporti con gli imperialisti americani ed europei. Persino durante la crisi con Israele, l’AKP ha espresso il proprio orgoglio di essere un fedele alleato di Israele nella regione. Al di là di dispute minori, il governo dell’AKP – così come i governi precedenti – è a tutti gli effetti integrato nel sistema imperialistico globale. Ma, si sa, l’anti-imperialismo si vende benissimo in Turchia, così con l’approssimarsi delle elezioni si cominciano ad utilizzare slogan di rimprovero contro “le potenze straniere”, sicomincia ad utilizzare il termine “imperialismo”, ma in ultima analisi si resta sempre alla larga da qualsiasi reale concezione anti-imperialista e si continua a cooperarci a pieno regime. Gli islamisti turchi non perdono occasione di servirsi di un sentimento xenofobo e anticristiano piuttosto diffuso, nelle vesti di argomentazioni anti-imperialiste che sanno di temporaneità, irrilevanza e demagogia. Questo è accaduto con alcuni paesi europei. L’intenzione era di raggirare un numero maggiore di elettori e portarli a scegliere di votare sì, incitando a presunti contrasti diplomatici con alcuni paesi. Non so se abbia funzionato o meno. I sondaggisti affermano che la “crisi” abbia influenzato la votazione più o meno allo stesso modo per entrambe le posizioni, dunque pare non abbia sortito particolari effetti, il che ha senso per me, perché c’è da essere davvero stupidi ad abboccare a questo tipo di esca. Gli individui possono essere stupidi, le popolazioni non lo sono quasi mai.

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