Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Che cosa succede e succederà in Venezuela?

Cari blogger e politicanti speculatori non sarà il vostro post a riportare la stabilità a Caracas.  Facciamo chiarezza dopo le speculazioni di Giorgio Cremaschi di Potere al Popolo e dei blogger da quattro soldi contro il turbo-capitalismo.

AGGIORNAMENTO 26/01/2019 alle 13:06
Francia, Spagna e Germania si dichiarano congiuntamente pronte a riconoscere Guaidò, se entro un periodo di otto giorni non ci sarà una convocazione di elezioni eque, libere e trasparenti in Venezuela.

Intanto, secondo un’inchiesta di Reuters, negli ultimi giorni sarebbero arrivati in Venezuela un certo numero di “contractors” russi, cioè mercenari che lavorano per società militari private, con l’obiettivo di difendere il regime del presidente Nicolás Maduro dai tentativi dell’opposizione di togliergli il potere. L’inchiesta sarebbe basata sulla testimonianza di diverse fonti. Il ministero della Difesa russo e il ministero dell’Informazione venezuelano non hanno commentato la notizia. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato, riferendosi alla presenza di mercenari russi in Venezuela: «Non abbiamo questa informazione»

Ho deciso di scrivere dopo che ieri verso l’una ho visto un post su facebook di Giorgio Cremaschi esponente di Potere al Popolo. Cremaschi ha pubblicato un video messaggio sui social dal titolo: “A FIANCO DELLA RIVOLUZIONE BOLIVARIANA DEL VENEZUELA, CON IL LEGITTIMO PRESIDENTE MADURO.. No al golpe fascista di Trump, vergogna a chi lo sostiene, manifestiamo ovunque la condanna dei golpisti, ricordiamoci di Allende, non devono passare..L’impero americano nella spazzatura della storia ..NO PASARAN”. 

Personalmente trovo irritante lo speculare su queste vicende solo per il gusto di sentirsi di “quella sinistra lì” o “anti-americano” ecc.

Scrivo solamente per cercar di fare un po’ di ordine tra le distorsioni e le speculazioni che in queste ore blogger improvvisati, esponenti politici e intellettuali-contro-il-turbocapitalismo-finanziario stanno facendo su questa vicenda. Alcuni arrivando addirittura a schierandosi incondizionatamente a favore di Maduro e la rivoluzione bolivariana o anche a favore della sua controparte.

Solitamente evito di condizionare chi mi legge e di invitarlo incondizionatemente a schierarsi con una parte politica, che, non solo è difficile da comprendere riassunta così per ovvie ragioni di diverso contesto e soprattutto perché non possiamo effettivamente fare i “venezuelani con il culo degli altri”. Preferisco per tanto illuminarvi su quanto è accaduto utilizzando fonti più autorevoli a mia disposizione.

Ma torniamo alla vicenda.

COSA È SUCCESSO? e COSA STA SUCCEDENDO?
Il Venezuela ha da ieri due presidenti: Nicolás Maduro e Juan Guaidó.
Il trentacinquenne presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó si è autoproclamato presidente della Repubblica al posto di Nicolás Maduro, il capo di Stato erede di Hugo Chávez che ha iniziato il suo secondo mandato pochi giorni fa dopo aver vinto delle elezioni irregolari.

LECITO O ILLECITO?
Maduro è stato eletto nel maggio 2018 con elezioni non riconosciute dai vicini regionali e dall’Occidente per evidenti irregolarità e ma de facto sarebbe al secondo mandato. 

Il secondo, si è autoproclamato in piazza, capo di Governo e dello Stato pro tempore. Tutto lecito secondo gli art. 233, 333 e 350 della Costituzione venezuelana. Da principio ha scelto di giocarsi la carta della moderatezza, data la sua incerta situazione, dichiarando che nel caso in cui prendesse “effettivamente” le redini del Venezuela non escluderebbe un’amnistia per Maduro.

Per la piena regolarità dovrebbe godere però del sostegno della Corte Suprema. Ma è proprio questa la questione più controversa: 
1) non c’è un effettivo appoggio, anzi sono esplicitamente contrariati;
2) nella Corte Suprema ci sarebbero solo o maggioranza maduristi;
3) alcuni elementi della Corte Suprema sono fuggiti dal Paese e si sono rifugiati in USA;

CHE DICONO GLI ALTRI PAESI?
Maduro può godere dell’appoggio di: Russia, quasi incondizionatamente; Cuba, non solo per affinità ideologica ma perché l’Havana è il principale beneficiario dell’export venezuelano; Bolivia, come sopra ma sempre nei limiti delle possibilità; resta ambiguo il ruolo del Messico che per ora continua a riconoscere il governo; la Cina è un Paese non ideologo come in passato e come avvenuto per la Corea del Nord difficilmente metterebbe a rischio la sua stabilità per le follie altrui, resta comunque un player fondamentale per l’acquisto del greggio venezuelano; la Turchia a cui piacerebbe sostenere di più Caracas ma ha già sperimentato l’ira Usa contro la moneta nazionale; infine Iran e Siria.

Guaidó, già Presidente del parlamento venezuelano, è stato subito riconosciuto legittimamente da Usa, Canada e da quasi tutta l’America Latina (in maniera molto animata dal Brasile di Bolsonaro dal forum di Davos) e più timidamente dall’Unione Europea.


Presidente Nicolas Maduro con Vice-Presidente del Partito Socialista Diosdado Cabello (Dx) dietro il ritratto di Hugo Chávez. (Jorge Silva / Reuters)

E POI?
Dalla prospettiva di Maduro gli ultimi sviluppi sarebbero un “golpe”, vocabolo spesso usato molto spesso, in alcuni casi più lecitamente, per richiamare su di sè l’attenzione internazionale. Ha decretato la sospensione dei rapporti con gli USA e l’espulsione degli stessi diplomatici. Washington comunque non pare intenzionata a rimpatriare i propri funzionari.

Caracas si è avvitata progressivamente nel tempo in una spirale di crisi, in primo luogo socio-economica, ma anche diplomatica e migratoria. Maduro sta attraversando la fase più delicata del suo governo.

Le sorti del paese caraibico dipendono principalmente da alcuni fattori come:
1) il prezzo dell’export delle generossissime risorse naturali. Il Paese è membro OPEC per la forte presenza di petrolio greggio. Attualmente nonostante il prezzo del greggio sia in rialzo non è comunque abbastanza favorevole per sostenere la spesa pubblica (secondo ilSole24ore dovrebbe essere almeno oltre gli 80$ al barile. Oggi a 53$. Tempo reale qui: https://www.fxempire.it/markets/crude-oil/overview);

2) il ruolo importante delle Forze armate venezuelane, sinora fedeli al successore di Chávez, e confermatesi il vero grande “centro di gravità permanente” del governo, a meno di un intervento militare straniero che non pare all’orizzonte (esplicitamente escluso dal Brasile).

Elenco dei 12 Paesi dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC)

SCENARI FUTURI
Un embargo petrolifero di Washington contro Caracas ridurrebbe subito il regime in ginocchio. E si tratta di una prospettiva probabile da parte americana.

Un’operazione militare avrebbe lo stesso effetto ma in più peggiorerebbe i rapporti con tutti i Paesi dell’America Latina che hanno già sperimentato l’interventismo armato a stelle e strisce. Un’evento del genere potrebbe spingere gli attori regionali a contestare l’atto tirandosi fuori da una possibile cooperazione o addirittura in casi estremi, poco probabili, non a sostegno di Maduro ma a sostegno e difesa della sovranità venezuelana.

La speranza del governo americano è che la pressione diplomatica unita a quella popolare induca a cominciare un percorso di transizione post-madurista. Difficile da immaginare se ai militari non verranno garantite l’amnistia e la possibilità di godere almeno in parte delle ricchezze accumulate in un quindicennio di traffici.

Per adesso le proteste e il sentimento più forte di protesta si sta affievolendo proprio a causa dei dissidenti che fuggono e delle restrizioni.

I più informati ricorderanno il risultato del referendum costituzionale turco di Erdogan vinto non con molto distacco. Bene, questo risultato è stato favorito senz’altro dall’esilio o dall’arresto di molti oppositori successivamente al tentato golpe di una parte dell’esercito.

Non bisognerà stupirsi quindi se domani in Venezuela nei sondaggi saranno aumentati i sostenitori a Maduro.

RESTA UN SOGNO NEL CASSETTO… (?)
…il sogno del politico e generale venezuelano Simón Bolívar che contribuì all’indipendenza e fu presidente del Venezuela, del Perú, della Bolivia e della Gran Colombia. L’ultima tornata elettorale possiamo considerarla anche come un termometro dell’umore popolare. Il dato che si segnala è la stanchezza dei venezuelani verso la rivoluzione bolivariana.

Ritratto di Simón Bolívar

Chávez in 14 anni ha cambiato il paese, ponendo le classi più povere al centro della sua azione politica e conquistandosi la loro devozione. Questo modello che ha funzionato fino a quando i prezzi record del petrolio permettevano di non preoccuparsi della spesa pubblica e fino a quando la rivoluzione non si è incancrenita.

Oggi in Venezuela non sono rari i black out, scarsità di generi alimentari, l’inflazione oltre il 20% e il deficit pubblico ha assunto dimensioni preoccupanti.

Altri due fenomeni piegano il Paese: la corruzione e la violenza, che ultimamente hanno assunto dimensioni preoccupanti portando il Venezuela nelle posizioni di testa delle rispettive classifiche.

Comunque vada per Maduro le strade percorribili sono solamente due: 
1) continuare a sostenere la rivoluzione bolivariana nel continente, malgrado i fondi per sussidiare gli alleati scarseggino;
2) oppure proseguire nella ricerca del disgelo con gli Stati Uniti, autorizzato dallo stesso Hugo Chávez negli ultimi mesi della sua vita

Buon compleanno Giulio

Buon compleanno Giulio

Giulio Regeni avrebbe compiuto oggi trent’anni. Non sarà così per il giovane ricercatore friulano, torturato e ucciso al Cairo in circostanze ancora per certi versi misteriose. Cronaca di una storia infinita, di una vicenda che dopo quasi ben due anni è riuscita a far parlare la professoressa di Giulio. Che tuttavia forse, ancor oggi, tace e ci lascia brancolare, tanto per cambiare, nel buio investigativo e nel silenzio più torbido.

Oggi avrebbe compiuto trent’anni un ragazzo, ormai uomo, innamorato della vita e della ricerca. Degli studi e del lavoro. Dell’impegno quotidiano e di realtà leggermente differenti dalla nostra. Dall’altra parte, ricordando Giulio, constatiamo invece un presente nazionale denso di una campagna elettorale così brutta eppur divertente, senza vincitori né vinti, con un mercato delle promesse che non bada a spese. Tra una dentiera, promesse pensionistiche da mille euro al mese, bonus una tantum, abolizioni da svariati miliardi e assistenzialismo che cancella dall’agenda politica la parola lavoro, tanto chiacchierata quanto dimenticata nelle dinamiche e nelle proposte dell’offerta politica nazionale.

Ecco perché, proprio oggi, ricordare Giulio conta di più. Conta ricordare l’impegno e la dedizione che ha impiegato non solo nella propria attività di ricerca, ma anche nella voglia di scoprire e interpretare la realtà senza la presunzione del sentirsi arrivati o peggio ancora, onnipotenti. Ecco perché resta bello ma soprattutto doveroso ricordarlo. Perché faccio parte di quella frangia generazionale che vorrebbe in campo più Regeni e meno Di Maio. Più desiderio di politiche attive sul lavoro che rassicurazioni pantofolaie come redditi di dignità o di chissà quale altro nominativo. Che non cambia comunque la sostanza delle cose. La sostanza di una politica fondata sulla paura e al tempo stesso su una rassicurazione che puzza di deleghe ed inerzia quotidiana.

Giulio Regeni, voglio ancora ripeterlo, avrebbe oggi compiuto trent’anni. La sua storia ci ha insegnato a non dimenticare che, giorno dopo giorno, in Egitto, a chiunque possono succedere cose simili se non identiche a quanto accaduto quel 25 gennaio 2016. Così drammatico ma in grado di aprirci ulteriormente gli occhi. Di ricordarci il silenzio italiano. Quel silenzio che si piega a beffarde dinamiche geopolitiche e interessi economici difficili da spodestare dinanzi alla bilancia delle priorità di un governo nazionale.

Resta tuttavia il sorriso di Giulio, nonché la caparbietà di chi ancora continua a crederci, e lotta per donare a Regeni la verità vera. Una lotta che continuerà, ora e ancora. Per i prossimi compleanni, per impedire di farlo morire più volte. Perché una può bastare e perché non vi è morte peggiore che quella della dimenticanza e dell’assenza di chiarezza. Una chiarezza che bisogna continuare a chiedere. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, compleanno dopo compleanno.

A Claudio, Paola e Giulio Regeni

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Cosa aspettarsi se le cose cadono a pezzi

Da un po’ di tempo i funzionari USA sono d’accordo con la famosa affermazione di Mao Zedong sui rapporti tra Cina e Corea del Nord: i due paesi sono come “labbra e denti”Pyongyang dipende principalmente da Pechino per l’energia, il cibo e la maggior parte del suo magro commercio con il mondo esterno, proprio per questo motivo le amministrazioni statunitensi hanno cercato di arruolare i cinesi nei loro tentativi di denuclearizzare la Corea del Nord. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su questa base logica, ha supplicato un aiuto cinese alternando minacce di provvedimenti per un impegno maggiore. Allo stesso modo, i policymakers hanno ipotizzato che un collasso o un conflitto con gli Stati Uniti della Corea del Nord, avrebbe spinto la Cina a sostenere il suo caro cliente da lontano e a schierare le sue truppe lungo il confine per impedire che una crisi umanitaria la coinvolgesse.

Ma questa teoria è pericolosamente obsoleta. Negli ultimi due decenni, le relazioni Cina-Corea del Nord sono peggiorate drasticamente dietro le quinte, poiché la Cina è stanca dell’insolente vicino e ha rivalutato i propri interessi sulla penisola. Oggi la Cina non è più legata alla sopravvivenza della Corea del Nord. In caso di un conflitto o del collasso del regime, le forze cinesi interverrebbero in misura non prevista in precedenza, non per proteggere il presunto alleato di Pechino, ma per tutelare i propri interessi.

Nell’attuale ciclo di provocazione e di escalation, capire dove si regge realmente la Cina nella Corea del Nord non è un esercizio accademico. Lo scorso luglio, la Corea del Nord ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere la costa occidentale statunitense. E a settembre, ha fatto esplodere una bomba all’idrogeno 17 volte più potente di quella lanciata su Hiroshima. La retorica americana, nel frattempo, ha infiammato la situazione. Trump ha preso in giro il leader nordcoreano Kim Jong Un definito “Little Rocket Man”, ha minacciato la Corea del Nord dicendo che “non sarà ancora per molto tra i piedi” e ha annunciato che “le soluzioni militari sono ora completamente a posto, bloccate e caricate”. Con queste minacce, gli Stati Uniti hanno portato i loro bombardieri a lunga gittata e le loro navi militari vicino alla Corea del Nord.

La reale possibilità del caos sulla penisola significa per gli Stati Uniti che è necessario aggiornare il loro approccio sui moventi di Pechino. Nel caso di un’escalation, la Cina probabilmente cercherà di impadronirsi dei punti chiave, compresi i siti nucleari della Corea del Nord. La presenza su vasta scala di truppe americane e cinesi nella penisola coreana solleverebbe il rischio di una guerra in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti, cosa che nessuna delle due parti vuole. Ma viste le deboli relazioni di Pechino con Pyongyang e le preoccupazioni cinesi riguardo al programma nucleare della Corea del Nord, le due grandi potenze potrebbero trovare un terreno comune sorprendente. Con un po’ di lungimiranza, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il rischio di un conflitto accidentale e sfruttare il coinvolgimento cinese per ridurre i costi e la durata di una seconda guerra coreana.

AGGIORNARE I DATI

A differenza di quello che la saggezza convenzionale possa pensare, la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord a denuclearizzarsi a causa delle sue stesse insicurezze. Questo pensiero si basa su tre presupposti: che Cina e Corea del Nord sono alleati, che la Cina teme l’instabilità della penisola e il problema dei rifugiati che ne può risultare, e che Pechino ha bisogno che la Corea del Nord sopravviva come stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, un alleato chiave degli Stati Uniti. Queste ipotesi erano vere 20 anni fa, ma da allora le visioni di Pechino si sono evolute in modo significativo.

Xi a Pechino, ottobre 2015

Xi a Pechino, ottobre 2015

La Cina e la Corea del Nord hanno goduto a lungo di una vicinanza nata dalla reciproca dipendenza. Appena un anno dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Pechino venne in aiuto del suo vicino comunista alle prime armi durante la guerra di Corea. Per prevenire la futura “aggressione” contro Pyongyang, i due firmarono un patto di mutua difesa nel 1961. E quando la fine della Guerra Fredda depredò la Corea del Nord del suo benefattore sovietico, Pechino intervenne per fornire assistenza economica e militare. Ma oggi, la Cina e la Corea del Nord difficilmente possono essere caratterizzati come amici, per non parlare degli alleati. Il presidente cinese Xi Jinping non ha mai nemmeno incontrato Kim e, secondo gli studiosi cinesi con accesso governativo o legami con il Partito comunista cinese, disprezza il regime nordcoreano. La voce nei circoli di politica estera cinese è che persino l’ambasciatore cinese a Pyongyang non ha incontrato Kim.

Xi ha dichiarato pubblicamente che il trattato del 1961 non si applicherà se la Corea del Nord provoca un conflitto, uno standard facilmente raggiunto. Nei miei viaggi in Cina negli ultimi dieci anni per discutere della questione nordcoreana con accademici, responsabili politici e funzionari militari, nessuno ha mai sollevato il trattato o l’obbligo cinese di difendere la Corea del Nord. Invece, i miei colleghi cinesi [] raccontano del deterioramento della relazione e degli sforzi di Pechino nel prendere le distanze da Pyongyang, un cambiamento che suggerisce che un sondaggio di opinione pubblica del Global Times suggerisce un ampio sostegno. Come ha sostenuto lo studioso cinese Zhu Feng in Foreign Affairs, rinunciare alla Corea del Nord sarebbe popolare a livello nazionale e strategicamente concreto.

In effetti, le relazioni bilaterali sono diventate così gravi che gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) mi hanno suggerito in riunioni private che Pechino e Pyongyang potrebbero non prendere la stessa parte in caso di una nuova guerra coreana. I militari cinesi presumono che saranno contrari a sostenere le truppe nordcoreane. La Cina si sarebbe impegnata non a difendere il regime di Kim, ma a modellare una penisola post-Kim a suo piacimento.

Queste politiche si sono mosse di pari passo alla crescente fiducia della Cina sulle sue capacità e sull’influenza regionale. La filosofia cinese non è più dominata dalla paura dell’instabilità coreana e dalla conseguente crisi dei rifugiati. La pianificazione di emergenza del PLA si era precedentemente concentrata sulla chiusura del confine o sulla creazione di una zona cuscinetto per trattare con i rifugiati. In effetti, per decenni, probabilmente tutte le forze cinesi potevano sperare di ottenere. Ma negli ultimi 20 anni, l’esercito cinese si è evoluto in una forza molto più sofisticata modernizzando le sue attrezzature e riformando la sua struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cina ora ha la capacità di gestire simultaneamente l’instabilità ai suoi confini e condurre importanti operazioni militari sulla penisola.

Se il regime di Kim crollasse, la Polizia armata popolare, che ha circa 50.000 persone nelle province nord-orientali della Cina, sarebbe probabilmente incaricata di proteggere il confine e gestire l’afflusso previsto di rifugiati nordcoreani, liberando il PLA per operazioni di combattimento più a sud. La Cina ha attualmente tre “gruppi armati” nel Northern Theatre Command, uno dei cinque comandi teatrali del PLA, che confina con la Corea del Nord. Ognuno di questi eserciti è composto da 45.000 a 60.000 soldati, oltre alle brigate dell’esercito e delle forze speciali. E se fosse necessario, la Cina potrebbe anche estrarre le forze dal suo Central Theater Command e mobilitare l’aviazione in modo più esteso. Quando la Cina riorganizzò le sue regioni militari in “zone di guerra” nel febbraio 2016, incorporò la provincia dello Shandong nel suo Northern Theater Command, anche se non è contiguo al resto del comando, molto probabilmente perché i leader militari richiederebbero l’accesso al litorale per schierare le forze in Corea del Nord via mare. Gli ultimi due decenni di modernizzazione e riforma militare, insieme ai vantaggi geografici della Cina, hanno assicurato che l’esercito cinese sarebbe stato in grado di occupare rapidamente gran parte della Corea del Nord, prima che i rinforzi USA potessero schierarsi in Corea del Sud per prepararsi ad un attacco.

Kim saluta in Pyongyang, Luglio 2013

In passato, parte di ciò che spiegava l’attaccamento della Cina alla Corea del Nord era l’idea che quest’ultimo servisse da cuscinetto tra la Cina e un tempo capitalista ostile, e successivamente democratico, la Corea del Sud. Ma l’accresciuta potenza e il peso della Cina hanno completamente eliminato quella logica. Pechino potrebbe essere stata in precedenza diffidente nei confronti di una Corea riunificata guidata da Seoul, ma non più. Alcuni eminenti studiosi cinesi hanno iniziato a sostenere l’abbandono di Pyongyang in favore di una migliore relazione con Seoul. Anche Xi è stato sorprendentemente esplicito sul suo sostegno alla riunificazione coreana a lungo termine, anche se attraverso un processo di pace incrementale. In un discorso del luglio 2014 all’Università Nazionale di Seoul, Xi ha affermato che “la Cina spera che entrambe le parti della penisola miglioreranno le loro relazioni e sosterranno l’eventuale realizzazione di una riunificazione indipendente e pacifica della penisola”.

Tuttavia, il calcolo cinese sulla Corea del Sud non è completamente cambiato. L’entusiasmo per la riunificazione ha raggiunto il picco tra il 2013 e il 2015, quando il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha dato la priorità alle relazioni bilaterali con Pechino. Ma dopo un test nucleare all’inizio del 2016 da parte della Corea del Nord, Seoul ha rafforzato la sua alleanza con Washington e ha accettato di dispiegare il THAAD, un sistema di difesa contro i missili balistici, causando costernazione tra i funzionari cinesi che il loro fascino offensivo non stava ottenendo abbastanza trazione. La principale preoccupazione della Cina rimane la prospettiva delle forze statunitensi in una Corea riunificata. Anche se la Cina sostiene ancora la riunificazione della Corea, vuole anche modellarne i termini. E il suo approccio dipenderà probabilmente dallo stato delle sue relazioni bilaterali con la Corea del Sud.

CHE COSA VUOLE REALMENTE LA CINA

Dati i costi di una guerra nella penisola coreana, i pianificatori statunitensi hanno a lungo pensato che la Cina avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di impigliarsi in una grande conflagrazione che coinvolgesse le forze sudcoreane e statunitensi. Un intervento della Cina avrebbe portato i politici a presumere che Pechino avrebbe limitato il suo ruolo nella gestione dei rifugiati vicino al confine o sostenendo il regime di Kim da una distanza attraverso aiuti politici, economici e militari. Ad ogni modo, Washington riteneva che il ruolo della Cina non avrebbe avuto un impatto significativo sulle operazioni statunitensi.

Questo non è più un presupposto sicuro. Invece, Washington deve riconoscere che la Cina interverrà estensivamente e militarmente sulla penisola se gli Stati Uniti sembrano pronti a spostare le proprie forze verso nord. Questo non vuol dire che la Cina intraprenderà un’azione preventiva. Pechino cercherà ancora di impedire a entrambe le parti di condurre tutti sulla via della guerra. Inoltre, se un conseguente conflitto fosse limitato a uno scambio di missili e attacchi aerei, la Cina sarebbe probabilmente rimasta fuori. Ma se i suoi tentativi di dissuadere gli Stati Uniti dall’escalation della crisi a una grande guerra fallita, Pechino non esiterebbe a inviare considerevoli forze cinesi nella Corea del Nord per garantire che i suoi interessi fossero presi in considerazione durante e dopo la guerra.

La probabile determinazione strategica della Cina in una guerra coreana sarebbe guidata in gran parte dalle preoccupazioni per l’arsenale nucleare del regime di Kim, un interesse che costringerebbe le forze cinesi ad intervenire precocemente per ottenere il controllo sugli impianti nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Shen Zhihua, un esperto cinese sulla Corea del Nord, “Se una bomba nucleare coreana esplodesse, chi sarà la vittima della fuga nucleare e delle ricadute? Sarebbe la Cina e la Corea del Sud. Il Giappone è separato da un mare e gli Stati Uniti sono separati dall’Oceano Pacifico “.

La Cina è ben posizionata ad affrontare la minaccia. Sulla base delle informazioni fornite dalla Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione no-profit statunitense, se le forze cinesi si spostassero per 100 chilometri (circa 60 miglia) attraverso il confine verso la Corea del Nord, controllerebbero il territorio che contiene tutti i siti nucleari con la priorità più alta del paese e due terzi di i suoi siti missilistici con la priorità più alta. Per i leader cinesi, l’obiettivo sarebbe quello di evitare la diffusione della contaminazione nucleare, e sperano che la presenza di truppe cinesi in queste strutture possa prevenire una serie di scenari spaventosi: la Cina potrebbe prevenire incidenti negli impianti; dissuadere gli Stati Uniti, la Corea del Sud o il Giappone dallo sciopero; e impedisci ai nordcoreani di usare o sabotare le loro armi.

Pechino è anche preoccupata che una Corea riunificata possa ereditare le capacità nucleari del Nord. I miei interlocutori cinesi sembravano convinti che la Corea del Sud voglia armi nucleari e che gli Stati Uniti sostengano quelle ambizioni. Temono che se il regime di Kim cadrà, l’esercito sudcoreano si impadronirà dei siti e dei materiali nucleari del Nord, con o senza la benedizione di Washington. Sebbene questa preoccupazione possa sembrare inverosimile, l’idea di andare al nucleare ha guadagnato popolarità a Seul. E il principale partito di opposizione ha chiesto agli Stati Uniti di ridistribuire le armi nucleari tattiche nella penisola, un’opzione che l’amministrazione Trump è stata riluttante a escludere .

Al di là delle preoccupazioni sul nucleare, la posizione della Cina sulla Corea del Nord si è spostata come parte della sua più generale asserzione geopolitica sotto Xi. A differenza dei suoi predecessori, Xi non è timido riguardo alle grandi ambizioni della Cina. In un discorso di tre ore e mezza pronunciato in ottobre, ha descritto la Cina come “un paese forte” o “un grande paese” 26 volte. Questo è ben lontano dal detto che uno dei suoi predecessori, Deng Xiaoping, preferiva: “Nascondi le tue forze, aspetta il tuo tempo”. Sotto Xi, la Cina sta sempre più assumendo il ruolo di una grande potenza, e ha spinto per le riforme militari per garantire che il PLA possa combattere e vincere guerre future.

Più importante, una guerra nella penisola coreana rappresenterebbe una cartina di tornasole della competizione regionale della Cina con gli Stati Uniti. In effetti, le preoccupazioni cinesi circa l’influenza futura di Washington spiegano meglio perché la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord nella misura in cui l’amministrazione Trump vuole. La Cina non rischierà l’instabilità o la guerra se il risultato potrebbe essere un ruolo più ampio degli Stati Uniti nella regione. Detto questo, la Cina non si sente più a suo agio seduta ai margini. Come un ufficiale del PLA mi ha chiesto, “Perché gli Stati Uniti dovrebbero esserci ma non noi?” Per questa ragione, solo studiosi cinesi e leader militari sostengono che la Cina dovrà essere coinvolta in qualsiasi contingenza sulla penisola.

Soldatesse nordcoreane pattugliano lungo le rive del fiume Yalu, vicino alla città nordcoreana di Sinuiju

LAVORARE INSIEME

La linea di fondo, quindi, è che Washington dovrebbe assumere che qualsiasi conflitto coreano che coinvolga operazioni militari su larga scala innescherà un significativo intervento militare cinese. Ciò non significa che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di dissuadere la Cina: una tale risposta quasi certamente fallirebbe e aumenterebbe le possibilità di uno scontro militare diretto tra le forze cinesi e statunitensi. Le mosse che potrebbero danneggiare il rapporto tra Pechino e Washington ostacolerebbero anche la pianificazione o il coordinamento delle contingenze prima e durante una crisi, aumentando i rischi di errori di calcolo.

Invece, Washington deve riconoscere che alcune forme di intervento cinese sarebbero effettivamente vantaggiose per i suoi interessi, specialmente per quanto riguarda la non proliferazione. In primo luogo, i funzionari statunitensi dovrebbero notare che le forze cinesi probabilmente arriveranno nei siti nucleari della Corea del Nord molto prima delle forze statunitensi, grazie ai vantaggi in termini di geografia, forza fisica, manodopera e accesso agli indicatori di allarme precoce. Questa è una buona cosa, dal momento che ridurrebbe la probabilità che il regime al collasso di Pyongyang utilizzi armi nucleari contro gli Stati Uniti o i loro alleati. La Cina potrebbe anche dimostrarsi utile identificando i siti nucleari (con l’assistenza dell’intelligence statunitense), assicurando e tenendo conto del materiale nucleare in quei siti, e infine invitando esperti internazionali a smantellare le armi.

Nel frattempo, più di ogni altra cosa, i politici statunitensi devono cambiare mentalità per considerare il coinvolgimento della Cina come un’opportunità anziché come un limite alle operazioni statunitensi. Ad esempio, l’esercito americano e i marines devono accettare che, sebbene la sicurezza degli impianti nucleari sia attualmente una missione chiave in Corea del Nord in caso di conflitto, essi dovranno cambiare i loro piani se i cinesi arrivassero per primi.

A livello politico, Washington deve essere disposta a correre rischi maggiori per migliorare il coordinamento con la Cina in tempo di pace. Ciò potrebbe significare una consultazione bilaterale con Pechino, anche se ciò sarebbe in conflitto con la preferenza di Seoul di tenere la Cina a distanza nel mercato. Certo, una condivisione d’intelligence con la Cina nel pianificare e addestrare congiuntamente le contingenze sembrerebbe innaturale, dal momento che gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in una competizione strategica a lungo termine con la Cina. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considera la Cina una delle sue prime cinque minacce globali, insieme a Iran, Corea del Nord, Russia e organizzazioni estremiste. Ma le sfide strategiche e le gravi minacce spesso mettono in contatto potenziali avversari. Con la Corea del Nord di mezzo, gli Stati Uniti avrebbero più risorse a disposizione per affrontare altre minacce.

Certamente, un tale sforzo di cooperazione richiederebbe un grado elevato di coordinamento. La Cina si è a lungo opposta alle discussioni con gli Stati Uniti su come si sarebbe comportata in caso di un conflitto nella penisola coreana o nel crollo del regime nordcoreano a causa della sua sfiducia nei confronti delle intenzioni degli Stati Uniti e dei timori che Washington avrebbe usato quelle conversazioni per sabotare Pechino tenta di risolvere pacificamente la crisi nucleare. Ma la Cina sembra attenuare la sua posizione. In un op-editor di settembre nel Forum per l’Asia orientale Jia Qingguo, professore all’Università di Pechino, ha affermato che la Cina dovrebbe cooperare con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, in particolare sulla questione dell’arsenale delle armi nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Jia, “I presagi di guerra nella penisola coreana appaiono più grandi di giorno in giorno. Quando la guerra diventerà una possibilità reale, la Cina dovrà essere preparata. E con questo in mente, la Cina deve essere più propensa a considerare i colloqui con i paesi interessati sui piani di emergenza “.

Se Pechino continua a resistere alle proposte per lavorare insieme, Washington dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di comunicare unilateralmente gli aspetti dei piani di emergenza degli Stati Uniti per ridurre il rischio di scontri accidentali. Potrebbe persino fornire al lato cinese l’intelligence per aiutare il PLA a proteggere le più importanti strutture nucleari. In alternativa, i due paesi potrebbero utilizzare meccanismi stabiliti per la cooperazione in materia di sicurezza nucleare nel settore civile, come il Centro di eccellenza sulla sicurezza nucleare istituito congiuntamente o organizzazioni come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per condurre una formazione tecnica. Nessun paese ha più esperienza nello smantellare e proteggere le armi nucleari degli Stati Uniti. Sebbene la Cina abbia la manodopera per impossessarsi del controllo dei siti, non è chiaro se abbia le competenze necessarie per rendere sicuri, i trasporti, o distruggi armi nucleari e materiale. La condivisione delle migliori pratiche contribuirebbe a garantire che la Cina possa gestire in sicurezza ciò che troverà in questi siti.

Ogni strategia ha i suoi compromessi. Coordinare o concedere il coinvolgimento cinese in una contingenza coreana ha un certo numero di aspetti negativi, come i critici sono tenuti a sottolineare. Per cominciare, i sudcoreani si oppongono completamente all’idea di un coinvolgimento cinese sulla penisola, per non parlare degli stivali cinesi sul terreno. Le mosse degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi con la Cina danneggerebbero le relazioni degli Stati Uniti con Seoul , anche se il vantaggio di gestire la scomparsa della Corea del Nord a un costo inferiore sarebbe valsa la pena.

Potenzialmente più preoccupante è il fatto che l’intervento cinese nella Corea del Nord comporterebbe la perdita di qualche influenza degli Stati Uniti sull’insula della penna. A un livello fondamentale, la Cina agirà non per aiutare gli Stati Uniti ma per assicurare che una Corea riunificata non escluda le truppe statunitensi. Ma potrebbe non essere così male, dopo tutto. In franche discussioni, gli interlocutori cinesi hanno insinuato che Pechino potrebbe ancora aderire a un’alleanza degli Stati Uniti con una Corea riunificata. In tal caso, la fine di una presenza militare statunitense permanente nella penisola sarebbe un prezzo ragionevole da pagare per garantire che una seconda guerra coreana avesse il miglior risultato possibile.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di per Foreign Affair qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

In Arabia Saudita sta avvenendo un “Game of Thrones”

[In copertina: Re Salman di Arabia Saudita, a sinistra, parla con suo figlio, il principe ereditario, Mohammed Bin Salman, a Riyadh, Fonte qui]

Nel weekend, il principe al trono dell’Arabia Saudita ha annunciato l’arresto di 11 principi, tra cui alcuni dei più noti uomini d’affari del regno. Ha anche annunciato numerosi cambiamenti tra i ministri al governo, inclusa la creazione di un potente comitato anticorruzione. Perché? È stato un colpo di stato? La risposta ad un tentato golpe? O una sorta di purga?

Dietro a questi eventi c’è la progressiva centralizzazione del potere nelle mani del principe al trono Mohammed bin Salman, uno dei figli dell’attuale Re Salman. Negli ultimi due anni esso ha preso le redini degli aspetti chiave dell’economia e della sicurezza ed è emerso chiaramente come il più importante membro del governo. Il principe è anche vice primo ministro (appena sotto suo padre, il re, che è anche primo ministro) e ministro della difesa. Tutto questo all’età di 32 anni.

La continua appropriazione del potere ha dato vita ad una opposizione all’interno e all’esterno della famiglia reale saudita, e l’elevazione di Mohammed bin Salman a principe ereditario non fu votata all’unanimità quando i principi si incontrarono per approvarla. Nel sistema saudita, il potere viene tramandato tra i figli del fondatore del regno saudita, conosciuto come Ibn Saud, morto nel 1953. Questo rendeva il re più una figura primus inter pares che un monarca assoluto. Il secondo re del regno, Saud, venne costretto ad abdicare dai fratelli. L’ultimo re, Abdullah, fu a capo della Guardia Nazionale per decenni e dopo la sua morte fu il figlio Miteb bin Abdullah a prendere il suo posto; il principe Nayef ha servito come ministro dell’interno per 37 anni, per poi lasciare il posto al figlio; il principe Sultan è stato ministro della difesa per quasi mezzo secolo, e suo figlio Khalid suo vice.

Il principe ereditario Mohammed sta mettendo fine a tutto ciò, appropriandosi di alcune di queste cariche e cacciando altri da cariche che sembravano essere controllate in modo permanente da una parte della famiglia reale. Tutto il potere sta andando al suo ramo della famiglia reale – a suo padre, a se stesso e ai suoi alleati; uno dei suoi fratelli, ad esempio, è ora il nuovo ambasciatore saudita negli Stati Uniti.

Tra le mosse più rilevanti c’è stata la rimozione del principe Miteb – figlio e stretto consigliere del precedente re, Abdullah – dalla sua carica di capo della Guardia Nazionale. Non dovete essere dei fan di “Game of Thrones” per capire la logica di questa scelta: non lasciare mai che un potente rivale al trono tenga le mani su uno dei più importanti centri di potere militare del regno. Similmente, l’arresto dell’uomo più ricco del Paese, il miliardario e investitore internazionale Alwaleed bin Talal, non solo è servito a metterlo fuori gioco, ma anche a dare un segnale: nessuno è fuori portata.

Era possibile tramandare la carica di Re da fratello in fratello, in ordine di età, quanto c’erano solamente 36 fratelli adulti, ed è così che i sauditi hanno fatto dal 1953 fino alla salita al potere di Re Salman, nel 2015. Sarebbe impossibile governare in questa maniera oggigiorno, essendoci letteralmente centinaia di principi aventi diritto di successione al trono. Il principe Mohammed sta probabilmente portando avanti il suo desiderio di stabilire una unica linea di successione, che includa solamente i discendenti di suo padre, Re Salman. Per fare ciò, esso avrà bisogno del pieno potere.

Recentemente ho chiesto ad un amico saudita perchè re Salman ha scelto il principe ereditario Mohammed come suo successore, dato che non è il suo figlio più grande. La risposta è stata: ” Il re pensa che Mohammed sia il più tenace. Che premerà il grilletto quando ce ne sarà bisogno.” Questo weekend Mohammed ha fatto proprio questo.

Ma perché portare avanti un’azione così rapida anziché una lenta ma continua serie di cambiamenti? La risposta non è ancora chiara. Alcuni osservatori sauditi credono che un tentativo di golpe è stato scoperto o è iniziato, e il principe Mohammed l’ha interrotto. Tutti i sospettati di averne preso parte sono stati adesso purgati. Un incidente in elicottero è avvenuto la scorsa domenica lungo il confine con lo Yemen, uccidendo un principe e numerosi ufficiali, portando molti a chiedersi se davvero si è trattato di un incidente. Nel frattempo, tutti gli arrestati sono detenuti all’hotel Ritz-Carlton, a Ryadh. Solo in Arabia Saudita un Ritz-Carlton può essere usato come prigione.

Un’altra teoria suggerisce che re Salman, che ha 81 anni e non gode di ottima salute, potrebbe presto abdicare, e il principe al trono Mohammed sta agendo ora, mentre suo padre è re, rimuovendo ogni rivale e critico.

Ma questo accentramento del potere è una buona cosa per gli Stati Uniti, o persino per l’Arabia Saudita? Questa domanda riceverà risposta solo a posteriori, tra una decina d’anni. Ciò che è chiaro adesso, tuttavia, è che il principe Mohammed ha annunciato ambiziose riforme economiche e sociali, dal permettere alle donne di guidare e partecipare con gli uomini agli eventi sportivi negli stadi, a vendere parte degli assett principali del regno, come la società petrolifera Aramco, fino a sfidare l’ideologia dei religiosi wahhabiti. Sembra che il principe sia convinto che queste azioni richiedano un potere assoluto, che gli consentano sia di vincere ogni opposizione che di portare il giovane ma ineducato popolo saudita (la metà dei cittadini ha meno di 25 anni) nel 21esimo secolo.

Il principe al trono Mohammed ha parlato di una Arabia Saudita più moderna, almeno per ciò che riguarda il ruolo della religione e dei diritti delle donne. Il mese scorso esso ha parlato di “un Islam moderato aperto al mondo e a tutte le religioni.” Nessun cenno però a maggiore liberta politica e democrazia. Anzi, un forte repressione è stata portata avanti negli ultimi due anni, inclusi lunghi tempi di detenzione per alcuni tweet che criticavano le autorità saudite. Il messaggio dal palazzo è chiaro: salite a bordo o ne pagherete il prezzo. Questo messaggio non vale solo per i cittadini del regno, ma anche per i membri della famiglia reale.

Pochi dubitavano delle ambizioni del principe Mohammed. Adesso saranno sicuramente certi della sua determinazione. Quelli che pensano che fallirà, o sperano che lo faccia, sono stati avvisati. Il modernizzatore pensa che la strada davanti sia quella di una monarchia assoluta. Toglietevi di mezzo.


[Traduzione dall’originale: Game of Thrones’ Comes to Saudi Arabia di Elliot Abrams per “The New York Times” Fonte qui]

Esiste una soluzione per la Macedonia?

Esiste una soluzione per la Macedonia?

[In copertina: manifestazione in Macedonia. Fonte: realclearworld.com ]

Appena entrati nella FYROM, l’interclusa Repubblica dei Balcani compie uno sforzo di non poco conto nel ricordare che la Macedonia è esattamente lì dove ti trovi. Tutte le svariate asserzioni sull’identità macedone risulteranno gradevoli come la sua bandiera, un esuberante sole a raggiera dicromo meglio noto come il Sole della Libertà.

Le medesime possono presentarsi sgargianti come la lascivia ristrutturazione in stile Las Vegas del centro storico di Skopje, o possono addirittura prendere una forma piumosa, come il pavone lasciato libero di vagare alla frontiera con la Grecia. Il pennuto incede impettito in quell’idillio, tra gli indistinti monti dei laghi di Ocrida e Prespa in lontananza, e lo stretto fossato dove gli ufficiali frontalieri si infilano per ispezionare i veicoli in transito. (Il pavone è un simbolo nazionale, o qualcosa di simile).

Quando gli orpelli di una statualità indipendente risultano particolarmente fragili, spesso i simboli della nazionalità emanano più luce. È la lezione dei Balcani, e in particolar modo della Macedonia – un granello di Stato i cui territori sono stati da sempre contestati. Con la sfaldatura di secoli di controllo imperiale Ottomano cominciata nel XIX secolo, la “Questione Macedone” divenne tra le controversie più sanguinose e difficili da gestire, con in campo battaglie etniche in ultima analisi intraprese per manipolazioni di potenze straniere, come Gran Bretagna e Germania. Attualmente, a creare tensioni che potrebbero minare il controllo territoriale di Skopje è l’Albania; in passato è stata la Grecia ad opporsi attivamente al nome stesso del paese, portando alla bizzarra denominazione ufficiale di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”; mentre, negli anni ‘90, le proteste scoppiate ad Atene costrinsero Skopje a cambiare la propria bandiera. Troppo da gestire, per un paese di 2,1 milioni di abitanti. La storia della FYROM rimane oltremodo confusa, e risulta perciò facile per un viaggiatore comprendere il motivo per cui gli sfoggi di una capitale come Skopje tendono all’esuberante. Si tratta in un certo senso della celebrazione di ciò che il paese agogna a diventare: uno stato-nazione stabile al pari dei suoi consimili europei.

E a tale scopo, la Macedonia sa di aver bisogno di un aiuto dall’esterno. Ma le dispute regionali l’hanno frenata, colpendo proprio al cuore dell’identità nazionale: la Grecia, contrariata per il nome del paese, ha chiuso le porte della NATO proprio quando un invito alle procedure di ingresso sembrava prossimo, e insieme alla Bulgaria ha messo i freni anche all’ingresso nell’Unione Europea. Dieci anni dopo, tutti i paesi limitrofi risultano virtualmente molto più prossimi all’obiettivo NATO o a quello europeo (o a entrambi), in un’area dove una sorta di integrazione euro-atlantica è ritenuta vitale al consolidamento
nazionale.

Successivamente, la Macedonia ha cominciato a frenarsi da sola. In carica da circa dieci anni (a partire dal 2006), il governo dell’ex Primo Ministro Nikola Gruevski ha portato al degrado le istituzioni del paese, chiudendosi nei propri palazzi e mettendo sotto assedio la libertà di stampa, mentre rigonfiava l’apparato burocratico nazionale in modo da ottenere maggiore fedeltà al partito, il VMRO-DPMNE (Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone – Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Ad ogni modo, in seguito ad uno smaccato cambio di politica verso un nuovo governo, avvenuto questa estate, d’improvviso la Macedonia è apparsa molto meglio preparata a portare avanti il processo di integrazione europea. L’Occidente ritiene oggi che è nel suo stesso interesse avere buoni rapporti con Skopje.

Un cammino tortuoso

Il nuovo governo macedone, guidato dal devoto filo-occidentale Zoran Zaev (Unione Socialdemocratica di Macedonia – partito di centro-destra), ha davanti a sé un cammino alquanto tortuoso per reggere un potere piuttosto fragile.

Appena un decennio fa, la Macedonia si prestava benissimo ad un ruolo che simboleggiava progresso nei Balcani, tuttavia è stata rifiutata. Scampata appena alle guerre civili che hanno coinvolto i suoi vicini con la caduta della Jugoslavia, i macedoni elessero il governo di Gruevski sulla base di un cammino di riforme proiettato verso l’accesso all’Unione Europea
e alla NATO. Da ex ministro delle finanze con fare da tecnocrate, Gruevski era diventato un modello di potere politico altamente partitico e alimentato dal clientelismo, condito di fervore nazionalista. Gli analisti che ho avuto modo di incontrare a Skopje hanno descritto una situazione in cui l’impresa privata è tutta nelle mani delle élite – un destino toccato pure ai
più popolari canali di informazione, una situazione che ha costretto la maggior parte del giornalismo indipendente ad affidarsi a sostegni esterni. Il debito è salito alle stelle: la dimostrazione più evidente delle spese scellerate del VMRO è il tempio della pacchianeria del XXI secolo in Piazza Macedonia a Skopje, dove i moderni palazzoni sono stati ricoperti da bizzarre facciate neoclassiche dai costi esorbitanti.

Il precedente governo avrebbe potuto continuare il proprio percorso senza ostacolo alcuno, se non fosse per uno scandalo saltato fuori secondo cui, a quanto si dice, agenti dei servizi segreti avrebbero passato delle registrazioni ai socialdemocratici, allora all’opposizione. Tra le tante accuse, ve ne è una legata al coinvolgimento in brogli elettorali. Le indiscrezioni portarono a massicce proteste nel 2015, la nomina di un procuratore speciale, nuove elezioni, per arrivare infine alla formazione di un nuovo governo, guidato dai socialdemocratici con il supporto della coalizione dei partiti della minoranza etnica albanese.
In seguito al clamoroso attacco al Parlamento per mano dei sostenitori del VMRO, lo scorso maggio il vacillante presidente della Macedonia, Georgi Ivanov, ha approvato il mandato per un nuovo gabinetto. Zaev ha portato i socialdemocratici al potere, mentre Gruevski si ritrova adesso a respingere accuse che potrebbero portarlo a scontare ben 27 anni di carcere.

Nuovi scenari pericolosi

Nessuna delle considerazioni precedenti è intesa a prendere una posizione nelle politiche interne della Macedonia – piuttosto, le medesime dimostrano quanto velocemente le cose possano peggiorare. Skopje ha evitato per un pelo una guerra civile tra le fazioni etniche albanesi e macedoni, quando ha preso parte alla stesura dell’Accordo di Ocrida nel 2001 insieme a partner esterni. I principali partiti del paese si sarebbero volentieri scambiati il potere subito dopo le elezioni. L’intrinseco interesse macedone di ottenere il consenso occidentale nasce dalla necessità di solidificare le proprie istituzioni e di ammodernare la
propria economia. Le istituzioni occidentali sembrano garantire una via d’uscita alle fasi di transizione di Stati come quelli balcanici.

Quando le ambizioni NATO e UE della Macedonia giunsero allo stallo, l’Europa era in una fase diversa – un periodo in cui i pacifici confini della democrazia parevano protesi al solo progresso. Era la stessa fase in cui gli sforzi della Turchia di entrare nell’Unione venivano trattati con derisione e quando a paesi come Ucraina e Georgia veniva offerta la remota possibilità di entrare a far parte della NATO (facendo arrabbiare la Russia) ma senza fornire un chiaro piano di adesione. Come ha sottolineato Michael O’Hanlon, ciò ha reso i due paesi doppiamente vulnerabili. In effetti, con un minimo di premura in più, numerosi errori erano evitabili.

Attualmente i Balcani Occidentali sono tornati sulla scena e rappresentano la nuova sfida per i leader occidentali; per la Macedonia, in condizioni peggiori rispetto a dieci anni fa, sono state ipotizzate delle pessime soluzioni. La Questione Macedone è tornata alla ribalta negli ultimi anni, spogliata di qualsiasi contesto storico e conseguenza geografica, come si evince dalle parole del repubblicano Dana Rohrabacher (R-Calif.), il quale lo scorso febbraio ha dichiarato, ai microfoni di una rete televisiva albanese, che la Macedonia non è una nazione e che dovrebbe concedere il proprio territorio ai paesi limitrofi seguendo le linee etniche territoriali. Iterazioni in campo accademico di questa errata argomentazione sono state riciclate più volte negli ultimi mesi.

Il modo in cui l’etnicità ammanta l’intera mappa dei Balcani non è affatto semplice, da un punto di vista topografico o politico, ma la sua manifestazione risulta ancor più irruente quanto più il suo potere è messo in discussione. Il profondo rosso del drappo albanese tappezza le strade e i villaggi di tutto il nord-ovest della Macedonia, laddove la popolazione albanese risiede in maggioranza – molto più “rosso” e “profondo” di quanto se ne possa vedere nella stessa Albania. Esattamente come nella Repubblica Serba in Bosnia, dove il vessillo di tale entità costituzionale dominata dai serbi addobba le strade che perimetrano Sarajevo, capitale della Bosnia. Così si presentano le micro-realtà sulle linee di confine della civilizzazione.

E risulterebbe particolarmente facile giungere ad erronee conclusioni partendo da tali presupposti. La partizione etnica possiede una sorta di attrazione “ctonia”, che riemerge continuamente dalle profondità per offrire una nuova epifania, come se l’identità fosse scolpita nella roccia o come se le linee etniche fossero tracciate nitide e nette sulla mappa. L’ultima cosa di cui ha bisogno l’intera regione è una nuova revisione dei confini.

Di certo, in Macedonia ci sono ragioni a sufficienza da lasciar comprendere che la minoranza albanese ambirebbe ad una maggiore partecipazione all’interno dello Stato esistente, piuttosto che forgiare un’alleanza alternativa con l’Albania. Vorrebbe vedersi garantiti i propri diritti all’interno dello stato, il che spiega pure il motivo per cui nel 2001 l’Accordo di Ocrida ha fermato un conflitto crescente. Analogamente in Montenegro, il governo ha alla fine riconosciuto l’indipendenza del Kosovo nonostante una dura opposizione iniziale, ammettendo in questo modo di aver agito per i propri interessi. Al di là della retorica nazionalista, è probabile che la Serbia vorrebbe fare lo stesso.

Le aspirazioni etniche all’interno di un paese necessitano di un determinato contesto politico per potersi affermare, a meno che non siano tese a scatenare un conflitto. La Macedonia ha vissuto un prolungato periodo di transizione dal comunismo, in cui le élite economiche hanno instaurato una cleptocrazia, mentre le masse sono rimaste irreparabilmente povere, e in cui le deboli istituzioni hanno limitato l’ambito della democrazia a favore di una feroce competizione tra partiti politici per accaparrarsi il potere assoluto. Il fallimento dei processi di ingresso nella NATO e nell’Unione Europea rischia di provocare sfiducia e disillusione crescenti che potrebbero peggiorare ulteriormente le cose.

Nessuna soluzione semplice

L’Unione Europea non si trova oggi nella posizione di poter pensare ad una sua espansione, presa com’è dai suoi problemi interni, e di certo dovrebbe presentarsi come modello più solido prima di provare ad attrarre nuovi paesi nella propria orbita. I problemi che intercorrono tra l’UE e l’Est Europa delucidano al meglio la situazione: l’ultima cosa che Bruxelles si auspica in questo momento è di portare tra i propri membri paesi che traghetterebbero al Consiglio un nuovo Orban, un nuovo Szydlo, o un futuro Gruevski. E così rimarrà, tanto a lungo finché l’Unione Europea continuerà a considerarsi come un progetto civilizzazionale omnicomprensivo. Allo stesso modo in cui Bruxelles si scontra con Budapest sull’immigrazione, molti dei principi normativi che l’Unione esige dai suoi membri falliscono miseramente in condizioni come quelle in cui vessa Skopje. In ultima analisi, anche se il processo di adesione UE risulta lento, la tutela a lungo termine che garantisce è piuttosto considerevole.

La NATO avrebbe maggiore rapidità d’azione, nonostante il supporto ai propri membri risulti pressoché limitato. Un piano di adesione per la Macedonia era operativo qualche anno fa, e le forze armate macedoni erano considerate altamente competenti — probabilmente molto più di quelle montenegrine, che hanno aderito alla NATO di recente. Come ha fatto notare
O’Hanlon, la NATO è passata da un precedente ruolo di pura autodifesa, a una funzione attraverso la quale tenderebbe ad aprire un varco per tutta una serie di Stati, affinché questi possano migliorare i propri governi e portare a termine le proprie transazioni da politiche post-comuniste.

Non v’è nessun traguardo prossimo o alla portata. Ma un’opportunità per entrare in Occidente è stata offerta alla Macedonia, un paese che è interno all’Europa, a circa 1.000 km da Vienna. Se l’Europa non definisce appieno le proprie azioni nei Balcani, vi sono in verità già numerosi attori esterni pronti a farlo al posto suo.


[Traduzione e sintesi di Dino Buonaiuto. Analisi di Joel Weickgenant su RealClearWorld. Originale in inglese (13/08/2017) qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: 23 anni di silenzi ed ombre

[In copertina: Ilaria Alpi durante una registrazione. Fonte: ilariaalpi.it]

8507. Sono i giorni trascorsi dal duplice omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Una storia complessa e convoluta, dove i sentori della presenza della criminalità organizzata sono stati forti fin dai primi momenti, ma mai ritenuti valenti dagli organi preposti. 23 anni ci separano ormai dalla scomparsa della giornalista del TG3 e il fotografo/cineoperatore italiani, caduti vittima di un tragico leitmotiv in zone di guerra. Fucilati a bordo di una autovettura da un commando somalo, il quale se spinto da motivi economici o braccio armato di personalità corrotte non si è riusciti a verificare ed appurare senza dubbi.

 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia: prodromi storici e il caos della guerra civile

Gli anni a cavallo tra il 1980 e il 1990 furono particolarmente tormentati per la storia della Somalia. Il Corno d’Africa aveva da poco visto la conclusione della disastrosa Guerra dell’Ogaden del 1977. Il generale Siad Barre, allora presidente della Somalia, ruppe ogni indugio ed organizzò l’invasione della regione dell’Ogaden, a maggioranza somala ma sotto il dominio etiope. La dura sconfitta patita dalla Somalia si ripercosse sulla politica interna tanto che, a seguito dell’indebolimento fisico e politico del generale Barre, nella regione esplose la guerra civile, che tutt’oggi non può ritenersi conclusa.

I protagonisti della prima fase della guerra civile somala furono Ali Mahdi Mohamed, preminente figura dell’ala politica del USC (Congresso della Somalia Unita) e nominato Presidente della Repubblica, e Mohammed Farah Aidid, generale del USC e signore della guerra somalo.

Il nostro Paese si è mosso da sempre in Somalia, essendo stata una parte del fallimentare Impero Italiano. L’Italia intratteneva interessanti rapporti con il regime di Siad Barre, con il quale furono inviati aiuti di Stato ed anche poco chiari aiuti economici. Il 19 Gennaio 1986 il Fondo d’Aiuti Italiano, per ordine del suo Commissario Francesco Forte, versò nelle casse somale 400 miliardi di lire come aiuto allo sviluppo. Rilevante nella storia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin fu la donazione di 6 pescherecci alla società Shifco, i quali furono al centro di un’indagine per traffico internazionale di armi e rifiuti tossici.

Il duplice omicidio

La presenza della Alpi e Hrovatin in Somalia sarebbe collegata proprio alle loro indagini sugli insoliti movimenti di questo possibile traffico illecito. Solo 4 mesi prima in Somalia, Vincenzo Li Causi, sottoufficiale del SISMI, fu assassinato, evento anch’esso avvolto in una serie di fatti poco chiari e dalle motivazioni mai chiarite. Il sottoufficiale fu un informatore dell’inchiesta di Ilaria Alpi. La giornalista avrebbe collezionando una serie sempre maggiore di prove per la sua inchiesta, inclusa una intervista ad Abdullah Moussa Bogor, “sultano” di Bosaso. I primi problemi iniziarono al loro ritorno a Mogadiscio, dove non trovarono il loro autista ma Ali Abdì, che li scortò in vari alberghi della città, fino al Hotel Hamana, che fu teatro del duplice omicidio.

Reazione italiana: procedimento penale e commissione d’inchiesta

Importante impatto ebbe la vicenda nell’opinione pubblica italiana, e le indagini per accertare i fatti non tardarono. Il sostituto procuratore di Roma Franco Ionta chiese formalmente il rinvio a giudizio di un cittadino somalo, Omar Hashi Hassan, il 18 Luglio 1998. Hassan fu accusato di concorso in omicidio volontario aggravato, in quanto egli sarebbe stato l’autista del commando che attaccò ed uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, mentre si trovava su suolo italiano in qualità di testimone in una indagine sulla Missione Ibis e possibili violenze attuate dalle forze italiane. Secondo la testimonianza di Ahmed Ali Rage, conosciuto come Jellè, Hassan fu riconosciuto come autista e parte del commando ed anche il secondo autista della Alpi e Hrovatin, Ali Abdì, testimoniò in favore delle parole di Jellè. La difesa di Hassan chiamò a testimoniare due cittadini somali, i quali sostenevano che il somalo fosse a 200km dalla scena del delitto, in visita familiare.

In primo grado, il 20 Luglio 1999, Hassan fu assolto per non aver commesso i fatti, sottolineando come l’uomo fosse stato indicato come autore dalle fragili autorità somale come capro espiatorio, per ristabilire i contatti con l’Italia. Venne poi ribaltata la sentenza in appello, dove Jellè e Ali Abdì vennero considerati attendibili e la condanna per Hassan fu l’ergastolo. Ma l’impianto d’accusa si sgretolò in poco tempo, dato che Jellè fece perdere le sue tracce, mentre Ali Abdì, tornato in Somalia, fu ucciso poco dopo. La Cassazione confermò la condanna, eliminando però l’aggravante della premeditazione, e l’appello bis condannò Hassan a 26 anni di reclusione. 17 anni dopo, Jellè, fuggito in Gran Bretagna, fu reperito dagli inviati di “Chi l’ha visto” e ritrattò tutto, cancellato di fatto ogni informazione chiara della vicenda.

Fu inoltre istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta, con presidente Carlo Taormina. La Commissione concluse i suoi lavori il 23 Febbraio 2006 i cui risultati furono 3 relazioni finali, una di maggioranza e due di minoranza. La versione principale, secondo la Commissione, verteva su un delitto a scopo economico: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono uccisi da un commando il cui scopo era quello di rapirli, ma la situazione sfuggì al controllo dei miliziani, che aprirono il fuoco contro i due giornalisti. Questa ipotesi fu avvalorata anche da alcuni testimonianze, secondo le quali il rapimento era sì basato sulla visione di un possibile riscatto ma anche come vendetta nei confronti di possibili trattamenti violenti da parte delle forze italiane nei confronti di banditi somali (pg 440-443). 

Il presidente della Commissione Carlo Taormina, in una debacle con lo scrittore e giornalista Roberto Saviano, scriverà così dell’accaduto:

Fonte Huffington Post: Ilaria Alpi, Carlo Taormina a vent’anni dalla morte ribadisce su Twitter: “In Somalia era in vacanza”. Roberto Saviano: “Vergogna senza fine”.

Omicidi senza mandanti né fautori

[Sono molto contenta per Hassan, ndr] Tuttavia, se è una grande giornata per lui, da parte mia devo dire che sono molto amareggiata e depressa.

[…] È come se lei e Miran Hrovatin fossero morti per il caldo che faceva a Mogadiscio.

[…] La verità non l’abbiamo e secondo me non l’avremo mai. […]

Ormai sono convinta che sulla morte di mia figlia e di Miran Hrovatin non è stato fatto nulla a livello di indagine. Sul caso si sono alternati negli anni ben cinque magistrati e tre procuratori. Eppure, nessuno è riuscito a porre fine alle troppe bugie, ai troppi depistaggi che hanno caratterizzato questa vicenda. […]

Personalmente ho l’impressione che gli inquirenti non siano mai stati interessati a scoprire la verità”.

Fonte: La Repubblica: “Alpi-Hrovatin, assolto e liberato Omar Hassan era l’unico condannato per gli omicidi”

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin erano due osservatori, due reporter, alla ricerca della verità in una regione dove il marasma della guerra civile imperversava imperterrito, in una zona ritenuta “riserva di caccia per politici e faccendieri”. Come in seguito per la morte di Giulio Regeni, così la morte dei due giornalisti italiani è stata avvolta in un alone di mistero, di segretezza, che difficilmente potrà essere ripanato del tutto: dopo 23 anni di battaglie, chi ha combattuto in prima linea per la verità o non c’è più (Giorgio, il padre di Ilaria) o non ha più forze fisiche e mentali per continuare una infinita battaglia contro un muro senza nome (Luciana, la madre di Ilaria). 8507 sono i giorni trascorsi dall’omicidio alla seconda richiesta di archiviazione, in un girone di indagini, commissioni di inchiesta, false testimonianze, nel quale le vittime sono note, ma i mandanti e il movente ignoti.

Leonardo Cristiano


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