Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Al-Baghdadi è morto, ma i problemi in Medio Oriente non sono finiti

Il presidente Trump può vantare, grazie al supporto dei curdi e dei russi, di aver sconfitto finalmente il capo dell’ISIS. Ma si sbaglia se pensa che adesso la missione è compiuta.

Il raid dei commando americani in Siria annunciato dal presidente Trump domenica è riuscito a sconfiggere Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico. Una vittoria significativa nonostante l’annuncio del ritiro delle forze americane.

I cani dei militari americani hanno inseguito Abu Bakr al-Baghdadi fino in fondo al tunnel dov’era nascosto mentre lui “piagnucolando, piangendo e urlando” correva accompagnato da tre bambini. Addosso aveva un giubbotto esplosivo che poi ha fatto esplodere, per non farsi catturare vivo, uccidendo anche i bambini, secondo l’insolito racconto di Trump.

Aggiungendo poi nello stesso discorso televisivo in diretta dalla Casa Bianca “Ieri sera, gli Stati Uniti hanno fatto giustizia sul leader terrorista numero 1 al mondo, Abu Bakr al-Baghdadi è morto.”

Nonostante il corpo di al-Baghdadi sia stato martoriato dall’esplosione i test hanno confermato la sua identità. Trump ha continuato incessantemente a ritrarlo come un “pazzo depravato” e i suoi seguaci come “perdenti” e “cuccioli impauriti”. Il lessico infuocato e orgoglioso è stato diverso rispetto ai classici approcci solenni dei suoi predecessori. “È morto come un cane”“È morto come un codardo.”

Secondo il racconto del presidente le forze americane a bordo di otto elicotteri hanno attraversato lo spazio aereo controllato dalla Russia con il lasciapassare di Mosca. Sono atterrate nonostante il fuoco ostile nemico e sono entrate nell’edificio designato attraverso un buco nel muro anziché posizionare una trappola esplosiva all’ingresso principale. Nessun americano è morto durante l’operazione, anche se Trump ha detto che uno dei cani dell’esercito è rimasto ferito.

Sabato la Casa Bianca ha pubblicato una foto di Trump circondato dai suoi consiglieri nella Situation Room mentre assisteva al raid, rievocando la stessa scena di Barack Obama che assisteva al raid contro Osama bin Laden nel 2011. Trump sembrava persino suggerire che uccidere al-Baghdadi fosse più importante che uccidere Bin Laden.

Eppure Al-Baghdadi non ha mai intimorito gli americani come Bin Laden pur essendo di fatto un nemico tenace e pericoloso per gli Stati Uniti e suoi alleati in Medio Oriente.

Al-Baghdadi, 48 anni, figlio di un pastore iracheno fu arrestato dagli americani nel 2004. Si è radicalizzato durante gli 11 mesi di prigionia formando poi una forza terroristica più pericolosa di Al Qaeda. Predicava un Islam virulento ed è arrivato a controllare una fascia di territorio delle dimensioni della Gran Bretagna.

La sua posizione è stata scoperta quest’estate dopo l’arresto e l’interrogatorio di una delle sue mogli e di un corriere, come riferito dai funzionari americani. Abitava nel profondo interno della Siria nord-occidentale, fatto che ha sorpreso gli americani perché si tratta di una zona controllata da gruppi di al Qaeda, rivale dell’ISIS.

La presenza di Baghdadi nelle aree dominate da Al Qaeda potrebbe significare molte cose. C’è il pericolo che tra loro siano ripartiti i negoziati per la riunificazione e/o una collaborazione con elementi di Al Qaeda per gli attacchi contro l’Occidente.

Partendo da questo primo indizio, la CIA ha lavorato a stretto giro con l’intelligence curda in Iraq e Siria – compresi quelli presi colti di sorpresa dalla decisione di Trump di ritirare le truppe americane dal nord della Siria all’inizio di questo mese – per identificare la posizione di Baghdadi e sfruttando le spie per monitorare i suoi movimenti.

Per Trump, la missione compiuta contro al-Baghdadi potrebbe essere sia una vittoria strategica nella guerra allo Stato Islamico sia un contrappunto politicamente utile per zittire i critici che lo hanno assalito nelle ultime settimane dopo la scelta di ritirare le truppe, che ha permesso alla Turchia di attaccare e respingere gli alleati curdi dalla Siria settentrionale.

La morte di al-Baghdadi è un’altra importante vittoria nella campagna contro lo Stato islamico, ma gli esperti di antiterrorismo hanno avvertito che l’organizzazione potrebbe essere ancora una potente minaccia.

“Il pericolo qui è che Trump decida ancora una volta di spostare l’attenzione dall’ISIS ora che il suo leader è morto”, ha dichiarato Jennifer Cafarella, direttrice dell’Istituto per lo studio della guerra a Washington. “Sfortunatamente, uccidere i leader non sconfigge le organizzazioni terroristiche. Avremmo dovuto imparare quella lezione dopo aver ucciso Osama bin Laden, dopo di che Al Qaeda ha comunque continuato ad espandersi a livello globale. “

Lo stato islamico ha le sue radici in Al Qaeda in Iraq, un gruppo sunnita fondato nei primi anni della guerra in Iraq da Abu Musab Al-Zarqawi. Nel giugno 2006, Al-Zarqawi è stato ucciso nella sua dimora blindata dalle bombe americane, ma il suo gruppo ha continuato la sua devastante violenza in Iraq e la guerra civile è degenerata nel corso dell’anno successivo. Anni dopo, il Al-Baghdadi, dopo un periodo di debolezza per il gruppo, trasformò l’organizzazione in Stato Islamico, con l’aiuto di funzionari un tempo fedeli a Saddam Hussein.

Se la morte di Al-Baghdadi fosse confermata, darebbe inizio a una lotta di successione tra i massimi leader dello Stato islamico. Negli ultimi anni molti altri leader sono morti negli attacchi e nei raid americani con i droni. Anticipando la propria morte, Al-Baghdadi ha delegato le autorità a luogotenenti regionali e funzionali per garantire che le operazioni dello Stato islamico continuassero.

  • Peter Baker è il principale corrispondente della Casa Bianca e ha ricoperto gli ultimi quattro presidenti per The Times e The Washington Post. È anche autore di cinque libri, di recente “Impeachment: An American History”. @PeterbakernytFacebook 
  • Eric Schmitt è uno scrittore senior che ha girato il mondo occupandosi di terrorismo e sicurezza nazionale. Era anche il corrispondente del Pentagono. Membro del personale del Times dal 1983, ha condiviso tre premi Pulitzer. @EricSchmittNYT
  • Helene Cooper è una corrispondente del Pentagono. In precedenza era redattrice, corrispondente diplomatica e corrispondente della Casa Bianca, e faceva parte del team che ha ricevuto il Premio Pulitzer 2015 per i rapporti internazionali, per la sua copertura dell’epidemia di Ebola. @helenecooper

[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Peter Baker, Eric Schmitt, Helene Cooper dal New York Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

America First.. e l’Italia?

America First.. e l’Italia?

Da oggi, 18 ottobre, diventano pienamente operativi i nuovi dazi americani che colpiscono l’import europeo per un valore di 7,5 miliardi di dollari annui. Una manovra che si inserisce nella disputa Airbus-Boeing che, dal 2004, vede contrapposti USA ed UE a causa dell’illegittima corresponsione dei sussidi pubblici al colosso americano Boeing e all’europea Airbus. Contromisure che potrebbero condurre ad una nuova guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, incidendo anche sull’export italiano.   

La black list di prodotti-bersaglio del Dipartimento del Commercio statunitense (USTR) non si limita difatti a colpire i soli Stati Membri parte del consorzio europeo aeronautico Airbus (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna), ma – tra gli altri – anche il Bel Paese.

Il Made in Italy agroalimentare è colpito con tariffe addizionali del 25% a fronte di un danno pari a mezzo miliardo di euro (stima Coldiretti).
Tuttavia, da Oltreoceano non escludono la possibile futura estensione della manovra ad altri prodotti men che meno l’aumento dei dazi. La Federalimentare ha stimato un possibile danno tra i 650 mln (per tariffe al 30%) e gli oltre 2 mld (in caso di dazi al 100%).

All’indomani della decisione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), il timore di una guerra commerciale si è tradotto in una ricaduta dei mercati, facendo registrare a Piazza Affari un Ftse Mib al ribasso del 2,87%.

Pur circoscrivendosi la manovra ad una categoria di prodotti piuttosto ristretta (lo 0,8% dell’export totale verso gli USA), ad essere maggiormente colpito è il settore lattiero caseario, con in testa: Parmigiano Reggiano, Grana Padano, provolone e pecorino. Colpiti anche superalcolici, bevande, insaccati, frutta e agrumi. Al momento, rimangono esclusi: conserve di pomodoro, olio d’oliva, pasta e vino.

Infografica export Italia

Se, in una prospettiva più ampia, guardiamo ai nostri competitor francesi e spagnoli direttamente colpiti da dazi addizionali su vino e olio d’oliva, l’export nostrano ne potrebbe uscire favorito. Nel 2018, l’export di questi prodotti ha registrato introiti, rispettivamente, per 1.500 mln e 436 mln di euro. Beh, nulla di personale, cari vicini.. ma sapete come si dice: mors tua, vita mea!

Quali prospettive?

L’export è la vocazione e il motore dell’Italia.

Beniamino Quinteri, Presidente SACE SIMEST

L’export si è dimostrato fattore trainante dell’economia italiana, a conferma dell’eccellenza dell’offerta del made in Italy. L’Italia deve prendere coscienza delle potenzialità del proprio sistema industriale e affrancarsi dai mercati tradizionali per collocarsi più incisivamente su quelli emergenti: dal continente asiatico (non solo la Cina) all’America Latina, passando per l’Africa subsahariana.

Nonostante le tensioni internazionali (sanzioni russe, rischio di una Hard Brexit, trade war USA-Cina e USA-UE), l’agrifood – insieme ai settori farmaceutico e della moda – ha avuto negli ultimi anni un peso non indifferente nell’export complessivo, per il quale si stima nel 2022 una crescita superiore ai 540 mld di euro.

Le imprese italiane dovrebbero diversificare la propria offerta, specie nel settore tecnologico. Il rafforzamento della competitività deve tuttavia passare attraverso programmi di innovazione e di potenziamento delle infrastrutture, nonché mirate politiche di sostegno, nazionali e sovranazionali, con un occhio di riguardo alle imprese del Mezzogiorno e alle PMI.
L’Unione Europea si sta già muovendo stipulando accordi commerciali di libero scambio (si pensi al CETA e all’EPA col Giappone).

O Canada, we stand on guard for thee!
L’export italiano verso il Canada è in crescita. Dopo la straordinaria performance del 2017 (+6,3% con un introito complessivo di 3,9 mld), l’anno 2018 ha registrato un +4,8% permettendo di superare i 4 mld di euro.

CETA, accordo Canada-UE
26 gennaio 2016. Lussemburgo, Camera dei Deputati: Pierre-Marc Johnson, negoziatore canadese per il CETA. Photo Credits: Chambre des Députés/Flickr (CC BY-ND 2.0).

Nuovi mercati da coltivare

Africa subsahariana

L’economia di questa parte del continente africano è in crescita. Lo sviluppo futuro dipenderà dal processo di industrializzazione e, non indifferentemente, dall’African Continental Free Trade Area, un accordo commerciale tra i Paesi dell’Unione Africana diretto all’abbattimento graduale delle barriere tariffarie e non.

Ponderando tutti i rischi connessi, pur con la consapevolezza che in certi casi la percezione del rischio è maggiore rispetto a quello reale, le imprese italiane dovrebbero puntare su tre settori chiave: infrastrutture e costruzioni, macchinari agricoli e per la trasformazione alimentare e digitale business to consumer.

Brasile

In ripresa dopo la recessione del 2015-2016, il Brasile è la prima economia dell’America Latina. Le migliori opportunità sono offerte dai settori delle infrastrutture, delle energie rinnovabili e dell’agribusiness.

Emirati Arabi Uniti

È l’ottavo Paese al mondo col più alto Pil pro capite medio annuo. Infrastrutture, turismo, energie rinnovabili e servizi finanziari sono i nuovi settori su cui gli Emirati Arabi Uniti stanno puntando per affrancarsi dalla dipendenza dal settore petrolifero.

India

Pur con importanti criticità (deficit fiscale, debito pubblico e basso reddito pro capite), l’India è tra i Paesi del G20 col più alto tasso di crescita. Un risultato favorito da un tessuto produttivo dinamico, da una classe media dotata di un notevole potere di acquisto e una politica governativa improntata alla facilitazione delle attività d’impresa.

L’Italia dovrebbe tuttavia ampliare la propria quota di mercato (che attualmente si attesta sull’1%) puntando specialmente su infrastrutture, farmaceutica e agroalimentare (con una percentuale dell’11%, il Bel Paese è il terzo fornitore di vino).

Barolo, vino rosso italiano tra i più amati e conosciuti al mondo.
Il Barolo è tra i vini rossi italiani più apprezzati e conosciuti al mondo. Credits Photo: Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0).

Export, l’agroalimentare spinge la crescita, ANSA, 30 maggio 2019.
Belladonna A. & Gili A., Arrivano i dazi americani: ecco gli effetti per l’Italia, ISPI, 03 ottobre 2019.
Cappellini M., A rischio 2 miliardi di export agroalimentare italiano, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
Dazi Usa, colpito 1/2 miliardo di export alimentare, Coldiretti, 03 ottobre 2019.
I dazi affossano il record del Made in Italy in Usa (+8,3%), Coldiretti, 04 ottobre 2019.
Rapporto Export 2019 di Sace, Giansanti (Confagricoltura): “Agrifood traina l’esportazione made in Italy”, Confagricoltura, 31 maggio 2019.
D’Argenio A., 7,5 miliardi – Il Wto dice sì ai dazi Usa contro i prodotti europei per lo scontro Boeing-Airbus, La Repubblica, 03 ottobre 2019.
Di Donfrancesco G., Dalla Wto sì a dazi Usa su merci Ue per 7,5 miliardi, Il Sole 24 ore, 03 ottobre 2019.
AgrOsserva. La congiuntura agroalimentare. II trimestre 2019, ISMEA, settembre 2019.
Dazi, danni fino a 2 miliardi. Federalimentare: ”Con gli USA si trovi un compromesso o via ai controdazi”, Federalimentare, 02 ottobre 2019.
Lops V., Venti di recessione in Europa e Usa. Borse in picchiata, Il Sole 24 Ore, 03 ottobre 2019.
U.S. wins $7.5 billion award in Airbus subsidies case, Office of the United States Trade Representative, 02 ottobre 2019.
Ufficio Studi, Export Karma. Il futuro delle imprese italiane passa ancora per i mercati esteri, SACE SIMEST, 30 maggio 2019.

Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Gli Stati Uniti colpiscono i funzionari turchi con sanzioni contro l’offensiva siriana

Trump ha detto che raddoppierà le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia

Donald Trump lunedì ha voltato pagina e ha deciso di punire la Turchia l’offensiva militare in Siria, imponendo sanzioni a vari ministri e dipartimenti turchi e dicendo che avrebbe raddoppiato le tariffe sulle esportazioni di acciaio del paese del 50%.

Il presidente degli Stati Uniti ha attirato aspre critiche da parte dei suoi compagni repubblicani, dai democratici e dagli alleati dopo il brusco cambiamento in politica estera, favorendo l’incursione militare turca nella Siria nord-orientale contro le milizie curde sostenute dagli USA che hanno dato un contribuito decisivo per sconfiggere il gruppo jihadista Iside.

Steven Mnuchin, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, lunedì sera ha dichiarato che Trump ha firmato un ordine esecutivo, con effetto immediato, per imporre sanzioni ai ministri della difesa, dell’energia e degli interni turchi, nonché agli stessi dipartimenti di difesa ed energia.

Parlando al di fuori della Casa Bianca, Mnuchin ha affermato che “sanzioni secondarie” saranno applicate alle istituzioni finanziarie che effettuano transazioni per conto di persone e dipartimenti già sanzionati.

Le misure sono state meno dure rispetto a quanto molti investitori si aspettavano. Martedì la lira è salita oltre l’1% rispetto al dollaro alle 9.50 ora locale.

Piotr Matys, lo stratega valutario dei mercati emergenti di Rabobank, ha detto che c’è stato un “alleggerimento” nei mercati in cui gli Stati Uniti hanno introdotto “sanzioni relativamente lievi”.

Mnuchin è stato raggiunto fuori dalla Casa Bianca dal vicepresidente USA Mike Pence, il quale ha affermato che le sanzioni avrebbero dovuto provocare un cessate il fuoco nella regione e che lui e il consigliere per la sicurezza nazionale Robert O’Brien sarebbero presto andati in Turchia per iniziare colloqui con funzionari governativi.

“L’obiettivo del presidente qui è molto chiaro: le sanzioni annunciate oggi continueranno e peggioreranno almeno fino a quando la Turchia non cessi immediatamente il fuoco, blocchi la violenza e accetti di negoziare una soluzione a lungo termine sulle questioni lungo il confine tra Turchia e Siria”, ha affermato Pence.

Pence ha affermato inoltre che Trump ha già parlato direttamente con il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha assicurato agli Stati Uniti un “impegno concreto” a non attaccare la totemica città a maggioranza curda di Kobane, che nel 2015 ha respinto l’attacco dell’Isis.

Lunedì pomeriggio con un tweet Trump ha annunciato l’intenzione di imporre sanzioni affermando che avrebbe aumentato le tariffe sull’acciaio importato dalla Turchia negli Stati Uniti del 50% e interrotto i negoziati su “un accordo commerciale da $ 100 miliardi” tra due paesi. Gli Stati Uniti avevano già dimezzato le tariffe sull’acciaio turco lo scorso maggio al 25%.

“Gli Stati Uniti useranno in modo aggressivo le sanzioni economiche per colpire coloro che abilitano, facilitano e finanziano questi atti atroci in Siria” continuando poi “Siamo pronti a distruggere rapidamente l’economia turca se i loro leader proseguiranno con questa strada pericolosa e distruttiva”.

Nell’annunciare le sanzioni, Mnuchin ha affermato che le licenze rimarranno in vigore per consentire alle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni non governative, nonché al governo degli Stati Uniti, di continuare a operare in Turchia.

Ha detto che il paese sarà in grado di continuare a comprare carburante sotto il regime delle sanzioni, aggiungendo: “Non stiamo cercando di tagliare l’energia al popolo turco”.

Intanto i democratici al Senato hanno rapidamente respinto l’annuncio di lunedì di Trump, dicendo: “Forti sanzioni, seppur buone e giustificate, non saranno sufficienti”. I senatori hanno invitato i repubblicani a unirsi a loro “nell’approvare una risoluzione che chiarisca che entrambe le parti vogliono invertire la decisione del presidente”.

Nancy Pelosi, presidente della Camera dei rappresentanti, ha dichiarato: “Il presidente Trump ha provocato un’escalation di caos e insicurezza in Siria. Il successivo annuncio di un pacchetto di sanzioni contro la Turchia non è in grado di invertire questo disastro umanitario”

Le misure sembravano soddisfare il senatore Lindsey Graham, che aveva guidato le richieste repubblicane nel punire la Turchia per il suo assalto militare. Ha detto che ha sostenuto “fortemente” le misure “fino a quando non ci sarà un cessate il fuoco e la fine dello spargimento di sangue, le sanzioni devono continuare e aumentare nel tempo”.

Prima dell’annuncio, Erdogan aveva affermato che le sanzioni non gli avrebbero fatto cambiare rotta in Siria, avvertendo: “Coloro che pensano di poter fermare la Turchia con queste minacce si sbagliano gravemente”.

Trump ha dichiarato lunedì che una “piccola impronta” delle forze statunitensi rimarrebbe ad At Tanf, una base militare nel sud della Siria, per “continuare a distruggere i resti dell’ISIS”.

Mitch McConnell, leader della maggioranza al Senato repubblicano che ha storicamente sostenuto il presidente, ha dichiarato lunedì di essere “gravemente preoccupato per i recenti eventi in Siria e per l’apparente risposta della nostra nazione finora”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Lauren Fedor da Washington, Laura Pitel da Ankara e Matthew Rocco da New York dal Financial Times articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Perché la Turchia combatte i curdi in Siria?

Perché la Turchia combatte i curdi in Siria?

Da mercoledì la Turchia ha iniziato un assalto contro una milizia curda nella Siria nord-orientale. Ma come ci sono finiti in questa situazione questi due alleati americani?

Le forze turche mercoledì scorso hanno iniziato il tanto atteso assalto transfrontaliero contro le forze democratiche siriane, delle milizie a guida curda, nella Siria nord-orientale.

La disputa tra Turchia e curdi ha radici profonde nelle dinamiche di potere regionali, al punto che si è creata una fitta rete di interessi. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che gli Stati Uniti sono alleati sia della Turchia che della SDF, sigla della milizia curda.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato che l’obiettivo dell’incursione è di “distruggere il corridoio del terrore”, affermando che le forze curde stavano cercando di stabilirsi sul confine meridionale del suo paese per destabilizzare la regione.

I leader dell’SDF e altri attori regionali affermano che gli attacchi mettono a rischio i civili e mettono in guardia sulle conseguenze di una crisi umanitaria. Gruppi di curdi sul campo condividevano foto e video di persone in fuga dai villaggi mentre il fumo saliva dal luogo degli attacchi.

Per comprendere l’attuale conflitto è necessario conoscere il contesto della disputa tra Turchia e curdi e soprattutto il perché Stati Uniti si inseriscono nella dinamica.

I curdi sono il quarto gruppo etnico mediorientale. Nonostante la loro densità, sono un popolo apolide e spesso emarginato la cui patria si estenderebbe tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia.

Dopo la prima guerra mondiale e la caduta dell’Impero ottomano, molti curdi hanno cercato di formare un proprio stato curdo. Nei primi trattati fu promesso anche ai curdi la creazione di un Kurdistan, ma nella successiva spartizione regionale questa nazione non nacque mai. Negli anni successivi ci furono numerosi tentativi, tutti finiti male.

Le relazioni tra Turchia e curdi apolidi sono state sempre tese. Per la Turchia il crescente potere dei curdi sul suo confine meridionale era una minaccia. Erdogan per anni ha pronunciato dichiarazioni di piani per un intervento militare nell’enclave siriana settentrionale.

Ma in realtà, le origini di questo scontro sono più antiche e intrinsecamente legate ad un conflitto interno turco.

Il nemico della Turchia è stato sempre il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) da quando nei primi anni ’80 diventarono un movimento separatista violento. Sia la Turchia che gli Stati Uniti considerarono il PKK un’organizzazione terroristica.

Dall’altra parte del confine in Siria, una costola di questa milizia, le Unità di protezione popolare curda (YPG), in attività dal 2004, ha cercato a lungo di formare uno Stato autonomo per i curdi.

Intanto il YPG e una milizia associata di combattenti femminili, ben vista in Occidente per il loro sentimento anti-islamista, ha attirato moltissimi volontari americani ed europei per combattere contro lo Stato islamico.

I membri del YPG hanno legami profondi con il PKK sebbene i loro leader minimizzino i legami. All’inizio della guerra civile siriana, la milizia istituì precocemente e con successo un’enclave pacifica – la Rojava – nel nord del paese.

I miliziani YPG uniti ad altri gruppi regionali sono diventati SDF, un gruppo che è stata fondamentale per strappare grandi aree del territorio siriano allo Stato islamico e per cacciare l’ISIS dal suo ultimo punto d’appoggio in Siria all’inizio dell’anno.

Mentre l’SDS ha preso il controllo delle città e dei territori nel nord-est della Siria dall’ISIS, il potere curdo è cresciuto, mentre Erdogan era sempre più preoccupato.

L’operazione turca contro i curdi in Siria ha lasciato Washington in stallo tra due alleati.

L’annuncio di Trump questa settimana sul ritiro delle truppe dal Paese ha effettivamente dato il via libera alla Turchia. Erdogan ha a lungo sostenuto il ritiro americano dalla Siria esortando Trump a togliere il suo sostegno dall’SDF, proprio ultimamente in una telefonata.

Gli Stati Uniti e la Turchia, che sono partner della NATO, sono stati a lungo stretti alleati. Ma anche i curdi e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di cooperazione. La coalizione guidata dagli americani ha iniziato a lavorare con l’SDF nel 2015, affermando che il gruppo guidato dai curdi era il più capace di respingere lo Stato islamico.

Trump ha preso poi una posizione ambigua dopo essersi espresso a sostegno di Erdogan. Su Twitter ha scritto: “Potremmo essere in procinto di lasciare la Siria, ma non abbiamo mai abbandonato i curdi, che sono persone speciali e combattenti meravigliosi”. In un messaggio successivo ha affermato che gli USA stavano “aiutando i curdi finanziariamente” e ha messo in guardia la Turchia.

Probabilmente si.

La SDF si è mostrata una forza vitale per riprendere il controllo delle aree sequestrate all’ISIS. Ha catturato decine di migliaia di combattenti e le loro famiglie. Oggi sono detenute in prigioni improvvisate nella regione aggredita dalla Turchia. Ma mentre Trump ha detto che la Turchia di questi detenuti dovrebbe preoccuparsene, non ci sono ancora dei piani per il loro trasferimento.

Mentre il territorio dell’autoproclamato “califfato” è stato strappato dall’ISIS, la situazione della sicurezza in gran parte della Siria resta precaria. Alcuni temono che la destabilizzazione nord-orientale della Siria creerà lo stesso vuoto di potere che c’era ai tempi dell’ascesa al potere dello Stato Islamico e lasciando a questi la possibilità di risorgere.

Nonostante le loro perdite territoriali, c’è la possibilità che i militanti dell’ISIS sono ancora attivi in ​​Siria, secondo Melissa Dalton, direttrice del Progetto di difesa cooperativa presso il Center for Strategic and International Studies.

“Con questa incursione turca” – ha affermato – “è possibile che la SDF distoglierà la sua attenzione dai questi nemici”. “Si rischia di avvantaggiare lo Stato islamico sull’SDF e la coalizione americana”. La Dalton mostra preoccupazioni anche per l’aumento potenziale di interferenze e disordini tra i detenuti.

“La ricetta perfetta per il disastro”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Megan Specia dal New York Times.com articolo qui]

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Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Hong Kong disturberà il grande giorno della Cina?

Le strade sono monitorate, i soldati hanno fatto le prove e i droni invisibili sono pronti all’azione. Pechino è pronta a celebrare il 1° ottobre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. La guerra commerciale sospenderà le ostilità, con gli Stati Uniti che hanno rimandato i nuovi dazi.

Da parte di Hong Kong non ci saranno degli auguri di buon compleanno, infatti le proteste che l’hanno scossa per oltre tre mesi non sono ancora finite. Anzi, questi disordini potrebbero raggiungere la svolta durante la Giornata Nazionale. Il Partito Comunista al potere in Cina assicura tutti che nulla rovinerà la sua grande parata.

Le manifestazioni ad Hong Kong per il controverso disegno di legge hanno provocato una ribellione contro “i padroni politici della città” a Pechino. Il disegno di legge, che avrebbe consentito l’estradizione nella Cina continentale, è stato ritirato all’inizio di settembre, ma i manifestanti hanno poi insistito su altre quattro richieste, inclusa quella per la piena democrazia nelle elezioni.

Le proteste nel fine settimana sono ora una violenta routine, con manifestanti vestiti di nero che lanciano mattoni e molotov, danneggiando stazioni ferroviarie e dando fuoco alle strade. In risposta, la polizia ha iniziato a fare più arresti e il 23 settembre ha minacciato di sparare con munizioni vere.

Si dice che Pechino abbia dato alle autorità di Hong Kong tempo fino al 1° ottobre per reprimere le proteste pro-democrazia, ma nessuno sforzo è riuscito a contenerle. Ne i gas lacrimogeni, ne le aggressioni dei sostenitori di Pechino. Proprio per il delicato anniversario alle porte alcuni manifestanti hanno preso di mira più apertamente i simboli del governo cinese.

Il 21 settembre, i manifestanti hanno dato fuoco alla bandiera cinese. Il giorno successivo ne hanno gettata un’altra nel fiume Shing Mun, a nord del centro città. Ma la data della fondazione della moderna Cina rappresenta l’obiettivo più grande finora per i manifestanti.

A dimostrare quanto siano agitati i funzionari sulle potenziali irruzioni, la presenza del governo di Hong Kong per assistere all’alza bandiera avverrà prima delle 7:15, con un largo anticipo rispetto all’arrivo degli altri ospiti.

Per Pechino, la posta in gioco è alta. “Celebrazioni per il settantesimo anniversario conferiscono certamente legittimità al Partito comunista cinese”, afferma Willy Lam, professore presso il Centro per gli studi cinesi dell’Università di Hong Kong.

“Nella propaganda si afferma che: anche se il Partito Comunista non è legittimato con elezioni, è amato dal popolo cinese ed è sempre più popolare.” Questa pietra miliare è particolarmente significativa, poiché lo Stato comunista cinese ha vissuto 69 anni con un Unione Sovietica, un potere permanente economico e militare.

Per il presidente Xi Jinping, che l’anno scorso ha abolito i limiti di mandato, le celebrazioni offrono un’altra possibilità per legittimarsi come leader del partito a vita. La stravaganza in serbo include il previsto indirizzo di Xi alla nazione, spettacoli culturali in tutto il Paese e fuochi d’artificio.

Al centro di tutto c’è la parata militare. Circa 15.000 membri delle forze armate scenderanno lungo l’Avenue of Eternal Peace di Pechino mentre gli aerei da combattimento voleranno sopra di loro e saranno esposti 580 pezzi di equipaggiamento militare, tra cui missili balistici intercontinentali e il nuovo drone stealth Sharp Sword.

Mentre Xi cerca di proiettare un’immagine di forza e di unità cinese, il malcontento di Hong Kong offre una visione alternativa. “Sotto Xi Jinping, il messaggio della Cina al mondo è che il suo modello è superiore ai valori liberali e al suffragio universale dell’Occidente”, afferma Lam. Ma si fa presto a “smentire guardando Hong Kong, l’unico posto libero in Cina, perché lì il modello cinese viene respinto”.

La situazione a Hong Kong ostacola anche le ambizioni di Xi di riunificare alla sua Cina l’isola autonoma di Taiwan. Pechino sperava che il quadro “un paese, due sistemi” per la semi-autonomia di Hong Kong, ex colonia britannica, potesse essere un modello per riportare Taiwan all’ovile dopo sette decenni di allontanamento.

Ma mentre il quadro a Hong Kong si sgretola, il sostegno popolare alla sovranità tra i cittadini di Taiwan è aumentato ulteriormente. “Non diventeremo un’altra Hong Kong”, ha dichiarato il presidente TsaiIng-wen a luglio. Un impero che inizia a sfilacciarsi ai bordi non è la visione che Xi vuole presentare al mondo il 1° ottobre.

Non è chiaro per quanto tempo ancora, il leader più potente della Cina dai tempi di Mao Zedong, tollererà questa situazione. Pechino non ha continuato le sue minacce in estate preferendo mobilitare le truppe di Hong Kong e gli analisti nel complesso concordano tutti sul fatto che l’ottica di un intervento sanguinoso avrebbe ripercussioni globali, minando in particolare alle ambizioni di Xi all’estero.

Le crescenti tensioni a Hong Kong hanno attirato l’attenzione degli Stati Uniti, come ha chiarito il presidente Donald Trump nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 24 settembre. “Le azioni che la Cina farà per gestire la situazione [a Hong Kong] ci dirà molto sul suo futuro ruolo nel mondo”.

Pechino spererà che tutti gli occhi si rivolgano alla Cina il 1° ottobre in occasione del suo settantesimo compleanno. Ma i manifestanti di Hong Kong sono consapevoli che il mondo sta guardando anche loro. “Gli Stati Uniti e tutti i Paesi che si basano su valori democratici dovrebbero opporsi per Hong Kong”, afferma Yukki Leung, 30 anni. “Questa è una sfida per la libertà”.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo di Redazione da Time.com opinione di Laignee Barron link all’articolo qui]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Brexit no-deal: quale impatto sull’economia del Regno Unito?

Ministro degli Esteri nel Governo di Theresa May, il nuovo Premier Boris Johnson – subentratole il 24 luglio scorso – sta infiammando la scena europea. Come in una partita a scacchi dal finale imprevedibile, ogni mossa risulta fondamentale per rimettere tutto in discussione. Proprio quando la prospettiva di un’uscita dall’Unione Europea senza lo straccio di un accordo sembrava concretizzarsi, BoJo è costretto a rivedere le proprie mosse. 

Il 28 agosto Johnson aveva chiesto (ed ottenuto) la sospensione dell’attività parlamentare (cd. prorogation) per cinque settimane (fino al 14 ottobre) in modo da evitare qualunque sgradita (per quanto legittima) interferenza. Il Parlamento era corso ai ripari approvando in tempi record una legge anti no-deal che impone al Governo di chiedere una proroga dei termini di recesso al 31 gennaio 2020

Pur non essendovi certezza che il Consiglio Europeo la conceda (del resto, ad oggi, manca sul tavolo europeo una proposta realistica di accordo alternativo), la recente decisione della Corte Suprema del Regno Unito riporta Johnson alla realtà e ai valori democratici. Con sentenza del 24 settembre, gli 11 giudici del collegio presieduto da Lady Hale hanno unanimemente dichiarato l’illiceità della sospensione in quanto l’unico effetto di tale azione – data l’eccezionalità delle circostanze – era stato quello di “vanificare o impedire il ruolo costituzionale del Parlamento (tdr)” in vista della scadenza del 31 ottobre

A prescindere da come finirà, è lecito chiedersi: quale tipo di scenario prospetterebbe una Brexit no-deal? Un finale che i più definiscono come lo scenario peggiore possibile a differenza di chi, invece, ne sminuisce la portata rispetto agli effetti (ritenuti) ben peggiori che avrebbe una no-Brexit.

Backstop irlandese: le opzioni che potrebbero porre fine al caos Brexit

La backstop solution, nodo della discordia

Ha da subito infervorato il dibattito tra l’UE e lo UK: è il backstop. Il 10 Downing Street ritiene imprescindibile rinegoziare l’accordo ed eliminare tale clausola: diversamente, l’unica alternativa sarebbe una Brexit no-deal. Bruxelles continua a sostenere che l’accordo del 2018 sia il migliore possibile e che l’integrità del mercato unico ed il backstop irlandese vadano preservati. Ma di cosa si tratta e perché è così importante?

È un meccanismo di sicurezza di ultima istanza volto a impedire l’istituzione di un confine rigido tra le due Irlande, in assenza di un miglior accordo di regolamentazione dei rapporti commerciali UE-UK. Qualora entro un periodo transitorio di due anni non dovesse raggiungersene uno valido, il backstop diverrebbe pienamente operativo e lo UK rimarrebbe nell’Unione doganale, l’area di libero scambio commerciale priva di dazi e frontiere rigide.

Un finale che nemmeno l’UE è interessata a perseguire, ma anche soluzione necessaria per preservare la pace nell’Irlanda del Nord consacrata con il Trattato del Venerdì Santo.

Brexit: gli scenari possibili

No-deal: meglio di un cattivo accordo?

Per ogni scenario, la conclusione è sempre la stessa: un’economia più povera. Tuttavia, un’hard Brexit avrebbe un impatto maggiore sul Pil in termini di decrescita economica pari a quasi l’8% per i prossimi 15 anni, con un impatto addizionale pari a 6.1 punti percentuale rispetto allo scenario EEA e di 2.9 punti percentuale rispetto allo scenario FTA. Una stima ottimistica che dà per scontate alcune soluzioni (fra cui la conclusione di accordi commerciali con Stati Uniti e UE) e non tiene conto degli impatti a breve termine, come il costo di adeguamento al nuovo regime doganale. Difatti, con la ricostituzione della frontiera, ne deriverebbero per le imprese maggiori costi oltre che notevoli ritardi: secondo le stime governative (operazione Yellowhammer), al porto di Dover si formerebbe una fila lunga ben 17 miglia con attese fino a due giorni e mezzo e disagi fino a tre mesi.

Il ritorno alle condizioni commerciali OMC avrà ripercussioni significative su produttori, fornitori di servizi e consumatori. L’attenuazione di tali effetti dipenderà dal successo dei negoziati con ogni membro OMC. La situazione si complicherebbe ulteriormente qualora i negoziati con l’UE si interrompessero, rivestendo quest’ultima un ruolo cruciale che va anche oltre l’aspetto meramente commerciale. 

Banca d’Inghilterra: rischio shock economico 

Le recenti stime della Bank of England lasciano presagire uno scenario poco raccomandabile: deprezzamento della sterlina, aumento dell’inflazione e rallentamento della crescita con un tasso di variazione del Pil dell’1,3% per il biennio 2019-2020 rispetto alle stime iniziali rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Crescita che, in caso di Brexit no-deal, potrebbe essere ancora più lenta

Un effetto domino che si ripercuoterebbe soprattutto sul settore trasporti, sull’industria chimica e su quella alimentare temendosi, tra l’altro, una grave interruzione nell’approvvigionamento di alimenti e medicinali come si legge nella contestata valutazione del rischio del Governo Johnson. 

Per approfondire:

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