Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Domenica Letteraria – Quarto (tentativo di) romanzo, che poi è un racconto

Ho deciso di scrivere un romanzo. È una cosa che immagino venga in mente a molti nel corso della vita e più volte nella vita. Questo per me è il quarto tentativo: la prima volta avevo provato a raccontare la storia di un vampiro inglese, di nome Raven Nightmare, ma poi, avendo esaurito le idee ed essendomi trovato a fronteggiare una trama troppo ingarbugliata, lasciai perdere. La seconda volta, anni dopo, uscivo da un’intensa relazione e mi era sorta la voglia di raccontare le vicissitudini di Adrian: un giovane scrittore tormentato, che si sarebbe dovuto suicidare alla fine del romanzo, per poi rinascere come bambino fra le braccia della donna che aveva amato; tuttavia, per quanto mi fosse caro Adrian e i suoi occhi d’oro, lasciai perdere: non sopportavo più l’oscurità che gravava sul suo personaggio e sull’intera narrazione.

C’era poi il terzo tentativo, quello che più mi era dispiaciuto abbandonare: Giacomo Pagusa, detto Jack, un ragazzo un po’ fesso e dalla parlata biascicata, che si ritrovava ad incontrare Cristo e poi il diavolo, dopo essere scappato di casa con il primo treno passato in stazione. Interruppi la storia perché anche in quel caso mi ritrovai a non aver più idee, ma adesso, che mi ritrovo nuovamente a scrivere, mi chiedo se non sia il caso di disseppellire qualcuno dalla sua fossa.

Pensandoci un poco, mi rendo che conto che Raven appartiene alla mia fantasia infantile, variamente influenzata dalle mode di quel tempo; Adrian invece è la personificazione di un dolore di cui ormai ho chiuso le ferite e non sarebbe giusto fingere che ci sia ancora; ma lui, Giacomo Pagusa detto Jack, pare che batta le mani contro il coperchio della bara e insista perché lo faccia uscire. Quasi me lo sento nell’orecchio, che mi dice con la sua “s” che sibila “Andiamo amico, fammi uscire, si schiatta di caldo qua dentro!”.

E sia, dissotterriamo il vecchio Jack. Si spala un po’ di terra ed ecco che il coperchio vola via con un calcio. Lo aiuto ad uscire, quello sbuffa, si spolvera i calzoni con una mano e con l’altra si gratta un po’ la testa.

-Oh, ce l’hai na sigaretta? Pare un secolo che non fumo. – mi chiede

-Ehm, sì, tieni. – gli rispondo, pensando “Ti pareva”.

-Grazie, capo.

-Niente, niente. Senti, io e te dovremmo metterci d’accordo per una nuova storia, guarda, sul taccuino mi sono segnato qualche idea-

A quel punto il Pagusa mi rivolge un’occhiataccia.

-Che stai scemo? Così appena ti cambia l’idea in quella tua zuccaccia mi rificchi lì dentro, scordatelo!

Rimango ammutolito, prima, poi provo a balbettare qualcosa … ma alla fine mi rendo conto che ha ragione.

-Ascolta, mi dispiace. Purtroppo tendo a non finire le cose che inizio, ma stavolta sarà diverso, te lo assicuro. Stavolta lo porto a termine!

-Eh no, non me freghi, caro mio. Io me ne vado!

Prova a camminare qualche passo, poi si ferma e si volta verso di me.

-Oh, là! Perché non ci riesco? Che me pija?

-Ascolta, te lo dico. Se con te non finisco una storia, da qua non te ne puoi andare tu e non me ne posso andare io, a meno che non ti rimetto sottoterra.

-E pecché mo’ sta cosa?

-Non lo so, è così e basta. Non ci posso fare niente.

Jack sbuffa di nuovo. Sembra voglia urlare. Se potesse mi prenderebbe a pugni, ne sono sicuro.

-Allora, vuoi ascoltare questo quattro idee?

-Prima dammi un’altra sigaretta.

Scocciato dalla sua scrocconeria, ma fermo e deciso nei miei intenti, gliela do. Lui la accende con tutta calma e quando ha fatto, provo di nuovo a parlargli di ciò che avevo in mente.

-Aspetta, aspe, ma sei proprio sicuro di volerla fare sta roba? Che se poi come l’altra volta mi fai pensà che sono libero e dopo un paio di mesi mi rinchiudi di nuovo è pure peggio. Tanto vale che mi ci rificco adesso e tanti saluti.

Dio, l’ultima volta tutte queste storie non le aveva fatte, penso, ma è evidente che dobbiamo trovare un compromesso. Ci penso un po’, mi scervello, mi gratto la testa come gli piace fare a lui, ed ecco che l’idea mi arriva come un pizzico sul braccio.

-Guarda, facciamo così: non iniziamo subito con qualcosa di lungo. Che ne dici di un racconto breve? Un raccontino piccolo piccolo?

Jack si morde un labbro, sta zitto un poco e poi chiede.

-Tipo che racconto? Cosa dovrei fare? Che storia è?

-Una roba da niente per cavarci fuori da questa situazione. Magari quello che stiamo facendo adesso.

-Uhm, non mi pare malvagia come idea.

-Già, non pare.

-Ma dovrei dire qualcosa. Che a furia di parlare così stiamo a temporeggià.

-Eh, lo so … ma che si può dire? Non mi viene in mente niente.

-Ma come?! Sei te lo scrittore e non te passa nulla per la zucca?

-Ehi, sei anche tu uno scrittore, sai. Ti avevo immaginato che scrivevi, ricordi?

-E pure tu tieni ragione. Aspe che magari n’idea m’è venuta.

E allora il Pagusa tira un bel respiro, chiude gli occhi, li riapre, accenna a parlare ma poi mi chiede.

-Che ce l’hai un’altra sigaretta?

-Ancora?!

-Eddai che devo raccontà na storia, fammi dare il contegno da cantastorie.

-I cantastorie fumano?

-Questo cantastorie sì.

-Ma non ti fa male fumare così tanto?

-Ma che stai a di’. Mica posso morire de cancro se non mi ci fai morire te.

-Già, alle volte mi dimentico che non sei reale.

-O magari sei te a non essere reale. Ammolami sta sigaretta dai, siediti per terra che ora me siedo pure io.

Il Pagusa si infila la sigaretta in bocca, la accende con un gesto e soffia una voluta di fumo nell’aria che ci divide. Dietro quella nebbiolina grigia i suoi tratti paiono cambiare un poco: la sua espressione si fa un po’ più seria, negli occhi vedo qualche guizzo d’oro e nella sua voce avverto un tono più cupo e raschiato. La sua parlata semi-dialettale svanisce, lasciando il posto a un italiano più solenne.

“Difficile immaginare che qualcuno possa raccontare com’è finito alla tomba, poiché quello è un letto dal cui sonno la gente non si ridesta più. Ma sono uno di quei pochi fortunati che può farlo, che da quella scatola di legno ci è uscito oltre ad esserci entrato. Ero calato nella mia storia, mi trovavo nella città di Limbo: un mucchio di case storte, progettate da un architetto strabico e governata dalla creatura più particolare che avessi mai avuto modo di vedere. Poteva sembrare un uomo dal suo aspetto, un uomo persino elegante, con il suo frac e il bastone con il pomo di testa di capra, con il cilindro calcato in testa sotto cui si scioglieva una lunga cascata di treccine, simili alle liane di una palude. Denti bianchissimi e puntuti, in contrasto con la sua pelle color ebano.

I suoi occhi, nelle rare occasioni in cui li vidi (poiché portava sempre un paio di occhialetti neri e rotondi), erano un vuoto senza fondo in cui si agitavano iridi animate d’un fuoco infernale, chi avesse indugiato troppo in quello sguardo si sarebbe ritrovato con l’anima schiantata, preso da un puro e genuino terrore.

Il suo nome era Hilel, poteva vedere contemporaneamente il passato, il presente e il futuro, ma non di rado gli capitava che questi s’accavallassero e si sovrapponessero, generando confusione. Difatti al nostro primo incontro mi chiese se per caso non venissi da una colonia terrestre su qualche pianeta non ancora esplorato dall’uomo. Hilel mi accolse in città o in paese o come lo si voglia chiamare, conobbi sua moglie Salome’: che invero era la più bella donna che avessi mai visto, e mi assegnò come guardia del corpo una zanzara trasformata in donzella (Limbo era un posto pericoloso).

La mia prima notte fu anche l’ultima e la passai nel vecchio albergo gestito da Edipo. Ricordo che prima di addormentarmi fui cullato dalla voce di una ragazza, seduta al ciglio di un balcone, chissà dove in quell’alveare di scale, legno e polvere. Cantava una canzone amara, cantava di chiamarsi Ofelia; avessi avuto un giorno di più avrei voluto incontrarla, ma ahimè…

Limbo, il cielo stellato dalla finestra, il viso della donna-zanzara accanto al mio letto svanirono con l’oscurità del primo sonno e al mio risveglio ero chiuso in una cassa da morto, almeno supponevo che lo fosse, visto che in una cassa da morto, prima di allora, non c’ero mai stato. Provai a cavarmene con la forza bruta, sfasciandomi le dita e le nocche a colpire il legno; mi seccai la gola a furia di urlare ma niente: lì nessuno poteva sentirmi né salvarmi. Ero finito nel cimitero delle storie perdute. Ogni personaggio lo sa, sa che la sua storia non sempre finisce. È nella natura di uno scrittore lasciare alcune cose a metà. All’inizio me la presi, non capivo il perché e perché era capitato propri a me. Ma alla fine, non avendo altro da fare che pensare, chiuso com’ero in una scatola di legno, arrivai a una conclusione: gli scrittori, le persone in genere, cambiano e insieme vanno cambiando anche le idee, la personalità, i comportamenti. E alcune storie, come i ricordi, finiscono per far parte di quell’intricato groviglio che è l’esperienza: fatta un po’ di cose incomplete e un po’ di vissuti totalizzanti. Mi chiedevo poi che fine avesse fatto quel mondo in cui avevo camminato per lo spazio di cinquanta pagine, cosa mai ne avesse fatto l’Autore. Se magari solo io ne ero stato buttato fuori e quello continuava ad esistere. Era un po’ come morire, anche se ero vivo: sei cavato fuori dal mondo ma immagini che quel mondo continui a vivere anche senza di te.

Posso dire di aver provato sentimenti contrastanti verso il mio Autore: lo amavo e lo odiavo perché mi aveva dato la vita (o perlomeno mi aveva cucito insieme), ma adesso me la riduceva a questo: allo spazio di una bara, come una cattiva madre troppo protettiva verso il suo unico figlio.

Ma mentirei se non dicessi che una piccola speranza la coltivavo dentro di me, sapevo che fra tutte le sue creature io ero la più simile all’Autore e quando si è così, essere ripescati non è poi un’eventualità troppo lontana. Certo, sapevo che sarei cambiato, come del resto sarebbe cambiata la mia storia, sapevo anche che avrebbe potuto mischiarmi con qualche altro personaggio (magari quell’Adrian, il malinconico dagli occhi d’oro) ma andava bene così, sarebbe stata comunque libertà.”

Jack spegne la sigaretta per terra, mi guarda: un fuoco d’oro gli brilla negli occhi. Adrian è in lui come entrambi ormai sono in me.

-Posso chiederti una cosa? – mi fa a un certo punto.

-Certo. – gli rispondo, con la voce resa un po’ rauca dal lungo silenzio.

-Per cosa lo userai questo racconto?

-Magari come introduzione a qualcosa di più grande o per una rubrica di un qualche giornale online, non so. – rispondo, dopo averci pensato un poco.

-E com’è che hai tirato fuori proprio me?

-Beh, ascoltavo quella canzone di Ray Charles e…

-Ah, ho capito. Speriamo ci capiscano qualcosa anche loro.

-Me lo auguro.

-Guarda – sorride – una strada.

-Dov’è che porta?

-Dove vuoi che porti? Da qualche parte.

-Dici?

-Dico.

-Stiamo di nuovo temporeggiando.

-Dovremmo smetterla.

-Già, dovremmo.

-E allora andiamo, per questa strada.

Dopo un po’ mi guarda e mi fa

-Senti, ma che ce l’hai una sigaretta?

-Mi dispiace, le ho finite Jack.

Marco Ambrosini.

Domenica Letteraria – La camera delle cose sospese

Domenica Letteraria – La camera delle cose sospese

A volte grazie all’osservazione di oggetti abituali, d’uso comune, si possono trarre riflessioni inaspettate e da qui è possibile ri-leggere la realtà, il proprio passato, il proprio presente. Il futuro no, perchè quello non esiste. Tutte queste verità segrete sembrano nascondersi nella mia camera.

Epifanie del quotidiano, squarci di luce su verità agrodolci, spinose, salvifiche. Osservare con cautela.

Nella mia camera giacciono,
intoccate, le anime di cose sospese
di cose che furono e non sono più;
i resti scordati in un angolo
o spavaldamente ignorati sul letto.
Nella mia camera giacciono,
silenti, le anime di cose sospese
di cose che ancora non sono
e forse non saranno mai più;
sorrisi in potenza, lacrime da asciugare
giorni grigi di noia, rossi di rabbia
o neri di dolore infernale.
Nella mia camera giacciono,
abbandonate, le anime di cose sospese
di cose presenti ma ignote;
epifanie potenziali, squarci di rancore
per tutto ciò che non sono, non ero e non sarò più.

camera

In copertina: illustrazione di Carlo Di Stasi

Domenica Letteraria – L’eco del silenzio

Domenica Letteraria – L’eco del silenzio

In copertina: illustrazione di Carlo Di Stasi

Mi capita spesso di trovarmi di fronte a distese di niente, di silenzi, allora solo la carta può accogliermi, come una casa che porto sempre con me, il mio personalissimo “castello errante”. Mi sembrava un buon modo di iniziare e presentarmi, il niente. Per poi costruire. E dunque

Dinanzi l’infinito si stende
per mostrarsi agli occhi;
eppure dentro echeggia
il silenzio del vuoto
e tutto è gelido al tocco.

Sapranno le stelle
ridarci la via?,
guidare la mano che, invano,
stringe aria vuota e sogni sfatti?

Alle lucciole lacrime e preghiere,
che ne facciano rugiada
o un futuro migliore

.

Hey, that’s no way to say goodbye! Il mio saluto a Leonard Cohen

Hey, that’s no way to say goodbye! Il mio saluto a Leonard Cohen

“Datemi Leonard Cohen nell’aldilà

Così che possa sospirare eternamente”

Kurt Cobain-Pennyroyal Tea

Risultati immagini per Leonard Cohen

Leonard Cohen live ad Amburgo, 1970. Foto di Gunter Zint

Ricordo che qualche giorno fa stavo ascoltando il nuovo album di Leonard Cohen. Pioveva, mentre l’alienazione che avevo, seduto in un pullman dell’Atac qui a Roma, si poteva toccare con mano e mi spingeva alla concentrazione.

La voce, sempre roca e profonda, da qualche anno si era fatta ancora più oscura e la title track ‘You want it darker’ mi ha fatto capitolare.

“Hineni Hineni, I’m ready my lord”.

Le ultime parole della canzone, oltre ad esserne il ritornello, sono queste. Hineni è una parola ebraica che significa letteralmente “eccomi, sono qui”. Il fatto di essere ripetuta due volte deriva da formula tratta dalla Bibbia: la prima volta Cohen si riferisce ad una presenza fisica, tangibile. La seconda indica invece un coinvolgimento spirituale e ho subito colto quanto reale fosse la sua condizione e quanto questa canzone rappresentasse un vero e proprio testamento. Averlo capito è stato un pugno nello stomaco. Come David Bowie con Lazarus, Cohen ha voluto fare della propria morte un’opera d’arte. Senza essere tuttavia criptico ma ‘dichiarandolo’ in ogni modo possibile.

Quello che avrei voluto chiedergli, è se alla fine abbia fumato l’ultima sigaretta. Aveva smesso da tantissimo solo per “poter ricominciare a 80 anni”, aveva dichiarato in un’intervista di moltissimi anni fa. In realtà era ironico come suo solito, non pensava di arrivarci.

 

Mi è giunta voce di un uomo

che parla in modo così magnifico

che se solo pronuncia il loro nome

 le donne gli si offrono.

 

Se sto muto di fronte al tuo corpo

mentre il silenzio sboccia come tumori sulle nostre labbra

 è perché odo un uomo salire le scale

e schiarirsi la gola fuori dalla nostra porta

Leonard Cohen – Poem (da The Spice-Box of Earth)

La cosa che secondo me Cohen sapeva rappresentare meglio erano le donne. La mia adorazione muove dalla scrittura elegantissima, attraverso l’utilizzo di una positiva ironia, spingendosi sino ai particolari sessuali. Cohen è stato un fervente ebreo, con  tantissime crisi religiose, senza un reale interesse per le beatificazioni. Di donne ne ha avute tante e  tutte presenti nelle sue canzoni: basti pensare a Marianne Ihler, con cui ha condiviso la sua permanenza in Grecia, e a cui sono dedicate So long, Marianne e Bird on the wire.

Risultati immagini per Leonard Cohen e Marianne Ihlen

Leonard Cohen insieme a Marianne Ihler, Foto di John Max

 

Il marstro ha cominciato ad ipnotizzare da adolescente. Una cameriera (viveva a casa sua, una villetta nel quartiere ebraico di Montreal) cui chiese di spogliarsi. Cohen non è tuttavia andato oltre. È rimasto lì, fermo a guardarla. Il fatto che poi non riuscisse a svegliarla con l’ipnosi e vi sia riuscito soltanto quando la madre suonò il campanello per entrare in casa è un po’ meno epico. Ma va bene così.

Con le canzoni è stato molto meno maldestro: in Chelsea Hotel #2 riprende una relazione sessuale avuta con nientemeno che Janis Joplin, anche se la questione era rimasta avvolta dal mistero fino a poco tempo fa. Ad un giornalista che glielo chiese esplicitamente, rispose: “Lei non mente, ma se lo sapesse, mia madre sarebbe inorridita”.

Qui lo dichiara apertamente al pubblico:

“Notai una giovane donna che si divertiva più di me ad usare l’ascensore. Anche se aveva comandato enormi folle di spettatori, usare quell’ascensore era l’unica cosa che sembrava dovesse fare. Le chiesi: “Sta cercando qualcuno?” E lei: Si, sto cercando Kris Kristofferson.” E io risposi:” Piccola donna, sei fortunata. Sono io Kris Kristofferson!”. Quelli erano tempi generosi e anche se lei sapeva che io ero  poco più basso di Kris Kristofferson, non me lo fece pesare. Una grande generosità prevaleva in quei decenni destinati all’insuccesso. Comunque, ho scritto questa canzone per Janis Joplin al Chelsea Hotel.”

I remember you well in the Chelsea Hotel

You were talking so brave and so sweet

Givin’ me head on the unmade bed

While the limousines wait in the street

Come è possible vedere, Cohen delinea la situazione in modo chiaro: nessun amore tra i soggetti, sebbene sia possibile denotare molto affetto e nostalgia.

“I remember you well in the Chelsea Hotel

You were famous, your heart was a legend

You told me again, you preferred handsome men

But for me you would make an exception”

“Mi hai detto che preferivi gli uomini di bell’aspetto, ma per me avresti fatto un’eccezione”. La sottilissima ironia che qui emerge è alla base del modo con il quale Cohen guardava alle relazioni e a sé stesso. La genialità del rapporto con il gentil sesso è ancora più chiaro in un’altra sua canzone I’m your man, che dà il titolo all’album capolavoro del 1988.

 

“If you want a boxer
I will step into the ring for you
And if you want a doctor
I’ll examine every inch of you
If you want a driver
Climb inside
Or if you want to take me for a ride
You know you can
I’m your man”

 

Sensualissimo come pochi, Cohen sovverte l’immaginario sessuale maschile e si offre senza remore alla compagna: devo lottare per te? Salirò sul ring. Vuoi qualcuno che si prenda cura di te senza dimenticare un centimetro del tuo corpo? Lo farò. Come ha scritto Daniele Cassandro in un interessantissimo articolo per Internazionale, “Cohen si offre come oggetto di piacere, compagno di vita e fuco per la riproduzione”.

Quando a 5:01 dice: “If you want a lover, I’ll do anything that you ask me too” sorridendo sardonico, il pubblico reagisce come se a dirlo fosse stato un aitante trentenne.

La forza della sua poesia è riuscita anche a trovare figure di bellezza nell’Olocausto.

In Dance me to the end of Love, Cohen parla di un’usanza presente nei lager. Come dichiarato da lui stesso in un’intervista nel 1995 alla CBC:

Questa canzone è arrivata da una lettura, da qualcuno che me ne ha parlato o semplicemente dal sapere che vicino ai forni crematori, in alcuni campi, un quartetto d’archi era costretto a suonare mentre quest’orrore andava avanti, queste erano persone il cui destino consisteva in questo orrore aggiuntivo. Perciò, con questa musica, “Dance me to your beauty with a burning violin” sta a significare la bellezza dell’essere al compimento della vita, alla fine dell’esistenza e dell’elemento passionale in quel compimento. Però usiamo lo stesso linguaggio per arrenderci ad una persona amata, perciò non è importante che qualcuno sappia quale sia la genesi della canzone, se il linguaggio viene da una ricerca appassionata, può abbracciare ogni attività passionale.”

Ho imparato molto di più da Leonard Cohen sulla brutalità dell’Olocausto e sui meccanismi della bellezza,  che da qualsiasi lezione di storia sulla Giornata della Memoria o da una lezione di letteratura.

E mi ha commosso nel leggere con quanta difficoltà e consapevolezza Cohen abbia dovuto lasciar andare Marianne, forse il grande amore della sua vita, con una lettera resa pubblica ad agosto.

“Marianne, siamo arrivati in quel punto della vita dove siamo troppo vecchi e i nostri corpi si sgretolano. Penso che ti seguirò molto presto. Sappi che ti sono così vicino che se tendi una mano puoi raggiungere la mia. Ti ho sempre amata per la tua bellezza e per la tua saggezza, ma so che non devo dire nulla di più a tal proposito, perché sai già tutto. Voglio solo augurarti buon viaggio. Goodbye my old friend. Endless love. See you on the road.”

 

That’s no way to say goodbye, Leonard. Da quelli come Te mi aspetto che ci siano mai addii ma solo arrivederci.

Ne Il Gioco Preferito dice:” Vorrei dire tutto ciò che c’è da dire in una sola parola. Odio quanto possa succedere tra l’inizio e la fine di una frase.

Io ne ho spese 1200 e non sento che abbiano catturato un centesimo di quello che eri.
Non ho detto la più importante, quella che dice tutto ciò che c’è da dire.

GRAZIE.

 

 

Tre poesie di tre donne

Tre poesie di tre donne

In copertina: Tre donne, di Katia. Originale qui

Ho scritto tre poesie per tre donne e ho capito che la poesia è spesso generalizzazione e nostalgia, una cosa estremamente brutta e assorbente, lo Scottecs© con cui si cerca di asciugare l’olio ad una vita fritta e per niente salutare. Insomma chi sta bene le poesie non le scrive, e siccome oggi sto male questo articolo non è un articolo ma una raccolta di vecchie poesie. Spero non vi piacciano, e se vi piacciono, allora state male anche voi. Buona cartina tornasole.

Farfalla

Quando ti vidi andar via
sembravi la scopa del barbiere
a spazzare con malinconia
il frutto del suo mestiere.

Pianoterra

Io perdevo
Tempo
Tu eri quella che
Chiamava l’ascensore
Con lo spazzolino 
In bocca

Elefantide

Quando ti truccavi e ti facevi stupenda
per andare a studiare in camera tua;
con Platone e Manzoni abbassavi la tenda
mentre sognavi che Dostoevskij ti facesse sua.

Il vestito della festa bagnato d’inchiostro
arricciato dalle passioni di carta ingiallita;
tu e Dante persi nel vascello vostro
mentre il sabato te col rachitico guarda coll’aria stranita.

E quando i fiori lui ti porta sperando
tu pensi a Parigi, al male e alla noia.
E quando l’amore lui t’offre sussurrando
a Lesbia assomigli e le lacrime ingoia.v

Vi racconto Dylan in 837 parole

Vi racconto Dylan in 837 parole

In copertina: photoshoot di Bob Dylan negli anni ’60. Originale qui

A.A.A. questo articolo non è un’analisi tecnica su metrica e poetica. Anche perché il suddetto autore di tecnica e metrica non ci capisce un cazzo

“You don’t necessarily have to write to be a poet. Some people work in gas stations and they’re poets. I don’t call myself a poet, because I don’t like the word.  I’m a trapeze artist.”

Bob Dylan, ad una conferenza stampa tra il 1965-1966.

Mi piace pensare, da amante dell’ironia, che in terra svedese sappiano che Dylan abbia pronunciato queste parole tagliate con l’aceto, in un periodo in cui l’acredine con i giornalisti, colpevoli di voler creare solo idee preconcette per il sensazionalismo più assurdo, aveva raggiunto l’apice. I giornalisti non furono tuttavia gli unici a essere contro Dylan.

E’ il 1966, e a Manchester due cose sono particolarmente furiose: la pioggia e un pubblico che sta assistendo ad uno shock sul palco, pronto e servito. Voi, tu, lettore, immagino sia stato ad un concerto e quindi capisca come ormai essi siano diventati l’alfabeto comportamentale della risposta entusiastica del pubblico verso l’artista, un clichè basato sul rapporto empatico col fan.

Nel 1966 Dylan sta suonando l’elettrica, noncurante della risposta astiosa del pubblico quando succede un episodio leggendario: qualcuno si alza ed urla a Dylan: “Judas!”. Il cantautore ha tradito le sue radici folk, la marcia per i diritti umani a Washington, Woody Guthrie, la chitarra acustica. Quell’urlo rompe un nervo, un secondo di caos calmo da cui fuoriesce una risposta in due parti: la prima è parlata ed è un “I don’t believe you, you’re a liar!” a cui segue un “Play it fuckin’ loud”, che precede un rigetto di parole maestoso e metallico di sei minuti e mezzo: è l’ “Once upon a time” più famoso al mondo, Like a Rolling Stone.  

Non è possibile parlare della vita artistica di Bob Dylan, nome d’arte di Robert Allen Zimmermann. Piuttosto è opportuno parlarne in un ordine ben preciso di vite artistiche. Bob Dylan è un artista plurale e pluralista, portato alla rinnegazione ed evoluzione del proprio io. Dylan è fedele alla lezione imparata da Rimbaud: Je est un autre, io sono un altro. Questa felice intuizione è alla base del biopic di Todd Haynes “I’m not here”, nel quale sette attori diversi portano in scena sette Dylan diversi, separati gli uni dagli altri (una menzione a parte la merita la splendida Cate Blanchett nella parte del Dylan del ’66, alle prese con la performance di “Ballad of a thin man”).

Il linguaggio dei suoi testi è un microcosmo fondato su numerose stelle polari: egli stesso ha ammesso di essere stato influenzato dalla ricerca del verso libero compiuta dai poeti della Beat Generation, Kerouac e Ginsberg in primis, con quest’ultimo suo ammiratore devotissimo. A ciò va aggiunta una didascalica e ampissima conoscenza della musica popolare americana, che ha le sue radici nel delta blues fino ad arrivare al linguaggio biblico presentissimo nelle sue canzoni.

Non appare nemmeno troppo ardito ad esempio paragonare Blood on the tracks, album capolavoro del 1975 nato dalla sofferenza e dalla chiusura dell’amore di Dylan per la sua prima moglie Sara, alle poesie stilnoviste di Petrarca o Dante, che si nutrono della natura angelica della figura femminile in maniera stremata a causa dell’abbandono e del rifiuto dei due amanti.

Prendiamo ad esempio i versi della nona traccia, Shelter from the storm:

Suddenly I turned around and she was standin’ there/ with silver bracelets on her wrists and flowers in her hair/She walked up to me so gracefully and took my crown of thorns/”Come in,” she said/ “I’ll give you shelter from the storm”.

Un incidente in moto nel ’66 è invece la boa che cambia la sua carriera e fa sì che la sua produzione diventi più altalenante e discontinua, anche se ogni decennio Dylan sfodera almeno una gemma, da Blood on the Tracks nei ’70 a Infidels negli ’80, Oh!Mercy prima e Time out of mind poi negli anni ’90 con  l’Oscar del 2000 attraverso Things Have changed, scritta per il film “Wonder Boys”.

Dylan ha così attraversato circa 50 anni di musica, con frequenti incursioni nella storia statale Americana, cercando di riscoprirne le radici partendo dal folk bianco e scendendo fino al soul, al jazz, ed infine in territori molto più “black”, innovandone costantemente il linguaggio tramite una propria visione personale e slegata dalle convenzioni.

Per tale ragione ha ricevuto il premio con una tale menzione. La considerazione finale sta nel riconoscere la statura di un personaggio simile, perché quei giornalisti e tecnici che storcevano il naso, sono forse gli stessi contrariati dalla mossa audace della Accademia Reale di Svezia.

E’ forse sbagliato iniziare a concepire le arti come qualcosa che prevede una possibile ‘contaminazione’? Musica e letteratura si muovono sullo stesso territorio usando lo stesso medium, lo stesso linguaggio. Per cui: perché non è possibile che un cantautore sia anche poeta?  La posizione dell’Accademia di Svezia è un riconoscimento di valore non solo dinanzi al personaggio ma anche a ciò che la scrittura musicale rappresenta in termini di dignità, valore testuale e culturale, decretandone l’eccellenza per antonomasia.

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