Quando si intende scrivere di David Lynch, bisogna subito preannunciare le enormi difficoltà che scrittori e critici sono chiamati a superare. Questo non solo per la grandezza compositiva del regista di Missoula, ma anche per l’infinità di attività rivestite. Lynch incarna infatti la bellezza e lo spettacolo dell’arte sotto molteplici punti di vista.

Scrittore, regista, pittore, musicista, compositore, attore e forse nemmeno finirebbe qui, Lynch è stato in grado di divenire a tutti gli effetti il miglior regista del panorama contemporaneo cinematografico mondiale. La sua assenza, risalente al 2006 con il Leone d’Oro alla Carriera nella 63esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e la conseguente proiezione fuori corso del magico incubo di Inland Empire, consegnano a pubblica e critica un vuoto difficile da colmare, data l’ecletticità della complessiva opera lynchiana.

Certo, il ritorno sulle scene televisive con la terza stagione dell’indimenticato ed indimenticabile Twin Peaks (1990) aiuterà a renderci meno soli e a continuare a sognare sulle note di Angelo Badalamenti. Ma è pur vero che Inland Empire rappresenta di fatto il punto di arrivo, dopo che Eraserhead (1979) aveva invece fatto da contraltare, manifestandosi come punto di partenza di un’opera che avrebbe stregato registi del calibro di Stanley Kubrick e Mel Brooks. Non è un mistero infatti, come nel 1979 Kubrick avesse invitato il set di Shining alla visione di Eraserhead, per introdurre il cast alla “giusta atmosfera”. Altro caso politico, per certi versi anche più ‘clamoroso’, fu la richiesta di spostamento di un concerto privato di Paul Mccartney ad opera della regina d’Inghilterra Elisabetta II. Le ragioni? La Regina era impegnata con la puntata serale di Twin Peaks.

Se buona parte della critica mondiale ha riconosciuto la grandezza delle immagini lynchiane, non lo stesso deve dirsi di un pubblico che non sempre lo ha accompagnato benevolmente, preferendo di fatto voci cinematografiche mainstream ed arriviste. E’ opinione di chi scrive, come l’opera di Lynch sia troppo spesso ridotta al fenomeno mediatico legato a Twin Peaks, lasciando nel dimenticatoio pezzi di Storia cinematografica. Perciò, David Lynch non è solo Twin Peaks ma ben altro. Il che risulta evidente dalla mano operata dal regista all’interno della serie cult. Perché non esisterebbe Twin Peaks senza David Lynch, né potrebbe immaginarsi una sua prosecuzione senza le visioni profondamente metafisiche ed oniriche poste in campo con sostanziale unicità e con una rarità che fa rimpiangere opere di tale calibro.

RABBITS (2002)

Rabbits è una serie di 7 cortometraggi realizzati da Lynch nel 2002. Alcuni frammenti di questa serie compaiono nello schermo televisivo all’interno di una scena di Inland Empire (2006), collegandosi però ad altri personaggi della pellicola.

Si tratta di un’opera singolare all’apparenza indecifrabile, concepita nel tipico quadro onirico lynchiano.

Il regista gioca qui con gli schemi di messa in scena teatrale inserendo in vari punti del dialogo fra i protagonisti le risate di un pubblico che solo all’apparenza interagisce con l’opera. Queste risate infatti suonano sempre fuori luogo e non denotano alcuna comprensione del gioco dialogico di fronte al quale Lynch ci pone. Ciò che il regista sembra voler fare è pertanto un’intenzionale parodia di quelli che sono i ritmi di interazione tipici della sit-com americana. Nel semplice inserire tre bizzarri personaggi, nella forma di conigli antropomorfi, all’interno di una stanza dalla scenografia essenziale, Lynch crea già un primo principio di straniamento. L’atmosfera nella stanza è cupa e la musica di sottofondo conferisce alla sequenza narrativa un ritmo di tensione che collide con la comicità che la reazione del pubblico vorrebbe suggerire.

Il botta e risposta dei protagonisti può risuonare del tutto incoerente ad un primo ascolto, eppure in qualche modo si arriva a pensare che le battute non siano del tutto affidate al caso. La sensazione che si ha è quella di una sceneggiatura tagliuzzata battuta per battuta e rimaneggiata in modo che ogni enunciato acquisti un nuovo senso all’interno dell’ordine apparentemente casuale che il regista sembra affidare. I tre conigli sono quindi costretti, e lo spettatore con loro, a perdersi in un vortice mentale che impedisce loro di ricostruire e ridare un senso alla sequenza di eventi cui hanno assistito e preso parte. Sequenza di eventi la cui natura, per quanto sconosciuta, assume i toni del crimine violento man mano che la narrazione prosegue in maniera lenta e inesorabile verso l’enigmatica conclusione. Il film si chiude infatti con una porta che si spalanca facendo entrare nella stanza una luce abbagliante e un grido disperato.

I tre protagonisti si raccolgono spaventati nel divano e uno di loro dice: “Mi domando chi sarò”. La crisi di identità è un topos classico nella cinematografia lynchiana ma l’assenza di una logica premessa in questo racconto rende tremendamente complicato mettere insieme i vari pezzi di una narrazione che suggerisce tanto senza affermare nulla. Il tutto sembra esaurirsi in un’insieme di sensazioni, come quelle poetate nel monologo che i tre protagonisti tengono in momenti diversi, senza soluzione di coerenza. È uno sguardo sui fatti filtrato da menti che affannano nel tentativo di comprendere un ordine che non possono afferrare.

Ci troviamo pienamente inseriti nella logica dell’incubo che intrappola il sognatore nei propri schemi privi di coerenza. E il sognatore, di fatto assente, dovrà essere individuato nello sguardo della soggettiva a cui questo racconto appartiene. È lo spettatore infatti a trovarsi imprigionato inconsapevolmente nei meccanismi di decodifica che la sua mente attiva di fronte a questa trama, in un gioco che Lynch intrattiene con lui fin dall’inizio illudendolo di appartenere ad una platea che non esiste.

Con Rabbits si rende quindi la tipicità degli schemi di coinvolgimento del regista in una forma che, proprio grazie alla sua apparente incoerenza narrativa, concretizza l’esperienza dell’incubo, confermando a pieno titolo l’eccezionale talento di Lynch.

TRILOGIA DEL SOGNO (1997-2006): Lost Highway, Mullholand Drive, Inland Empire

E’ così che giungiamo agevolmente al richiamo più importante della (seconda parte) legata alla carriera di Lynch: la trilogia del sogno venuta alla luce tra il 1997 e il 2006. Da Lost Highway (Strade Perdute), sino al capolavoro Mullholland Drive (2001) per culminare con l’apice di Inland Empire, il regista rilancia una già onorata carriera, dopo le eccellenze di Eraserhead, Blue Velvet ed il celebre The Elephant Man.

Nella trilogia del sogno, Lynch mostra allo spettatore tutte le proprie abilità non solo cinematografiche ma principalmente psicologiche, costringendolo ad essere parte narrante ed attore delle claustrofobiche vicende dei tre capolavori. Il tema onirico rappresenta la base di una narrazione molto vicina al cinema di Chaplin, Bunuel o dello stesso Polanski nella trilogia dell’appartamento. In Lost Highway l’incipit dalla perenne incertezza firmato “Dick Laurent è morto”, apre ad un noir psicologico e strutturalmente (ma solo apparentemente) contorto, all’interno di un puzzle che acquisirà una definizione reale rispetto alla chiara impronta onirica, giunta all’apice in Mullholland Drive.

In Lynch, molti temi sanno essere rivelatori del proprio pensiero e della sua complessiva visione cinematografica. Si pensi a quello piuttosto ricorrente del doppelganger, ampiamente accentuato nella trilogia attraverso i personaggi del Sig.Eddy/Dick Laurent in Strade Perdute, di Betty Helms/Diane Selwyn e Rita/Camilla Rhodes in Mullholland Drive, per concludere con l’ottima interpretazione di una sempre affascinante Laura Dern in Inland Empire, attraverso il personaggio di Nikki/Susan.

«Mi piace fare film perché mi piace perdermi in un altro mondo. I film sono un mezzo magico che permette di sognare nel buio» – è quanto David Lynch ha avuto modo di dichiarare in relazione al suo rapporto con il cinema e con il pubblico. Comprendere il significato del cinema lynchiano è un esercizio mentale tuttavia avaro di soluzioni pronte ed immediate. E’ del resto lo stesso Lynch a comunicarlo, al netto delle infinite recensioni messe in campo da critici e cinefili: «Mi mette a disagio parlare dei significati dei miei film perché si tratta di una cosa molto personale. Il significato per me è diverso dal significato per qualcun altro». Come a dire: inutile litigare su interpretazioni univoche che non esistono e non potranno esistere, ma che potranno e dovranno semplicemente muovere dall’analisi della propria filosofia di pensiero, la cui impronta freudiana traspare inequivocabilmente.

In Lost Highway, agli albori della trilogia onirica, è possibile constatare la struttura narrativa del Nastro di Moeblius. Secondo Enrico Ghezzi, la seguente struttura toccherebbe anche il secondo film della trilogia, Mullholland Drive. Gli attori si ritroveranno così all’interno di scene già vissute con ruoli interscambiati, come del resto emerge nelle vicende che si susseguono. Ed in Lost Higway è possibile così individuare non solo aspetti della teoria del matematico tedesco, ma anche il tema della trasfigurazione e dell’Io all’interno della psicoanalisi. Ritroviamo dunque l’Es lynchiano-freudiano, la personalità violenta capace di farsi corpo, l’Io (ciò che non siamo ma vorremmo essere), la presenza del Super-Io, la narrazione riavvolta sull’omissione omicida del protagonista, l’ossessione sentimentale, il continuo avvicendarsi di personalità che l’uomo intende cancellare nella propria personale modellazione di un sogno.

Il labirinto di Lost Higway è solo un primo passo verso il grande capolavoro di quattro anni dopo. Con Mullholland Drive, Lynch richiama drammaticamente il tema del doppio con le straordinarie interpretazioni di Naomi Watts e Laura Harring, attrice feticcia del regista del Montana, altra caratteristica presente nel cinema lynchiano (la presenza dei cosiddetti attori simbolo). La storia di Betty/Diane è solo il preludio al ‘film non film’ Inland Empire, accompagnato da tre ore formato trip mentale che richiamano anche la tristezza e frivolezza del mondo hollywoodiano in contemporanea al lunghissimo sogno di Nikki-Susan.

Il richiamo onirico alla definizione freudiana di «finestra nell’intimidità del mondo» conclude il cerchio di una narrazione coerente e tutt’altro che incomprensibile, come spesso rimproverato a Lynch. Un buon modo per ricordare come fornire al cinema del buon cinema non voglia e possa dire regalare prodotti pronti e preconfezionati ma rappresentazioni poliedriche che sveglino lo spettatore dalla realtà e lo riportino alla riflessione. A quello che vorremmo e non sappiamo essere, negando quotidianamente di non essere. Il cinema di Lynch, per quanto onirico, resta dunque straordinariamente reale. Evitarlo è un atto di codardia e timore esistenziale, così come limitarlo alla pur straordinaria e celebre serie cult che si accinge a rivelarsi nuovamente sui teleschermi a venticinque anni dalla precedente apparizione.

Aicha Matrag e Cosimo Cataleta

immagine da: debaser.com

 

 

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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