Seleziona una pagina

Traduzione da “The Economist” originale qui

L’orgoglio dell’Italia per il cibo “genuino” l’economia che non decolla.

Chiamatela pizza, “pizzetta” o focaccia, ma quando i turisti, quest’estate, arriveranno sulle coste dell’Italia Mediterranea banchetteranno sicuramente con della focaccia condita. Questo piatto ha origini antichissime. Nell’Eneide, per esempio, gli eroi virgiliani si cibarono, su un prato, di frutti di bosco disposti su del pane secco. Affamati, mangiarono anche il pane: “Guardate! Mangiamo il piatto sul quale mangiamo!”

Tra tutti i piatti commestibili però, la pizza è diventata il pasto veloce preferito da tutto il mondo, un impasto sottile sul quale ogni Paese cuoce i sapori della propria terra: cozze in Olanda, pollo Teriyaki ed alghe in Giappone. Nata a Napoli, la pizza che tutti conosciamo era definita il pranzo dei poveri. Nel XIX secolo un turista Americano, Samuel Morse (nonché inventore del telegrafo) definiva la pizza “come un pezzo di pane che era stato tirato fuori dalla fogna”. Secondo Alexandre Dumas, era invece “il termometro del mercato gastronomico”: una pizza col pesce poco costosa denotava una buona pesca, se il prezzo della pizza con l’olio era elevato, c’era stata una pessima raccolta di olive.

Attualmente la pizza è lo specchio gastronomico nel quale l’Italia riflette le sue preoccupazioni circa la globalizzazione. Gli italiani sono, giustamente, fieri del loro cibo; tuttavia esprimono sgomento per i tentativi di imitazione da parte del resto del mondo. Temono, appunto, che ciò che di meglio hanno venga saccheggiato dalle altre civiltà. Ma è l’America, non L’Italia, che ha trasformato tutto, dal cappuccino alla pizza, in un proficuo franchising globale. Perfino Domino’s e Starbucks stanno cercando di penetrare in Italia.

Ed ora Napoli lotta per reclamare la “vera” pizza. Il mese scorso centinaia di pizzaioli col cappello rosso si sono riuniti per creare la pizza più lunga del mondo, 1853,88 metri di pizza che serpeggia il lungomare, con Capri ed il Vesuvio a fare da panorama. Tutto a favore dell’Italia per far sì che l’arte della pizza napoletana venga riconosciuta dall’UNESCO come “Patrimonio Culturale Immateriale” del mondo, al fianco della Capoeira* brasiliana e del Knuckle-bone shooting** mongolo. L’esito è previsto entro il 2017.

Nel 2010 l’Unione Europea ha registrato la pizza Napoletana come prodotto a Specialità Tradizionale Garantita (STG). Questa certificazione prevede che la Pizza Napoletana (STG) debba essere costituita da un impasto a doppia levitazione, impastata e stesa a mano (senza mattarello) e larga non più di 35cm. Inoltre deve avere uno spessore di 0,4 cm al centro ed una crosta spessa 1,5 cm. Condita in soli tre modi: con pomodoro ed olio extravergine d’oliva, o con mozzarella certificata con latte proveniente da vacche o bufale e necessariamente cotta in forno a legna e consumata al momento, non surgelata né sottovuoto.

Un vero e proprio dogmatismo culinario. Gli ispettori sanitari hanno certamente cose più importanti da fare che prendere un righello e misurare una pizza ma i pizzaioli vogliono solamente che venga riconosciuta la loro tradizione. Una paura molto sentita è che, Dio non voglia, l’America potrebbe cercare d’ottenere il riconoscimento per la sua pizza “inferiore”. A questo punto anche Amburgo dovrebbe chiederle i diritti d’autore per i suoi Hamburger? O la Crimea per la sua bistecca alla salsa tartara?

L’Italia è lo Stato che con più assiduità che rivendica le indicazioni geografiche (IG) sui propri prodotti, che siano essi DOP, denominazione d’origine protetta, (vedi Chianti Classico), o IGP – indicazione geografica protetta, o la più scarsa denominazione STG (specialità tradizionale garantita). Escludendo quest’ultima, l’Italia si è assicurata protezione su ben 924 prodotti alimentari, vini ed altre bevande, più di Francia e Spagna (rispettivamente 754 e 361). Produttori agricoli e chef, pizzaioli inclusi, hanno tutto il diritto di proteggere la marca del loro piatto e imporre i propri standard, e lo stato, ovviamente, ha il dovere di garantire la sicurezza alimentare. Il Governo ha un interesse anche, per garantire l’alta qualità dei prodotti con denominazione premium – vedi champagne.
Ma la proliferazione delle IGP dallo stato e dei produttori sta cercano di sfruttare i consumatori. L’Italia ha un protezionismo innato: anzichè competere sui mercati globali i produttori vogliono tutelare il patrimonio, chiedendo l’aiuto dell’Europa e massimizzando la rendita del guadagno estratto da questi prodotti di qualità. Si complicano i rapporti commerciali, l’Europa cerca persino di proibire l’utilizzo del termine “feta” ai paesi estranei alla Grecia. Hosuk Lee-Makiyama, membro dell’OPEN, un nuovo gruppo di ricerca britannico, afferma che il valore dell’indicazione geografica negli accordi commerciali è incontrollata: si tratta per lo più di un contentino per le lobby agricole per compensare i tagli alle sovvenzioni.

Oltretutto, i limiti all’uso delle denominazioni limitano le economie di scala , produttività e innovazione. Ad esempio Roberto Brazzale, la cui famiglia da generazione produce grana secondo lo stile del parmigiano, ha spostato parte del suo lavoro nella Repubblica Ceca dove, come egli sostiene, il latte è di qualità superiore e i costi sono più bassi. Il suo “Gran Moravia”, realizzato con metodi italiani e stagionato in Italia, non è distinguibile con l’ ufficiale “Grana Padano”, pur non essendo definibile come tale. Secondo Brazzale, la Pianura Padana non può produrre abbastanza latte per soddisfare la potenziale domanda globale di formaggi grana italiani. Imponendo l’uso di caglio animale piuttosto che vegetale, significa che i produttori di formaggio DOP non potranno vendere a vegetariani, musulmani praticanti ed ebrei .

Slow food, Slow Economy.
Il suo amore per la tradizione rende l’Italia un luogo per vacanze idilliache, meravigliosi vini e deliziosa per lo Slow Food. Agli Italiani piace pensare che la loro arte, la cultura e lo stile di vita li solleverà dal torpore economico. Ma la sacralizzazione del patrimonio è un fardello. L’Italia non ha visto quasi nessuna crescita di produttività nel decennio, in parte perché le sue aziende restano piccole: in media si contano sette dipendenti, circa le dimensioni di una pizzeria a conduzione familiare. I prodotti artigianali non offrono salvezza e l’Italia non ha catene alimentari globali di cui parlare (o anche grandi distribuzioni, come il Carrefour francese). Potrebbe farsi un espresso a casa ma il vicino svizzero ha ormai inventato Nespresso.
Se la pizza su piatto incarna i guai d’Italia, offre però anche la speranza. Guardate da vicino la pizza napoletana: i pomodori succulenti sono giunti dal Nuovo Mondo; la migliore mozzarella viene fatta dal latte della bufala, una bestia asiatica che sarebbe arrivata in Italia con le tribù barbare che conquistarono Roma; il basilico aromatico è giunto dall’India e gli emigrati napoletani hanno prodotto la pizza in tutta Italia e in America. Il genio dell’Italia risiede nella sua inventiva e capacità di adattamento, non quindi in una terra santa e non in una tradizione idealizzata e canonizzata da parte dello Stato. Questa visione però potrebbe portare alla paralisi e alla fossilizzazione culturale.

*La capoeira è un’arte marziale brasiliana creata principalmente dai discendenti di schiavi africani nati in Brasile con influenza indigena brasiliana, caratterizzata da elementi espressivi come la musica e l’armonia dei movimenti (per questo spesso scambiata per una danza).
**Secondo il sito Unesco è un gioco popolare a squadre. I mongoli venerano alcune parti delle ossa del loro bestiame domestico e li usano anche nei riti religiosi, rappresentazioni teatrali e giochi tradizionali.

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Antonella Leone

Simpatica testa calda, lavoratrice per passione, viaggiatrice per bisogno. Colleziono musica, spesso anche sogni.

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!