Tra le serie più conosciute nonché grandi novità targate Netflix, un bilancio va operato nei riguardi del teen drama Tredici (trasposizione italiana da 13 Reasons Why). La serie americana, firmata dalla produzione di Selena Gomez e dall’adattamento di Brian Yorkey rispetto all’omonimo romanzo di Jay Asher, ripercorre le tappe della morte di Hannah Baker, suicida a seguito di drammatici avvenimenti verificatisi nel corso della sua breve ma vivace ed alquanto controversa esistenza.

Tredici sono i motivi che hanno spinto Hannah all’estremo gesto, sette le audiocassette registrate verso i presunti corresponsabili dell’accaduto. Proprio da tali audiocassette sarà possibile verificare, tra presente e ripetuti flashback ripartiti tra Hannah ed il coprotagonista Clay Jensen, tutte le sfumature che hanno accompagnato la tormentata esperienza della teenager più chiacchierata della scuola.

In detto contesto, caratterizzato dall’obbligato binario liceo-adolescenza, l’americanismo televisivo raggiunge connotati spesso ripetitivi e purtroppo costantemente erosivi delle pur fondamentali tematiche trattate. In Tredici ritroviamo infatti il gruppetto fighetti della scuola, incarnato dai perfetti muscolosi e desiderati campioni dello sport studentesco, l’effimera fama del mondo cheerleader, l’ingenuo atteggiamento maschilista rispetto alle prerogative di una ragazza liceale, o ancora quella controparte maschile che esprime il disagio nella diversità di un intimismo formato nerd fantascientifico, lontano da donne e bicipiti. I cliché dunque (e purtroppo) non mancano, limitando di fatto un prodotto che a ben vedere riesce a toccare svariate fasce d’età, nonostante l’assenza di precisione di cui si dirà.

La serie di Yorkey può più che mai essere definita con un termine clou, che è quello di perfettibile. Trattare di tematiche cruciali quali il bullismo, la sofferenza femminile dinanzi ad una violenza sessuale, l’ossessione, la solitudine, la morte che si fa tramite per mezzo del suicidio ed il rapporto genitori-figli, non è certo una operazione semplice sotto il profilo dell’originalità. Con il rischio (solo in parte superato dalla serie) di sconfinare in una pedagogia eccessiva, poiché poco incisiva e peraltro spesso smontata dall’assenza dei molteplici punti di vista determinati dalle differenze generazionali e dalle difficoltà del rapporto tra giovani e istituzioni.

I colpi di scena sono inoltre abbastanza rari e trascurano i punti di vista del mondo adulto, limitando pertanto la narrazione ai silenzi e all’omertà degli amici di Hannah, spaventati dalle conseguenze della verità. Una verità nuda e cruda che rischia di compromettere il futuro dei ragazzi coinvolti, ben messa in risalto anche da passaggi della serie piuttosto controversi, nei quali si ritroveranno giovani vite spente ed altre ancora distrutte dal rimorso e dalle violenze subite. Qui invece il realismo non manca, rivelandosi spesso disturbante a causa del tentativo di immedesimazione dello spettatore rispetto ad un dramma che tocca non solo Hannah ma anche coloro che continueranno ininterrottamente ad amarla (Clay, i genitori di Hannah) assieme al peso del non aver impedito il proprio suicidio.

Manca si diceva il cosiddetto punto di vista genitoriale, oltre che il significato del ruolo di una istituzione a tutti gli effetti come la scuola. Tredici sembra invece fornire un messaggio contrario, lasciando il punto di vista degli adolescenti avaro di punti di riferimento. Come se genitori e scuola fossero totalmente assenti e non così tormentati (come spesso invece realmente accade) rispetto alle divergenze di due mondi quasi paralleli. Ma qui tale contrapposizione non emerge affatto, come evidente dalla successiva incapacità della madre del coprotagonista Clay Jensen di intuire le confidenze finali del proprio figlio, rispetto ad una storia troppo grande per l’età dei giovani ragazzi.

Certo, si partiva da un’idea “imposta” dall’omonimo romanzo. E qualcosa effettivamente è stato riadattato dalla serie stessa, attraverso l’introduzione di personaggi non presenti o comunque senza caratteristiche ben definite dall’opera letteraria. Entrano così in campo tutti i personaggi principali che hanno decretato la fine sociale e materiale di Hannah, culminata dal drammatico silenzio del preside della scuola. Ma restano anche qui i dubbi sugli eccessivi cliché del liceo americano, con personaggi interiormente vuoti ed unicamente preoccupati di difendere futuro e reputazione attraverso i ricorrenti tentativi di insabbiare le verità delle audiocassette.

C’è poi il limite del contorno della narrazione, legato alla descrizione del dramma attraverso i connotati di un thriller psicologico sì presente ma spesso poco denso di colpi di scena. Una caratteristica costante e che può tranquillamente essere riferibile alla prima parte della serie, che vede un generale rallentamento rispetto all’andamento dei fatti. In sintesi, Tredici è una serie che va vista e forse anche rivista, ma che procede a luci intermittenti, con il rischio che le lampadine possano spegnersi abbandonando momentaneamente lo spettatore alla nebbia della noia. Il tutto,  prima di un complessivamente eccezionale trittico tra le puntate 9 e 11, vero punto di forza rispetto ad un finale prevedibile quanto incompleto (anche se magari volutamente generato rispetto alla notizia dell’uscita di una seconda stagione). Qui vien da chiedersi se, esaurito ormai l’adattamento della composizione letteraria di Jay Asher, possa avere un qualche senso perseverare con un’altra stagione rispetto ad un finale che promette poco, salvo limitate questioni (la possibile incriminazione dello stupratore Bryce o le condizioni di vita di Alex rispetto alla “imitazione” del gesto di Hannah). Nulla tuttavia esclude un grande rilancio, magari per mezzo di uno stile che vada a richiamare i punti di forza del trittico di puntate antecedentemente richiamato.

Nonostante lo stato di perfettibilità, Tredici è una serie incisiva sotto il profilo del merito, ovvero delle tematiche messe in campo. Richiamare fattispecie quotidiane quali quelle del bullismo, della violenza sessuale e del suicidio a seguito della generale umiliazione causata dalla mancata integrazione adolescenziale, ci ricorda quanto fondamentale possa essere la conseguenza di una azione a prescindere dall’importanza ad essa personalmente fornita. Il rapporto tra conseguenza ed azione è pertanto un aspetto molto ricorrente all’interno della serie e che ben individua la necessità di immedesimarsi anche rispetto ai silenzi del nostro interlocutore. Come quelli di Hannah, incapace di reagire al corso degli sfavorevoli eventi, o di Clay, devastato dalle omissioni sentimentali che gli impediranno di evitare il gesto della ragazza che avrebbe voluto avere accanto forse per sempre, decretando un rimpianto a tratti ben descritto e commovente. Per questo e non solo, al di là delle imperfezioni della serie, tendiamo ad amare Hannah Baker. Nell’eternità, sino a dove e quando non sapremo in quali posti ella potrà condurci, nonostante i dissidi interiori ed il nostro costante ma inutile tentativo di ignorare dolori spesso enormi, tali da non portarci ad essere in grado di saper esprimere e mettere a confronto il nostro io di fronte ad una giovanile ma sovente problematica e claustrofobica esistenza.

foto da: screenrant.com

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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