Ci sono un nero, un arabo e un ebreo. Non è l’inizio di una barzelletta da Bar dello Sport, sono i protagonisti de L’ Odio, film in cui verrà descritta la loro giornata successiva alla guerriglia con la polizia, causata dal grave ferimento del sedicenne Abdel durante un interrogatorio.

Vinz(Vincent Cassel), Saïd(Saïd Taghmaoui) e Hubert(Hubert Koundé) sono degli aspiranti rivoluzionari che passano il loro tempo raccontandosi aneddoti, girovagando per le strade della banlieue di Parigi senza meta e fumando qualche spinello. Il senso di noia è amplificato dalla mancanza di dilatazione temporale, infatti il film si sviluppa interamente nell’arco di una giornata. Giornata in cui tutte le televisioni sono sintonizzate sulle reti che trasmettono gli ultimi aggiornamenti sugli avvenimenti della notte precedente e sulla instabile condizione medica di Abdel.

I tre ragazzi di vita(riprendendo il titolo di un noto romanzo di Pier Paolo Pasolini, che narra le vicende di giovani appartenenti al sottoproletariato urbano) descritti rappresentano dei pannelli distanziometrici dal disfacimento, con Hubert che è il più riflessivo e meno propenso a cacciarsi nei guai, Saïd che si barcamena tra senso di responsabilità e violenza, e infine Vinz, un Accattone in chiave anni ’90, una bomba a orologeria carica di odio verso il sistema, col rischio costante che esploda nella maniera peggiore. Ed Il pericolo che si cacci nei guai da un momento all’altro nasce quando ritrova una pistola persa da un poliziotto durante gli scontri e confida agli amici di volerla utilizzare al più presto per vendicare Abdel. Una situazione che genera tensione negli spettatori, i quali notano facilmente fragilità e contraddizioni di un disperato senza futuro, convinto di diventare un duro facendo credere agli altri di esserlo e mettendosi spesso in situazioni sul filo del rasoio.

Ma se è vero che l’amore genera amore, come ci suggerisce Hubert ‘l’ Odio chiama l’ Odio’, sentimento chiave del film che dunque non è unilaterale:così come la gioventù bruciata lo nutre nei confronti della polizia, quest’ultima non porge certo l’altra guancia e mette nei guai persone innocenti per puri pregiudizi, causa tra l’altro dell’odio provato dalla società verso questi ragazzi.

Come andrà a finire?

L’intro con Burnin’ and Lootin’ di Bob Marley & The Wailers a fare da sottofondo alle immagini documentaristiche di archivio reali raffiguranti la guerriglia urbana, ci immerge già nel clima di chi sta per guardare un film che da ogni appassionato di cinema dovrebbe essere visto come un sommelier osserva uno Chateau Lafite Rothschild. “We gonna burn and loot tonight” cantava Bob Marley, la cui traduzione è “Stanotte bruceremo e saccheggeremo”, e questo sembra essere l’inno dei quartieri di Parigi dove ‘il sole del buon Dio non dà i suoi raggi’, come Fabrizio De André poetava nella sua Città vecchia, quelle realtà popolari di cui l’alta società si disinteressa.
In un’epoca in cui gli esseri umani danno poca importanza a problematiche ritenute di secondo piano, tra cui l’odio con le sue molteplici sfumature che spaziano dal razzismo alla misoginia, appare più che mai attuale questa pellicola del 1995, ed ancora più attuali sono le parole che, nell’aneddoto più famoso del film, si ripete l’uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani, facendo da eco alle allucinazioni della società:“Fino a qui tutto bene”.

Questa opera targata Mathieu Kassovitz, vincitore della miglior regia al 48° Festival di Cannes, ha destato, oltre che scroscianti applausi da spettatori e critici di tutto il mondo, scalpore e sgomento tra gli agenti a causa del ritratto brutale della polizia.
La scelta di girare il film interamente in bianco e nero è certamente una scelta coraggiosa, ma coerente col messaggio lanciato:le immagini a colori, infatti, con la loro cromia distraggono e talvolta non trasmettono l’intimità a cui il racconto mira, limitandosi ad una visione spesso più superficiale; il bianco e nero, al contrario, trascende questa superficialità, e nel corso del film ci dona immagini da cui traspaiono i diversi spiriti dei protagonisti.
I virtuosismi tecnici di una regia superba fanno da contraltare ad una trama più che mai lineare, che non confonde lo spettatore, ma anzi lo tiene incollato davanti allo schermo con l’ausilio di una sceneggiatura simbolica(si pensi alla vacca che ossessiona Vinz) condita da discorsi frivoli alternati ad altri con una nuance filosofica.

Da chi sia nato questo odio non possiamo saperlo, ma per dare una spiegazione alla sua onnipresenza possiamo parafrasare il filosofo francese Jean Paul Sartre:

Basta che un uomo odi un altro perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”. Imperdibile.

 

Author: Federico Del Vecchio

Amo il cinema e sogno di diventare un regista. Cerco costantemente di espandere la mia cultura tramite qualsiasi esperienza abbia l’opportunità di avere.

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