Sia chiaro questo. La Repubblica Popolare presieduta da Xi Jinping “a suo modo” si considera una democrazia. Ma a differenza della caratteristica divisione dei poteri legislativo, giudiziario e esecutivo delle democrazie occidentali in quella cinese a bilanciare il potere statale c’è il partito unico. La divisione dei poteri però c’è nell’altra Cina, Taiwan.

Mi è capitato di chiedere, con insolente curiosità, di Taiwan ad alcuni conoscenti cinesi. La risposta è sempre la stessa: “loro sono nostri fratelli cinesi come lo siamo noi”.

Se la stessa domanda fosse posta a un ambasciatore o qualsiasi altra autorità della Repubblica Popolare ci direbbe che Taiwan è una “provincia ribelle”. Questo perché, come alcuni già sapranno, sull’isola che i portoghesi chiamarono Formosa (la Bella) la sovranità appartiene alla Repubblica di Cina e non alla Repubblica Popolare Cinese.

Nonostante siano collegate da infrastrutture e storia non si riconoscono reciprocamente e de facto abbiamo due Cine, una democratica e una comunista. Uno status derivato dall’incompiuta guerra civile che nel 1949 portò al potere il Partito comunista in Cina di Mao e che costrinse il governo nazionalista deposto del Kuomintang (KMT) a fuggire. Il KMT ha continuato a sostenere l’esistenza della Repubblica di Cina dall’isola di Formosa rifiutando di riconoscere quella continentale guidata dai comunisti.

A Taiwan fino agli anni ’90 c’è stata una dittatura nazionalista. Quando la democrazia progressivamente ha preso piede è cresciuto il consenso dei politici indipendentisti, quelli che vedevano l’isola come un paese a sé stante, senza pretese territoriali verso la terraferma. Nel 2000 uno di questi partiti, il Partito Democratico Progressista (DPP), vinse per la prima volta le elezioni presidenziali. L’affermazione del DPP ha fatto crescere tra i cittadini idee sull’indipendenza di Taiwan facendo sempre infuriare la Cina.

Ma se la Cina comunista gode di un ampio riconoscimento internazionale, quella democratica è riconosciuta soltanto da 15 stati di bassa caratura internazionale, compreso il Vaticano che però sta ricucendo lentamente i rapporti con “l’Impero di mezzo”. Questo perché negli ultimi anni Pechino ha persuaso molti paesi a chiudere le proprie ambasciate sull’isola per aprirle nella Repubblica Popolare. Nella diplomazia internazionale chi la riconosce e chi no, nel tentativo di non offendere nessuna delle parti, finisce per fare delle gaffe internazionali.

Di questa democratica ribelle si torna a parlare spesso. Negli ultimi mesi per l’esemplare gestione dell’emergenza Covid-19, frutto della precedente epidemia di SARS del 2003. La presidentessa Cai Yingwen non ha imposto alcun lockdown preferendo intensificare controlli sul traffico aereo e sfruttando banche dati.

Il successo taiwanese ha suscitato tante simpatie in Occidente al punto che Germania e Usa in primis vorrebbero questa come membro osservatore dell’OMS. Uno status che ha già avuto tra il 2009 e il 2016 quando sulla poltrona più importante di Taipei c’era un governo che strizzava l’occhio a Pechino. Dopodiché le è stato impedito di partecipare, per volere della Cina.

Taiwan non pressa per partecipare alle riunioni dell’OMS ma continuerà a donare forniture mediche all’estero e a protestare contro il “comportamento a due facce” della Cina che lo esclude da tali forum, come ha affermato il ministro degli Esteri dell’isola.

Una riunificazione cinese pare assai improbabile al momento. Per i taiwanesi significa sottomettersi al Partito Comunista Cinese con la possibilità di ridursi come la scontenta Hong Kong o Macao abbracciando il principio “un paese, due sistemi”. Inoltre, Taipei gode del sostegno mediatico, diplomatico e militare degli Usa che impedisce alla Repubblica Popolare di invadere indisturbatamente Taiwan. Washington non intende lasciare a Pechino il controllo dell’isola per impedirle l’accesso all’Oceano Pacifico.

Geopoliticamente Taiwan è diventata l’argomento spinoso con cui Donald Trump punzecchia l’avversario cinese. Ci ha provato fin dall’inizio del suo mandato presidenziale quando il 2 dicembre 2016 per la prima volta dal 1979 un presidente USA aveva parlato direttamente con Taiwan. Nella chiamata, Tsai si congratulò per la vittoria alle elezioni presidenziali.

Con il Covid-19 la globalizzazione si è congelata. Con il disgelo l’occidente potrà disimpegnarsi sempre più dalla dipendenza cinese e molto più facilmente dato che i consumi devono ripartire quasi da zero. Fare a meno del mercato cinese sembra complicato, nonostante sia questa la direzione degli Usa. Anche se le amministrazioni non lasciano intravedere nulla sembra che il sogno nel cassetto sia quello di vedere una costituzione democratica come nel paese rosso. Non tanto per un principio di libertà dei popoli ma per indebolire e ridimensionare Pechino e salvaguardare la sua supremazia.

Author: Roberto Del Latte

Da blogger indipendente ho deciso di fondare Cronache dei Figli Cambiati. Sono laureando in lettere moderne a Bari e appassionato di politica estera. Ho collaborato con diversi web-magazine, tra cui theZeppelin e il Caffè Geopolitico, occupandomi di politiche energetiche, la politica degli Stati post-sovietici e geopolitica delle religioni.