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In copertina: manifestazione contro la Legge 194. Fonte Repubblica.it

La cosa che fa più rabbia quando si parla di aborto e obiezione di coscienza, è il fatto di vedere una opinione pubblica generalmente spenta tornare a parlare di una questione così delicata solo quando ci scappa il morto (nell’ultimo caso di Catania, i morti). Per dovere di cronaca, è pur vero che il caso della morte di Valentina Miluzzo, successiva a quella dei gemelli in grembo, vive una fase intermedia di accertamenti in corso sui quali non intendo interferire ed entrare nel merito.

 

Preme tuttavia sottolineare come possa rivelarsi drammatica la considerazione di alcune tendenze nazionali sull’applicazione della legge 194/78. Una legge è una legge: va rispettata e dunque contestualmente applicata. Peccato che questo non accada sempre, o comunque molto spesso. Una fattispecie pertanto aberrante, in un paese laico che si appresta così proprio attraverso la tanto invocata obiezione di coscienza a distruggere i valori e l’importanza imprescindibile dello stato di diritto.

 

I dati recenti targati Ministero della Salute (aprile 2016) delineano una sostanziale ‘non applicazione’ della legge sulla IVG (Interruzione volontaria della gravidanza). Basti leggere in questi ultimi giorni qualsiasi quotidiano, cartaceo o online, per suscitare un senso di rabbia ed impotenza: gli obiettori di coscienza raggiungono vette del 93,3% dei ginecologi in Molise, il 92,9% nella provincia autonoma di Bolzano, il 90,2% in Basilicata, l’87,6% in Sicilia, l’86,1% in Puglia e via andando. Se in altre regioni il dato può risultare più basso, è altrettanto da rilevare come le uniche due regioni nelle quali gli obiettori siano inferiori al 50% sono la Valle d’Aosta e la Sardegna.

 

Ed ancora: su 94 ospedali con reparti di ostetricia e ginecologia solo 62 effettuano interruzioni volontarie di gravidanza. E’ appena il 65,5% del territorio nazionale, specchio nero di una ottusa e medievale visione del Paese che continua quotidianamente a calpestare quello che è a tutti gli effetti un diritto della donna, senza dimenticare il dolore con il quale decisioni simili vengono prese. Ma di fatto, impedendo un diritto di tale portata, il rischio è di distruggere doppiamente l’integrità fisica e psichica del sesso femminile.

 

Insomma, e qui si chiude la parte relativa ai dati, 7 medici su 10 sono obiettori di coscienza mentre sono ben 21mila (!) le donne costrette ad emigrare per veder rispettata la propria volontà. Va opportunamente aggiunto che la legittimità dell’obiezione di coscienza (art.9 L.194/78), pur essendo consentita prevede una serie di limiti sacrosanti:

«L’obiezione di coscienza esonera il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento».

 

Il penultimo comma è altrettanto chiaro:

« L’obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale sanitario, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo».

 

E’ inoltre doveroso ribadire come su tale tema l’Italia sia già stata condannata a più riprese in campo comunitario: l’8 marzo 2014 il Comitato europeo sui Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha condannato l’Italia sull’aborto. Proprio nel giorno della festa della donna, il Belpaese fu gentilmente invitato dall’Europa a svegliarsi nel presente ed allinearsi ai principi in materia comunitaria che tutelano il diritto alla salute delle donne.

 

Nel reclamo presentato da International Planned Parenthood Federation, veniva esposta la concezione secondo la quale l’elevato numero di medici, anestesisti e potenziale sanitario che si avvalgono dell’obiezione di coscienza, viola il diritto alla salute delle donne interessate. Una concezione sposata e confermata dal CEDS, pur essendo tale organo piuttosto debole sotto il profilo dell’applicazione giurisprudenziale delle sentenze (è infatti organo decisionale politico e non giurisdizionale – nda).

 

La seconda condanna è di fresca memoria:siamo in aprile 2016. Qui, sarà un reclamo collettivo della Cgil (n.91 del 2013) a provocare un nuovo richiamo europeo nei nostri confronti. Secondo il Consiglio d’Europa, i medici non obiettori subiscono disparità di trattamento e condizionamenti non idonei allo svolgimento della loro attività. Ma nonostante questo l’attuale ministro della Salute, Beatrice Lorenzin replicò:

«Sono molto stupita.. Ho letto mi sembra si rifacciano a dati vecchi. Siamo nella norma, anche al di sotto. E non c’è assolutamente lesione del diritto della salute».

 

Nulla da stupirsi: sono gli stessi del Fertility Day, noti per la loro caratura intellettuale.

 

E’ pertanto tempo di agire. Appare assolutamente necessario sbattere le porte in faccia anche ai propri credo (ideologici o religiosi che siano, poco importa) ed affrontare concretamente la tematica, senza nascondersi o riapparire dal retro attraverso casi mediatici, che come di consueto saranno dimenticati e successivamente taciuti. I tempi sono anche piuttosto stretti: c’è un mondo che corre veloce e che nonostante la crescente erosione dei diritti continua a conservare (per fortuna) alcuni pilastri incontrovertibili. L’Italia ha il dovere di aggregarsi e rispondere presente. Facendo la sua parte.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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