Nel 1987 il Fondo Pubblico per l’Arte di New York commissiona come parte di una serie di messaggi per il pubblico un lavoro ad Alfredo Jaar, artista cileno. Alfredo ha una sensibilità artistica e politica fuori dal comune e risponde con un lavoro di 42 secondi  dal titolo “A Logo For America”: il messaggio viene lanciato a Times Square e vede la bandiera statunitense essere interrotta dal messaggio “This is not America’s flag”: QUESTA NON E’ LA BANDIERA AMERICANA.

A ciò segue un’altra immagine con la scritta AMERICA dove la R si trasforma nell’intero continente americano, non solo nell’America del Nord. L’opera era dunque una forte critica all’ ‘etnocentrismo’ americano, che di solito reclama l’identità dell’intero continente oltre a controllarne spesso le politiche, come la storia e l’esperienza dell’America Latina insegna.

 

E’ possibile guardare il video della reclame di Alfredo a Times Square  qui

 

Dopo circa 29 anni, nel 2016, il figlio di Alfredo, Nicolas Jaar pubblica Sirens. La copertina è una dichiarazione di intenti: l’immagine mostra una scritta sul complesso di Times Square: THIS IS NOT AMERICA’S FLAG. Quando il piccolo parla, il grande ha parlato.

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Questa è la copertina dell’album: in basso è possibile vedere un frame della pubblicità di Alfredo Jaar, il padre di Nicolas.

 

Con quest’opera, composta da sole 6 tracce, Nicolas Jaar vuole trascinarci con sé utilizzando la musica come mezzo politico. Sirens affonda, e lo fa con dei testi che sono una vera e propria denuncia storica della situazione politica del Cile negli anni ’70. Una storia in cui gli Stati Uniti (Nicolas è cresciuto tra il Cile e New York) sono presenti come complici di un regime che ha logorato il Cile, privandolo di ogni libertà.

Musicalmente, Jaar ha trovato una chiave fantastica che in quest’album permette all’elettronica di dispiegarsi in tutta la sua forza: è la world music a dare un ritmo in cui l’elettronica diventa la colonna portante, sorretta spesso da atmosfere tribali e melodie latino-americane . Ma è un lavoro molto eterogeneo, come possiamo notare dalla traccia d’apertura Killing Time, minimale e soffusa, con dei fraseggi di pianoforte che si ripetono e lasciano alla voce il compito di introdurre le tematiche, non facili da affrontare per chi non le ha vissute ma ne ha sentito gli strascichi:

“I think we’re just out of time/ We are just waiting for the old folks to die/ we are just waiting for the old thoughts to die/ Just killing time”.

Jaar si divide tra ‘evocatività’ e  ritmi forsennati. L’esempio lampante è la seconda traccia, The Governor. Una quasi  lettera aperta al Generale che tanto ha afflitto la storia moderna cilena.

In Cile, il Generale Augusto Pinochet rovesciò grazie ad un colpo di stato nel 1973 il governo socialista di Salvador Allende, che aveva nazionalizzato tutte le miniere di rame(una delle risorse più presenti nel territorio cileno) togliendole dal controllo statunitense e avviando un programma di modernizzazione statale: venne introdotto il divorzio, l’istruzione e le cure mediche di base gratuite, alcune tutele sociali e l’aumento di salari grazie ad un forte intervento dello stato. Gli USA, da sempre attivi contro i focolai socialisti e comunisti, non riuscirono a tollerare una mancanza di rispetto così grande: a ciò bisognava unire la poca propensione degli Stati Uniti a tollerare un’altra presenza socialista dopo l’insediamento di Fidel Castro a Cuba nel blocco occidentale, di cui erano ideologicamente a capo contro la Russia durante la Guerra Fredda. Nixon, presidente americano all’epoca, impose che nessun aiuto economico dovesse esser dato al Cile, inasprendo la pressione economica sulle banche cilene. Non solo: appoggiò finanziariamente il sindacato dei camionisti, che aiutato dalla CIA percorse il Paese bloccandolo grazie a degli scioperi e preparando la strada per un golpe militare, durante il quale Allende si suicidò e Pinochet salì al potere.

Pinochet strinse il Paese uccidendo e torturando migliaia di avversari politici e cittadini. The Governor ne rappresenta un chiaro richiamo:

”Alarm is going off/ oh can’t you hear/ your eye’s in the wrong place reflecting a tear/ Go ahead and forget/ Just give us a smile” ci dice Nicolas, masticando la rabbia di chi sente l’ingiustizia ed il peso di queste azioni. Ed ancora:

“The mothers have sunk/ All the blood is hidden in the Governor’s trunk”.

Tutto il sangue è nascosto nel baule del Governatore.

Un secondo episodio di forte denuncia formato Sirens è nella quinta traccia, “Three Sides of Nazareth”, Il brano è tutto concentrato sull’incedere ripetitivo di un verso: “I found my broken bones by the side of the road”. Un eco che ricorda tutti i desaparecidos torturati e uccisi dal governo del Genèral, tuttora non  ritrovati e vengono rimpianti dai familiari.

L’album però ha il suo momento più alto, per  poetica e sintesi musicale in “No”. Un caleidoscopio di ritmi, un crescendo di sintetizzatori che si trasforma in un lento reggaeton, dove la voce di Jaar si fa strada attraverso un cantato ipnotico il cui ritornello risulta  presente a caratteri cubitali sulla copertina dell’album: “Ya dijimos no, però el Si està en todo”.

La canzone si riferisce al referendum con cui il Cile si trovò a poter scegliere se continuare col governo Pinochet per altri otto anni oppure no. Jaar stesso ha raccontato al magazine inglese Pitchfork:

”Quello che mi interessava era la semplicità del referendum. Quel si oppure no. La resistenza, fatta di artisti, politici di sinistra, attivisti, aveva creato una campagna per il no. Quello che avevano fatto era trasformare un messaggio negativo in un messaggio positivo, come se fosse la cosa più elementare che si potesse fare.” Passare dal no, simbolo di ogni divieto e rifiuto, ad un Sì rigonfio di libertà.

Quest’album, che non finisce mai di stupire sebbene composto da pochissimi brani, si conclude con “History Lesson”.

Il brano è un doo-wop anni ’50: uno di quelli che potreste ascoltare in sottofondo mentre i protagonisti di un vostro film preferito si congiungono. Il falsetto di Nicolas Jaar sceglie di spiegarci la Lezione. Jaar non canta d’amore ma espone  la summa del messaggio politico cileno, desideroso di libertà e rivendicazione nei confronti del peso di una storia controversa.

 

“Chapter one: we fucked up.

Chapter two:  we did it again, and again, and again, and again.

Chapter three: we didn’t say sorry.

Chapter four: we didn’t aknowledge

Chapter five: we lied.

Chapter six: we’re done.”

 

 

 

P. S. Nicolas è inoltre anche newyorkese. Nel 2016 avremo una elezione ‘discretamente importante’. La Lezione è allora solo cilena o vuole offrire altri spunti presenti e quotidiani?

Al lettore l’ardua sentenza.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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