Dopo aver visto per la prima volta “Manchester by the sea” effettivamente mi sono chiesto come mai l’Academy avesse scelto la performance di Casey Affleck, premiato quest’anno come miglior attore protagonista, un interprete che personalmente trovo sempre molto emotivamente a fuoco. E’ una performance scarna, mai sopra le righe se non attraverso poche azioni compiute dal protagonista. Ho dovuto riguardare il film per apprezzare la performance fisica impostata e molto chiusa di Affleck, quella sua maschera sempre intontita che solo in alcuni attimi si apre alle lacrime e all’emotività, in generale la gamma di emozioni che passano quasi in sordina ma arrivano in alcuni precisi momenti del film.

Coincidenza vuole che in alcuni dei film premiati quest’anno agli Oscar protagonista sia l’acqua: in Moonlight, vincitore del miglior film (anche se volevano farci credere di no), essa è simbolo di purezza ed accompagna le tre diverse fasi della storia. In Manchester by the sea invece è un luogo legato all’attaccamento familiare.

Manchester by the sea è dominato dal senso di famiglia, dal legame di sangue e dalle responsabilità che esso comporta e che quando vengono tradite, nel modo più tragico possibile, spezzano l’umanità degli uomini e li travolgono totalmente.

Lee torna a Manchester, Massachusetts a causa della morte del fratello Joe e si trova, per le disposizioni legali che Joe aveva dato avendo una malattia congenita al cuore, a dover fare da tutore al nipote Patrick.

Il sapiente montaggio ci restituisce le ragioni della fuga di Lee dal paesino, nonostante la sua intera famiglia si trovasse lì: Lee viveva a Manchester con la moglie Randi (una Michelle Williams che quando compare, ruba la scena) e le due figlie. Dopo una serata ad alto tasso alcolico con gli amici era uscito di casa per andare a comprare altro alcol, lasciando dei ciocchi di legno nel camino e causando un incendio che ha ucciso le due figlie. Quando lo ammette di fronte a due poliziotti, ha la faccia di un uomo che pensa di non avere responsabilità ma capisce di essere colpevole in ogni caso.

L’evento, è banale da dire, è uno spartiacque nella psicologia del personaggio che Affleck rende benissimo: il film si apre con lui e Joe che prendono in giro Patrick, dicendogli di star attento a non pescare uno squalo bianco, una cosa impensabile se si guarda alla assenza di vocabolario che caratterizza il parlato di Lee, sempre stringato e conciso, e alla difficoltà nel ristabilire il tipo di dialogo che avevano.

Il parallelo tra l’umanità impoverita del protagonista e i paesaggi glaciali e spogli è reso benissimo tramite un’attenta fotografia che si nutre del paesaggio rigido della zona.
La distanza tra sé stesso e gli altri che Lee ha voluto imporre lo trascina in un’indole depressiva,una lontananza emotiva triste e totale. Il montaggio, unito allo sguardo della regia lo mostra spesso mentre lavora, da solo, spalando la neve, aggiustando dei tubi, “un tuttofare” come ricorda più volte lui stesso.
Il clima è la ragione che fà si che Lee rimanga a Manchester, Joe non può essere sepolto a causa del gelo e il suo corpo viene tenuto in un freezer per conservarlo in attesa del funerale. Ciò scatena una crisi isterica una sera a Patrick, perché cade della carne dal freezer del frigorifero e l’analogia con la sorte del padre scatena in lui uno stato d’ansia molto forte: è grazie a questo che Lee si rende conto di dover restare accanto al nipote nonostante avesse subito messo in chiaro di voler andar subito via dalla città.

Kenneth Lonergan, regista della pellicola, ha raccontato al Times che ciò che più lo ha sconvolto, leggendo la sceneggiatura era come Lee cercasse di controllare la situazione. Razionalizza la cosa, parla di semplice carne nel frigo e si accerta delle sue condizioni,ma non riesce a esserne partecipe.

Nemmeno l’incontro con l’ex moglie riesce a risvegliare quella parte ormai morta e sepolta in lui, di fronte alla colpa di cui lei si accusa e alla rivelazione di un amore mai sopito, Lee non riesce a dir nulla se non poche frasi, delle scuse e l’esortazione alla moglie nel non essere così dura con sé stessa, abbandonandola in strada con un fugace “devo andare”. La rabbia schiuma dentro di lui ed è l’unica emozione di cui Lee lascia una testimonianza tangibile e sommata ai fumi dell’alcol fa sì che scateni una rissa in un bar, da cui viene salvato da Joe, l’amico che durante il film veglia su di lui, uno dei pochi a non evitare lui o il suo nome a Manchester a causa dei suoi trascorsi.

Tutto ciò però riesce a risvegliarlo emotivamente, e seppur conscio di non essere più lo stesso, si vede come dopo il funerale prova a riavvicinarsi almeno al nipote, che nonostante la giusta dose di egoismo adolescenziale, nutre per lui un bene sincero.
Il pregio della sceneggiatura, nata da un’idea di Matt Damon e sviluppata dal regista, vincitrice  è quello di mantenere quotidiano ogni dettaglio ed è forse questo il motivo principale per cui Manchester by the sea scatena una vicinanza in chi lo guarda.

L’ha scatenata sicuramente in me. In maniera fortissima verso il personaggio di Affleck, così affascinante nella sua spirale quotidiana. Ma guai a parlare di Manchester by the sea senza prescindere dallo sguardo di Lonergan, che non indugia mai sul dolore che le persone sono capaci di infliggere e autoinfliggersi. La sua regia guarda sempre alle azioni dei personaggi che dimostrano molto di più delle parole, ciò che essi provano. E il fatalismo con cui guarda alla tragedia e al trauma aiuta l’empatia che si prova verso i protagonisti, senza bisogno di inutili giustificazioni.

 

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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