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In copertina, da sinistra a destra: Kayne West e Sean Parker, fondatore di Napster. Montaggio a cura di CFC, file originali qui e qui

Recentemente ho avuto modo di visionare The Social Network, film del 2009 di David Fincher. Un passaggio mi ha lasciato folgorato: la cena tra Sean Parker, fondatore di Napster, Mark Zuckerberg ed Eduardo Saverin. In un passaggio stupendo,  Eduardo messo alle strette ricorda a Parker come ha perso la causa contro le case discografiche che egli aveva danneggiato. Parker lucidamente risponde: “Vorresti comprare un negozio Tower Records, Eduardo?” (Tower Records era un negozio che vendeva dvd e cd musicali, ha dichiarato bancarotta nel 2004, dopo esser stato stilettato a morte dalla pirateria e da servizi come Napster stesso – nda).

Ma facciamo un passo indietro.

Napster è partito come sistema gratuito di condivisione file, perlopiù mp3. Per questo essenzialmente era possibile ricercare musica senza necessità di nessun tipo di pagamento: una forma più spregiudicata rispetto a quella del moderno Spotify, il quale guadagna dalla pubblicità pagando gli artisti con royalties bassissime in base agli ascolti. Dal suo lancio, il 1° Giugno 1999, ha causato un effetto devastante sull’economia discografica. Napster è stato infatti il Big Boy e le case discografiche Hiroshima e Nagasaki. Boom. Affondate. Chiuderà nel 2001, anno in cui i fondatori verranno messi sotto processo.

Poi, qualche anno dopo,  un colosso qualsiasi dell’informatica introdurrà iTunes e ciao ciao dischi. Il mercato digitale cresce anno dopo anno, con un abbassamento generale dei dati di vendita: se nel 1999  gli album venduti secondo Nielsen erano di 754 milioni (album ‘fisici’ e digitali), nel 2004 si registra già un calo di circa il 15% del mercato totale. 100 milioni di album in meno venduti. I dati al 2015 sono impietosi: 241 milioni di dischi venduti, di cui circa 137 milioni ‘fisici’, per il resto digitali. (fonte Nielsen Music – nda).

Ormai dunque  l’uso di musica liquida è predominante nonostante riduca l’ascolto ad uno shuffle freddo e ripetitivo, che tuttavia agevola e ci rende quasi estensioni musicali, vista la facilità con cui è possibile usufruirne.

La contraddizione più assurda la generiamo noi fruitori,: da un lato siamo affezionatissimi alla musica in generale, dall’altro è altrettanto raro che qualcuno la supporti economicamente, non riconoscendole così un reale valore artistico.

 

Nel 2016 il mercato degli album fisici ha fatto i conti con la ripresa del vinile fuori catalogo che è tornato in auge. Catastrofico? Forse. Eppure è possibile sfruttare la cosa in modo intelligente: userò appositamente la parola intelligente e non il termine “proficuo”.

 

Il 12 febbraio di quest’anno è uscito dopo numerosi cambiamenti il nuovo album di Kanye West, ‘The Life of Pablo’. West probabilmente ha toccato l’apice della ‘concettualità’ musicale (si spazia dagli autotune di Feedback, fino all’old school di No More Parties in L.A.) e lirica, con testi che spaziano da riflessioni sul ruolo della religione, al ruolo di Kanye come artista, fino ad una riflessione umana che spazia dal senso di autodistruzione, alla famiglia e alle relazioni in generale.

Ne parlo perché ‘The Life of Pablo’ nasce come un disco in costante cambiamento, posseduto dal suo artista prima che dai fruitori. West stesso si è riservato il diritto di poterne cambiare la scaletta, fino ad aggiungerci due tracce, Saint Pablo e Frank’s Track. TLOP ha inoltre cambiato per due volte titolo (da SWISH a Waves fino a quello corrente) oltre che innumerevoli altri dettagli tra cui campionamenti all’interno delle canzoni, alcuni cori ed elementi delle basi che sono stati silenziati o messi in primo o secondo piano rispetto alle precedenti versioni.

 

Come è possibile modificare un album che esce su cd o vinile? Una ristampa subito dopo, si chiederà il lettore, mossa di mercato interessante anche se solo un ‘aficionado’ sarebbe portato ad acquistare il prodotto due volte. Invece no: Kanye West ha deciso di palesare l’album in streaming su Tidal, dichiarando in seguito di non voler far uscire mai più una sua opera su supporto fisico.

 

Da appassionato d’arte non ho potuto non pensare al ciclo della “Cattedrale di Rouen” di Monet: trenta dipinti che illustrano uno stesso soggetto cambiare in base alle fasi del giorno e alle stagioni. Si potrebbe addirittura parlare di impressionismo musicale, reso possibile questa volta grazie alla liquidità del supporto.

 

Se quindi ormai la musica è in costante cambiamento a causa dei mezzi con i quali viene distribuita, le tendenze del pubblico non cambiano. Nonostante West l’abbia infatti  inizialmente reso disponibile su Tidal, in streaming su PornHub (dite ciò che volete, ma non che Kanye non abbia gusto) e solo dopo attraverso download digitale sul suo sito, a causa della mancanza di supporto fisico, è stato vittima di un enorme tasso di pirateria: già solo all’indomani della pubblicazione risultava ‘piratato’ di 500000 copie, stimando le sue perdite in 10 milioni di dollari.

 

Ne deduciamo quindi che purtroppo ormai la rivoluzione Napster ha fornito troppe armi, diseducando il pubblico ad un rapporto di scambio con l’opera musicale e con gli artisti. Qui si torna a The Social Network: Eduardo pecca di miopia come chiunque abbia pensato che chiudendo Napster sarebbe stato possibile arginare una falla del sistema di fruizione musicale. Il vero vincitore finale è Sean, prevedendo nonostante la sconfitta in tribunale il soddisfacimento di un bisogno pervasivo del consumatore, permettendo un cambiamento assoluto ed epocale nel modo di approcciarsi al prodotto.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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