Il 2016 è stato l’anno di Paolo Sorrentino.

Il regista italiano già con l’Oscar a “La Grande Bellezza” aveva conquistato l’America. Un prodotto, il suo, con saldi punti forti nella scrittura, nelle interpretazioni maestose – prima fra tutti quella di Toni Servillo – ma soprattutto nella sua regia concettuale eppure piena di movimento. Quest’anno il regista napoletano è riuscito a conquistare tutto il pubblico, rapito da un prodotto più aderente ad suo calibro poiché gli permette di esplorare in maniera molto più profonda l’animo umano e di esprimere ciò che ha da dire, con una forza che da sempre gli appartiene. Sapete tutti di cosa sto parlando.
Bene, oggi non parleremo di The Young Pope.

 

C’è un film che è una piccola gemma di Sorrentino e che contiene alcuni dei suoi più riusciti momenti cinematografici, il film che ha permesso all’America di conoscerlo e stupirsi della forza delle parole che nei dialoghi tra i personaggi fuoriescono, mai aggressive ma sempre calibrate a far riflettere e sorridere lo spettatore. Questo film è This must be the place.

 

Il personaggio

Cheyenne (uno splendido Sean Penn in versione Robert Smith dei Cure), è una rockstar che da anni non calca le scene. L’esilio a Dublino, in una villa dove vive con la moglie che è il suo punto fermo, che di fronte alla sua autodiagnosi di depressione lo contesta (“Un depresso non fa l’amore con la donna con la quale sta insieme da 35 anni come se fosse la prima volta. Tu non sei depresso.”). Se lo incontraste al supermercato, probabilmente avreste quella specie di timore che va esorcizzato ridendo di lui, del suo rossetto, del cerone che traveste quel viso. Lui per tutta risposta, come farebbe un bambino libero da ogni inibizione, prenderebbe il tetrapak che contiene il vostro latte, rompendolo e facendo uscire il liquido. Le peggiori giornate iniziano così. È un uomo atipico, nulla suggerirebbe la sua saggezza spropositata e la sua consapevolezza dell’apparato umano.

Cheyenne sa che passiamo da un’età in cui diciamo “un giorno farò così” al dire “è andata così”, sa e spiega a Desmond, infatuato di Mary -la sua (non) biografa ufficiale- che è il tempo che lusinga e da’ sicurezza alle persone, spronandolo a non mollare con lei.

La sua apparenza sembra non scalfire la maschera da rockstar dei tempi che furono, ma in realtà è divorato da dei sensi di colpa dovuti alla “responsabilità” della sua musica nel suicidio di due ragazzi che ogni settimana va a trovare al cimitero,di fronte a una lapide emblematica che cita un suo verso: “Dark flowers bloom in this autumnal garden that grows inside of me”. Questo viene fuori in un confronto con David Byrne,cantante e songwriter dei Talking Heads, dopo un suo concerto a cui Cheyenne assiste. È  l’unica volta nel film in cui  alza i toni, come se la maschera crollasse di fronte a questo senso di colpa e fuoriuscisse la rabbia e il senso di colpa covato per tutto questo tempo.

 

Il Viaggio

L’esilio e la non vita a cui Cheyenne ha votato sè stesso si interrompe con la morte del padre. È questo che lo spinge ad intraprendere un viaggio che gli serve per evolversi e ritrovare la bussola. Sorrentino non pensa al personaggio in maniera meccanica, lo vede come se avesse molteplici significati e questi uscissero in modi sempre nuovi attraverso il confronto con gli altri. Il colloquio con Byrne è il primo tra tanti, durante il suo viaggio Cheyenne incontra un tatuatore in un bar che sembra uscito da un quadro di Hopper , che vuole farlo riflettere sul significato artistico dei disegni stampati sul suo corpo. La chiosa è pragmatica, come non ti aspetteresti: ”Hai notato che ormai non lavora più nessuno ma tutti fanno qualcosa di artistico?”. Non esattamente quello che ti aspetteresti da un musicista.

Il confronto più didattico avviene con Rachel – che ha perso il marito – e suo figlio. Le confessioni di Cheyenne fanno riflettere entrambi sulla paura e sul suo effetto protettivo che però sopisce le persone. In questo viaggio lui ha scelto di non avere paura delle conseguenze e di dove questo cammino lo porterà. Ciò migliorerà Rachel e anche suo figlio che ha paura dell’acqua. Il montaggio in cui il nostro fugge via per continuare il suo percorso mentre le immagini mostrano il bambino galleggiare col suo corpo goffo in una piscina gonfiabile è uno dei punti più alti del film, una catarsi in fotogrammi.

 

La Vendetta.

Cheyenne è andato in New Mexico, non sta cercando sé stesso, altrimenti sarebbe andato a Bombay, come dice lui stesso. Sta seguendo le tracce che il padre ha lasciato in un diario dove mostra tutto il trauma da lui subito durante il periodo trascorso da ragazzino in un lager nazista. Le immagini descritte dalle righe del padre sono potentissime: Il campo decreta la perdita dell’intimità mentale stabilendo cosi una nuova morte che respira. Ci sono molti modi di morire il peggiore è rimanendo vivi. […] Poi, durante l’inferno, anche noi dall’altra parte del filo spinato guardavamo la neve. E guardavamo Dio. Dio è così: una forma infinita che stordisce. Bella, pigra e ferma, che non ha voglia di fare nulla. Come certe donne che, da ragazzi, abbiamo solo sognato.

A muovere Cheyenne è la volontà di compiere la vendetta che il padre non aveva raggiunto, punire un soldato tedesco che gli aveva fatto uno sgarbo durante la prigionia. Cheyenne arriva nella casa del soldato con una pistola, trovando un uomo prossimo quasi alla morte. Lo punisce umiliandolo con un contrappasso crudele ma esteticamente geniale: l’uomo esce fuori dalla sua casa, nudo, in un paesaggio innevato dove il bianco della neve viene interrotto solo dalle forme del suo corpo, stantio, che sembra comunicare più morte che vita e rimane lì, a privarsi di quella poca vita rimasta mentre il pick up guidato da Cheyenne va’ via.

 

 

La Musica

Il nome del film è preso in prestito da un singolo dei Talking Heads, di cui assistiamo ad una versione live cantata dallo stesso David Byrne. Le immagini sono piene e respirano meglio grazie alla musica che le pervadono.Anche il viaggio di Cheyenne è accompagnato dal cd che un giovane gli consegna perchè vuole l’opinione di Cheyenne a riguardo. La sua band si chiama I pezzi di merda perché è il nome giusto per l’epoca in cui viviamo. Il brano omonimo al film ne accompagna alcune sequenze ed è il mezzo che permette la redenzione artistica di Cheyenne.

In una scena viene cantata dal figlio di Rachel, che prima di farlo, mette sul tavolo una foto del padre morto, come se la stesse dedicando a lui. Cheyenne si fa pregare all’inizio ma mentre suona e il bambino canta -anche se il piccolo pensa che la canzone la cantino gli Arcade Fire e invece Cheyenne lo corregge come farebbe un professore- si assiste all’instaurazione di un legame tra di loro. Quando Cheyenne suona l’ultima nota alla chitarra sorride, consapevole di aver espresso lui stesso qualcosa come non gli era mai successo e di aver fatto esprimere qualcosa al ragazzino.

 

Questo film, come tutte le pellicole di Sorrentino segue il suo impeccabile stile e dimostra come parlare per immagini sia più efficace di un monologo, non perché le parole contino meno, ma perché a volte si ha bisogno di ricordare per mezzo di una canzone o di simboli. Quando immagini di una tale forza riescono a scavare nella nostra memoria visiva, contribuiscono a svelare una ad una le sensazioni che il ricordo provoca quando si sprigionano in noi.

Author: Walter Somma

Vivo e studio comunicazione a Roma. I miei principali interessi sono legati a cinema e musica, senza dimenticare la letteratura.

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