In copertina: Piet Mondrian Composition with Red, Blue, and Yellow, 1930 (dettaglio)

Minimalismo come approccio esistenziale

È arrivato il giorno: dopo mesi di trepidante hype, infinite pubblicità le quali esaltavano le sue curve, la sua incredibile tecnologia, talmente innovativa da far impallidire tutte le iterazioni precedenti, il nuovo modello è sul mercato, e sarà presto mio. Ne ho bisogno. Lo attendo da troppo, non vedo l’ora di aprirlo ed utilizzarlo.

Eppure, aprendo la scatola, togliendo le pellicole che lo proteggono, quel senso di appagamento che tanto è cresciuto nei mesi raggiunge l’estasi alla visione dell’accensione dello schermo per poi svanire. Cosa è cambiato? Non era tanto atteso questo momento? Quel senso di inadeguatezza, nascosto e represso dall’eccitazione per l’ultimo gadget elettronico, il nuovo vestito griffato, o il nuovo SUV, riaffiora nella nostra vita, inducendoci nella prosecuzione di questo malsano viaggio. E passeranno gli anni, alla ricerca dei nuovi oggetti che ci daranno brevi attimi di “felicità”, senza trovare un vero equilibrio, votati al consumismo come unica via esistenziale.

Immagina ora una vita con meno cose, meno oggetti, meno preoccupazioni. Per quanto banale e semplice possa sembrare, prova ad immaginarlo: niente ricerche tra trenta differenti magliette, venti paia di calzi e innumerevoli giacche, pantaloni ed accessori per poi ritrovarsi al solito momento: “Non ho nulla da mettere”. Ogni oggetto in tuo possesso ha una sua precisa funzionalità nella nostra esistenza.

Minimalismo nella cultura: la purezza della semplicità e il bando del dettaglio

Questo è il principio fondante del Minimalismo. Nella cultura, questo concetto è stato concepito in varie declinazioni, partendo dalla filosofia epicurea fino all’idea di Minimal Art di Richard Wollheim. Epicuro insegnava ai suoi studenti i pregi di una vita agiata ed equilibrata, poiché, nella sua autentica essenzialità, si possono comprendere il vero piacere e felicità. Nella Lettera a Meceneo, il filosofo greco utilizza il cibo come metafora: un abbondante banchetto, con le sue copiose portate, ci lascerà stracolmi e doloranti alla sua conclusione. Un pasto a pane ed acqua, invece, ci sazierà con poco, compiendo il suo obiettivo senza indurci dolori accessori.

Nell’arte, l’approccio non è differente: in architettura e design, il Bauhaus ha segnato la storia dell’arte europea con il suo stile e sarà fonte di ispirazione per tutti gli artisti contemporanei. Una concezione basata sul razionalismo, sulla geometria primitiva e pura, scevra dei dettagli e decorazioni che hanno caratterizzato la storia dell’arte precedente (basti pensare all’Art Decò di inizio Novecento o, tornando indietro nei secoli, al Barocco o il Gotico) per porre il focus proprio sulla forma e la spazialità. Il minimalismo ha trovato il suo seguito maggiore nella pittura, nel quale importante è stata la sperimentazione ad inizio secolo: Piet Mondrian è riconosciuto per la sua poetica geometrica e primaria, e “Schilderij No. 1: Losanga con 2 Linee e Blu” è la composizione del pittore olandese ritenuta più vicina al Minimalismo. Mondrian, infatti, ripudiava il dettaglio come segno di soggettività, incompatibile con la concezione universale dell’arte e l’uso di linee rette e colori primari sono I due strumenti di Mondrian per la costruzione di arte oggettiva, pura, eterna. “Arte come Arte”, citando il pittore minimalista Ad Reinhardt:

[…] L’obiettivo di cinquant’anni di arte astratta è stato quello di presentare l’Arte come Arte e null’altro. [L’obiettivo] di trasformarla in un qualcosa a sè stante, separata e definita, rendendola più pura e più vuota, più assoluta ed esclusiva – non oggetto, non rappresentativa, non figurativa, non immaginistica, non espressionista, non soggettiva. L’unico modo per definire cosa sia l’arte astratta o l’Arte come Arte è definire ciò che non è. […]

L’Arte non ha bisogno di essere giustificata con il realismo, o il naturalsimo, il regionalismo, il nazionalismo, individualismo, socialismo o misticismo o qualsiasi altra idea […]”.

Ad Reinhardt in “ART AS ART” in Art International (Lugano) 1962. 

Vivere una vita minimalista

L’arte è sempre stata pioniera nella concezione di alternative per noi fin troppo astruse. Tutte le generazioni nate dal Dopoguerra in poi hanno vissuto in una società che ha glorificato il consumismo e l’espansione come unico modus di vita ma, quando gli stimoli e la crescita iniziale hanno raggiunto il “diminishing return”, il punto di saturazione, l’umanità si è ritrovata in una situazione anomala e del tutto nuova: la sazietà da benessere. Vivere una vita talmente agiata da non ritrovare senso nei propri meccanismi. In una società delle cose, dove la pubblicità invade le nostre vite con modi sempre nuovi e subdoli, il consumo ci insegue tutta la vita ed è diventato l’unico modo con il quale crediamo di poter trovare la felicità. Diamo talmente tanta importanza ai nostri oggetti da sostituirli a relazioni interessanti, discussioni profonde e da porli al primo posto in ogni nostra cosa. Questo approccio, però, non sta avvelenando solo la nostra vita, ma anche il nostro stesso Pianeta. L’espansione, la corsa per il primo posto, la forsennata ricerca del guadagno senza se e senza ma stanno piano piano distruggendo la Terra, trasformandola da habitat della nostra vita a scatolone delle nostre cose.

Esiste una alternativa? Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus credono sia possibile. Il loro blog www.theminimalist.com è il manifesto della loro concezione di una vita con meno oggetti ma più felicità. Vissuto nel suo estremismo, come ogni cosa nella vita, il minimalismo non è la soluzione: rinchiudersi in una caverna, soli nella Natura, non è la risposta alle nostre domande. L’uomo rimane, per sua stessa natura, un’animale sociale ed in quanto tale non può ripudiare la sua specie. Il Minimalismo non vede la società come costruzione in maniera negativa, ma alcune delle sue dinamiche. Vivere minimalista significa spostare il focus della felicità dagli oggetti a ciò che realmente ci rende unici e felici: ho bisogno di 20 camicie, se in realtà ne utilizzo sempre tre o quattro? Che valore ha questo oggetto per me e come sta migliorando la mia vita? Bisogna essere in grado di comprendere che consumare non significare essere felici. Consumare significa aggiungere dettagli alla nostra tela e se il nostro unico scopo è quello di riempire di dettagli la nostra tela, non creeremo arte, ma solo una banale e confusa macchia di colore. Come Mondrian, dobbiamo essere capaci di comprendere qual è la nostra linea retta, il nostro colore primario, focalizzandoci su di esso.

Author: Leonardo Cristiano

Appassionato di tecnologia, ho conseguito studi classici. Dopo alcuni anni a Milano, ora mi interesso di web, informatica, tecnologia, senza mai dimenticare l’attualità e la politica.

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