Il ready-made, ovvero l’arte di trasformare in arte qualunque cosa

Era il lontano 1917 quando l’artista francese, esponente del dadaismo e del surrealismo, Marcel Duchamp fece esporre in incognito, in una mostra americana, un normale orinatoio firmato “R. Mutt 1917”. Con Duchamp fu introdotto nel mondo artistico il concetto di ready-made, ovvero la possibilità di trasformare un normale oggetto di uso comune in un’opera d’arte semplicemente togliendolo dal suo ambito naturale e trasferendolo in un ambito artistico. In parole povere un orinatoio rimane un orinatoio in un bagno ma se esposto in una mostra d’arte automaticamente si trasforma in un’opera d’arte: questo è il succo della provocazione duchampiana.

Gli inizi dell’arte concettuale

Indubbiamente il Novecento, nella storia dell’arte, fu il secolo della grande rottura con il passato. Se è vero che tutta la storia dell’arte si presenta come una lunga catena di rotture (ma anche di riprese) con le tradizioni passate (si pensi ai pittori rinascimentali che ruppero con la tradizione gotica trecentesca introducendo nei loro dipinti l’uso della prospettiva), ciò che rende diverso il Secolo breve dalle altre epoche è da una parte la maggiore centralità dell’artista rispetto all’opera, dall’altra la predominanza del concetto sulla forma. Su questo secondo punto non si può non ripensare a Duchamp, alla sua Fontana (il nome dell’opera-orinatoio) e al ready-made: l’orinatoio viene riconosciuto come arte solamente con l’assimilazione del concetto che ha permesso la sua creazione. Infatti, quando fu presentato per la prima volta, i giudici rimasero alquanto perplessi e non riuscirono a determinarne il valore. Non ci riuscirono perché il loro pensiero non ne aveva ancora afferrato il concetto. Affermare la predominanza del concetto sulla forma equivale ad affermare la predominanza del pensiero sul senso (o meglio i sensi); infatti, se mai ci sia stata una rivoluzione copernicana all’interno del mondo dell’arte sarebbe da rintracciarsi proprio in questo aspetto: il pensiero, o meglio la ragione, è diventato lo strumento primario per interfacciarsi con gran parte della cosiddetta arte contemporanea (per lo più quella estremamente concettuale). L’artista italiano Piero Manzoni è celebre per avere, nel 1961, sigillato in 90 barattoli di latta i suoi escrementi ribattezzandoli come Merda d’artista. La Merda d’artista è l’esempio migliore per spiegare ciò che si diceva prima. Nessuno dei cinque sensi viene utilizzato per “conoscere” l’opera, e in questo caso è una cosa assolutamente positiva visto che si parla di merda, ma si può concordare col fatto che abbiamo a che fare con un’opera artistica sia perché l’ha prodotta un artista (la centralità di questo di cui si è scritto in precedenza) e sia perché è presente un concetto, un significato nascosto che deve essere cercato (in questo caso una critica al consumismo).

Una piccola riflessione sull’arte contemporanea

Tutti (o quasi) ricorderanno la famosa scena con Alberto Sordi tratta dal film Dove vai in vacanza? dove la moglie di Sordi, seduta su una sedia durante una visita alla Biennale di Venezia, viene scambiata dai visitatori per un’opera d’arte (ritorna la lezione duchampiana dell’arte che è arte solo perché si trova esposta in un museo). Cito la scena del film per fare una piccola riflessione sul ruolo del pubblico all’interno del “gioco” artistico. L’arte ha bisogno di un pubblico. Il pubblico è la destinazione finale dell’arte, poiché essa è prima di tutto comunicazione; lo sapeva bene la Chiesa che per secoli ha commissionato artisti per raccontare, attraverso le immagini, le Sacre Scritture e lo sapevano bene i pittori seicenteschi d’oltralpe (soprattutto i fiamminghi) quando dipingevano scene di vita quotidiana. Il pubblico ha bisogno di “godere” dell’opera d’arte. La domanda è questa: è possibile che un’arte troppo concettuale ed astratta possa non riuscire a soddisfare la fruizione da parte del pubblico della stessa? A mio parere la risposta è semplice: ragionando in termini quantitativi la risposta non può che essere affermativa. Un gruppo di pensionati poco istruiti sicuramente si annoierebbero a morte visitando una mostra di orinatoi e merde d’artista, al contrario apprezzerebbero maggiormente una visita alla Cappella Sistina per esempio. Questo perché l’esperienza sensoriale è più diretta ed intuitiva di quella intellettuale.

Tirare le somme

Ovviamente il fulcro del mio discorso (se non si fosse capito) non è mettere in contrapposizione l’arte contemporanea a quella del passato e dire che la prima è peggiore della seconda, anche perché è impossibile tracciare i confini dell’arte contemporanea visto che al suo interno esistono e convivono diverse realtà, ma invece, mettere a confronto l’arte della “forma” con l’arte concettuale ed astratta (che attualmente regna sovrana nelle gallerie d’arte contemporanea). Ho scritto questo articolo per riflettere su una questione importante: non è che certa arte contemporanea è per sua natura stessa non accessibile a tutti poiché non tutti hanno gli strumenti (la cultura) per accedere al senso nascosto? E non è che ha un maggior impatto sociale un normale dipinto che palle colorate, specchietti rotti e merde sigillate? Anche perché non vorrei che un giorno si presentasse in un museo un Arthur Rimbaud e dicesse «Adesso posso dire che l’arte è una sciocchezza».

Author: Nunzio D’Alessandro

“Studio filosofia presso l’Università di Bologna. Mi appassiona ricercare e ascoltare la musica anni ’70/80 dal rock progressivo alla new wave. ”

Pin It on Pinterest

Share This

Share This

Share this post with your friends!