Il pasticcio legislativo sulla legittima difesa mette in risalto la classica tiritera di un agire politico presuntuoso ed opportunista, di fatto esclusivamente legato alla ricerca di un perenne (poiché deficitario) consenso elettorale. La prova, o meglio, l’ennesima che vada ad avvalorare l’apertura di questo scritto, è presentata da un Ddl che rovescia totalmente la funzione del legislatore in materia di politica criminale.

Lo ha sottolineato nella giornata di ieri l’ANM (Associazione nazionale magistrati, nda), secondo cui emerge di fatto l’inutilità del testo, accompagnata da un pastrocchio che coinvolge anche il contraddittorio significato della congiunzione ‘ovvero’. Ed i magistrati non hanno infatti esitato a bollare la decisione della politica come «intervento non necessario ed anche un po’ confuso».

La tesi del presidente Eugenio Albamonte si rende ancora più interessante nel momento in cui tende a toccare il significato e le responsabilità del legislatore, che «non dovrebbe assecondare gli umori della società perché la giurisprudenza dimostra, anche soltanto guardando gli ultimi casi, che c’è un atteggiamento di estremo favore dei giudici verso chi invoca la legittima difesa». Legittima difesa peraltro già presente all’interno dell’art.52 del codice penale:

«Non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa».

Ma vi è di più: detto dell’atteggiamento favorevole dei giudici rispetto all’invocazione della legittima difesa nei vari casi affrontati, bisogna ricordare l’intervento legato alla L.59/2006, che ha ampliato e chiarito la fattispecie con l’aggiunta di un secondo e di un terzo comma, e la ‘nascita’ della cd. legittima difesa domiciliare:

«Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

 

  1. La propria o altrui incolumità;
  2. I beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione.

 

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all’interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un’attività commerciale, professionale o imprenditoriale».

A seguito di tutto ciò, e dunque di una legge già presente e che ben tutela le ragioni di chi si difende se vi è proporzionalità tra difesa e offesa, traspare inequivocabilmente la sostanziale inutilità dell’intervento legislativo, a prescindere dal pasticcio creatosi dalla pessima qualità compositiva della norma. E’ evidente che se il tentativo fosse quello di ampliare le maglie della legittima difesa, altrettanto inutile sarebbe la limitazione prospettata in determinate parti della giornata. Con il rischio indubbio di mobilitare il criminale di turno verso una diversa alternativa legata al proprio agire e ad i propri criminosi intenti.

La confusione generata dal Ddl è peraltro ben spiegata in particolar modo dal Corsera’, che ricostruisce l’analisi della norma rispetto alle ambiguità interpretative generate dall’utilizzo “doppio” del termine ‘ovvero’:

«(Il significato..) in termini giuridici ne ha una soltanto ed è quella disgiuntiva: serve a separare parole o concetti che sono alternativi tra loro».

La congiunzione può avere, rispetto ad un  linguaggio giuridico che come ben si conosce è piuttosto tecnico e specifico, un doppio significato: quello di ‘oppure o altrimenti’, contrapposto all’alternativo ‘ossia’, inteso come cioè, e pertanto come forma di esplicazione assolutamente opposta al primo concetto indicato. Il primo nodo è dunque questo e potrebbe portare ad una riscrittura del testo, nel passaggio tra Camera e Senato. E’ quanto si è prospettato nella giornata politica di ieri, con le opposizioni sul piede di guerra e la maggioranza tesa al ricompattarsi con cautela e cognizione di causa (o meglio di ricerca del voto).

Resta tuttavia il quesito madre: per quale motivo riscrivere una legge già presente e che interviene sulla problematica, oltretutto ulteriormente rivisitata circa dieci anni addietro? Il punto di vista dei magistrati, con riferimento «all’assecondare gli umori della società» ben coglie le necessità della politica di sfrenata rincorsa al consenso rispetto ad un tema, quello della sicurezza, che è valore universale e tutt’altro che ideologico.

Nell’era post-ideologica, risulta particolarmente curioso l’improvviso richiamo alle ideologie e a quell’antitesi destra-sinistra che tutti dimenticano ma che puntualmente si mostra ben lesta a rientrare nella polemica politica in vista di personalistici quanto riprovevoli scopi. Questo accade con le opposizioni, a cominciare dal solito M5S sino alla destra lepenista firmata Meloni-Salvini, intenta a rivendicare a più riprese la paternità del tema, per giungere infine al comodo centrismo del renzismo 2.0. Quello che guarda ormai al centro perché «la sinistra può vincere le primarie ma non le elezioni».Insomma, un film politico di seconda fascia visto e rivisto, vittima di un interminabile ed inconsistente remake. Come se poi la “sinistra” vivesse in un mondo fatto di estraneità al valore e all’importanza della parola sicurezza.

Il problema non è pertanto di merito ma di metodo. Ed il metodo politico fallisce nel momento in cui «asseconda gli umori della società» e dimentica i profili casistici e statistici delle questioni sulle quali risulti opportuno o meno legiferare. Da questa logica deduzione, spesso purtroppo ignorata dalla rimembrata caccia al consenso, la politica è chiamata a ripartire per riscoprire i suoi reali valori. E si badi, trattasi di un tema qualificante poiché in grado di decretare decisioni qualificanti circa le opportunità di sicurezza del cittadino. Opportunità che non possono essere tristemente circoscritte all’utilizzo di un’arma o a risoluzioni fai-da-te, che nulla aggiungono al ruolo dello Stato rispetto alla tutela del proprio cittadino. La politica dovrebbe essere questo: terreno di discussione e di risoluzione rispetto alle problematiche, smettendo di adoperarsi in aggiramenti che rischiano di compromettere anziché tutelare l’integrità dei cittadini.

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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