In copertina: James Joyce. Originale qui

Lo ammetto: mi sono stufato! Basta coi libri illustrati e illeggibili pubblicati da case editrici di nicchia (qui e qui i link), basta coi manoscritti indecifrabili di dubbia origine (qui il link); quest’oggi non si va lontano! Lo conoscete James Joyce, vero? Esatto, lo scrittore irlandese mentore e amico di Italo Svevo. Gente di Dublino, l’Ulisse? Si, probabilmente saranno posati sul vostro comodino o sicuramente li avrete beccati almeno una volta tra gli scaffali di qualche libreria. Ok, perfetto, noto con piacere che masticate almeno un po’ di letteratura d’oltremanica… ehi, un momento, e Finnegans Wake? Questo forse non lo avete neanche sentito nominare (sono pronto a scommettere la barra spaziatrice della tastiera del mio notebook); non solo perché è di difficile reperibilità in italiano (ne parlerò meglio più avanti), ma, soprattutto, perché stiamo parlando di un libro ricco di sperimentazioni linguistiche e di forma che lo rendono di difficile comprensione.

Finnegans Wake fu l’ultima fatica dello scrittore irlandese che sarebbe poi morto quasi due anni dopo averlo pubblicato, ovvero il 13 gennaio del 1941.

La stesura del romanzo cominciò nel marzo del 1923, precisamente un anno e due mesi dopo la pubblicazione di quello che molti definirono il suo capolavoro, l’Ulisse. Dal 1926 fu pubblicato a puntate sulla rivista Transition con il titolo Work in Progress, mentre il 4 maggio del 1939 fu finalmente pubblicato per intero con il titolo attuale.

Per il nome dell’opera, Joyce, prese spunto da una celebre ballata folk irlandese, la Finnegan’s Wake appunto: “Fate girare come un lampo i vostri cicchetti, che il diavolo vi porti, credevate fossi morto?!”. Canzonetta tragicomica che narra la storia di Tim Finnegan, muratore, amante del whiskey a colazione, che muore cadendo da una scala durante il lavoro e che risorge durante la sua veglia funebre (La veglia di Finnegan è il titolo tradotto in italiano) proprio grazie al whiskey, finito sulla sua salma dopo che uno dei suoi parenti ne aveva lanciato il bicchiere durante una poco tranquilla discussione di famiglia.

La ballata rappresenta, in modo simbolico, la ciclicità della vita stessa: nascita (Tim si sveglia), crescita (Tim sale sulla scala), morte (Tim cade dalla scala) e, infine, resurrezione (non siate scettici, potrebbe capitare).

Questa idea della ciclicità della vita, del tutto che vive, muore e rinasce, è lo strato di fondo del libro. Come giustamente qualcuno ha affermato, Finnegans Wake è il tentativo di creare una “storia universale del Creato”. Infatti, è da notare, che Joyce elimina, nel suo titolo, il genitivo sassone presente nel titolo della canzone, proprio per dare un senso di universalità: i Finnegan (Finnegans) siamo tutti noi.

Ho qui sottomano la mia copia in lingua originale. Addentriamoci all’interno dell’opera per capirne (forse) meglio la “sostanza”; ecco l’incipit: “riverrun, past Eve and Adam’s, from swerve of shore to bend of bay, bring us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs”. Credo che chi conosca un po’ l’inglese sia rimasto alquanto perplesso. Procediamo con la traduzione in italiano: “fluidofiume, passato Eva e Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodus vicus di ricircolo di nuovo al Castello Howth e Dintorni

Finnegans Wake è un libro sperimentale di James Joyce, l’ho scritto all’inizio dell’articolo. L’Ulisse divenne popolare poiché Joyce aveva utilizzato la tecnica narrativa del flusso di coscienza. Questa tecnica consiste nel trascrivere i pensieri e le emozioni così come compaiono nella mente, prima che vengano dalla logica organizzati in proposizioni.

Nel suo ultimo romanzo Joyce portò al parossismo questa tecnica. La Veglia dei Finnegan è, essenzialmente, il sogno di Humphrey Chimpden Earwicker (HCE) ed è scritto appunto seguendo le “regole” del linguaggio onirico, linguaggio che per noi uomini desti è in realtà senza regole. Flusso di coscienza, l’utilizzo indiretto di 40 lingue e la creazione di neologismi sono gli ingredienti di quest’opera davvero fuori dagli schemi.

Finnegans Wake è la storia di un sogno che si suddivide in quattro libri per un totale di diciassette capitoli. I pensieri semi-coscienti di HCE fluiscono poco a poco sulla carta ed ecco comparire le sue origini, il lavoro, l’età, la moglie, i due figli, i fallimenti, le abitudini, la religione, i rimorsi e le perversioni. Joyce permette al lettore di fare un po’ di chiarezza in questo “fiume” di parole solamente nel quindicesimo capitolo, dove HCE si sveglia per un momento e la logica ritorna sovrana.

Dal momento della sua pubblicazione, in molti hanno provato a mettersi in gioco per comprenderne il significato. Our Exagmination Round His Factification for Incamination of Work in Progress del 1929 è una raccolta di dodici saggi di dodici scrittori che seguirono di persona la stesura dell’opera; tra questi troviamo i saggi di Samuel Beckett, Eugene Jolas e William Carlos Williams.

L’unico consiglio che desidero dare a chi voglia leggere il libro è quello evitare di fossilizzarsi nella ricerca del significato. L’opera di Joyce è un’opera per lo più estetica e la disintegrazione del linguaggio è il mezzo che Joyce utilizza per simboleggiare la disintegrazione della civiltà.

Il libro è stato tradotto in varie lingue. In Italia è leggenda il lavoro del compianto Luigi Schenoni, uno dei pochi a cimentarsi con “mostro” letterario. Per Mondadori è riuscito a tradurre e pubblicare i primi due volumi prima di morire nel 2008. Il lavoro di Schenoni è da lodare per volontà di “ricreare” in italiano il testo originale.

Author: Nunzio D’Alessandro

“Studio filosofia presso l’Università di Bologna. Mi appassiona ricercare e ascoltare la musica anni ’70/80 dal rock progressivo alla new wave. ”

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