Ho letto per legittima difesa quando intorno non c’era più spazio per creare. Tra quei caratteri neri ho scoperto la bellezza di nuove conquiste, conquiste libere e consapevoli capaci di dare nuova forza a desideri ormai abbandonati.

Ho letto per legittima difesa quando quel grigio opaco non bastava più, ho dovuto cercare nuovi colori per dare un senso e nuovo sapore alle risposte mute che non sapevo più capire.

Ho letto per legittima difesa e ho scoperto che tra quelle pagine al profumo di carta c’erano pezzi di me, lasciati qua e là, ho trovato la meraviglia poi quando ho visto nei miei giorni i segni di una bozza lasciata sempre aperta, una pagina ancora da delineare.

Mi sono innamorata tra quei versi e ho proiettato quelle immagini su persone e luoghi, tra paesaggi e sorrisi, nei lineamenti della gente ho trovato quel ritmo, un suono diverso, una melodia che ora non posso più ignorare.
E ogni volta che ho scelto di allontanarmi da quelle pagine ho sento quella strana esigenza, un rumore dentro, il bisogno di tornare. Fosse quasi rifugio, fosse quasi necessità.

Ho scritto poi per legittima difesa quando gli sguardi e i gesti non potevano più trovare un senso e le parole hanno cominciato a spingere al posto mio, avevano loro per me il bisogno di diventare segno, di diventare realtà, di diventare inchiostro nero su carta rigata.

Ho tradito per me stessa quei libri che non potevo più finire, vedendo così crollare le aspettative proprie di chi immagina ombre sempre più grandi di quel che in verità sono.

Come una metafora costante di quel che era e quel che sarà.

Ho letto e ho scoperto luoghi, ho vissuto vite e sentimenti, storie e immagini con una intensità alla quale poi non si può più rinunciare.

Ho anche corso il rischio di perdermi tra quelle righe, tra quei nomi, tra quelle epoche lontane e quegli autori così vicini, tra quelle lunghe lettere, tra le poesie ritmate e alcuni versi scritti male.

Perché sapete, le aspettative che crea la lettura sono ben lontane dalla banalità di chi aspettative non ha.

E forse questa non è altro che una mia dichiarazione d’amore alla parola, quella forza strana, quel motore inarrestabile, quel confine instabile tra la propria realtà e quella degli altri. La parola, quella libera di distruggere e creare, rimanere fissa nel tempo immutata e costante e non sa sbiadire e non può cancellarsi ma diventa, nello stesso tempo in cui nasce, già memoria.

Cosmiana Lenoci

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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