Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Perché la Cina non salverà la Corea del Nord

Cosa aspettarsi se le cose cadono a pezzi

Da un po’ di tempo i funzionari USA sono d’accordo con la famosa affermazione di Mao Zedong sui rapporti tra Cina e Corea del Nord: i due paesi sono come “labbra e denti”Pyongyang dipende principalmente da Pechino per l’energia, il cibo e la maggior parte del suo magro commercio con il mondo esterno, proprio per questo motivo le amministrazioni statunitensi hanno cercato di arruolare i cinesi nei loro tentativi di denuclearizzare la Corea del Nord. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su questa base logica, ha supplicato un aiuto cinese alternando minacce di provvedimenti per un impegno maggiore. Allo stesso modo, i policymakers hanno ipotizzato che un collasso o un conflitto con gli Stati Uniti della Corea del Nord, avrebbe spinto la Cina a sostenere il suo caro cliente da lontano e a schierare le sue truppe lungo il confine per impedire che una crisi umanitaria la coinvolgesse.

Ma questa teoria è pericolosamente obsoleta. Negli ultimi due decenni, le relazioni Cina-Corea del Nord sono peggiorate drasticamente dietro le quinte, poiché la Cina è stanca dell’insolente vicino e ha rivalutato i propri interessi sulla penisola. Oggi la Cina non è più legata alla sopravvivenza della Corea del Nord. In caso di un conflitto o del collasso del regime, le forze cinesi interverrebbero in misura non prevista in precedenza, non per proteggere il presunto alleato di Pechino, ma per tutelare i propri interessi.

Nell’attuale ciclo di provocazione e di escalation, capire dove si regge realmente la Cina nella Corea del Nord non è un esercizio accademico. Lo scorso luglio, la Corea del Nord ha testato con successo un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere la costa occidentale statunitense. E a settembre, ha fatto esplodere una bomba all’idrogeno 17 volte più potente di quella lanciata su Hiroshima. La retorica americana, nel frattempo, ha infiammato la situazione. Trump ha preso in giro il leader nordcoreano Kim Jong Un definito “Little Rocket Man”, ha minacciato la Corea del Nord dicendo che “non sarà ancora per molto tra i piedi” e ha annunciato che “le soluzioni militari sono ora completamente a posto, bloccate e caricate”. Con queste minacce, gli Stati Uniti hanno portato i loro bombardieri a lunga gittata e le loro navi militari vicino alla Corea del Nord.

La reale possibilità del caos sulla penisola significa per gli Stati Uniti che è necessario aggiornare il loro approccio sui moventi di Pechino. Nel caso di un’escalation, la Cina probabilmente cercherà di impadronirsi dei punti chiave, compresi i siti nucleari della Corea del Nord. La presenza su vasta scala di truppe americane e cinesi nella penisola coreana solleverebbe il rischio di una guerra in piena regola tra la Cina e gli Stati Uniti, cosa che nessuna delle due parti vuole. Ma viste le deboli relazioni di Pechino con Pyongyang e le preoccupazioni cinesi riguardo al programma nucleare della Corea del Nord, le due grandi potenze potrebbero trovare un terreno comune sorprendente. Con un po’ di lungimiranza, gli Stati Uniti potrebbero ridurre il rischio di un conflitto accidentale e sfruttare il coinvolgimento cinese per ridurre i costi e la durata di una seconda guerra coreana.

AGGIORNARE I DATI

A differenza di quello che la saggezza convenzionale possa pensare, la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord a denuclearizzarsi a causa delle sue stesse insicurezze. Questo pensiero si basa su tre presupposti: che Cina e Corea del Nord sono alleati, che la Cina teme l’instabilità della penisola e il problema dei rifugiati che ne può risultare, e che Pechino ha bisogno che la Corea del Nord sopravviva come stato cuscinetto tra la Cina e la Corea del Sud, un alleato chiave degli Stati Uniti. Queste ipotesi erano vere 20 anni fa, ma da allora le visioni di Pechino si sono evolute in modo significativo.

Xi a Pechino, ottobre 2015

Xi a Pechino, ottobre 2015

La Cina e la Corea del Nord hanno goduto a lungo di una vicinanza nata dalla reciproca dipendenza. Appena un anno dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Pechino venne in aiuto del suo vicino comunista alle prime armi durante la guerra di Corea. Per prevenire la futura “aggressione” contro Pyongyang, i due firmarono un patto di mutua difesa nel 1961. E quando la fine della Guerra Fredda depredò la Corea del Nord del suo benefattore sovietico, Pechino intervenne per fornire assistenza economica e militare. Ma oggi, la Cina e la Corea del Nord difficilmente possono essere caratterizzati come amici, per non parlare degli alleati. Il presidente cinese Xi Jinping non ha mai nemmeno incontrato Kim e, secondo gli studiosi cinesi con accesso governativo o legami con il Partito comunista cinese, disprezza il regime nordcoreano. La voce nei circoli di politica estera cinese è che persino l’ambasciatore cinese a Pyongyang non ha incontrato Kim.

Xi ha dichiarato pubblicamente che il trattato del 1961 non si applicherà se la Corea del Nord provoca un conflitto, uno standard facilmente raggiunto. Nei miei viaggi in Cina negli ultimi dieci anni per discutere della questione nordcoreana con accademici, responsabili politici e funzionari militari, nessuno ha mai sollevato il trattato o l’obbligo cinese di difendere la Corea del Nord. Invece, i miei colleghi cinesi [] raccontano del deterioramento della relazione e degli sforzi di Pechino nel prendere le distanze da Pyongyang, un cambiamento che suggerisce che un sondaggio di opinione pubblica del Global Times suggerisce un ampio sostegno. Come ha sostenuto lo studioso cinese Zhu Feng in Foreign Affairs, rinunciare alla Corea del Nord sarebbe popolare a livello nazionale e strategicamente concreto.

In effetti, le relazioni bilaterali sono diventate così gravi che gli ufficiali dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) mi hanno suggerito in riunioni private che Pechino e Pyongyang potrebbero non prendere la stessa parte in caso di una nuova guerra coreana. I militari cinesi presumono che saranno contrari a sostenere le truppe nordcoreane. La Cina si sarebbe impegnata non a difendere il regime di Kim, ma a modellare una penisola post-Kim a suo piacimento.

Queste politiche si sono mosse di pari passo alla crescente fiducia della Cina sulle sue capacità e sull’influenza regionale. La filosofia cinese non è più dominata dalla paura dell’instabilità coreana e dalla conseguente crisi dei rifugiati. La pianificazione di emergenza del PLA si era precedentemente concentrata sulla chiusura del confine o sulla creazione di una zona cuscinetto per trattare con i rifugiati. In effetti, per decenni, probabilmente tutte le forze cinesi potevano sperare di ottenere. Ma negli ultimi 20 anni, l’esercito cinese si è evoluto in una forza molto più sofisticata modernizzando le sue attrezzature e riformando la sua struttura organizzativa. Di conseguenza, la Cina ora ha la capacità di gestire simultaneamente l’instabilità ai suoi confini e condurre importanti operazioni militari sulla penisola.

Se il regime di Kim crollasse, la Polizia armata popolare, che ha circa 50.000 persone nelle province nord-orientali della Cina, sarebbe probabilmente incaricata di proteggere il confine e gestire l’afflusso previsto di rifugiati nordcoreani, liberando il PLA per operazioni di combattimento più a sud. La Cina ha attualmente tre “gruppi armati” nel Northern Theatre Command, uno dei cinque comandi teatrali del PLA, che confina con la Corea del Nord. Ognuno di questi eserciti è composto da 45.000 a 60.000 soldati, oltre alle brigate dell’esercito e delle forze speciali. E se fosse necessario, la Cina potrebbe anche estrarre le forze dal suo Central Theater Command e mobilitare l’aviazione in modo più esteso. Quando la Cina riorganizzò le sue regioni militari in “zone di guerra” nel febbraio 2016, incorporò la provincia dello Shandong nel suo Northern Theater Command, anche se non è contiguo al resto del comando, molto probabilmente perché i leader militari richiederebbero l’accesso al litorale per schierare le forze in Corea del Nord via mare. Gli ultimi due decenni di modernizzazione e riforma militare, insieme ai vantaggi geografici della Cina, hanno assicurato che l’esercito cinese sarebbe stato in grado di occupare rapidamente gran parte della Corea del Nord, prima che i rinforzi USA potessero schierarsi in Corea del Sud per prepararsi ad un attacco.

Kim saluta in Pyongyang, Luglio 2013

In passato, parte di ciò che spiegava l’attaccamento della Cina alla Corea del Nord era l’idea che quest’ultimo servisse da cuscinetto tra la Cina e un tempo capitalista ostile, e successivamente democratico, la Corea del Sud. Ma l’accresciuta potenza e il peso della Cina hanno completamente eliminato quella logica. Pechino potrebbe essere stata in precedenza diffidente nei confronti di una Corea riunificata guidata da Seoul, ma non più. Alcuni eminenti studiosi cinesi hanno iniziato a sostenere l’abbandono di Pyongyang in favore di una migliore relazione con Seoul. Anche Xi è stato sorprendentemente esplicito sul suo sostegno alla riunificazione coreana a lungo termine, anche se attraverso un processo di pace incrementale. In un discorso del luglio 2014 all’Università Nazionale di Seoul, Xi ha affermato che “la Cina spera che entrambe le parti della penisola miglioreranno le loro relazioni e sosterranno l’eventuale realizzazione di una riunificazione indipendente e pacifica della penisola”.

Tuttavia, il calcolo cinese sulla Corea del Sud non è completamente cambiato. L’entusiasmo per la riunificazione ha raggiunto il picco tra il 2013 e il 2015, quando il presidente della Corea del Sud Park Geun-hye ha dato la priorità alle relazioni bilaterali con Pechino. Ma dopo un test nucleare all’inizio del 2016 da parte della Corea del Nord, Seoul ha rafforzato la sua alleanza con Washington e ha accettato di dispiegare il THAAD, un sistema di difesa contro i missili balistici, causando costernazione tra i funzionari cinesi che il loro fascino offensivo non stava ottenendo abbastanza trazione. La principale preoccupazione della Cina rimane la prospettiva delle forze statunitensi in una Corea riunificata. Anche se la Cina sostiene ancora la riunificazione della Corea, vuole anche modellarne i termini. E il suo approccio dipenderà probabilmente dallo stato delle sue relazioni bilaterali con la Corea del Sud.

CHE COSA VUOLE REALMENTE LA CINA

Dati i costi di una guerra nella penisola coreana, i pianificatori statunitensi hanno a lungo pensato che la Cina avrebbe fatto tutto il possibile per evitare di impigliarsi in una grande conflagrazione che coinvolgesse le forze sudcoreane e statunitensi. Un intervento della Cina avrebbe portato i politici a presumere che Pechino avrebbe limitato il suo ruolo nella gestione dei rifugiati vicino al confine o sostenendo il regime di Kim da una distanza attraverso aiuti politici, economici e militari. Ad ogni modo, Washington riteneva che il ruolo della Cina non avrebbe avuto un impatto significativo sulle operazioni statunitensi.

Questo non è più un presupposto sicuro. Invece, Washington deve riconoscere che la Cina interverrà estensivamente e militarmente sulla penisola se gli Stati Uniti sembrano pronti a spostare le proprie forze verso nord. Questo non vuol dire che la Cina intraprenderà un’azione preventiva. Pechino cercherà ancora di impedire a entrambe le parti di condurre tutti sulla via della guerra. Inoltre, se un conseguente conflitto fosse limitato a uno scambio di missili e attacchi aerei, la Cina sarebbe probabilmente rimasta fuori. Ma se i suoi tentativi di dissuadere gli Stati Uniti dall’escalation della crisi a una grande guerra fallita, Pechino non esiterebbe a inviare considerevoli forze cinesi nella Corea del Nord per garantire che i suoi interessi fossero presi in considerazione durante e dopo la guerra.

La probabile determinazione strategica della Cina in una guerra coreana sarebbe guidata in gran parte dalle preoccupazioni per l’arsenale nucleare del regime di Kim, un interesse che costringerebbe le forze cinesi ad intervenire precocemente per ottenere il controllo sugli impianti nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Shen Zhihua, un esperto cinese sulla Corea del Nord, “Se una bomba nucleare coreana esplodesse, chi sarà la vittima della fuga nucleare e delle ricadute? Sarebbe la Cina e la Corea del Sud. Il Giappone è separato da un mare e gli Stati Uniti sono separati dall’Oceano Pacifico “.

La Cina è ben posizionata ad affrontare la minaccia. Sulla base delle informazioni fornite dalla Nuclear Threat Initiative, un’organizzazione no-profit statunitense, se le forze cinesi si spostassero per 100 chilometri (circa 60 miglia) attraverso il confine verso la Corea del Nord, controllerebbero il territorio che contiene tutti i siti nucleari con la priorità più alta del paese e due terzi di i suoi siti missilistici con la priorità più alta. Per i leader cinesi, l’obiettivo sarebbe quello di evitare la diffusione della contaminazione nucleare, e sperano che la presenza di truppe cinesi in queste strutture possa prevenire una serie di scenari spaventosi: la Cina potrebbe prevenire incidenti negli impianti; dissuadere gli Stati Uniti, la Corea del Sud o il Giappone dallo sciopero; e impedisci ai nordcoreani di usare o sabotare le loro armi.

Pechino è anche preoccupata che una Corea riunificata possa ereditare le capacità nucleari del Nord. I miei interlocutori cinesi sembravano convinti che la Corea del Sud voglia armi nucleari e che gli Stati Uniti sostengano quelle ambizioni. Temono che se il regime di Kim cadrà, l’esercito sudcoreano si impadronirà dei siti e dei materiali nucleari del Nord, con o senza la benedizione di Washington. Sebbene questa preoccupazione possa sembrare inverosimile, l’idea di andare al nucleare ha guadagnato popolarità a Seul. E il principale partito di opposizione ha chiesto agli Stati Uniti di ridistribuire le armi nucleari tattiche nella penisola, un’opzione che l’amministrazione Trump è stata riluttante a escludere .

Al di là delle preoccupazioni sul nucleare, la posizione della Cina sulla Corea del Nord si è spostata come parte della sua più generale asserzione geopolitica sotto Xi. A differenza dei suoi predecessori, Xi non è timido riguardo alle grandi ambizioni della Cina. In un discorso di tre ore e mezza pronunciato in ottobre, ha descritto la Cina come “un paese forte” o “un grande paese” 26 volte. Questo è ben lontano dal detto che uno dei suoi predecessori, Deng Xiaoping, preferiva: “Nascondi le tue forze, aspetta il tuo tempo”. Sotto Xi, la Cina sta sempre più assumendo il ruolo di una grande potenza, e ha spinto per le riforme militari per garantire che il PLA possa combattere e vincere guerre future.

Più importante, una guerra nella penisola coreana rappresenterebbe una cartina di tornasole della competizione regionale della Cina con gli Stati Uniti. In effetti, le preoccupazioni cinesi circa l’influenza futura di Washington spiegano meglio perché la Cina non è disposta a spingere la Corea del Nord nella misura in cui l’amministrazione Trump vuole. La Cina non rischierà l’instabilità o la guerra se il risultato potrebbe essere un ruolo più ampio degli Stati Uniti nella regione. Detto questo, la Cina non si sente più a suo agio seduta ai margini. Come un ufficiale del PLA mi ha chiesto, “Perché gli Stati Uniti dovrebbero esserci ma non noi?” Per questa ragione, solo studiosi cinesi e leader militari sostengono che la Cina dovrà essere coinvolta in qualsiasi contingenza sulla penisola.

Soldatesse nordcoreane pattugliano lungo le rive del fiume Yalu, vicino alla città nordcoreana di Sinuiju

LAVORARE INSIEME

La linea di fondo, quindi, è che Washington dovrebbe assumere che qualsiasi conflitto coreano che coinvolga operazioni militari su larga scala innescherà un significativo intervento militare cinese. Ciò non significa che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di dissuadere la Cina: una tale risposta quasi certamente fallirebbe e aumenterebbe le possibilità di uno scontro militare diretto tra le forze cinesi e statunitensi. Le mosse che potrebbero danneggiare il rapporto tra Pechino e Washington ostacolerebbero anche la pianificazione o il coordinamento delle contingenze prima e durante una crisi, aumentando i rischi di errori di calcolo.

Invece, Washington deve riconoscere che alcune forme di intervento cinese sarebbero effettivamente vantaggiose per i suoi interessi, specialmente per quanto riguarda la non proliferazione. In primo luogo, i funzionari statunitensi dovrebbero notare che le forze cinesi probabilmente arriveranno nei siti nucleari della Corea del Nord molto prima delle forze statunitensi, grazie ai vantaggi in termini di geografia, forza fisica, manodopera e accesso agli indicatori di allarme precoce. Questa è una buona cosa, dal momento che ridurrebbe la probabilità che il regime al collasso di Pyongyang utilizzi armi nucleari contro gli Stati Uniti o i loro alleati. La Cina potrebbe anche dimostrarsi utile identificando i siti nucleari (con l’assistenza dell’intelligence statunitense), assicurando e tenendo conto del materiale nucleare in quei siti, e infine invitando esperti internazionali a smantellare le armi.

Nel frattempo, più di ogni altra cosa, i politici statunitensi devono cambiare mentalità per considerare il coinvolgimento della Cina come un’opportunità anziché come un limite alle operazioni statunitensi. Ad esempio, l’esercito americano e i marines devono accettare che, sebbene la sicurezza degli impianti nucleari sia attualmente una missione chiave in Corea del Nord in caso di conflitto, essi dovranno cambiare i loro piani se i cinesi arrivassero per primi.

A livello politico, Washington deve essere disposta a correre rischi maggiori per migliorare il coordinamento con la Cina in tempo di pace. Ciò potrebbe significare una consultazione bilaterale con Pechino, anche se ciò sarebbe in conflitto con la preferenza di Seoul di tenere la Cina a distanza nel mercato. Certo, una condivisione d’intelligence con la Cina nel pianificare e addestrare congiuntamente le contingenze sembrerebbe innaturale, dal momento che gli Stati Uniti sono contemporaneamente impegnati in una competizione strategica a lungo termine con la Cina. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti considera la Cina una delle sue prime cinque minacce globali, insieme a Iran, Corea del Nord, Russia e organizzazioni estremiste. Ma le sfide strategiche e le gravi minacce spesso mettono in contatto potenziali avversari. Con la Corea del Nord di mezzo, gli Stati Uniti avrebbero più risorse a disposizione per affrontare altre minacce.

Certamente, un tale sforzo di cooperazione richiederebbe un grado elevato di coordinamento. La Cina si è a lungo opposta alle discussioni con gli Stati Uniti su come si sarebbe comportata in caso di un conflitto nella penisola coreana o nel crollo del regime nordcoreano a causa della sua sfiducia nei confronti delle intenzioni degli Stati Uniti e dei timori che Washington avrebbe usato quelle conversazioni per sabotare Pechino tenta di risolvere pacificamente la crisi nucleare. Ma la Cina sembra attenuare la sua posizione. In un op-editor di settembre nel Forum per l’Asia orientale Jia Qingguo, professore all’Università di Pechino, ha affermato che la Cina dovrebbe cooperare con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, in particolare sulla questione dell’arsenale delle armi nucleari della Corea del Nord. Nelle parole di Jia, “I presagi di guerra nella penisola coreana appaiono più grandi di giorno in giorno. Quando la guerra diventerà una possibilità reale, la Cina dovrà essere preparata. E con questo in mente, la Cina deve essere più propensa a considerare i colloqui con i paesi interessati sui piani di emergenza “.

Se Pechino continua a resistere alle proposte per lavorare insieme, Washington dovrebbe prendere in considerazione la possibilità di comunicare unilateralmente gli aspetti dei piani di emergenza degli Stati Uniti per ridurre il rischio di scontri accidentali. Potrebbe persino fornire al lato cinese l’intelligence per aiutare il PLA a proteggere le più importanti strutture nucleari. In alternativa, i due paesi potrebbero utilizzare meccanismi stabiliti per la cooperazione in materia di sicurezza nucleare nel settore civile, come il Centro di eccellenza sulla sicurezza nucleare istituito congiuntamente o organizzazioni come l’Agenzia internazionale per l’energia atomica per condurre una formazione tecnica. Nessun paese ha più esperienza nello smantellare e proteggere le armi nucleari degli Stati Uniti. Sebbene la Cina abbia la manodopera per impossessarsi del controllo dei siti, non è chiaro se abbia le competenze necessarie per rendere sicuri, i trasporti, o distruggi armi nucleari e materiale. La condivisione delle migliori pratiche contribuirebbe a garantire che la Cina possa gestire in sicurezza ciò che troverà in questi siti.

Ogni strategia ha i suoi compromessi. Coordinare o concedere il coinvolgimento cinese in una contingenza coreana ha un certo numero di aspetti negativi, come i critici sono tenuti a sottolineare. Per cominciare, i sudcoreani si oppongono completamente all’idea di un coinvolgimento cinese sulla penisola, per non parlare degli stivali cinesi sul terreno. Le mosse degli Stati Uniti per coordinare gli sforzi con la Cina danneggerebbero le relazioni degli Stati Uniti con Seoul , anche se il vantaggio di gestire la scomparsa della Corea del Nord a un costo inferiore sarebbe valsa la pena.

Potenzialmente più preoccupante è il fatto che l’intervento cinese nella Corea del Nord comporterebbe la perdita di qualche influenza degli Stati Uniti sull’insula della penna. A un livello fondamentale, la Cina agirà non per aiutare gli Stati Uniti ma per assicurare che una Corea riunificata non escluda le truppe statunitensi. Ma potrebbe non essere così male, dopo tutto. In franche discussioni, gli interlocutori cinesi hanno insinuato che Pechino potrebbe ancora aderire a un’alleanza degli Stati Uniti con una Corea riunificata. In tal caso, la fine di una presenza militare statunitense permanente nella penisola sarebbe un prezzo ragionevole da pagare per garantire che una seconda guerra coreana avesse il miglior risultato possibile.


[Traduzione e sintesi di Roberto Del Latte. Articolo originale di per Foreign Affair qui ]

I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Victor Hugo e Georges Simenon: due padri e due figlie a teatro

Mettete di svegliarvi un giorno e sentirvi totalmente incompleti. Mettete il percepire la sofferenza per il vostro vuoto. Mettete il tornare a teatro e ritrovarvi immedesimati nel dolore di due figlie d’arte stroncate dal mal d’amore. Dal dolore più atroce. Da una disfatta esistenziale ben peggiore dei vostri mattutini disturbi d’umore.

Il consiglio è presto detto: andare a guardare al Teatro “Out Off” di Milano la prima nazionale di “Victor Hugo e Adele- George Simenon e Marie Jo – Una promessa d’amore”.  Storie di vita parallele, abbandoni “diversamente temporali” eppure così simili. Così simili da portare la scrittrice e poeta Lucrezia Lerro, con regia di Lorenzo Loris, a portare a teatro l’immaginario incontro tra i suicidi di Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Da una parte la figlia del padre del romanticismo, del politico liberale capace di navigare tra destra e sinistra storica francese. Dall’altra l’estro del ‘padre’ di Maigret. Ovvero di uno dei commissari maggiormente noti della scrittura contemporanea.

Ne esce un’opera estremamente cruda ma a tratti anche umoristica, evasiva e di lotta rispetto a quel dolore più atroce del quale si accennava. Adele Hugo moriva centro anni prima, ad 85 anni, dopo essere stata rinchiusa in una clinica. Nel culmine della propria follia, divorata dal dramma sentimentale per un amore non corrisposto e da una disastrata famiglia, quella degli Hugo, già colpita dalla perdita alla tenera età di Leopoldine, sorella di Adele ed altra figlia dello scrittore Victor, deceduta a soli 19 anni assieme al proprio compagno ed a sei mesi dalla nascita del loro primo figlio. Cento anni dopo, si materializza un altro dramma: quello di Marie Jo Simenon, adolescente tormentata, donna mai esplosa. Suicida a 25 anni, ma solo prima di un’ultima telefonata al suo papà scrittore. Maledetti scrittori. Uomini di successo, ma spesso torchiati da quella realtà che credono tanto di saper raccontare con precisione ed onestà intellettuale.

Immaginatelo allora, questo incontro tra Adele Hugo e Marie Jo Simenon. Immaginate le voci e le interpretazioni di Monica Bonomi (Adele) e Silvia Valsesia (Marie Jo) fluttuare nella scenografia dei ricordi più amari e del rimpianto esistenziale. Immaginatele, ormai docili, ammaestrate dalla durezza e dal travaglio di vita, rivivere e richiedere costantemente a quella stessa esistenza il dono madre: quel po’ d’amore, perché «forse mai nessuno si sentirebbe amato come vorrebbe». Soprattutto se quel rapporto genitoriale si riveli così speciale ed intenso dall’essere chiamati forsennatamente alla rivendicazione di quel dolore, del tormento, della sopportazione del vissuto. Non lasciandosi nulla alle spalle, perché cercare l’amore è anche saper cogliere e ‘pescare’ dalle noie del passato. Come dire, ho visto persone volersi talmente bene da non parlarsi più.

C’è tanto in questa nuova storia teatrale di Lucrezia Lerro; c’è prima di tutto un autobiografico viaggio di reciprocità, che intervalla i comuni deliri di Adele e Marie Jo. Che tuttavia lottano. Non si arrendono e premono per andare avanti, perché non è tempo di fermarsi. Soprattutto quando in ballo vi è la partita dell’amore e la necessità di essere ascoltate, comprese. Sostenute.

Ed in questo viaggio non potranno che emergere le drammatiche vicissitudini delle famiglie Hugo e Simenon. Scrittori di grido, patrimoni della Francia* letteraria (Simenon, pur scrivendo in francese, nacque a Liegi). Eppur incompresi, puniti dalla vita e dai loro stessi eccessi. Forse giustamente, forse no. Ma ancor oggi a chiedersi se davvero la felicità abbia dato loro una mano. E soprattutto quando e per quanto abbia fatto parte di quelle gloriose quanto strazianti esistenze.

Siamo dinanzi ad un dialogo che ci appare tutt’altro che immaginario, nonostante i 100 anni di distanza ‘reale’ tra Adele e Marie Jo. Ma nulla sembra distoglierci dalla ‘fantasia’ dell’opera. Perché forse, immaginarle assieme si può. Pur nelle loro diversità. Dopotutto era l’atteggiamento del Simenon padre. Di uno scrittore ‘atemporale’ e che tendeva alla separazione dell’individuo dalla società. Storie in cui magari l’uomo è perdente, ma non si può fare a meno di raccontare l’uomo stesso.

Ma la perdita di un figlio, anche per uno scrittore, è molto più di una consacrazione per un’opera o un Nobel per la Letteratura. Lo dimostra il dolore e la depressione di Victor Hugo, che perse suo figlio Leopold alla dir poco prematura età di tre mesi. E perse, si anticipava, sua figlia Leopoldine alla beffarda età di 19 anni. Lo dimostra il silenzio iniziale di Simenon per il suicidio di Marie Jo (Adele Hugo morì invece successivamente alla morte del padre).

Un dolore che Simenon proverà a descrivere a circa tre anni dalla morte di Marie Jo. Che, nel proprio labirinto e fatale complesso mentale, aveva sperato di divenire una scrittrice o di pubblicare come suo padre. Senza esito. Ma non importa, perché ciò che resta è ritrovarsi domani: «Sei sempre qui – scriveva Simenon padre a sua figlia – nel nostro giardino, dove un giorno ti raggiungerò».

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

Nadia Comaneci: l’estetica della perfezione

 Com’eri a 14 anni?

Io ero un adolescente al ginnasio, alto un metro e cinquanta e a livello atletico potevo vantare molteplici stagioni sul tetto d’Europa, a Pes.

Il primo personaggio femminile di questa rubrica è un’adolescente che per prima ha toccato una vetta dello sport prima neanche considerabile: compiere un 10 perfetto in una routine di ginnastica artistica.

Ma la cosa che davvero ha sconvolto il mondo è che l’abbia fatto a poco più di 14 anni, per 7 volte. SETTE. In 4 differenti specialità.

Signore e signori, oggi parliamo della più grande innovatrice di sempre nel mondo della ginnastica artistica: Nadia Elena Comaneci.

 

(Nadia Comaneci a 14 anni con le medaglie vinte alle Olimpiadi del 1976 a Montrèal, Getty, Neil Leifer)

 

Perfezione e stacanovismo

Avete mai anche solo pensato al concetto di perfezione? Io sono arrivato ad assumere che, nelle arti cosi come nello sport, la perfezione si accosti al concetto di equilibrio. Un equilibrio pieno, colmo. Che riempie e non lascia spazio.

Un cerchio di Giotto, la nona sinfonia di Beethoven, la prospettiva centrale di Kubrick, ma anche il tiro di Jordan nelle Finals del 1998, un lob di Roger Federer e la punizione di Maradona contro la Juventus danno la sensazione di completezza, equilibrio.

Anche solo avvicinarsi ad un concetto cosi simile, per la maggior parte degli abitanti di questo pianeta, non è un’ipotesi considerabile. Immaginatevi cosa può essere la perfezione per una ragazzina di 14 anni nata in piena Transilvania.

Nadia, da quando sa camminare, è in palestra e lavora per il suo sogno. Gareggiare per le olimpiadi. Ma fuori da quella palestra, siamo in Romania. La stessa Romania che negli anni ’70 si può racchiudere in nome e cognome: Nicola Ceausescu. Segretario generale della Romania comunista, detenne formalmente il potere per più di 20 anni, dal 1967 al 1989, l’anno del collasso dell’URSS, che diede inizio alla rivoluzione romena. Nadia vive, come rilascerà in seguito in molte interviste, completamente staccata dal mondo nel corso dei primi anni della sua vita. Pensa solo ad eseguire le routine migliore.

Ha 3 anni quando partecipa alla sua prima gara interna alla palestra. Arriva tredicesima. Si dispera, non per la classifica, ma perchè è la prima volta in cui capisce quanto sia essenziale non sbagliare nei momenti importanti.

Da quel momento lavora sempre un po’ di più, per migliorarsi ogni giorno.

L’allenatore gli dice di compiere 5 routine? Lei ne fa 7.

Ha 10 anni e un’etica del lavoro stacanovista, cose che non ti aspetteresti da una bambina cosi piccola ma anche in questo possiamo rintracciare una risposta sociale: la Romania è una repubblica satellite dell’URSS, dove vige il culto del lavoro, dove chiunque riuscisse a garantire una dedizione totale, eliminando qualsiasi altra attività dalla propria vita, probabilmente veniva premiato dal Segretario del Partito.

Le gare in cui gareggia le vince praticamente tutte, compresa un’American Cup al Madison Square Garden di New York, dove incontra un ginnasta americano che stava festeggiando il suo 18° compleanno, Bart Conner. Ma al varco l’aspetta la competizione più importante di tutte: i giochi olimpici di Montreal 1976.

Il luglio canadese di Nadia è ineccepibile. Una ragazza esile di neanche 15 anni si presenta sulle parallele asimmetriche: è un trionfo. La sua routine è senza errori, per i giudici è stilisticamente perfetta. La cosa più bella è che Omega, che si occupa del tempo e dello score dei giochi olimpici dal 1932 ad oggi, non aveva previsto tale risultato, avendo tarato il tabellone fino a 9.99 come punteggio massimo per l’impossibilità di raggiungere il 10 come punteggio assoluto. I giudici furono “costretti” a darle un perfetto 1.00.

(Foto da Eurosport)

Alla fine dei giochi furono 7 (!) le routine perfette (ogni gara di atletica leggera infatti ha varie “batterie” di qualificazione, come avviene ad esempio per i 100 metri). 4 nelle parallele asimmetriche e 3 sulla trave che le valsero 5 medaglie: 3 d’oro (parallele, trave e generale individuale) una d’argento (generale con la squadra romena) e una di bronzo (corpo libero). La Comaneci, nelle sue interviste, parla sempre di come l’incoscienza derivata dalla sua giovane età l’abbia portata a non rendersi conto delle sue gesta.

Un’adolescente di 1,53m e 39 kg aveva sfondato la porta della storia dello sport con una naturalezza disarmante.

Sebbene siano le parallele asimmetriche le sue routine più spettacolari, è la trave la specialità che glorifica la prestazione dell’atleta.

Cosi Sports Illustrated a proposito delle sue routine:

A Montreal Nadia agita le folle con una spettacolare esplosione di energia in un tempo cosi breve- 23 secondi- ma è la trave che rappresenta al meglio le sue incredibili abilità. Le sue mani parlano molto più del suo corpo. La sua velocità enfatizza il suo equilibrio. Il suo controllo e la sua ampiezza zittiscono la folla.”

Nadia torna come eroina in patria, diventando un’icona del comunismo romeno, verrà premiata addirittura come eroe del lavoro socialista.

Le successive Olimpiadi di Mosca sono un po’ particolari: in piena guerra fredda le Olimpiadi diventano una questione politica tra URSS e USA, con quest’ultima che boicotterà i giochi dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan. I russi “spingono” molto i giudici verso un giudizio di parte, che farà trionfare la russa Yelena Davydova a scapito della Comaneci, relegata alla medaglia d’argento nel concorso individuale.

Nonostante gli onori di casa, nel 1989 scappa via dalla dittatura romena, oltrepassando a piedi il confine rumeno con l’Ungheria per trasferirsi a Los Angeles.

Mentre stava rilasciando un’intervista sulla sua fuga dalla Romania, incontra di nuovo Conner, il ginnasta del Madison Square Garden. Lui gli darà il suo numero, e 4 anni dopo si sposeranno.

Quando a 153 cm di altezza e 39 kg di peso, hai tutti ai tuoi piedi puoi prenderti il lusso di poter essere d’esempio. Ed è quell’esempio che ci ricorda ancora una volta in più di un concetto essenziale dello sport, cosi come della vita: se lavori duro puoi arrivare, anche solo per un momento, a raggiungere quello che gli altri considerano impossibile.

 

Grazie Nadia.

George Best: nomen omen

George Best: nomen omen

Il secondo personaggio di questa rubrica non è da considerarsi esattamente un Underdog. Best non ha niente in meno agli altri, anzi. La sua fiamma, però, ha bruciato cosi ardentemente da essersi spenta in un attimo.

 

Tributo a George Best dei supporters del Manchester United, 10 anni dopo la morte.

 

É il 1961 quando al campo di allenamento del Manchester United, Matt Busby, l’allora allenatore della prima squadra, riceve un telegramma da tale Bob Bishop. Bishop, che è l’osservatore irlandese per il Manchester, sa quello che tutti sanno. Busby cerca un riscatto dopo la tragedia del 1958, dove per un incidente aereo durante la tourneè europea tutti i ragazzi della prima squadra, tranne due giocatori e lo stesso Busby, sono morti. Il telegramma è lapidario: “Credo di aver trovato un genio: sono sicuro che questo ragazzo ti farà vincere la Coppa dei Campioni”.

George Best è allora solo un quindicenne della zona protestante di Belfast, una città da sempre divisa e che, per quanto le guide Lonely Planet si sforzino di farla sembrare una città interessante, è una citta operaia e tra le capitali meno visitabili di questo continente.

Georgie, come lo chiamano tutti fin da quando a 12 mesi ha iniziato a palleggiare, è un ragazzo mingherlino. Non supera il metro e settanta, ma ha per sempre cambiato la storia del gioco.

Veloce, imprevedibile, geniale, inafferrabile. Si tratta, per molti, del primo giocatore realmente moderno della storia del calcio.

(George Best a 18 anni nella sua prima partita con lo United, 1964, da Pinterest)

 

Il 1965, è uno dei suoi anni migliori. È solo diciannovenne quando segna contro il Benfica una magnifica doppietta nei quarti di finale di ritorno di Coppa Campioni. Busby, forte della vittoria all’andata negli spogliatoi avvisa i giocatori di voler impostare una partita difensiva. Lo ascolteranno 10 titolari su 11. Ovviamente il numero 7, no. Segna subito il primo gol di testa. L’altro, è una giocata alla Maradona ante litteram. Best prende palla a centrocampo, gol.

E’ la partita che gli cambierà la vita. 

Le 2 pregevoli segntature, realizzate entrambe nel primo quarto d’ora di gioco, gli valgono il titolo di “Quinto Beatle”. Perché questo soprannome? È il 1965, e quattro ragazzi di Liverpool stanno cambiando anche loro, per sempre, la storia della musica. George aveva le stesse basette, gli stessi capelli lunghi e giocava come I Beatles: diverso, nuovo, come mai nessuno aveva visto prima. Tutto questo in un’Inghilterra che stava completamente resettando il suo way of living, staccandosi dal buio della Grande Guerra e rendendosi conto di poter cambiare le cose, per la prima volta si poteva iniziare davvero ad essere felici.

L’anno dopo è ormai la punta di diamante dei “Busby Boys”, ed è pronto per fare il grande salto.

La notorietà lo spinge ad una vita d’eccessi che non riesce ad gestire. Ha in particolare una predilezione per la bottiglia. C’è un enzima, la Gamma GT, che a seconda di quanto è alto, rivela problemi al fegato. In generale si può dire che più il fegato è danneggiato, più la gamma GT è elevata. Diventa critico quando supera gli 80: quello dell’irlandese, a un certo punto superava i 900. Best ha sempre vissuto con l’obiettivo di tenere alto il suo cognome, ed essere il migliore di tutti. Non andava via dal bar se non era quello che aveva bevuto di più, non era contento se non aveva nel suo letto la donna più bella di tutte. 

Gesù para, ma Best segna sul rimbalzo: la consacrazione

Best è l’incarnazione sportiva della beat generation: la “rottura” degli schemi classici, il vivere veloce, senza limiti. Oltre il massimo, in un volo di Icaro che ti trascina verso il baratro.

Sul rettangolo di gioco il leitmotiv era più o meno quello: imbastiva una gara col suo diretto marcatore, fino a che lo stesso non veniva umiliato da una serie di dribbling e contro dribbling al limite della strafottenza. Meglio fare un esempio: 1976, Irlanda del Nord-Olanda. E’ l’Olanda di Cruyff. Best è in pieno declino. A 5 minuti dall’inizio della partita, Best prende palla, salta un centrocampista ma non va verso la porta. Torna indietro perchè vuole il duello con Cruyff: finta di corpo, gli lascia passare la palla in mezzo alle gambe e poi calcia via il pallone. Cruyff si gira e Best gli dice una frase da showman assoluto: “Tu sei il più forte di tutti, ma solo perchè io non ho tempo”. Il segreto di Best sta tutto nelle anche, nell’utilizzo del corpo che disorienta totalmente il difensore. Era troppo più forte degli altri, e tutti lo perdonavano.

Ma è il 1968 l’anno d’oro della carriera di Georgie. È il miglior giocatore della First DIvision, pur non vincendo il titolo. Ma riesce a portare lo United sul tetto d’Europa grazie ad un 4-1 in finale col Benfica. La partita è tesissima. È il secondo tempo supplementare quando le squadre sono ancora saldamente in parità sul risultato di 1-1. 3 minuti dopo l’inizio dell’ultimo quarto d’ora di gioco, Best si trova davanti al portiere Jose Henrique, lo dribbla con una finta e, a porta sguarnita, insacca. È il punto più alto della carriera di George. Qualche mese dopo, a Parigi, France Football gli consegnerà un premio a coronamento della sua splendida annata: Best, a soli 22 anni, è Pallone d’Oro.

(George Best riceve il Pallone d’Oro all’Old Trafford. Da sinistra, Max Urbini, caporedattore di France Football, Bobby Charlton, George Best, Sir Matt Busby e Denis Law, da tumblr)

Il vero George Best finisce qui. Dei 15 anni successivi non vale la pena parlarne, non gli rendono onore. Busby si ritira dalla panchina dopo aver raggiunto il suo obiettivo. E lo seguono Denis Law e Bobby Charlton, i “Busby Boys” . Best non sarà mai più lo stesso, manca a molte più partite di quelle che gioca e per 15 anni gira il mondo alla ricerca di un equilibrio che non troverà mai.

Nel mezzo, un paio di Miss Mondo, fiumi di alcool, qualche rissa e tanto, tanto talento sprecato.

In fondo, però, George non sarebbe mai entrato nella leggenda se non avesse avuto una vita cosi sregolata e piena di eccessi. Disse in un’intervista: “Se fossi nato brutto, probabilmente non avreste mai sentito parlare di Pelé” . Se te ne esci così, non puoi non essere considerato uno dei più grandi aforisti della storia contemporanea.

Ha 59 anni quando muore per il suo fegato, spappolato dall’alcool. Chiama il News of the World, uno dei maggiori tabloid inglesi, ed esprime il suo ultimo desiderio: “Mettete in prima pagina una mia foto con su scritto “Don’t die like me”, è il mio ultimo monito prima di lasciarvi”. Per insegnarci, ancora una volta, che l’alcool non è la risposta.

 

Se mai doveste – non ve lo auguro – atterrare all’aeroporto di Belfast, alzate la testa. Vedrete il nome di George Best. Pensate a questa storia. La storia di un enorme talento risucchiato dalle sue stesse manie autodistruttive.

George è stato più di tutti la personalità che ha rappresentato l’Irlanda del Nord nello sport. E la gente del posto è solita uscirsene, parlando di lui, con questo motto:

“Maradona good, Pelé better… Georgie BEST!”

Giocano con la lingua della terra d’Albione, i nord-irlandesi, ma il senso è uno.

Best è un giocatore che non si è mai più rivisto, né prima né dopo.

(George Best con la maglia dell’Irlanda, via the Daily Mail)

Vincenzo Matarrese

Walter Somma

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Augusto, l’Età dell’Oro e quella misteriosa figura femminile sul lato est dell’Ara Pacis

Fatto costruire tra il 13 e il 9 a.C., “L’Altare della Pace” è forse, tra quelli preservatisi fino ad oggi, il monumento che con più evidenzia riassume visivamente il programma politico di Ottaviano Augusto. Conservato attualmente a Roma, presso un museo che da esso stesso prende il nome (Museo dell’Ara Pacis), era stato restituito ufficialmente alla modernità il 23 settembre del 1938, su iniziativa del regime fascista, per cui era diventato strumento di propaganda e legittimazione.

L’archeologo Bianchi Bandinelli insieme ad alcuni ufficiali fascisti davanti al Pannello della Tellus

L’Ara Pacis si presenta come un altare posto su un podio rialzato, a cui si perviene attraverso una rampa di 10 gradini. Il fregio interno è caratterizzato dal modulo ripetuto di ghirlande inframmezzate da bucrania (scheletri di teste di bue) e arricchite da tondi decorati con palmette, simboli di ricchezza, prosperità e fertilità. All’esterno, per tutta la lunghezza della fascia inferiore si estende un ricco e dinamico fregio vegetale. La fascia superiore è invece occupata da pannelli di vario genere e recanti diversi soggetti: Enea che sacrifica ai Penati, il Pannello della dea Roma, il Pannello del Lupercale e una lunga processione di familiari di Augusto e alti dignitari romani. Infine, il pannello superiore del lato sud-orientale presenta una figura femminile assisa, indicata genericamente come Tellus, ma la cui identità è ancora discussa.

Ara Pacis Augustae, visione di insieme

Se è vero che tutto il complesso merita attenzione sia per il suo intrinseco valore artistico, sia per il suo essere fulgida testimonianza di un’epoca eccezionale, gli studiosi, però, si sono soprattutto soffermati sul Pannello della Tellus (?). In esso una figura femminile campeggia al centro, seduta sulle rocce, vestita di un leggero chitone che le scivola sulla spalla destra; ai suoi piedi stanno pacifici un bue e una pecora, mentre con le braccia ella sostiene due putti. Ai lati del pannello si stagliano due giovani donne, ovvero le Aurae velificantes, a significare i venti benefici di mare e di terra. Il tutto è arricchito da piante di vario genere, attributi di fecondità.

Pannello della Tellus (?), particolare

Gli storici dell’arte hanno proposto, di volta in volta, diverse ipotesi interpretative per l’identificazione della figura centrale. C’è, infatti, chi vi ha visto la personificazione dell’Italia, chi di Tellus, la dea della Terra romana (interpretazione che è prevalsa, dando, così, nome al pannello); chi ha identificato la figura come Venere genitrice, divinità legata alla fondazione di Roma, poiché madre di Enea, nonché alla Gens Iulia, di cui Augusto si vantava di essere ultimo e più illustre discendente; vi è, poi, chi ha riconosciuto nella figura centrale proprio la Pax Augusta, ovvero una personificazione della Pace stessa, da cui l’intero altare prende il nome. A partire dagli anni ’90, è stata, invece, avanzata l’ipotesi che possa trattarsi della dea Cerere, patrona dei raccolti e simbolo di abbondanza; infine, vi è chi ha interpretato questa figura come una rappresentazione o di Giulia minore o di Livia, rispettivamente la nipote e la moglie di Augusto.

Ritratto di Livia Drusilla, moglie di Augusto

Come si vede, queste identificazioni alludono all’idea di rinnovamento, splendore e prosperità (Cerere, Pax), fanno parte del patrimonio culturale latino (Italia e Tellus), alludono ai miti di origine del popolo romano e della Gens Iulia (Venere) o più direttamente alla cerchia familiare dell’imperatore (Giulia, Livia). Si tratta di motivi che si ripresentano in tutto l’altare e che sono alla base del programma politico di Ottaviano Augusto. Ma, allora, quale, tra queste figure, è davvero rappresentata sul pannello sud-orientale dell’Ara Pacis?

L’idea che sempre di più si sta facendo strada tra gli studiosi è che questa figura femminile sia in realtà latrice di più significati e rappresenti, quindi, la personificazione di diversi aspetti di quel ritorno all’Età dell’Oro tanto auspicato dall’imperatore. Tale identificazione si accorderebbe al sincretismo (fusione di più elementi in una sola espressione) culturale, artistico e letterario diffuso nell’età di Augusto. A seconda dell’osservatore, dunque, questa figura poteva essere percepita come la dea Terra, la dea Venere o Cerere, la personificazione dell’Italia o della Pace, la rappresentazione di Giulia o di Livia; oppure, più semplicemente, come una fusione di tutte quante in una sola e magnifica espressione, destinata a durare per l’eternità.

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

L’inverosimile verosimiglianza della vita ed “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello

Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

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