Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Radiohead: una piscina modellata dalla Luna

Quando pensiamo alla Luna, dobbiamo pensare a una specie di orologio biologico del nostro pianeta e non solo: se dovessimo pensare alla piscina della Terra, senza dubbio ci riferiremmo agli oceani. È la Luna a guidare le maree degli stessi tramite la spinta gravitazionale. C’è una forte componente ecologica nel titolo dell’ultimo album dei Radiohead, uscito esattamente un anno fa, ma non bisogna sottovalutare la forza delle metafore.

Durante la lavorazione dell’album Thom Yorke si è separato dalla sua compagna di vita, Rachel Owen, e Nigel Godrich (il quinto Radiohead a tutti gli effetti, il loro ingegnere del suono) ha perso il padre. La Luna che influenza i periodi delle maree somiglia alla vita che influenza ogni atto che un uomo compie, tra cui si include qualsiasi forma d’arte.

Quanto di quello che ci accade ci smussa emotivamente? Siamo noi gli oceani. Tutto quello che ci accade è la Luna.

A Moon Shaped Pool è un’esplorazione fortissima del concetto di perdita, legata al divorzio di Thom Yorke, che gravita sull’album con una potenza inaudita, continuamente ricordato attraverso molteplici canali espressivi.

DAYDREAMING

“This goes
Beyond me
Beyond you”

Daydreaming parte da un riferimento classico, l’allegoria della caverna di Platone. I sognatori, dice Yorke nel brano, hanno il difetto di preferire i loro sogni alla realtà e in questa categoria rientra anche lui. Un’analisi migliore si può fare alla luce del video che accompagna il brano, diretto dal premio Oscar Paul Thomas Anderson (regista di capolavori come il Petroliere e Magnolia). Il video vede Yorke attraversare, solo, una serie di scenari che passano da una cucina ad un locale di lavatrici a secco, fino ad arrivare su una montagna innevata ed addormentarsi in una caverna. Il numero di porte che attraversa nel video è simbolico e cosa significano ce lo ripete lui stesso ossessivamente alla fine della canzone. Lo fa in un sample che recita: efil ym fo flah. Al contrario, half of my life.

Metà della mia vita.

23 sono gli anni che hanno tenuto insieme Thom a Rachel, e il verso rievoca un’influenza forte della Divina Commedia che non sembra casuale, essendo lei una esperta di letteratura italiana specializzata nelle illustrazioni del capolavoro di Dante.

DESERT ISLAND DISK

“Now as I go upon my way
So let me go upon my way
Born of a light”

Rinascita è quello a cui Thom aspira e Desert Island Disk è probabilmente il momento in cui Thom rivela maggiore positività. La luce è un’immagine ricorrente dell’album, viene evocata per alcuni versi anche in Daydreaming, ma con significato opposto: se qui il bianco è quello di uno spirito che luccica, totalmente vivo, in Daydreaming il bianco era quello di una stanza vuota, simbolo di solitudine e perdita.

La dimensione cromatica non è da sottovalutare: il bianco che ricorre così tanto spesso in A Moon shaped pool ed è inoltre il colore del satellite terrestre definisce un’assenza di colore che sembra simboleggiare il vuoto dovuto alla separazione e a quei momenti di mezzo, tra la fine e l’inizio di qualcosa e c’è un contrasto fortissimo con In Rainbows, dove ogni colore e ogni canzone si sommano, esplorando totalmente lo spettro emotivo derivante da una relazione.

La copertina di In Rainbows

Thom in questa canzone si sveglia da un torpore che l’ha tenuto per troppo tempo sordo e muto, una situazione di cui la persona che aveva di fronte era consapevole (quel “You know what I mean” ripetuto ossessivamente in sottofondo) e realizza che “different types of love are possible”, che l’amore per quanto sia mutato e abbia cambiato forma, rimane.

L’evoluzione musicale che più di tutti Yorke e Jonny Greenwood hanno attraversato esce fuori particolarmente in due tracce: Burn the witch, il cui testo è stato protagonista di una delle mosse di marketing che hanno preannunciato il disco, e “Tinker Tailor Soldier Sailor Rich Man Poor Man Beggar Man Thief”. Yorke, anche nella sua carriera solista ha giocato molto con l’elettronica, esplorata anche in TKOL, mentre Greenwood ha avviato con grandissimo successo un lavoro sulle colonne sonore che l’ha portato a collaborare tra gli altri con P.T. Anderson e appare evidente nell’uso che fa degli archi e dei contrappunti.

BURN THE WITCH

“Abandon all reason

Avoid all eye contact

Do not react”

Non è la prima volta che questo titolo ha a che fare con i Radiohead, in quanto appariva nell’artwork di Hail to the Thief e il testo ha definito la campagna che ha preceduto il lancio dell’album.

L’artwork di Hail to the Thief: Burn the witch è leggibile in basso a sinistra

Burn the Witch esplora i temi della paranoia e del controllo di massa: la via preferibile è l’anonimità, di contro chi è disubbidiente rischia che la cosa gli si ritorca contro, in una delle tante spedizioni punitive dell’autorità. La strega è semplicemente chiunque abbia visioni impopolari o un gruppo le cui verità non sono ortodosse e accettate dall’autorità (un episodio del genere viene esplorato in Harrodown Hill, canzone del repertorio solista di Yorke), che minaccia la gente. Sappiamo dove vivete.

La reazione è quella di una forte paranoia, dove si invita ad abbandonare ogni forma di comunicazione, evitare l’eye-contact, creando una forma di panico che giustifica l’esercizio punitivo e le decisioni forti.

Il video è un’integrazione che amplia in maniera ancora maggiore il significato della canzone: l’animatore Virpi Kettu ha affermato di come attraverso il video si cercasse di alimentare la consapevolezza verso la posizione della crisi dei rifugiati in Europa che unita all’odio per i musulmani porta al sentimento tipico della caccia alle streghe. La stessa cartolina ricevuta dai fan durante la campagna per l’album che recava la scritta “We know where you live” era un invito alla riflessione sul controllo di massa e il conseguente gioco di potere politico.

TRUE LOVE WAITS

“And true love waits
In haunted attics
And true love lives
On lollipops and crisps”

True love waits è il perfetto esempio di canzone che si adatta all’album, nonostante sia una vecchia conoscenza. Scartata sia da Kid A che da Amnesiac, qui si trova ed essere il respiro perfetto nel corpus del disco. È uno dei momenti più vivi della scrittura di Thom ed è stata inoltre, scritta ai tempi in cui aveva iniziato a frequentare la ex-moglie. Il testo evoca una fine nella relazione, che rimane sospesa. Pur di non farla lasciar andar via,l’autore è disposto a rivestire panni femminili, a lavare i piedi alla compagna (l’analogia cristiana nell’incontro tra la Maddalena e Gesù è fortissima) e ad abbandonare ciò che lo definisce come persona, i suoi valori e le sue certezze. La revisione del significato della canzone, che non cambia in nulla nel testo, c’è a livello musicale invece e ci porta a trarre delle conclusioni: il don’t leave finale, che veniva cantato in maniera trionfale nei live, nella versione in studio l’armonia rimane identica, a voler testimoniare la fine della storia e l’abbandono da parte di lei.

 

In definitiva, quanti avvenimenti tracciano un confine nella nostra vita? Quante volte la Luna influenza le nostre decisioni e le nostre maree? Ognuno di noi, di fronte a ciò ha un processo che lo porta a metabolizzare le proprie emozioni in maniera diversa. A Moon Shaped Pool è stato quello di Thom Yorke in primis e dei Radiohead in toto.

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Storia di un film maledetto. Da Jodorowsky a Lynch: Il caso “Dune”

Esistono storie che solo alcuni uomini sono capaci di raccontare. Ci sono storie mai raccontate e storie raccontate e andate perdute che continuano ad esistere perché ad essi legate. E il racconto di una storia mai raccontata o di uomini che sapevano raccontare sa sopraffare, avvolgendo con il suo alone leggendario, tutto ciò che sarà raccontato successivamente risentendo,quest’ultimo, della superiorità di qualcosa che è stato e non ci è pervenuto.

Una storia complessa, che doveva essere raccontata,  l’ha saputa raccontare nel 1965 Frank Herbert: “Dune”.

Copertina del libro Dune, edizione Nord

Il noto romanzo fantascientifico è dotato di una trama vivace in cui convogliano tante dinamiche quotidiane translate in un’ambientazione galattica futura e dove, sapientemente, l’autore combina molteplici livelli di lettura con particolare attenzione alla descrizione degli ambienti, ai costumi sociali e alla dimensione introspettiva.
La letteratura è sicuramente uno dei supporti più interessanti con il quale è possibile creare infiniti mondi. In questo caso una narrazione come Dune, in forma scrittoria, ha la possibilità di esplicarsi in tutte le sue intenzioni e dar luce in maniera equilibrata ad ogni componente.

Ma un supporto come il cinema come renderebbe una storia così intrisa di concetti filosofici, antropologici e sociologici?

L’uomo della psicomagia e dei tarocchi Alejandro Jodorowsky comprese la portata del messaggio che Dune era capace di offrire.
Il regista cileno era all’apice della sua carriera quando nel 1974 gli venne chiesto di cosa avrebbe trattato il prossimo film. Non aveva mai letto il romanzo del ’65 ma come folgorato decise che il racconto di Herbert doveva essere anche il suo.

“Avevo trovato un libro che era la continuazione dei film che scrivevo. Quel tema mi permetteva di fare di questo film una profezia e di pormi al servizio di un’idea capace di realizzarmi. Quel pianeta deserto, con una nuova razza che si adattava a delle nuove condizioni ecologiche, forse era il simbolo di una città come New York, dove avrebbe potuto nascere una razza di giovani guerrieri adattati in maniera mutante alle attuali condizioni di inquinamento intellettuale, emotivo, sessuale e corporeo”.

Una ferrea dedizione, sofferta ma anche animata da grandi aspettative caratterizzò la preparazione della durata di due anni del film. La sua era un’idea alta, strettamente di natura spirituale, perciò chi doveva affiancarlo doveva condividerne “la stessa anima”: Gli spiritual warriors. Tra i grandi nomi coinvolti fondamentali sono quelli dell’illustratore Moebius con cui immediata e complice fu la collaborazione; Salvador Dalì; i Pink Floyd con cui però non pochi furono i diverbi.

L’imperatore delle galassie, cui personaggio doveva essere interpretato da Dalì. Illustrazione di Moebius

L’entusiasmo con il quale si portò avanti il progetto rifletteva la grandiosità di quello che ne sarebbe stato l’esito, l’esito mai concretizzatosi: le majors americane non gli concessero finanziamenti in quanto non fiduciosi dell’attrattività che un Jodorowsky potesse avere sulle masse. I soliti meccanismi commerciali in termini di business a cui, però, il regista non intendeva sottomettersi. Aveva inteso che l’altezza delle sue intenzioni erano vane in quell’ambiente e decise di abbandonare il racconto,arrendendosi agli sciacalli. I diritti furono venduti ad Hollywood, fu Dino De Laurentis a comprarli, e ne affidò la regia  a David Lynch.  Ad oggi  esistono solo due copie della sceneggiatura originale e i disegni di Moebius con cui si regolavano le inquadrature, la fotografia, il design dei costumi e delle macchine.

”Quando si spendono 250 milioni di dollari, il film non può che essere un’operazione commerciale. Lynch ha perso 4 anni della sua vita e fare il regista in quelle condizioni è come essere una specie di vigile urbano.”

“Quello di Dune è un tema alchemico, ecologico, profondo, non è Hollywood”

David Lynch come il collega cileno è tra quegli uomini che le storie le sa raccontare. Le racconta perfettamente in un modo del tutto personale che inganna e ti guida in inciampi labirintici meditadivi nei quali rimanere intrappolati è un piacere. Non è casuale quindi che il film nel quale preso a considerare ciò che doveva piacere al pubblico piuttosto che dar adito alle proprie inclinazioni, burattinato dalla produzione, sia la sua opera meno riuscita. Pur non essendo un capolavoro gli elementi lynchiani sono individuabili, soprattutto nell’attribuire rilievo ai tortuosi percorsi mentali dei personaggi la cui suggestione è resa dalla colonna sonora di Brian Eno e i Toto.Una storia mediocre però che deve subire il confronto con quella mai raccontata di Jodorowsky che ha aperto strada a un tipo di fantascienza differente che discostandosi dal rigore scientifico segue i canoni dell’ immaginazione e della fantasia.

Quando andai a vedere Dune di David Lynch diventai verde per la rabbia. Lui era l’unico capace di realizzarlo. Ma alla fine del film mi rilassai e divenni allegro: il film era una merda. E la colpa non era di certo di Lynch”.

E oggi possiamo solo fantasticare su quello che avrebbe potuto essere. Eppure il racconto di come sarebbe stato raccontato possiamo raccontarlo. E ce lo racconta lo stesso Jodorowsky nel suo documentario:

Breve guida alla lettura di Pasolini

Breve guida alla lettura di Pasolini

Siamo disposti ad accettare lo spirito di natura che ci compone e completa? Facendo la tara al celebre conflitto natura e società, non si tratta di un’apologia del modello del buon selvaggio, ma di comprendere quanto siamo disposti a rinunciare a ciò che siamo diventati: uomini sociali.
Questo interrogativo e simili accompagnano la lettura dei testi di Pier Paolo Pasolini.

Poligrafo, artista, regista. Drammatico, carnale, e qualche altro attributo ugualmente concitato, e dello stesso tenore emotivo. Sconvolgente scrittore del Novecento, Pasolini è uno di quegli autori che merita frasi nominali concise, asindeti molteplici capaci di cogliere, in una complessa rassegna di aggettivi, l’essenza, in realtà ineffabile, di una personalità creativa che scelse l’inafferrabilità quale cifra significativa della sua produzione. Inafferrabilità non come intenzionale desiderio intellettuale di produrre qualcosa di incomprensibile e fortemente esoterico, ma come improvviso impulso dei sensi.
Pasolini non destina i suoi testi a un gruppo di iniziati, piuttosto parla alla nostra pancia, espressione infelice per indicare qualcosa di indefinito che potremmo tradurre come istinto, qualcosa che inerisca lo spirito di natura.

Troppo complessa l’esperienza del testo Petrolio, opera incompiuta dello scrittore di Casarsa, che della contraddizione natura e società incarna forse la ferita più profonda. Nello spazio delle prossime righe, l’esperienza dei versi pasoliniani ne Le Ceneri di Gramsci, poemetto incluso nella raccolta omonima del 1957.
E ci offendono i versi di Pasolini, penetrano senza alcuna parafrasi. Arrivano dritti e senza alcuna analisi retorica, chiedono di essere ascoltati. Ci accorgiamo che lettura e comprensione (almeno nei suoi significati essenziali) non richiedono alcuno sforzo ermeneutico. L’angoscia, la miseria, il vizio dell’ideale e la purezza della carnalità. E quando nulla rimane a difenderci, allora non resta che ascoltare.

Forse rivoluzione è la risposta, l’improvvisa e inafferrabile sensazione che stavamo cercando.
La rivoluzione non è che sentimento insegna Pasolini. E la comprensione dell’esperienza sortita dalla lettura pasoliniana sembra passare da qui: dalla rivoluzione che rappresentiamo, che ognuno di noi in diversa misura incarna, dalla rivoluzione che osserviamo negli altri, e da quella che rifiutiamo.

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore era ancora vita, in quel maggio italiano che alla vita aggiungeva almeno ardore, quanto meno sventato e impuramente sano dei nostri padri- non padre, ma umile fratello – già con la tua magra mano delineavi l’ideale che illumina (ma non per noi: tu morto, e noi morti ugualmente, con te, nell’umido giardino) questo silenzio.

Non un rivoluzionario da Canzone del maggio. Pasolini ci ricorda un accezione differente di rivoluzione: quella delle viscere, dell’anima (qualunque cosa essa significhi). È la rivoluzione estrema della carne, la radicale richiesta di natura dell’io sociale.

E se mi accade di amare il mondo non è che per violento e ingenuo amore sensuale così come, confuso adolescente, un tempo l’odiai

È la rivoluzione dei sentimenti che passa attraverso una narrazione partecipata e ferita che ci sbigottisce e ci lascia attoniti. È il racconto di un unica condizione: quella umana. Radicale e priva di sfaccettature. Non spregiudicatezza, ma ricerca della viscerale, forse non esperibile, sostanza che ci appartiene. L’Es freudiano? Probabile.
Ma è poi così contraddittoria la natura? Quanto l’equazione natura=bassi istinti ha ostacolato la comprensione di ciò che per contrasto è stato rigettato, o forse semplicemente tralasciato per abitudine? E quanto tale equazione corrisponde al reale?

Mi videro dentro una luce viva: mite, violento rivoluzionario nel cuore e nella lingua.

Quanto siamo disposti ad accettare la nostra luce viva?

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa

Ho letto per legittima difesa quando intorno non c’era più spazio per creare. Tra quei caratteri neri ho scoperto la bellezza di nuove conquiste, conquiste libere e consapevoli capaci di dare nuova forza a desideri ormai abbandonati.

Ho letto per legittima difesa quando quel grigio opaco non bastava più, ho dovuto cercare nuovi colori per dare un senso e nuovo sapore alle risposte mute che non sapevo più capire.

Ho letto per legittima difesa e ho scoperto che tra quelle pagine al profumo di carta c’erano pezzi di me, lasciati qua e là, ho trovato la meraviglia poi quando ho visto nei miei giorni i segni di una bozza lasciata sempre aperta, una pagina ancora da delineare.

Mi sono innamorata tra quei versi e ho proiettato quelle immagini su persone e luoghi, tra paesaggi e sorrisi, nei lineamenti della gente ho trovato quel ritmo, un suono diverso, una melodia che ora non posso più ignorare.
E ogni volta che ho scelto di allontanarmi da quelle pagine ho sento quella strana esigenza, un rumore dentro, il bisogno di tornare. Fosse quasi rifugio, fosse quasi necessità.

Ho scritto poi per legittima difesa quando gli sguardi e i gesti non potevano più trovare un senso e le parole hanno cominciato a spingere al posto mio, avevano loro per me il bisogno di diventare segno, di diventare realtà, di diventare inchiostro nero su carta rigata.

Ho tradito per me stessa quei libri che non potevo più finire, vedendo così crollare le aspettative proprie di chi immagina ombre sempre più grandi di quel che in verità sono.

Come una metafora costante di quel che era e quel che sarà.

Ho letto e ho scoperto luoghi, ho vissuto vite e sentimenti, storie e immagini con una intensità alla quale poi non si può più rinunciare.

Ho anche corso il rischio di perdermi tra quelle righe, tra quei nomi, tra quelle epoche lontane e quegli autori così vicini, tra quelle lunghe lettere, tra le poesie ritmate e alcuni versi scritti male.

Perché sapete, le aspettative che crea la lettura sono ben lontane dalla banalità di chi aspettative non ha.

E forse questa non è altro che una mia dichiarazione d’amore alla parola, quella forza strana, quel motore inarrestabile, quel confine instabile tra la propria realtà e quella degli altri. La parola, quella libera di distruggere e creare, rimanere fissa nel tempo immutata e costante e non sa sbiadire e non può cancellarsi ma diventa, nello stesso tempo in cui nasce, già memoria.

Cosmiana Lenoci

Domenica Letteraria-A volte vorrei solo

Domenica Letteraria-A volte vorrei solo

“A volte vorrei solo” è il titolo dell’ultima poesia prima di una pausa, dopo mesi di questo percorso assieme. Quindi vi lascio con un’altra lista, un’altra invocazione al cielo (eternamente distante), con la pelle consumata da questo freddo improvviso, nella speranza che, almeno la poesia, almeno la Domenica, vi possa dar calore.

A volte vorrei solo
trovare favole nei tuoi occhi
scuri più di questi giorni
che sono imperterriti
nel loro grigiore,
nell’ostentare una cappa di vuoto.
A volte vorrei solo
avere la primavera dalle tue braccia
calde, tramortite come rami
in un inverno gelido dove la neve
congela boccioli di fiori di pesco,
tesori sepolti con cura.
A volte vorrei solo
sentire che la vita perdona,
che la terra mi invita a danzare
balli felici con le musiche
d’una festa popolare.

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

Il piacere della lettura – La lezione di Calvino

La Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’autore è un evento patrocinato dall’UNESCO che si tiene il 23 Aprile ogni anno dal 1996 per promuovere la lettura e la pubblicazione dei libri.

Secondo una recente indagine Istat in Italia ci sono oltre 4 milioni di lettori di libri in meno rispetto al 2010. Dai dati emerge che nel 2016 sono circa 33 milioni le persone con più di 6 anni che non hanno letto nemmeno un libro di carta in un anno, cioè il 57,6% della popolazione, la stessa quota che era stata toccata nel 2000.

Ma in un’occasione come questa, invece di considerare la lettura come un fenomeno del quale valutare in maniera chirurgica deficit e statistiche, occorrerebbe forse misurarsi e far misurare lettori effettivi e potenziali con quella che è la reale intima esperienza della lettura perché leggere non è un processo meccanico che implica un sordo e freddo assoggettamento alla parola di una pagina stampata.

Leggere è “un processo che coinvolge mente e occhi insieme, un processo d’astrazione o meglio un’estrazione di concretezza da operazioni astratte, come il riconoscere segni distintivi, frantumare tutto ciò che vediamo in elementi minimi, ricomporli in segmenti significativi, scoprire intorno a noi regolarità, differenze, ricorrenze, singolarità,sostituzioni, ridondanze”

scrive Italo Calvino in Mondo scritto e Mondo non scritto. E Calvino è uno dei pochi autori che hanno condotto una vera e propria indagine su un atto che viene spesso dato troppo per scontato e lo ha fatto dedicando svariati saggi al tema ma soprattutto consegnandoci un’opera tanto singolare come Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un’opera in cui la figura dell’autore e quella del lettore si con/fondono in un gioco in cui si svelano i meccanismi sottesi a quel misterioso incontro che avviene fra le pagine di un testo. Calvino nello spiegare il suo lavoro scrive:

“è un romanzo sul piacere di leggere romanzi; protagonista è il Lettore, che per dieci volte comincia a leggere un libro che per vicissitudini estranee alla sua volontà non riesce a finire. […] Ho dovuto scrivere l’inizio di dieci romanzi d’autori immaginari, tutti in qualche modo diversi da me e diversi tra loro […] più che d’identificarmi con l’autore di ognuno dei dieci romanzi, ho cercato d’identificarmi col lettore: rappresentare il piacere della lettura d’un dato genere, più che il testo vero e proprio. […] Ma soprattutto ho cercato di dare evidenza al fatto che ogni libro nasce in presenza d’altri libri, in rapporto e confronto ad altri libri.”

 La lettura per Calvino è infatti un’esperienza soggettiva che lascia tracce diverse su ogni individuo. In Perché leggere i Classici l’autore scrive: “Il «tuo» classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui.” Ognuno di noi è quindi in realtà portatore delle centinaia e migliaia di esistenze raccolte tra le pagine che lo hanno accompagnato e che finiscono in qualche modo per costruirgli intorno un’identità fondata sulla molteplicità. La molteplicità di cui parla Calvino ne Le Lezioni Americane è quella delle coscienze. Quale atto è infatti più democratico della lettura? È una forma di comunicazione pura in cui si accoglie la parola dell’altro praticando un silenzio interiore che raramente conosciamo. Ma è anche un processo di transfert in cui si guarda al mondo indossando uno sguardo estraneo, dando forma a quello che è probabilmente il più puro ed intimo esempio di contatto umano.

Nella sua ancestralità la lettura è in realtà ancora oggi la più forte ed efficace esperienza interattiva che si possa compiere. Nell’abitare gli svariati corpi dei personaggi con cui entra a conoscenza e nel vivere e assaporare i tempi e gli spazi che appartengono loro, il lettore si fa protagonista di un’immensa varietà di esistenze in un puro, breve e provvisorio momento di convergenze temporali. E lo fa mettendo in moto un processo cognitivo che, passando prima per il corpo e poi per la mente, crea una forma di conoscenza altrimenti inafferrabile. Questa conoscenza passa prima di tutto per un’autoconoscenza  perché “la lettura è un rapporto con noi stessi e non solo col libro, col nostro mondo interiore attraverso il mondo che il libro ci apre.”

Con la straordinaria ironia che tanto lo caratterizza, Calvino apre il suo romanzo con un cerimonioso quanto goliardico invito alla lettura che prende lo spazio di un intero capitolo in quello che è un gioco di strizzate d’occhio e complicità che instaura con il lettore.

 “Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.”

Calvino va poi a costruire un romanzo che è un costante lanciarsi ed aprirsi ad una storia che sembra non assestarsi mai finché il lettore non arriva a comprendere di essere lui stesso il protagonista di un racconto che gli affida la propria trama. E in questo Calvino si rende autore straordinario. Nell’elevare il mistero dell’incontro tra un narratore ed un lettore a tema del romanzo, Calvino spinge il lettore reale a guardare se stesso con la stessa lente indagatrice con la quale descrive minuziosamente i suoi piccoli rituali e a rendersi quindi cosciente di ciò che realmente lui/lei chiede al libro.

Se una notte d’inverno un viaggiatore è quindi un romanzo che celebra la lettura sollevandola dalle ceneri dell’atto scontato per renderla una piena presa di consapevolezza. Nelle parole del narratore, sotto lo strato di compiaciuta ironia, si cela la poesia di chi vuole raccontare il piacere di un’esperienza che non trova quasi mai lo spazio per far parlare di sé, un’esperienza spesso relegata a strumento, a tramite, a filtro. Ma nel descrivere le piccole azioni che la circondano Calvino le restituisce una fetta di visibilità, ponendola sotto i suoi stessi riflettori in modo che possa auto raccontarsi e lasciare intravedere, anche se in minima parte, il suo misterioso richiamo. Quel richiamo che ogni giorno ci spinge ad andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.”.

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