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Articolo originale curato da John Lehrer del “The New Yorker” qui

Gli esseri umani sono sognatori ad occhi aperti.
Secondo un recente studio condotto dagli psicologi dell’Università di Harvard Daniel Gilbert e Matthew A. Killingsworth, le persone si abbandonano all’immaginazione per il 47% del tempo in cui sono sveglie. (Gli scienziati lo hanno dimostrato attraverso lo sviluppo di un app per iPhone che contattava 250 volontari del progetto a intervalli casuali durante il giorno). Da questa analisi si è potuto evincere che la nostra mente smette di fantasticare soltanto mentre “facciamo l’amore”.

A prima vista, dati del genere sembrano confermare la nostra pigrizia intrinseca. In una cultura ossessionata dall’efficienza, l’immaginazione è spesso definita inutile. Freud, per esempio, ha definito “infantile” il sognare ad occhi aperti affermando che sia solo un mezzo per fuggire dalla routine quotidiana verso un mondo di fantasie e di “soddisfacimento dei desideri”.

Negli ultimi anni, comunque, psicologi e neuroscienziati hanno riscattato questo stato mentale, rivelando che i modi in cui la mente immagina è un essenziale strumento conoscitivo. L’immaginazione si attiva ogni volta che siamo annoiati – quando la realtà non è abbastanza per noi – iniziamo ad esplorare i nostri pensieri, contemplando varie ipotesi e scenari irreali che prendono vita solo nella nostra testa.

Virginia Woolf, nella sua novella “Gita al faro”, narra minuziosamente questa forma di pensiero attraverso la descrizione del personaggio di Lily :

Senza dubbio lei stava perdendo la cognizione dell’ambiente che la circondava. E così come perdeva la cognizione dell’ambiente della circondava..la sua mente continuava ad attraversare le sue profondità, le memorie e le idee, divenendo come una fontana zampillante.

Il sogno ad occhi aperti è proprio quella fontana zampillante che riversa strani e nuovi pensieri nel flusso di coscienza e questi si scoprono essere sorprendentemente utili. Lo studio, prossimo alla pubblicazione e intitolato Scienze Psicologiche, condotto da Benjamin Baird e Jonathan Schooler nell’Università della California a Santa Barbara ci aiuta a capire il perché. L’esperimento di per sé è piuttosto semplice: a 145 studenti universitari è stato dato un test standard di creatività noto come “uso insolito”, nel quale avevano a disposizione due minuti per elencare tutti gli utilizzi possibili di oggetti apparentemente inutili come stuzzicadenti, mattoni e appendiabiti.

Gli oggetti erano assegnati casualmente in quattro livelli differenti. In tre di questi, ai partecipanti venivano dati 12 minuti di pausa che comportavano: restare in una stanza senza stimoli, eseguire dei piccoli esercizi di memoria a breve termine, o fare qualcosa di così noioso da mettere in moto la fantasia. Durante il livello finale invece, ai partecipanti non veniva data alcuna pausa, bensì un altro round di test creativi, incluso quello degli usi diversi a cui avevano lavorato pochi minuti prima.

Ed è stato qui che le cose sono diventate interessanti: gli studenti a cui sono stati assegnati gli incarichi noiosi hanno meglio eseguito il compito di trovare più usi per oggetti di tutti i giorni, cosa che avevano anche già fatto. Dando loro nuovi oggetti, tutti i gruppi hanno reagito allo stesso modo. Invece riassegnando ai gruppi gli stessi oggetti dei primi tre livelli, i sognatori ad occhi aperti hanno raggiunto il 41% in più di possibilità nel trovare le soluzioni rispetto agli altri studenti.

Questo cosa significa? Secondo Schooler è chiaro che quei 12 minuti di immaginazione hanno permesso ai soggetti dell’esperimento di ideare nuove possibilità, infatti la loro mente inconscia ha riflettuto su nuovi e diversi modi per utilizzare gli stuzzicadenti. Questo effetto però era limitato agli oggetti a cui gli studenti erano già stati sottoposti – la mente ha potuto rimuginare sulla domanda, “incubandola” in quelle zone celate del pensiero che riusciamo a controllare a malapena.

Praticamente gli scienziati sostengono che i loro studi dimostrano il perché “le soluzioni creative possono essere facilitate soprattutto da semplici compiti che massimizzano lo spaziare della mente”. Il beneficio di questi compiti è che essi impiegano solo l’attenzione sufficiente a tenerci impegnati, lasciando un sacco di risorse mentali libere di permetterci di sognare ad occhi aperti. Un altro valido strumento che ci permette di sognare ad occhi aperti è leggere le opere di Tolstoy. Infatti Schooler, durante le sue prime analisi sull’immaginazione, consegnava ai soggetti dell’esperimento un passaggio noioso di “Guerra e Pace” che scaturiva in loro la voglia di sognare ad occhi aperti dopo solo qualche minuto!

Sebbene lo studioso, in uno dei suoi precedenti saggi, abbia dimostrato la presenza di un collegamento fra immaginazione e creatività – coloro che sono più propensi a fantasticare dimostrano di avere una miglior capacità di generare nuove idee – questo nuovo studio evince che i nostri sogni ad occhi aperti si servono delle stesse, o quasi, funzioni dei sogni notturni facilitando picchi di intuizione creativa. Consideriamo adesso uno studio del 2004 pubblicato su Nature dai neuroscienziati Ullrich Wagner e Jan Born. I ricercatori hanno dato a un gruppo di studenti un tedioso esercizio in cui bisognava trasformare una lunga lista di stringhe di numeri in un nuovo e ordinato insieme di numeri. Wagner e Born hanno progettato il compito in modo tale che i soggetti potessero trovare una scorciatoia verso la soluzione solo se fossero riusciti ad individuare il problema. Meno del 20% dei partecipanti sono stati in grado di trovare questa scorciatoia, nonostante le molte ore messe a disposizione per risolvere il problema. L’atto del sognare, però, ha cambiato tutto: dopo aver lasciato i soggetti dormire, e quindi entrare nella fase R.E.M. circa il 60% di loro ha scoperto il trucco. Kirkegaard aveva ragione: il sonno è la virtù del genio.

Se tutto questo vi suona come una giustificazione ai sonnellini pomeridiani, alle lunghe docce, e alla letteratura russa, avete ragione. “Noi partiamo sempre dal presupposto che se ci concentriamo consciamente su di un problema allora siamo più vicini alla sua soluzione”, mi diceva Schooler. “E questo è ciò che intendiamo quando affermiamo di stare ‘lavorando a qualcosa’. Spesso però è un errore. Se stiamo cercando di risolvere un quesito complesso allora dovremmo concederci una pausa, così da permettere alla nostra mente di ‘incubare’ il problema e rifletterci autonomamente”.

Schooler ha provato ad applicare queste idée alla sua stessa vita. Un tempo,durante le vacanze, portava con sé una grande mole di lavoro da eseguire..successivamente si rese conto di essere più produttivo concedendosi alle lunghe pause e all’immaginazione. Egli afferma :“La cosa positiva è che non c’è ragione di sentirsi in colpa quando ci concediamo un po’ di relax oppure non controlliamo le nostre e-mail, perché in verità, anche se siamo in vacanza, il nostro inconscio probabilmente sta ancora lavorando alla soluzione del problema”.

Un sogno ad occhi aperti, in questo senso, è il mezzo che intercetta tutti i pensieri generati dal subconscio. Noi siamo convinti di perdere tempo, ma in realtà, una sorgente di pensieri sta inondando la nostra mente.

 I punti di vista e le opinioni espressi in questa pubblicazione sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Cronache dei Figli Cambiati

Author: Teresa Di Nunno

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