Le elezioni americane e la campagna elettorale appena conclusasi hanno fatto molto discutere su come uno o l’altro candidato potrebbe gestire il Paese in caso di grave crisi o peggio di guerra atomica e mondiale. Un Paese diviso, tra chi affermava che la Clinton fosse più guerrafondaia, chi invece ammirava Trump per la volontà di distensione con la Russia. La verità è che gli Stati Uniti sono un Paese  in guerra fin dalla nascita, a prescindere dal candidato. E’ l’anima del Paese e del suo popolo che modellerà il futuro di se stesso, non il presidente. Non sono solo un Paese ma un vero e proprio Impero: un impero che sta crollando. Non è un mistero come gli USA abbiano da sempre  voluto dichiararsi Paese virtuoso e destinato alla supremazia. 

W.H.Seward, segretario di stato di Abraham Lincoln diceva:

“gli avamposti americani, un giorno, saranno spinti lungo la costa nordoccidentale verso l’oceano artico, il Canada accolto nella nostra gloriosa Unione, le repubbliche dell’America Latina, riorganizzate sotto la nostra benevola influenza, annesse a questa magnifica Confederazione..- l’America e la Russia romperanno la loro storica amicizia per affrontarsi in Oriente dove le grandi civiltà hanno fatto la loro prima apparizione”. Era il 1860 e la natura imperialista del Paese era già ben chiara.

L’ascesa degli Stati Uniti nel corso del XIX secolo ha caratteristiche peculiari, che la differenziano dai processi di modernizzazione e di industrializzazione del continente europeo. Negli “States” lo sviluppo economico e industriale andava di pari passo all’ingrandimento territoriale. Il processo di colonizzazione talvolta segue, e talvolta precede, la presa di possesso ufficiale dei nuovi territori. Dall’inizio dell’Ottocento il confine lungo il Mississippi si espande con l’acquisto di territori e annessioni di ex colonie, fino a formare la loro fisionomia definitiva di Stato affacciato sui due oceani: fattore che li agevolerà geopoliticamente.

La colonizzazione dei nuovi spazi è un fenomeno strettamente legato alle esigenze dei mercati internazionali e che influisce sull’evoluzione agricola. La prima avanzata europea nel continente americano è stimolata dalla domanda di materie prime. La coltivazione su vasta scala del cotone negli Stati meridionali alla metà dell’800 permette di sostenere una produzione di sette ottavi del cotone mondiale. Questa domanda in continua ascesa, specie delle industrie britanniche, e a cui gli Stati Uniti dovevano far fronte, stimolò la conquista di nuove terre da coltivare. Conseguenza di questo boom fu l’insorgere nuove piantagioni coltivate da schiavi. Domare le esportazioni potenziando la logistica interna (trasporti terrestri e navali) permise ai prodotti americani di approdare sugli altri mercati ad un prezzo ridotto a circa un terzo. La colonizzazione di ulteriori zone dell’America fu guidata dalla ricerca dell’oro. Nel 1848 in California vengono scoperti giacimenti auriferi che scatenano la prima grande “corsa all’oro”, di fondamentale importanza in quanto il sistema di scambio monetario internazionale era il “Gold Standard” e successivamente “Gold Excange Standard” basati proprio sul possesso dell’oro.

Manhattan's Little Italy XIX secolo. Immagine da TIME.com

Manhattan’s Little Italy XIX secolo. Immagine da TIME.com

Nella seconda fase dell’industrializzazione il processo investe sempre nuovi settori. La geografia economica degli Stati Uniti si modifica profondamente. Anche la struttura dell’impresa cambia, soprattutto a causa dell’evoluzione tecnologica. Un dato basta a riassumere lo spettacolare sviluppo dell’economia americana: a fronte di un triplicamento della popolazione tra 1850 e il 1900, il reddito pro capite aumenta nello stesso lasso di tempo del 50 percento. Lo sviluppo della ferrovia ha un impatto considerevole anche sui mercati finanziari. Le enormi risorse finanziarie che devono essere mobilitate per realizzare le reti ferroviarie sono infatti all’origine delle banche d’investimento americane e della crescita della borsa di Wall Street.

Alla fine della guerra civile nel 1865, gli Stati Uniti escono rafforzati. Questo permise loro un intervento estero per impedire che il Messico diventasse uno stato satellite della Francia. Con una strategia inizialmente economico-politica più che militare, mirano al Pacifico e all’America latina. Da qui fino all’ingresso nella grande guerra, gli USA isolazionisti puntano ad affermare la supremazia del dollaro. Sono gli anni nei quali viene a formarsi una cultura nazionale ed uno stile di vita che finirà per deliziare il resto del mondo. I vari esempi sono nei capolavori pittorici di Edward Hopper o nella musica, con il jazz e blues e successivamente con il cinema. Sul finire della grande guerra è proprio il prestigio diplomatico maturato dal presidente Woodrow Wilson a spingere l’approvazione degli stati europei, i quali video di buon occhio le proposte riguardo la Società delle nazioni.

Decisiva è la presenza e la vittoria militare statunitense nel secondo conflitto mondiale, non solo per attanagliare con l’Unione Sovietica la Germania di Hitler, ma anche e soprattutto per affermarsi quale impero mondiale in contrapposizione al blocco russo. Affermandosi come supremazia militare nel mondo chiudono il conflitto sganciando l’ordigno nucleare Enola Gay su Hiroshima e Nagasaki. L’ascesa degli Usa come potenza egemone mondiale si è data con il declino della precedente potenza dominante: la Gran Bretagna.

Stalin, Churchill e Roosvelt alla conferenza di Jalta

Conferenza di Yalta (1945)

Ma per realizzarsi, il declino britannico e l’ascesa statunitense sono passati attraverso due guerre mondiali. Proprio durante la Guerra Fredda che si percepisce sempre di più l’influenza imperialista americana. Il duello bipolare USA-URSS, infatti, diede la possibilità di testare la propria supremazia in più campi: dalla sfida spaziale alla guerra in Vietnam. Come noto, l’egemonia si fonda su tre fattori di dominio: quello economico, quello ideologico e quello militare. L’apice della popolarità e della forza americana nel mondo sono gli anni ’90: il muro di Berlino tira giù gli ultimi brandelli di comunismo in Europa, consegnando agli Stati Uniti nuove “colonie”: la prima guerra del Golfo ne conferma il ruolo di ‘poliziotto globale’.

Insomma, il fattore economico rende gli Stati Uniti la maggiore economia mondiale. Lo stile di vita e l’american dream li rendono un ideale di bellezza. La sua forza militare li afferma come garante del mondo “libero”, ma il trend positivo statunitense iniziato dal dopoguerra sta rallentando mentre altri competitori stanno emergendo: ciò è ormai chiaramente visibile.

Il declino dell’impero americano inizia simbolicamente con l’attacco alle torri gemelle, cuore finanziario del Paese, e si protrae con la dottrina Bush di guerra al terrore. Bush trascina decine di migliaia di soldati americani prima in Afghanistan nel 2001, alla ricerca di Bin Laden, poi in Iraq nel 2003, grazie ad una menzogna globale, sbugiardata dal Rapporto Chilcot: le armi di distruzione di massa di Saddam. Bush perderà entrambe le guerre. Moriranno oltre 11.000 soldati americani e almeno 1 milione e mezzo di civili. La credibilità e la forza degli Stati Uniti è ridotta all’osso, l’antipatia verso gli americani cresce e la stessa opinione pubblica americana sfiducia la classe dirigente.

Se la prassi espansionistica degli imperi del passato era la colonizzazione e l’annessione di terre straniere, quella degli Stati Uniti è caratterizzata da infiniti accordi politici e dall’imposizione di basi militari: la cosiddetta lily pad expansion, programma militare USA di espansione, ha portato alla costruzione di basi militari con personale americano permanente nei quattro angoli del mondo. Solo in Italia abbiamo almeno un centinaio di strutture militari, logistiche, direzionali delle forze armate USA (NAVY, AIRforce e marines), come le basi aeree di Aviano e Sigonella che ospitano almeno 70 testate nucleari.

Ingresso base militare di Sigonella. Immagine da Il Distretto

Ingresso base militare di Sigonella. Immagine da Il Distretto

Tali “colonie” furono istituite e sono rette dalla convenienza politica e militare di salire sul carro del vincitore. Ma quando la presa politica, militare e culturale dell’impero viene meno, tale convenienza decade e la colonia inizia a dirigersi verso altri lidi. Nessuna guerra di indipendenza: diventa solo necessario distaccarsi politicamente. E’ quello che sta succedendo agli storici alleati americani e che sta segnando il declino della presa politica degli Usa nel mondo: la Turchia è passata da alleato di ferro degli Stati Uniti a Paese con proprie ambizioni imperialistiche neo-ottomane, fomentate dal disordine siriano. L’Arabia Saudita e Israele, così come i Paesi del golfo, sono parecchio indispettiti dall’accordo sul nucleare di Obama con l’Iran.

Il presidente filippino Duterte con il presidente cinese Xi Jinping

Il presidente filippino Duterte con il presidente cinese Xi Jinping

La Thailandia e le Filippine, si allontanano gradualmente dall’influenza americana per motivi geografici: la Cina ha un ruolo sempre più preponderante nell’economia dei Paesi vicini e continua a fagocitare rapporti commerciali che appartenevano esclusivamente agli USA, compreso forniture militari ed accordi energetici. In effetti, mentre l’attenzione è spesso rivolta allo scontro diplomatico col vecchio nemico russo, è a Pechino che risiede la più grande minaccia all’impero americano. Sono trent’anni che la Cina ha un tasso di crescita medio del 10% circa, e sono anni che si è affermata come Paese leader nelle esportazioni mondiali. Il segnale dell’ascesa Cinese nell’equilibrio mondiale è la dichiarazione del governo di creare una Nuova via della Seta che si svilupperebbe dallo stretto di Malacca alle coste Europee della Turchia, interesserebbe 65 Paesi e ben 4,4 miliardi di persone.

La risposta all’evanescenza dell’impero americano in Asia-Pacifico, però, non consiste tanto in una conquista o riconquista di rapporti di fiducia e cooperazione persi, quanto nel contenimento e nel sabotaggio dell’inversione di questi rapporti a favore della Cina. Come? Fomentando l’instabilità politica tra paesi asiatici, sperano così di comprometterne la cooperazione economica, riportandola a loro favore.

Donald Trump 45° presidente degli Stati Uniti

Donald Trump 45° presidente degli Stati Uniti

Un ulteriore passo falso colossale sul quale l’impero traballa è il ‘manicomio’ del Medio Oriente. La distruzione totale ed immotivata dell’Iraq è un fantasma che continua a tenere svegli gli Stati Uniti di notte. A posteriori, il più grande risultato di tale guerra è la nascita dell’ISIS, guidato dal califfo al-Baghdadi (iracheno). Un esercito di psicopatici che ha destabilizzato la Siria dando all’impero americano la possibilità di rovesciare il regime canaglia di Assad. Tale piano, confermato nei Leak delle mail di Hilary Clinton, si è però polverizzato sotto le armi russe e la strategia iraniana.

Questo disastro rappresenta l’ultimo stadio dello smarrimento dell’impero americano, che nel suo costante ridimensionamento appare ormai sulla via del tramonto.

Di Samy Dawud e Roberto Del Latte

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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