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Quando si guarda a “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello non si possono non rimembrare le componenti storiche e personali che accompagnarono l’autore alla composizione madre della propria opera. Era il 1904 ed in pochi mesi si destava la creatura più conosciuta dello scrittore siciliano, nonché la più esaltata ed al tempo stesso “redarguita” dalla critica letteraria di quel tempo.

Non si trattò peraltro di critiche alle quali l’autore restò indifferente: basti pensare alla edizione del 1921, contenente a partire da quel momento una appendice polemica (al termine dell’opera) rivolta alla stessa critica, riassumibile nel concetto di “maschera nuda”:

“Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia, se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli che eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo su per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopre nuda”. 

La polemica mossa dalla critica a Pirandello, si riassumeva essenzialmente nel concetto di inverosimiglianza del personaggio pirandelliano, poiché avulso dalla realtà circostante e dall’accadimento quotidiano. Si tratta di una critica tuttavia distorta, che tradisce l’essenza stessa della vita, insita nella presenza dello straordinario, dell’imprevisto e della beffa più atroce e pertanto non calcolabile. Ne è consapevole lo stesso autore, che giustificherà in questo modo la presenza di un inverosimile in realtà ampiamente verosimile:

“Le assurdità della vita non hanno bisogno di parer verosimili perché sono vere. All’opposto di quelle dell’arte che, per parer vere, hanno bisogno d’esser verosimili. E allora, verosimili, non sono più assurdità”.

Una simil premessa ci consente di ricostruire non solo la visione pirandelliana dei personaggi (illimitati) “interpretati” dallo stesso Pirandello, poiché in opere come “Il Fu Mattia Pascal” vi è scissione tra autore e narratore, ma anche di giungere a riaffiorare la struttura dell’opera stessa. Ne “Il Fu Mattia Pascal”, si diceva,  il narratore (Pascal-Meis) non garantisce e non può garantire affidabilità sul racconto degli eventi, data anche la stessa inverosimiglianza contestata allo stesso Pirandello.

Non è un caso come la narrazione si apra con l’affermazione di una certezza, ricostruita dopo la cancellazione dell’Io Mattia Pascal: «Io mi chiamo Mattia Pascal.. e ti par poco?» – quasi a presagire un beffardo (in)successo finale, annullato dall’eterna lotta tra la maschera e la vita, presente nel successivo “Uno Nessuno e Centomila” ed ancor più nella rilevantissima ed illustre veste teatrale. Il tutto riassunto a sua volta ne “L’Umorismo”, saggio simbolo della visione dell’esistenza pirandelliana.

Mattia Pascal è, come il Vitangelo Moscarda dell’ “Uno, nessuno e Centomila”, un forestiero di vita, pertanto sprovvisto di un passato, di una identità, ed ancor più di una collocazione sociale. Con una sostanziale diversità nei fatti che si susseguono: se il Moscarda risulta infatti intento alla dimostrazione dell’impossibilità di pervenire ad un oggettivistico realismo, scisso nelle personali versioni delle verità dell’uomo, il Pascal è invece inghiottito da un evento inaspettato ed improbabile: la sua morte ed il suo suicidio.

La notizia del suicidio non suicidio, generata dal riconoscimento di un cadavere altrui ad opera della tanto amata-odiata moglie Romilda e dell’intransigente vedova Pescatore, tempesterà di pensieri il protagonista, tanto da portarlo immediatamente ed umanamente ad ammettere le proprie difficoltà dinanzi alla verosimile assurdità subita:

“Avevo da pensare a tante cose; pure, di tratto in tratto, la violenta impressione ricevuta alla lettura di quella notizia che mi riguardava così da vicino mi si ridestava in quella nera, ignota solitudine, e mi sentivo, allora, per un attimo, nel vuoto, come poc’anzi alla vista del binario deserto; mi sentivo paurosamente sciolto dalla vita, superstite di me stesso, sperduto, in attesa di vivere oltre la morte, senza intravedere ancora in qual modo”.

Le letture dei giornali che riportano la notizia del suicidio di Miragno, scandiscono i pensieri e le titubanze del Mattia Pascal, chiamato a ricostruire una (nuova) vita dopo la morte. Una morte sociale, decretata dalla collettività ed ancor più evidente nei passaggi finali dell’opera. Non sarà una morte qualunque, poiché idonea ad assalire ed incrementare la rassegnazione del ‘nuovo’ Mattia Pascal, risorto personalmente ma dimenticato da una collettività che ne ha da tempo accettato il fittizio suicidio.

La componente umoristica e paradossale del pirandellismo raggiunge l’apice con il (definitivo) passaggio da Adriano Meis a Mattia Pascal, spogliato successivamente della propria relazione coniugale a seguito del matrimonio tra la sua Romilda ed il fido compare Pomino, dal quale è peraltro generata una piccola creatura.

Nella precedente necessità di creare una nuova identità, confluita poi nella scelta di chiamarsi Adriano Meis («E allora, se non le dispiace, mi chiamo Adriano Meis»), emerge gravemente l’impossibilità di sfuggire a ciò che l’uomo effettivamente è, poiché la maschera tende all’effimera ineffabilità di eventi incontrollabili e drammaticamente superiori alla gestione umana. Il risultato è lo sprofondo, o meglio il ritorno a quel  punto non cancellabile, lesto a presentare un severissimo conto da pagare, ricordando l’ingombrante presenza di un oggettivo destino da rispettare.

La rinascita di Mattia Pascal non può così che passare dalle diatribe di Adriano Meis, subite senza possibilità di reazione data la propria inesistenza sociale in quanto fittizia:

“Riassumendo”:

  1. a) Figlio unico di Paolo Meis; – b) nato in America nell’Argentina, senz’altra designazione; – c) venuto in Italia di pochi mesi (bronchite); d) senza memoria né quasi; – e) cresciuto col nonno

L’alienazione dalla realtà lascia dunque spazio ad un elogio della quotidianità, mosso dalla precarietà della maschera, e da una libertà non libera e ben presto annientata dagli eventi e dal timore del sospetto altrui circa la veridicità della maschera stessa. Perché il personaggio del Meis non è realtà ma finzione senza contenuto materiale, dotato di libertà solo passeggera e desolatamente fugace.

Le inquietudini e gli insuccessi di Meis, oltre all’impossibilità di concretizzare l’amore per Adriana durante i due anni di esperienza romana post-Mattia Pascal, si incateneranno nel binario unico della morte e della rassegnazione, culminato in un obbligato binomio tra delusione e rappresentazione della solitudine umana. Una alienazione totale e non solo corporea, la cui perdita di identità è ben presto trasformata da ricerca della libertà a sfrenato tentativo di ottenere una nuova esistenza elusiva, tesa alla (solo in parte riuscita) cancellazione della figura di Mattia Pascal.

L’illusione dell’equilibrio ritrovato, dell’ilare redenzione dello spirito, e del ritorno «alla prima giovinezza», capace di rasserenare «il veleno dell’esperienza», lascerà ben presto il posto agli avvenimenti subiti dal Mattia Pascal in quanto Adriano Meis, pertanto non denunciabili da un forestiero di vita decurtato di reale identità. E’ il preludio al ritorno del fu Mattia Pascal, nonostante l’accettazione ed il compromesso, il lasciar alle spalle il secondo matrimonio di Romilda, senza ricorrere alla legge e alla possibilità di tornare ad un passato prima ripudiato e poi ansiosamente rincorso. E ci si ritrova pirandellianamente coinvolti: soli, senza casa, senza meta. Consapevoli dell’incompiutezza umana dinanzi all’affascinante ma infernale richiamo della maschera.

L’ansiosa rabbia, o la rabbia ansiosa, richiamata da Mattia Pascal, giace a seguito di una antitesi insistita, eppur umoristica, tra la doppia morte e la doppia resurrezione, in un provvisorio limbo di duplice morte, «una parentesi di due, di tre giorni e forse più»: morto a Miragno come Pascal, a Roma come Meis. Dinanzi ad un fallimento colossale, non resterà che riscoprirsi se stessi: «Ma voi, insomma, si può sapere chi siete? Eh, caro mio… Io sono il Fu Mattia Pascal».

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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