[In copertina: The Lumineers. Originale qui]

Perché piacciono tanto i Lumineers?

Li avevamo lasciati nel 2012 con l’album omonimo. Ora i The Lumineers ritornano con Cleopatra, loro secondo album, suscitando notevole consenso.

La band del Colorado si forma nel 2002, dal tentativo di evasione da un lutto familiare per il frontman Jeremiah Fraites. Il successo arriva con il singolo ‘Hey oh’. Questo tormentone estivo, noto alle cronache nostrane poiché colonna sonora di alcune pubblicità, sembrava il classico singolo di quelle band destinate a scomparire dopo aver raggiunto l’apice del successo. Invece, contrariamente alle aspettative, tornano con un album pregevole: una vera e propria chicca.

Il singolo Sleeping on the floor ha raggiunto milioni di visualizzazioni in pochi giorni. In maniera tipicamente americana (in stile The Killers nel cartoons Mr Brightside e anni dopo con Miss Atomic Bomb, suo sequel) hanno intessuto una storia romantica o più parti di esse, attraverso videoclip che si guardano come parte di uno stesso cortometraggio. Se dovessimo dare credito ad un famoso tormentone degli anni 80, non è affatto vero che “videos kill the radio star”. Anzi.

Sleeping on the floor è la storia di due ragazzi di provincia che fuggono per vivere insieme. I due protagonisti non hanno null’altro all’infuori del loro amore, nonostante debbano “dormire sul pavimento” dopo un matrimonio ‘fake’. In realtà, a dormire sul pavimento è la sola protagonista femminile, che non ha mai avuto il coraggio di partire col suo amato. Questo album inizia così a delinearsi come collezione di occasioni mancate. Anche Ophelia, che niente ha a che fare con Otello, rappresenta una ragazza da cui si è ossessionati. Colei che rimane ancora oggetto di pensieri indimenticati, dopo una storia d’amore dissolta nel silenzio e nel tormento.

La rassegnazione cresce con Cleopatra, ex attrice sempre in ritardo in amore, persino nel giorno del suo matrimonio. Non lo sarà il giorno della sua morte, momento in cui descrive questo amore ed un passato mai sopito. E così scorrendo sino alla decima traccia, con un disco che crea dipendenza e nuoce gravemente ai deboli di cuore e ai delusi dal passato.

Come in un cerchio, fatto di donne diverse ma toccate e ferite, ritorna la ragazza del primo singolo nel videoclip di Angela. Questa volta ella aspetta un bambino e fugge ancora ma per ritornare nella sua città. La scelta di dare alle canzoni nomi di donne, come i marinai li davano alle loro barche, è un’abitudine tipicamente ‘Lumineers’, confermata anche all’interno del secondo disco.

Reduci da due date in Italia, piacciono e anche tanto. Ma cosa li distingue ad esempio dai Mumford and Sons o da altri prodotti tipici del mondo indie-folk?

Rolling Stone scriveva qualche settimana fa che i Lumineers pubblicano album di “arrogante semplicità”, dovuta alla composizione delle musiche e alle pochissime parole nei testi. Il loro successo, secondo chi scrive è invece dovuto proprio a quella semplicità. Una molla vera e propria, tra uno schiocco di dita a ritmo di musica e l’intonazione di un coretto certamente rassicurante.(1)

E piacciono perché raccontano storie come fossero fiabe moderne, tuttavia spesso senza lieto fine. Ma i ritmi e le note leniscono e rendono meno amare occasioni mancate ed avversi destini. Se questa può essere considerata nuova era del folk non è dato saperlo, ma certo è che prodotti simili sanno sempre di nuovi e piacevoli inizi. Ciò che conta mi pare proprio questo: checché Rolling Stone e critici ne dicano. Perché c’è un mondo a parte, quello del pubblico, che è non sempre concorde con la critica e rivendica il sano diritto di disperdersi in ciò che risulta più congeniale alle proprie orecchie.


NOTE

(1) Rolling Stone, 7 Aprile 2016, di Paolo Madeddu

Foto: Fanart.tv

 

 

Author: Maria Sabata Di Muro

Studentessa di Giurisprudenza per caso prima, per passione poi. Sognatrice e idealista per professione.

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