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Il morbo di Alzheimer colpisce in Italia circa 600 mila pazienti (Fonte Censis-Aima 2016) configurandosi come una delle malattie più problematiche ed in espansione non solo a livello nazionale ma nell’arco dell’intera scala mondiale. Secondo il rapporto mondiale Alzheimer 2015 i malati in Italia sarebbero peraltro il doppio, come risulterebbe dal dato del 2014, che conta 1,2 milioni di malati. Si calcola inoltre come tale già cospicuo dato tenderebbe ad aumentare a 1,6 milioni nel 2030 e addirittura a 2,3 nel 2050. Semplici stime sì, ma che non possono né devono essere sottovalutate. Questa forma di demenza è infatti come noto in grado di distruggere in maniera progressiva le capacità cognitive e la memoria umana, compromettendo drasticamente l’andamento di vita dei pazienti che ne sono affetti.

Ma c’è qualcuno, come lo psico-pedagogista Ivo Cilesi, che ha deciso di dedicare alle vittime di questa patologia una cura alternativa (e contestuale) al classico trattamento farmacologico. Stiamo parlando della cosiddetta “terapia del treno”, ideata appunto da Cilesi nel 2009. La Terapia del Viaggio si pone lo scopo di alleviare le sofferenze dei malati, nel tentativo di tenere vive le cognizioni ancora non compromesse dalla stessa malattia. A ciò si aggiunge anche l’importante obiettivo di ‘limitare’ il quantitativo farmacologico, debellando una parte di farmaci assunti ed investendo nella risoluzione di problematiche correlate quali insonnia, aggressività e depressione.

La terapia è già presente in Italia soprattutto perché terra natale della scoperta, essendo praticata in ben 9 strutture italiane, cui si aggiungono anche due sedi rispettivamente in Francia e Svizzera. L’ideatore del progetto è stato recentemente intervistato da ‘Repubblica’ circa un mese fa (7 marzo, nda) ed ha risposto alle indubbie curiosità correlate ad un importante passo avanti per la psicologia ed il recupero dei malati di Alzheimer:

«Questi viaggi per i pazienti sono veri. Hanno perso la memoria cognitiva, semantica, procedurale, ma quella affettiva, l’amore, rimane».

(Ivo Cilesi)

Il protocollo prevede anche (e soprattutto) una guida procedurale in mano all’operatore, che accompagnerà tutta la terapia del singolo malato. Come funziona esattamente? Si comincia da frasi di invito ed incoraggiamento del tipo: “Andiamo a fare un giro?” o “Devo andare in treno” o “Vuole viaggiare con me?”. In tutta questa fase iniziale, l’operatore non indica quale sarà la meta, lasciando in sospeso le aspettative del “viaggiatore”. Ed è infatti proprio il malato a scegliere il viaggio da intraprendere, anche attraverso colloqui preliminari con la famiglia o lasciando far riemergere ricordi d’infanzia, come spesso si verifica in alcuni casi ed in alcuni malati.

In svariati episodi, è possibile “viaggiare” con i propri parenti. Un aiuto – spiega Cilesi – fondamentale ed a vantaggio di chi molto spesso non accetta la malattia del diretto interessato. E’ così che si va a caccia del ricongiungimento, e di una serenità spesso collettivamente perduta per il dolore e per lo sgomento. Di chi pensa di non potercela più fare, quando tutto (o quasi) sembra essersi dissolto.

Risultati immagini per terapia del treno alzheimer

I ricordi emersi dal viaggio, scaturiti anche dall’ottenimento del luogo ideale per il singolo paziente (mare, montagna, casa familiare, ecc), vengono poi utilizzati a livello medico per la stimolazione cognitiva. Nessun passaggio presenta dei contorni casuali o improvvisati. Si comincia dal primo, all’interno del quale il paziente giunge in una sala d’attesa simile (o addirittura identica) a quella di una stazione. Dopo le fittizie indicazioni dei binari da intraprendere il paziente è portato in una nuova sala: la sala del viaggio, del vagone terapeutico. Ed ancora, pazienti muniti di biglietto, possibilità di poter sistemare il proprio bagaglio, presenza di altoparlanti nei quali il capostazione dà il benvenuto ai passeggeri ricordando il percorso da compiere in vista del viaggio.

Solitamente, il treno tende poi ad entrare in una galleria, generalmente dopo una prima fermata. Dall’uscita della galleria il paesaggio finisce per colorarsi di azzurro, con la possibilità di intravedere il mare. Tutti i movimenti del malato sono presi in considerazione, anche in vista di un possibile recupero dei ricordi. Quelli non ancora perduti, che ancora la malattia non ha fatto dimenticare.

La Terapia del Treno non mira dunque a sostituirsi alla soluzione farmacologica, ma a coadiuvarla soprattutto nei casi più gravi per combattere ad esempio la cosiddetta “ansia da fuga”. Una speranza innovativa per mitigare il senso di dispersione di chi ha bisogno di ritrovarsi, aggrappandosi alla bellezza della vita nonostante le angustie patite.

C’è qualcosa nel fischio di un treno che è molto romantico e nostalgico e pieno di speranza.

(Paul Simon)

Centri terapeutici attivi in “Trenoterapia”:

  • Rsa Saccardo, Milano
  • Pio Albergo Trivulzio, Milano
  • Rsa Fondazione Carisma, Bergamo
  • Fondazione Don Guanella, Caidate
  • Rsa Camelot, Gallarate
  • Fondazione Bolsedico, Grumello
  • Rsa Fondazione Caccia, Gandino (Bergamo)
  • Centro Diurno Temenos Monteroduni, Molise
  • Associazione Alzheimer Bari, Bari
  • Fondazione Tusculum, Arogno (Svizzera)
  • Rsa, Valenciennes (Francia)

Per saperne di più: http://www.fondazionekor.it/terapia-del-treno/

foto da: milano.repubblica.it

Author: Cosimo Cataleta

Laureando in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi in Milano con tesi sul rapporto tra Parlamento e Magistratura. Attualmente si occupa di raccolta fondi e campagne di sensibilizzazioni per alcune Ong.

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