La crisi economica mondiale derivante dall’attuale pandemia si sta rivelando radicalmente diversa per caratteristiche e livello d’impatto sull’economia reale. Diversa perché ciò che ci si aspettava non corrisponde infatti al vero.  

Oggi, possiamo dirlo con totale certezza: le devastanti conseguenze che si stanno presentando non toccano una crisi dell’offerta. E’ una crisi della domanda e dunque del consumatore. Si tratta invero non solo di un elemento relativo alla liquidità, ma anche e soprattutto ai comportamenti sociali che il virus e le stesse politiche nazionali hanno creato. 

Non è dunque, e purtroppo, un discorso a senso unico e limitato alle singole riaperture. Molti, titolari delle attività interessate dal processo di chiusura e riapertura, hanno chiaramente sperato in una immediata e percettibile svolta economica: non è stato così, poiché la crisi del consumatore prima che economica è del tutto (o quasi) psicologica. La accentuata tendenza al risparmio e le difficoltà di riassumere comportamenti tipici “da consumatore” sembrano essere accertate, e tra le cause di tutto questo vi è oltretutto un linguaggio pubblico comunicativo sbilanciato su cosa non fare, piuttosto che su cosa fare e come farlo.  

Non è detto che gli interventi assistenzialistici e di sussidio alla popolazione si tradurranno in un bilanciamento tra esigenze della domanda e necessità dell’offerta. L’esempio emblematico è quello della Svezia (che come noto si è affidata alla ‘strategia del soft lockdown’), nella quale la variazione del Pil nel primo trimestre 2020 è stata negativa (-0,3%, ndr). Il tutto ha una spiegazione più o meno logica: non tutto è riducibile, come molti leader politici sembrano ingenuamente manifestare, alla spasmodica ricerca di un bilanciamento tra tutela della salute pubblica e necessità di proteggere il tessuto socio-economico delle singole nazioni.

Perché a quel punto, dopo aver indirizzato i cittadini verso un tutti fuori o un tutti dentro, le reazioni possono essere le più eterogenee. Non ha premiato la scelta svedese certo, ma altrettanto surreale è stata la scelta abbottonata di lockdown più o meno ferrei, che al tempo stesso non hanno fatto bene all’economia mentre non è ancora dato sapere quanto abbiano positivamente influito sulla salvezza delle vite umane (salvo ovviamente, una probabile e forte limitazione di crisi logistica delle terapie intensive dei singoli sistemi sanitari). 

E’ chiaro pertanto, quanto segue: non basta riaprire o richiudere a seconda delle nevrosi (rielaborate in questi giorni dagli sceriffi della politica) e della ricerca del consenso elettorale. Occorre una visione strategica, che punti su tutti coloro che saranno in grado di fare innovazione trasformando il mercato del lavoro, e rigenerando la mentalità depressa del consumatore.

A nulla serve nemmeno analizzare il dibattito di questi giorni circa l’intervento ‘a gamba tesa’ dello Stato all’interno dell’economia, modello che in Italia ha fallito attraverso un devastante sperpero di denaro pubblico fatto di politiche miopi ed errate, pensando più a come mandare in pensione i dipendenti pubblici che alle future generazioni.

Il disastro è stato presto servito, al punto che negli anni 90’ pur di entrare a far parte del mondo europeo, abbiamo soppiantato il sistema delle partecipazioni statali per dar vita a un lungo periodo di privatizzazioni all’interno del mercato, con i ‘risultati’ visti negli ultimi trent’anni. 

Bisogna dunque guardare all’obiettivo della ripresa pensando a cosa sia più giusto fare senza arrovellarsi dentro a film economici visti e rivisti, ma facendo ripartire ciò che davvero serve. Rigenerare mentalmente il consumatore, lo si diceva, ma soprattutto far ripartire gli investimenti pubblici e privati. Non si può abusare continuamente di termini quali sburocratizzazione e semplificazione della macchina amministrativa, senza poi effettivamente dare seguito alla fiera molesta degli annunci salvifici.  

Edilizia, ambiente, innovazione tecnologica: queste sono le sfide del futuro, dalla necessità di rivedere il farraginoso codice degli appalti all’esigenza di sgonfiare il digital divide che condiziona l’Italia, eppure terza economia del sistema Europa. Abbiamo impostato la nostra strategia giuridica su un presunto pugno duro, densa di regole scritte male e modificate peggio, ma non abbiamo sconfitto la corruzione e abbiamo generato l’inerzia delle pubbliche amministrazioni, impaurite anche al solo pensiero di prendere decisioni potenzialmente pericolose. 

Ripartire è un termine importante, oggi più che mai. Anzi, sembra ormai essere il termine madre dello stato psicologico dell’individuo e del proprio meccanismo di benessere. Abusiamo meno dei termini qualificanti di questa crisi, e cerchiamo di metterli in pratica. Altrimenti, sarà una vera catastrofe. E purtroppo, non solo economica. 

Author: Cosimo Cataleta

Laureato in Giurisprudenza con tesi sul conflitto tra Parlamento e Magistratura e immunità parlamentare, è scrittore e collaboratore MSF e vive a Bologna. Ex Poste Italiane e collaboratore giornalistico per diverse testate online, è cofondatore del progetto Cronache dei Figli Cambiati. Ha pubblicato il suo primo romanzo ‘La zelante viltà di Mr Lloyd’ nel luglio 2018 (Europa Edizioni).