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Immagine presa da l’Espresso

Partiamo da un assunto: gli italiani non vogliono cambiare la Costituzione. Era successo nel 2006 con la disfatta della proposta Berlusconi. Si ripropone con l’esperienza del governo Renzi dieci anni dopo. Il popolo italiano non è incline a modifiche costituzionali. Sarebbe curioso ricercarne le ragioni, poiché la vaga impressione è che l’alta ed inaspettata affluenza abbia portato alle urne una altissima percentuale di No, decisiva per la netta bocciatura legata alla proposta del governo. Senza che forse, fosse presa in considerazione.

Questo non vuol dire che in casa Pd possano o debbano essere sottovalutate le dimensioni della sconfitta. Il popolo sovrano racchiude dopotutto una vasta gamma di anime: non solo costituzionalisti che convivono quotidianamente con la bellezza e le complicazioni interpretative della Carta. E per fortuna: la sconfitta di Renzi è dunque quella di aver dimenticato una buona fetta di tali anime.

ll Sì ‘trionfa’ solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige: un risultato devastante che collide persino con gli ultimi sondaggi. Sondaggi che pur vedendo in vantaggio il No, consegnavano ai sostenitori del Sì una fievole speranza in vista del voto. Non è stato così, ma sono tuttavia molti gli aspetti da prendere in considerazione. Per quanto netta, la vittoria del No non può evitare la considerazione relativa alla percentuale raggiunta dal Sì: ad osservare le posizioni degli schieramenti politici, per i vincitori c’è da gioire ma nemmeno troppo.

Il 40% del Sì non è un dato da sottovalutare ed è un prodotto ad esclusivo marchio renziano, a differenza della elevata frammentazione del No, dal centrodestra alla destra populista, sino a M5s, minoranza Pd e sinistra radicale. Vien da chiedersi se questo risultato possa davvero rappresentare una concreta svolta per le opposizioni in vista del futuro (a parte le quotazioni in notevole rialzo del Movimento Cinque Stelle).

E’ stata una vigilia di pessimo gusto, come del resto in riferimento a quanto avvenuto durante tutta la campagna, voto compreso. E tutto si è dissolto nel peggiore dei modi: il sospetto per presunti brogli dei Sì nel voto estero, la questione delle matite, la votazione ‘irregolare’ (?) del Premier. Uno scenario che conferma la bassezza attuale delle opposizioni e più in generale della politica italiana. Vogliono farci credere che sia stata una delle migliori pagine della nostra storia e della democrazia, in uno squallido festival ‘complottistico’ talmente inadeguato da rendere apprezzabili e persino credibili manifestazioni come il festival di Sanremo o il defunto Festivalbar. E’ giusto guardare in faccia la realtà, in un Paese tifoso ed arrabbiato.

Per il Paese c’è davvero poco da esultare, ricordando inoltre come curiosamente tutti coloro che abbiano contestato eventuali brogli e complotti di qualsivoglia genere ed entità, siano improvvisamente ricomparsi direttamente sul carro dei vincitori. Senza nemmeno il pudore e la dignità di ammissione di una palese assenza di contenuti politici, oltre che di elevati e spocchiosi atteggiamenti di una incommensurabile ipocrisia. Perché le regole valgono quando diviene necessario tutelarsi dalle (presunte) sconfitte o quando fanno comodo, ma divengono trasparenti in caso di successo elettorale. Questa è l’Italia ed i rappresentanti della stessa (per fortuna, una sola parte).

Zero alternative al governo Renzi, che domani rassegnerà le proprie dimissioni al Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Ma che di fatto ha ancora le redini del partito e potrebbe risultare decisivo negli scenari futuri. Quale sarà il futuro del dimissionario premier? Renzi ha espresso ai leader vincitori «congratulazioni, onori ed oneri» per un futuro accordo sulla legge elettorale, ritraendola tra le priorità post-voto assieme all’approvazione definitiva della legge di bilancio.

Questi i passaggi fondamentali: vero che la palla finirà nelle mani del Capo dello Stato. Altrettanto vero come il Pd potrebbe restare tuttavia ago della bilancia delle prossime evoluzioni politiche del Paese. Anche i vincitori del No si mostrano spaccati: la destra lepenista e il Movimento chiedono immediate elezioni, magari sulla base di correttivi al Senato della legge elettorale. Forza Italia mostra cautela, non a caso ben consapevole del divario che separa i berlusconiani dal consenso piuttosto consistente di Salvini e Grillo. In ballo vi è il futuro del centrodestra, mentre M5s dovrà fare i conti con un probabile futuro passaggio da forza di opposizione a partito di governo.

E si giunge così anche alla fatidica domanda: quali saranno le strategie del Movimento? Il tempo delle chiacchiere e della propaganda è ormai (fortunatamente) terminato. Ora occorrono proposte. Occorre dimostrare al popolo di non essere unicamente contenitore di un malcontento generale, ma generatore di una proposta politica alternativamente valida alla caratura di un leader come Renzi, francamente un unicum all’interno di una povera e disastrata politica nazionale.

Come ha ricordato lo stesso premier «fare politica contro qualcuno è facile, ma fare politica per qualcosa è più bello». Al Movimento e alle opposizioni non resta che augurare un buon lavoro in vista di un futuro improvvisamente roseo, dopo svariati mesi trascorsi nelle beate stanze dell’ostruzionismo. Difficile dire che Italia sarà: ai migliori psichiatri, in un Paese altamente psicotico ed incline alle piacevolezze dell’instabilità, l’ardua sentenza.

Cosimo Cataleta

Author: Redazione Cronache dei figli cambiati

Siamo dei giovani intraprendenti, amanti di tutte le sfumature delle vita e soprattutto appassionati di letteratura e giornalismo.

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